Storia degli Italiani, vol. 08 (di 15)

Part 34

Chapter 343,739 wordsPublic domain

Pure il viaggiare fu sempre disagiato non solo, ma pericoloso. Dante funesta celebrità diede a Rinieri da Corneto, che faceva guerra alle strade. L’abate Pietro di Cluny venendo a visitare Eugenio III, fu svaligiato dal marchese Obizzo Malaspina, se non che i Piacentini costrinsero questo alla restituzione. Giovanni d’Andrea, celebre canonista, mandato ambasciadore dal cardinale Bertrando del Poggetto al Papa nel 1328, presso Pavia fu assalito e spogliato de’ libri e della roba; e grossa somma ebbe a dare pel proprio riscatto. Il Petrarca, la prima volta che fu a Roma, dovette rifuggire nel castello dei Caprànica, sinchè il vescovo di Lombez nel venne a convogliare con cento cavalieri; partendone dopo coronato, diede nei malandrini, sicchè tornò indietro, e il popolo pensò a farlo scortare; ma altri lo assalsero all’uscire di Parma. Giovanni Barile, mandato da re Roberto di Napoli ad assistere a quella coronazione, fu svaligiato per viaggio, e dovette dar volta.

Le maggiori apprensioni popolari, e in conseguenza i più estesi provvedimenti sogliono dirigersi sull’annona; e se la scienza non arrivò neppur adesso a persuadere che l’unico preservativo o il palliativo migliore alle carestie è il lasciarla libera, si perdoni a un tempo dove governava direttamente il popolo, soggetto a tutte le paure, e che cogli infiniti impacci sovente produceva il male cui volea farsi incontro. L’obbligo d’introdurre il ricolto nella città era una cautela contro i signori castellani, che avrebbero potuto affamarla. Ma spesso il proprietario dovea sagrificare le proprie convenienze alle paure dei nulla aventi; l’autorità tassava i prezzi de’ comestibili e degli altri oggetti di prima necessità, stabiliva magazzini, fissava le ore e i modi del mercatarli. Così era delle vivande azotate; niuno comprasse di là d’una data quantità di pesce, chè non ne rimanessero privi gli altri; comparendo sul mercato qualche selvaggina grossa, fosse fatta a pezzi, acciocchè potessero fruirne anche i men denarosi. I rigori cresceano all’apprensione di carestia: mettevasi fin pena la vita all’asportar grani; chi ne possedesse dovea notificarli, e venderli al prezzo decretato. In Toscana tutto il grano era compro dal Comune, che facea canova e lo dava per bullettini.

D’altri inciampi era causa la nimicizia fra i Comuni; e Lodi vietò di portar biade a Milano, nè di tirarne vino, pena la testa. Altri venivano da’ signori che voleano aggravezzare il transito delle merci fin da una all’altra delle terre di loro dominio. E poichè alcuni principi, come il re di Sicilia, riceveano gran parte del tributo in derrate, restavano principali negozianti del loro paese, e ne facevano monopolio. Federico II esigeva un conto esatto de’ cereali, de’ foraggi e del vino che entrassero ne’ suoi magazzini; e dopo provvigionatone i suoi palazzi e le fortezze, il resto si vendeva, principalmente a mercadanti romani, o anche asportavasi direttamente per conto del re, il quale, ove l’opportunità arridesse, ne spediva in Ispagna, in Barberia su navi proprie o di Veneziani o Genovesi. Nel 1239 incaricava il grand’ammiraglio di condurre a Tunisi, dove forse il ricolto era fallito, cinquantamila salme di frumento, parte avuto dagli intendenti regj, parte procurato al miglior costo; al qual fine se ne proibiva ogni altra asportazione; e in Africa fu venduta la salma ventiquattro tarì, locchè produsse quarantamila oncie d’oro, o due milioni e mezzo di lire[254].

Questo andar e venire dei grani e delle altre derrate produceva gran movimento mercantile; e i Veneziani specialmente cavavano dalla Barberia, dalla Sicilia, dall’Egitto granaglie da provvigionare anche altri paesi; dalla Barberia stessa e dal mar Nero, il sale, del cui monopolio erano gelosissimi. Per quante volte i Padovani tentassero mettere saline sul loro territorio, sempre i Veneziani gl’impedirono; e sotto alla statua del doge Gradenigo, fra altri vanti, è scritto: _A faciendo sale Paduanos marte coegi._

Fra le spezie, il pepe era indispensabile, quanto da due secoli in qua lo zuccaro; cittaduole ne tenevano magazzini; in alcune il dazio impostovi suppliva ad ogni altro; i signori di Basilea nel 1299 al diritto di vender pane condizionavano la retribuzione di una libbra di pepe l’anno. La cannella, il garofano, la curcuma o zafferano d’India, pianta tintoria che prosperava anche nelle valli cretacee dell’Ombrone; il zenzevero, il cubebe, l’anesi, le foglie di lauro, il cardamomo, la noce moscada erano grato solletico ai sensi, oltre gli spighi di lavanda côlti in Italia. Aggiungete la paglia della Mecca (_andropogon schœnanthus_), la scamonea, il gàlbano, il laserpizio, la sarmentaria, l’aloe, la mirra, la canfora del Giappone, lo zafferano[255], il rabarbaro della Siberia meridionale, la sena, la cassia, il badeguar, la galla del biancospino, il cisto di Creta da cui cavasi il làdano, l’olio di sesamo, la gomma d’astragalo, la gomma gutta, la gomma arabica, la sandracca d’Africa, il sangue di drago delle Canarie. I frutti d’Italia, di Spagna, di Grecia, l’olio, il riso[256] erano spacciati dagli speziali, come chiamavansi i venditori delle merci suddette: il caffè non era conosciuto; poco lo zuccaro. Ai riti della Chiesa occorrevano pure cera ed ambra; e a Venezia lavoravasi quella, di questa si faceano crocifissi e paternostri, traendola dal Baltico.

Le ricerche sul prezzo dei generi di prima necessità e della mano d’opera provano che non differiva molto dall’odierno, giacchè un operajo ordinario fu e sarà sempre pagato quel tanto che si richiede al suo vivere. Il prezzo delle altre materie troppo è difficile a determinarsi in tanta varietà delle monete e incertezza dei patti secondarj. Troverete della legna, ma non sapete se fu tagliata dai boschi stessi del compratore; del vino, ma intendevasi condotto e daziato? e in anno d’abbondanza, o di scarsezza? un mobile, ma forse era un capo d’arte o di preziosa materia; un libro, ma forse traea valore dalla legatura e dalle miniature[257].

Le ricchezze minerali non si neglessero. Le vene del Bergamasco e delle valli Camonica e Trompia fin da antichissimo diedero molto ferro, al quale eccellente tempra sapea darsi nel Comasco. Armi si fabbricavano a Gardone, Lumezzane, Brescia; e Giovanni da Uzzano ricorda i pregiati acciaj bresciani, e i badili, le lamiere, i fondi di padelle che si tiravano di là. Il ricco minerale dell’Elba, di Pietrasanta, d’altre parti della Toscana trasportavasi greggio o lavorato anche in Levante. Venezia trasse partito dal ferro e dal rame del Friuli, della Carintia, del Cadore; e pare lungo tempo le fabbriche sue conservassero il secreto d’agevolare col borace la fusione. Rame s’avea pure da Massa marittima, e in val Tiberina e in val di Cécina, dove anche solfato di ferro.

Argento si cavava a Perosa e nella valle di Lanzo in Piemonte, nelle valli Seriana, Brembilla, di Scalve e in altre del Bergamasco. Le argentiere di Montieri, mestissimo villaggio in Val di Merse, sono donate nell’896 da Adalberto marchese di Toscana ad Alboino vescovo di Volterra, confermate più volte, e segnatamente da Enrico IV, nel 1186, purchè _episcopus et sui successores nobis nostrisque successoribus, pro ipsis argenti fodinis, triginta marcas argenti examinati ad pondus cameræ nostræ persolvant_. Federico II, in rotta col vescovo di Volterra, affittava _argentariam nostram Monterii_ a Bentivegna Davanzati fiorentino. Il diploma di Carlo IV del 1355 dice che _jamdiu defuerint, et quasi steriles sint effectæ_; e la cava d’oro e d’argento attivata nel Pistojese nel secolo xiii pare un sogno dei cronisti. Bensì attorno al Mille già si hanno memorie d’argentiere presso Massa marittima e nell’alpe Apuana di Pietrasanta, con profondi cunicoli, scavati probabilmente da una consorteria di Lombardi che signoreggiava la Versilia. Oro traevasi dalle arene del Ticino, dell’Adda, d’altri fiumi; e al 1º novembre del 1000 Ottone III concede al vescovo di Vercelli _totum aurum, quod invenitur et elaboratur infra vercellensem episcopatum et comitatum Sanctæ Agatæ_[258].

Dalle moje di Volterra si avea sale, ma era ignota la produzione dell’acido borico, oggi ricchezza di quei lagoni: ben se ne cavava solfo; e un Genovese vi trovò l’allume, emancipandosi così dal trarne da Tunisi, dalla Germania, da Focea, paesi occupati dai Turchi, assai prima che si adoperassero le allumiere del Napoletano e della Tolfa nella maremma romana. Lipari, donde in antico s’avea tutto l’allume, per testimonio di Diodoro Siculo, talchè il prezzo rimaneva ad arbitrio degli abitanti, da gran tempo cessò di somministrarne.

Anche sotto al feudalismo le arti si erano conservate al modo antico, disposte in corpi o scuole o maestranze sotto proprj capi; organizzazione dell’industria conforme a tempi, dove, non ancora riconosciuta l’eguaglianza degli individui, venivano emancipati in masse, e non intendendosi il lavoro libero, si facea che l’operajo travagliasse pel maestro, come il villano pel signore[259]. Tutto vi era regolato con una minuzia puerile: il filatore non poteva accoppiare fil di canapa a quello di lino; il coltellinajo non fare manichi a cucchiaj; non i ciotolaj e orciolari tornire un cucchiajo di legno; non fondere sego di bue con quel di montone, non cera nuova con vecchia; determinati gl’ingredienti delle tinture e de’ varj composti. Dovettero nascerne impacci, conflitto, tirannie; i principi se ne fecero una fiscalità; il monopolio si saldò a favore di pochi; ammende e multe per ogni minima violazione, e giudici erano gli emuli, interessati a cogliere in colpa.

Pure in que’ primordj i sindachi, i consigli, i probiviri, le frequenti adunanze, le camere di disciplina, ove «mercantilmente si procede, e i piati si scrivono vulgarmente senza giudici o procuratori o notari, più di buona equità che di stretta ragione procedendo»[260], riuscivano d’ammaestramento al vulgo, come le falde sorreggono i bambini: compagni, fattori, discepoli, maestri formavano una gerarchia di opportuna dipendenza: gli artigiani riuniti nei medesimi quartieri, si vigilavano a vicenda ed emulavansi, così togliendo o rimovendo le frodi, facili in popolo inavvezzo all’industria; si soccorreano ne’ bisogni; il garzonato dava una garanzia di futura abilità; nella suddivisione dei lavori dovea ciascuno raffinare il suo speciale; lo spirito di corpo dava aria di gravità, e fece conoscere e ponderare diritti; gli stendardi de’ santi patroni furono stendardi d’indipendenza, e protessero l’individuo dalle vessazioni, talchè divennero potenze sociali le classi laboriose, e formaronsi, vorrei dire, dei feudatarj borghesi e nulla possidenti[261].

Nè però si creda non ne fossero conosciuti gl’inconvenienti; e al 1287 il Comune di Ferrara aboliva tutti i collegi d’arte, di qual si fossero maniera e nome, talchè nessuno potesse fare adunanze o collette. Eccettua il collegio de’ giudici, le confraternite devote, le università delle contrade e ville, i fabbri, a cui si concede di avere un commesso che compri il carbone e lo distribuisca ai singoli; quelli poi che avessero beni comuni, possano deputare chi gli amministri. Ai banditori pure sia lecito unirsi una o due volte l’anno per eleggere due che li presiedano onde disporli e mandarli per utile del Comune. I beccaj esercitino lor arte ne’ luoghi e modi stabiliti. Ogni artefice od operajo richiesto per l’arte sua, deve subito andare, sebbene l’opera cui è chiamato fosse da altro incominciata, e non cessare neppur se altro fosse chiamato a lavorare in sua compagnia. Ma non osino fare intelligenze e congiure tacite od espresse sui prezzi o sul lavoro; e viepiù si tengano d’occhio i navalestri, pessima razza, che molte frodi macchina contro l’utile de’ viandanti.

L’arte della lana, allora principalissima, dovette l’incremento agli Umiliati, ordine istituito a Milano, al quale si fa pur merito dell’invenzione de’ drappi d’oro e d’argento per chiese. A Firenze, dove fondò Santa Caterina d’Ognissanti, era tenuto esente da ogni dazio, e proibizione d’insudiciar le acque che andavano alle sue gualchiere[262]. E là principalmente prosperò quell’arte, e nel 1338 vi si finivano ogn’anno ottantamila pezze di panno, del valore di un milione e ducentomila zecchini[263], tirando le migliori lane d’Inghilterra, Spagna, Francia, Portogallo, Barberia. L’arte di Calimala traeva a buon conto panni grossolani di Fiandra, Picardia, Linguadoca, e vi dava assetto e finimento tale da doppiarne il prezzo. In venti magazzini entravano diecimila pezze l’anno, del costo di più che trecentomila fiorini: ciascuna si _taccava_ con un bollettino, ove notare la spesa di primo costo, del denajo di Dio, del recarlo a casa, del tingerlo e ritingerlo, del cardarlo, cimarlo, spianarlo, piegarlo, della bandinella, della maletolta, del teloneo, dell’uscita alle porte, del legaggio, caricaggio, ostellaggio, e d’ogni altra spesa. Le due fiere di san Simone e san Martino traevano a Firenze i più denarosi mercanti di tutta Italia, sicchè vi correano quindici a sedici milioni di fiorini.

In Siena, la gabella di quattro lire ogni pezza del panno asportato, la più parte verso Levante, fu appaltata seicento zecchini. Gareggiavano colle francesi e colle fiamminghe le fabbriche di Venezia e sua terraferma, di Pisa, del Bolognese, del Ferrarese, animate dalla proibizione dei drappi forestieri. In Verona al 1300 s’impannavano l’anno ventimila pezze, oltre calze e berrette; e la Signoria veneta ne comprava colà di sopraffini, da presentarne al gransignore (ZAGATA). A Mantova le folle della lana erano privilegio del Comune, distruggendosi quelle che alcun privato mettesse; e lo statuto prescrivea la qualità, e il numero de’ fili, la dimensione del panno, il modo e la forma de’ telaj: non poteano lavorarne se non gli ascritti all’arte, i quali prestavano giuramento avanti al podestà: ogni pezza finita presentavasi al magistrato, che collaudata la bollava, o trovandola disforme dalle prescrizioni, la buttava al fuoco, multando il lanajuolo. Ricchi e monaci vi si dedicavano; nel 1500 vi si contavano quarantaquattro fabbriche; e quando il re di Danimarca visitò i Gonzaga, se ne posero in mostra cinquemila pezze: bellissimo parato per una città!

Milano e il suo territorio spediva alla sola Venezia per trecentomila ducati l’anno in panni, e per centomila in canovaccio, cambiandoli con cotone in fiocco e filato, lane francesi e catalane, tessuti d’oro e di seta, pepe, cannella, zenzero, zuccaro, verzino e altre materie coloranti, saponi e _schiavi_ per due milioni. Giovanni da Uzzano, che nel 1440 compilò quanto era necessario sapersi da un mercante intorno ai paesi, alle mercanzie, al cambio, al denaro, alle dogane, e descrisse di porto in porto il viaggio che si faceva lungo le coste del Mediterraneo, poi all’Jonio e al mar Maggiore, scriveva che «a Milano càpitano quasi tutte le robe di Lombardia per mettere in Genova: si trae da Milano mercerie infinite d’ogni ragione, armadure di maglia e di piastre e d’ogni ragione, acciaj, ferri lavorati, fustani, tele e panni assai fini; di Como panni assai e fini; di Monza panni grossi e fini; e mettonsi a Venezia per navigare in Levante; di Verona e Mantova panni; di Padova zafferano e lino; d’Alessandria lino, tele di guado assai, e molto guado; di Monferrato zafferano, canovaccio, canape; di Brescia acciaj, ferro, lino, zafferano, carte»[264].

Più tardo sorse l’artifizio della seta. Questa nel Codice rodio era agguagliata in prezzo all’oro, e al tempo di Procopio quella di colori ordinarj valea sei monete d’oro l’oncia, e il quadruplo la purpurea: traevasi dai Seri, popolo dolce ma rozzo nel Tibet, o piuttosto dall’Indo-Cina, come oggi par dimostrato. Due missionarj, colà portati da zelo religioso, vi conobbero l’industrioso insetto, e come produca quel filo prezioso; e recatene alcune uova in Europa, riuscirono a educarli. Il Peloponneso, tosto piantato a gelsi, da questi dedusse l’appellazione di Morea; e fabbriche istituite per l’impero orientale scemarono se non tolsero il bisogno di ricorrere agli stranieri. I Veneziani, assoggettata l’isola d’Arbo sulle coste di Dalmazia nel 1018, le imposero di contribuire ogni anno alquante libbre di seta; se no, altrettanto peso d’oro puro. Alla presa di Costantinopoli estesero le seterie, assicurandosene il monopolio mediante trattati coi principi dell’Acaja.

In principio non conosceasi che il gelso nero, e il Crescenzio (cap. 14) si lamentava che le donne ne cogliessero le somme foglie per nutrire certi bachi, il che impedisce ai frutti di maturare: forse solo nel XIII secolo si portò il gelso bianco. I privati tardavano a intenderne il vantaggio, talchè si dovea per legge ordinarne la coltura: lo statuto di Modena del 1327 impone, chiunque abbia orto chiuso vi pianti per pubblico vantaggio tre gelsi, tre fichi, tre melogranati, tre mandorli; quel di Pescia del 1340 obbligava a coltivarne; e un secolo dopo, per Toscana era imposto ad ogni contadino di piantarne cinque ogni anno[265]; poi si proibì d’asportarne la foglia, e nel 1423 si concedea franchigia a chi ne importasse. Pretendono che Lodovico Sforza gl’introducesse nel suo parco di Vigevano, donde si diffusero per Lombardia, di che a lui venne il cognome di Moro. Una grida di Milano del 1470 impone si piantino almeno cinque gelsi ogni cento pertiche; un’altra, di notificare quanti ne esistevano, e la foglia loro si cedesse al maestro da seta a prezzo equo, chi non volesse da sè nutrirne i bachi[266]. Ma già nel 1507 il Murlato, in una cronaca comasca manoscritta, nota che le campagne attorno a Milano e a Como davano immagine d’una foresta di gelsi.

Vorrebbero che Ruggero di Sicilia dalla sua spedizione in Grecia portasse telaj ed operaj di seta; ma noi vedemmo come anteriormente ne tessessero i Saracini. Soggiungono che quell’arte fiorisse in Lucca, e che quando Castruccio la prese, novecento famiglie di tessitori si diffondessero per la restante Italia, trentuna delle quali nella sola Venezia: pure fin dal 1225 l’arte della seta a Firenze formava corporazione distinta, noverata fra le maggiori, e coll’insegna d’una porta rossa in campo bianco; e nel 1248 i Veneziani proibirono il commerciar di seta agli esattori delle tasse imposte ai fabbricatori di essa. Frà Buonvicino da Riva in quel giro di tempo scrive che a Milano si facevano panni _de lana nobili et de sirico, bombace, lino_: vero è che traevasi da di fuori. Borghesano da Bologna inventò i torcitoj nel 1272, tenuti in gelosissimo segreto, finchè, entrando il secolo xiv, gl’insegnò ai Modenesi un tal Ugolino, che per questo fu in patria appiccato in effigie[267].

Il setificio si estese a Pisa, Genova, Padova, Como, Verona, Vicenza, Bassano, Bergamo, Ferrara, Bologna e nella Lombardia, a segno che la seta indigena non bastando alle fabbriche, era d’uopo cercarne nella Marca, nella Calabria, nelle isole greche. Non si tardò a lavorare stoffe e broccati, intessendovi l’oro e l’argento, e ad applicarvi fregi metallici col ricamo e coll’impressione; e nell’industria de’ broccati gareggiarono Venezia, Genova, Lucca, superate da Firenze.

Marino da Cataponte veneziano nel 1456 riceveva dal re di Napoli mille scudi a prestito perchè in quel regno attivasse fabbriche di drappi di seta e oro; immune d’ogni gabella la seta, l’oro filato, la grana e tutto che servisse a tale lavorìo; gli operaj venissero trattati come napoletani; nelle loro cause civili e criminali non fossero riconosciuti da altro tribunale che dai loro consoli, i quali in numero di tre venivano eletti ogni anno da tutti quelli iscritti sulla matricola dell’arte, e ogni sabato doveano tener ragione. Altri diritti furono concessi e sussidj a Francesco di Nerone e Girolamo di Goriante fiorentini, a Pietro de’ Conversi genovese: anzi in appresso fu eretto in Napoli un distinto tribunale _della nobil arte della seta_, da’ cui decreti non davasi appello che al supremo consiglio, dove il giudice facea la relazione stando in piedi a capo scoperto[268]. Diritti quasi eguali v’ebbe l’arte della lana. Altri tessitori genovesi e fiorentini, invitati da Carlo VIII, poneano a Tours le prime manifatture di seta in Francia.

Quest’arte essendo molto scaduta in Lucca, ove prima tanto fioriva, si cercò ravvivarla con regolamenti, che la dovettero anzi intristire. Lo statuto del 1482 prescrive che nessuno possa tesser drappi di seta se non sia arrolato nella scuola: per esservi scritto come capo maestro vuolsi abbia lavorato quattro anni chi è nato in l’arte, e cinque chi fuori. Chi lavora di tesser seta, non possa esercitare altr’arte ove di quella si maneggi. Chi comincia a tessere una pezza, deva farla marchiare, notandone il colore e la lunghezza. Non si tengano in casa più telaj dei descritti. Per farsi immatricolare si paga un ducato d’oro. La donna che si mariti fuor dell’arte, non possa insegnarla ad altri. Non si piglino garzoni forestieri. I mercanti giurino di non tingere zendadi con robbia nè sangue di becco, e i panni scarlatti colorire con grana[269]. Potremmo in ciascun paese riscontrare questi medesimi errori economici.

La tintoria era un accessorio quasi indispensabile per tutte queste fabbricazioni. Da gran tempo l’allume era il mordente più consueto: avevamo appreso dalla Francia e perfezionato l’uso del chermes e della robbia: fu consacrato dalla pubblica riconoscenza il nome del Fiorentino che nel secolo xiv introdusse dal Levante in patria il tingere a oricello, cioè in violetto coll’uliva[270], derivandone il cognome degli Oricellaj, alterato poi in Rucellaj. A Bologna prosperavano le tintorie di seta e di panno in grana e scarlatto; ed essendo nel 1220 per servizio di esse tirata in città l’acqua del Savena, fu conosciuta tanto opportuna, che i tintori fecero solenne festa con processione e fuochi per tre giorni (Ghirardacci).

Venezia, Genova e la Lombardia fabbricavano eziandio tele di cotone, ma non da reggere il confronto di quelle di Mussul, mentre quelle di lino e di canape, tessute principalmente in Lombardia, Padova, Bologna e nel Piemonte, oltre soddisfare al consumo ogni dì crescente, servivano anche a baratti coll’Asia. A pari colla seta erano prezzate le pelliccie, distintivo de’ cavalieri e di alcune dignità civili ed ecclesiastiche: di grossolane arrivavano da Svezia e Norvegia; da Russia le preziose, massime dopo scoperta la Livonia; preparavansi a Venezia, Bologna, Firenze, e in quantità erano spedite al Levante.

Il nome di Firenze richiama i cappelli di paglia intrecciata, arte ben antica se in casa Ricci ancor si conserva quello che fu di santa Caterina de’ Ricci. A Brozzi dapprima, poi si estese alla Lastra, a San Piero, a Ponte, a San Donnino, e se ne mandava per tutto il mondo[271].

Le armi davano lavoro a molti opifizj, dovendo ogni feudatario fornirne i suoi uomini, ogni libero se stesso, ogni armatore il proprio legno. Corazzaj e spadaj formavano una delle arti in Firenze; in Milano dura il nome alle contrade degli Spadaj e Speronaj: e le armi della lupa quivi fabbricate erano cerche persino fuori di cristianità.

L’arte del vetro, della quale fino dal xiii secolo aveva esposto i metodi il patrizio Manni, e che era concentrata in Murano, andò sempre in meglio; e Venezia lavorava come semplici ornamenti conosciuti col nome di _conterie_, così imitazioni di gemme, vasi comuni e costosi cristalli, vetri di finestre e specchi suntuosi. Una fontana di cristallo in argento fabbricata a Murano, fu comprata tremila e cinquecento zecchini da un duca di Milano. Una legge del 1255 provvide per gelosamente conservare quest’industria al paese; e chi la esercitasse, godeva privilegi tali, che il matrimonio d’un patrizio colla figlia d’un vetrajo non derogava la nobiltà, e la moglie del nobile muranese sedeva pari a quelle della dominante; l’operajo che ne migrasse, era reo di morte.