Storia degli Italiani, vol. 08 (di 15)

Part 33

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Questo nome ci fa dire d’un nuovo genere di occupazioni o passatempi, a cui si volsero gl’Italiani d’allora. Il leggere avea potuto esser diletto di ben pochi, in quella grande scarsità di libri; pure molto desiderati erano i romanzi, i più de’ quali venivano di Francia, e talvolta erano tradotti in nostro vulgare, più spesso imitati. Le persone oneste rifuggivano da quella lettura; Guglielmo Venturi d’Asti in testamento raccomandava a’ suoi figli d’odiarli, come sempre avea fatto lui[233]; Boccaccio appone ad ipocrisia della vedova del Corbaccio l’astenersi da tali racconti; dei quali Dante accennava i pericoli in Francesca e Paolo, tratti a peccare dal leggere per diletto gli amori di Isotta e Lancilotto. Al contrario, se ne dilettava il bel mondo; e Michelangelo Trombetti, in un poema sulle gesta di Ugo conte d’Alvernia nel 1488, manoscritto nella Laurenziana, annovera i romanzi di cavalleria, cui consiglia a leggere, perchè _chi non se ne diletta, è uomo senza ragione e bestiale_. Crebbe la lettura colla stampa, la quale non si occupò soltanto di libri sacri e di classici: nè è inutile sapere che dal 1473 al 98 uscirono dieci edizioni del Guerin Meschino; e il _Milione_ di Marco Polo si stampò nel 1496, e già prima e più in appresso corsero racconti di viaggi.

Come la letteratura, invaghita de’ capolavori antichi che si trovavano, o dalla maggior facilità di possederli, si era gettata interamente sull’imitare, tanto che ogni originalità minacciava scomparire fra gli addobbi del convenzionale classicismo; così non sapevasi ammirare che la società anteriore al cristianesimo, rilassavansi i costumi per imitazione classica, e Gianantonio Campano vescovo di Téramo empie le sue poesie di Silvie e Diane e Suriane, di cui spesso si lagna, talvolta si loda; Ambrogio degli Angeli Traversari, generale dei Camaldolesi, amico di Eugenio IV e suo legato a Basilea, in fama di grand’erudizione non meno che d’onestissimi costumi, non iscrive mai a Nicolò Niccoli senza salutare la sua Benvenuta, _donna fedelissima_, eppur era una mantenuta, di avventure chiassose[234]; Cosmo de’ Medici accettò la dedica dell’_Hermaphroditus_ del Panormita, che parea soverchiamente cinico persino al Poggio, sguajato narratore egli stesso, benchè segretario apostolico; Enea Silvio Piccolomini, gravissimo uomo e futuro papa, emulava in una novella la licenza del Boccaccio.

Il senso morale veniva perturbato dal cominciare a vilipendere il passato innanzi d’essersi premuniti per l’avvenire; laonde le coscienze più elevate tentennavano e variavano, l’orgoglio insorgeva contro Dio, la voluttà contro il dovere. Il sentimento religioso permaneva nelle moltitudini, sebbene divenisse meno chiesastico; e istillato col latte, potea sugli animi anche fra le passioni: ma i letterati lo vilipendeano e conturbavano, non già per liberi ragionamenti, ma per l’autorità di altri testi, fossero gli antichi classici od i loro commentatori, nel cui nome mettevano bocca perfino nel dogma, professando di farlo per esercizio di logica o d’erudizione. Ser Cambi al 1453 scrive che il medico Giovanni Decani, il quale non credeva la resurrezione de’ morti, fu condannato alla forca a Firenze; e in quell’anno morì Carlo d’Arezzo cancelliere della Signoria, ed ebbe grandissimi doni: «Dio l’abbia onorato in cielo, se l’ha meritato, il che non si stima, perchè morì senza confessione e comunione, e non come cristiano». Dove ci risovviene di Lodovico Cortusio giureconsulto, che a Padova morendo il 17 luglio 1418, lasciò per testamento che amici nè parenti nol piangessero, se no rimanessero diseredati, mentre suo legatario universale sarebbe quel che ridesse di miglior cuore: non si parino a bruno la casa e la chiesa, ma fiori e fronde; musica invece delle campane funebri; e cinquanta sonatori e cantanti procedano insieme col clero, cantando _alleluja_ fra viole, trombe, liuti, tamburi, ricevendo ciascuno un mezzo scudo. Il suo cadavere, entro una bara a panni di varj colori gai e sfoggiati, sia portato da dodici donzelle vestite di verde, che cantino arie allegre, e ricevano una dote. Non rechino candele, ma ulivi e palme, e ghirlande di fiori; non lo seguano monaci che han la tonaca nera. Così piuttosto in guisa di nozze che di funerale fu sepolto in Santa Sofia.

Questo parlare di libri e letterati è già uno stacco dalle precorse età; e l’amor della dottrina crebbe fin a passione. Ne vantaggiavano il ben pensare e il retto operare? dubitiamo. Quei dotti (troppo il notammo) non erano nulla meno che tipo di civili costumi: nelle loro lettere o si abjettiscono per domandare, o strisciano ringraziamenti per avere avuto, talora con una sguajata insistenza, quale vediam nel Filelfo, una delle più famose penne; e piuttosto bravazzoni che franchi, aggiogati all’autorità de’ loro classici, eppure intolleranti d’ogni dissenso, anfanavano in tresche, volevansi alle mani un coll’altro, e in sozze baruffe, non ultimo divertimento di quel secolo, s’intaccavano non solo sulla dottrina, ma rinfacciandosi ogni mal mendo[235].

Noi siamo a gran pezza da coloro che ammirano quello stuolo chiassoso e intrigante di pedanti, quasi fossero stati i restauratori del buon gusto in Italia. Già ne’ secoli precedenti i nostri ci si mostrarono insigni in que’ punti ove l’intelligenza loro naturale non era subordinata agli eventi o a tirannie, cioè nelle arti della parola e del disegno. Anzi queste non erano soltanto un ornamento, ma fuse nella vita, e non concepivasi il governo senza eloquenza, non le solennità senza canti, non la religione senza immagini e tempj. Chè a far prosperare le arti non basta nascano genj capaci di creare, ma vuolsi tutto un popolo capace di gustarle; l’artista ha bisogno di chi lo comprenda, delle simpatie del popolo; e il popolo fra noi vi era portato dai meno urgenti bisogni, dall’attitudine al godere, dalla naturale inclinazione al bello. O Firenze, non i Medici ti han fatta così vaga, ma la repubblica; e la libertà dell’arte è anch’essa libertà del pensiero.

CAPITOLO CXXIV.

Industria e commercio.

Tante ricchezze, quella coltura borghese, l’ampliamento della nazionale civiltà, il lettore dovette accorgersi come fossero in gran parte dovute al commercio, del quale è tempo che raccogliamo e svolgiamo ciò che sparsamente abbiamo indicato; poichè, dopo la religione, nulla accresce e diffonde la civiltà più che il commercio.

Che esso non fosse perito tampoco nel peggior fondo della barbarie, ce ne caddero prove qua e là: migliorò poi coll’agricoltura, giacchè questa e l’industria vanno di pari passo dovunque sono possibili; tutto ciò che promove e deprime le arti e le fatiche d’una classe, opera sull’altra; e i terreni inselvatichiscono ove langue il commercio, come questo risente dell’abbandono di quelli. Noi indicammo come l’agricoltura rinascesse, lenta sì ma ognor progressiva, col piantarsi di nuova gente sopra gl’immensurabili latifondi degli antichi Romani, suddivisi allora, e dal dominio del fisco tornati all’industria particolare. Questa gente erano i Barbari da un lato, dall’altro i monaci, che mescolandosi fra un popolo di servi e di coloni, resero l’onore a quella prima fonte delle ricchezze. Ben presto le crociate equivalsero a quel che oggi le grandi esposizioni; poichè nelle città e nei bazar orientali i nostri videro gli scialli di Cascemir, i diamanti di Golconda, le perle di Ormus, le seterie di Persia, le mussoline dell’India, le arme di Damasco; e ne rapirono, ne comprarono, concepirono desiderio di averne, di imitarle.

Però la mancanza di sicurezza, di regolari aspettative, di libertà nel disporre de’ frutti della propria industria, immiserivano il commercio, siccome oggi avviene in Turchia. Il diritto di lavorare consideravasi prerogativa sovrana, e potere i principi venderla, dovere i sudditi comprarla. Il popolo era impedito di associarsi per dati intenti, e di trasferire la sua proprietà da un’applicazione ad altra che credesse più vantaggiosa; intanto che certe persone ottenevano di esercitare come privilegio quel che ai più restava inibito. Tali angustie cessarono in Italia assai prima che altrove: ma oltre rimanere i capitali in mano di soli nobili e del clero, causava impacci lo sminuzzamento del paese, quando ad ogni varco di fiume, ad ogni gola di monti vegliavano gli armigeri d’un castellano ad esigere un pedaggio, che equivaleva ad una transazione per non essere svaligiati. A modo d’esempio, chi si partisse da Torino aveva a pagarne uno quivi stesso, poi a Rivoli, ad Avigliana, a Bussolino, a Susa: cinque volte in trenta miglia. Lombardi e Veneziani andavano pel Sempione, donde a Sion, a Losanna, a Ginevra, a Lione, ovvero per Clees nella Franca Contea. I Genovesi per Asti e Poirino giungevano a Testona, e qui varcato il Po sul ponte de’ Templari a Sant’Egidio, difilavano per Rivoli a Susa e al Moncenisio: disvantaggiandone Torino, che perciò insisteva alla gagliarda affinchè i Testonesi non lasciassero ai mercanti traversare il ponte, ma li dirigessero sopra la loro città.

Le dogane si misuravano all’avidità del signore, non all’utile del paese, e le tasse moltiplicavansi sotto variissimi nomi[236]. Passando per certe città, le merci si doveano sballare e scassare, e gli abitanti aveano prelazione per la compera; altrove ai soli natìi concedevasi di vendere, talchè sottentravano allo speculatore forestiere. Il pericolo delle anime induceva i papi a interdire il commercio coi Musulmani, e a gran fatica i Veneziani ne ottennero dispensa, come l’ebbero poi anche i Francesi, escluso sempre il portarvi armi e munizioni[237]. Per tema dei masnadieri in terra, dei pirati in mare, doveasi procedere in carovane o con flottiglie, anzichè isolati: alcuni, per ammansare i castellani, menavansi dietro ciarlatani, sonatori, bestie rare: tutti i quali impacci costringevano il traffico ad assumere aspetto di frode, e i pericoli e le vicende sue faceanlo spesso abbandonare a quelli cui era negato ogni altro modo d’arricchire, come gli Ebrei.

Il commercio dell’antichità e del medioevo conducevasi tult’altrimenti dal moderno. Mancando la postalettere, poteansi tenere corrispondenze concatenate? Quando pochissimi sapeano scrivere, e la carta era un lusso, e le cifre arabiche appena si introducevano, e inestricabile la varietà di monete e misure, quanto incomodi doveano tornare i conteggi e la corrispondenza! Oggi la forma più consueta è la commissione, cioè il fabbricatore affida a negozianti le merci da vendere per conto; opportuna suddivisione di uffizj: allora invece egli medesimo o suoi commessi andavano con navi o carovane a vendere e caricare, e riconducevano gli avanzi e i baratti.

Le antiche strade romane erano state guaste per impedire le correrie dei Barbari, ovvero da questi nelle guerre, o dal tempo; e agli sminuzzati dominj che successero, qual interesse suggeriva di agevolare le comunicazioni? I torrenti si sfrenavano, cadevano i ponti; onde difficilissimi i trasporti: ed anche assai più tardi non viaggiavasi che a cavallo. Caterina di Amedeo V di Savoja, andando sposa a Leopoldo d’Austria nel 1315, cavalcò fino a Basilea, dove il palafreno fu regalato ai minestrelli che cantavano le sue lodi. Maria di Brabante seguì fino a Genova in lettiga il marito Amedeo V, quando nel 1310 accompagnava a Roma l’imperatore Enrico VII. Giovan Villani dà come un gran fatto che uno spaccio del conclave di Perugia arrivasse in undici giorni a Parigi per corrieri di mercanti[238]. Erano perciò in gran conto i corrieri veloci, come Jaquet messaggere del conte di Savoja, che in quattro giorni andò e tornò da Ginevra a Pavia nel 1399: nel 1380 Amedeo VI di Savoja donava due fiorini d’oro a Guglielmo frate cluniacese, che faceva cinquantacinque e più leghe il giorno[239].

Altri importuni aggravj s’erano introdotti, quali l’albinaggio, per cui cadeva al signore l’eredità dello straniero che morisse sulle sue terre[240]; e il diritto di naufragio, per cui la nave che frangesse diveniva preda dell’occupante, o del signore della costa, come tutti i ributti del mare. Fin il goto Teodorico avea riprovato quest’inumanità; il concilio Lateranese del 1079 pronunziò anatema chi spogliasse i naufraghi; e Federico I, poi Federico II di Svevia avvalorarono questa _libertà_ _della Chiesa_[241]: ma gl’interessati sapeano eluderla.

Sodare il debito sopra i possessi non usava durante il feudalismo, nè era possibile allorchè quasi nessuno era padrone assoluto del proprio podere: ma nelle repubbliche conoscevasi l’ipoteca coi modi e le cautele che sembrano de’ moderni[242]. Più consueto era il dare in pegno oggetti preziosi, e spesso i tesori delle chiese: o porgeano malleveria altre persone disposte a subir fino il carcere se al dato giorno non venisse soddisfatto il creditore[243].

Il forestiere (ed era forestiere chi abitava a poche miglia) non restava protetto da leggi comuni o dalla generale giustizia, onde si ricorse a strani compensi, come sono le rappresaglie. Se uno restasse leso nella roba o nella persona, e non ottenesse soddisfazione, egli stesso o i suoi accomunati potevano far danno a qualunque compaesano dell’offensore. La rappresaglia derivava dall’antico sistema dell’associazione, per cui tutti stavano garanti dell’accomunato. Oberto Pelavicino signor di Cremona, pretendendosi creditore di Filippo Torriano, allora capo del popolo milanese, sostenne nella sua città tutti i negozianti di Milano colle loro mercanzie. La compagnia de’ Buonsignori di Siena dovendo ottantamila fiorini alla Chiesa romana, il papa pronunziò interdetta tutta la città sinchè fossero pagati. Qualche volta la rappresaglia si applicò a casi criminali; ed essendo ucciso un Inglese da un Italiano della compagnia degli Spini, gli uffiziali della giustizia appresero tutti i compatrioti di esso.

Le leggi posero regola a questo costume, e via via si cercò prevenire il danno degl’innocenti. Lo statuto romano non concedeva la rappresaglia se non quando fosse giuridicamente provato il danno[244]. Quello di Padova del 1258 permetteva di rifarsi sopra i beni di chi avesse nociuto o de’ suoi concittadini; ma nel 69 si eccettuarono gli ambasciadori o le persone venute a Padova per affari del proprio Comune, e così i romei e pellegrini; nel 71 si prescriveva, quando un cittadino si presentasse a domandar la rappresaglia contro un individuo o un Comune, questo dovess’esserne avvertito dal podestà, affinchè potesse giustificarsi o accordarsi; che se il consiglio de’ savj decretasse aver luogo la rappresaglia, il podestà presenterà l’istanza e il voto al gran consiglio, che deciderà a due terzi di voti. Nel 1266 a maestro Giovanni Manzio padovano, medico condotto a Ravenna, erano stati per via rubati i danari, le robe e i libri, che erano un Avicenna, un Serapione, un Almansor e qualcheduno d’astrologia: e avendo il podestà scritto ripetutamente al Comune di Ravenna, mandatovi ambasciadori, interposto anche il podestà di Bologna, nè ricevendo soddisfazione, si autorizzò il medico alla rappresaglia. Anche nel 1302 quel Comune la concedette ai signori Carraresi contro i Torriani di Milano per la dote di Elena della Torre. Una singolare rappresaglia è portata dal cap. LVII dello statuto dell’arte di Calimala a Firenze del 1332: — Qualunque de’ mercatanti nostri si richiamerà per iscrittura d’alcuno albergatore d’altra cittade o luogo, manderemo lettere a quello albergatore a spese di quello mercante, che a certo termine le debba aver pagate: la qual cosa se non farà, comanderemo a tutti i nostri tenuti che non alberghino più con lui; e chi farà contra, sia punito in lire venticinque per ciascuna volta».

La Chiesa provvide alla sicurezza coll’aprire mercati settimanali o fiere annue alle solennità principali sopra terreno immune, quali erano il sagrato delle chiese o i chiostri. La fiera di Bergamo vuolsi concessa dall’imperatore Berengario ai canonici di San Vincenzo, poi da Ottone alla chiesa di Sant’Alessandro[245]. Quella di Verona fu istituita nell’807 dal vescovo Ratoldo sulla piazza di San Zeno maggiore; nel 1049 le botteghe bruciarono; fu poi ristabilita nel 1187. Un marmo fuori della porta maggiore dell’atrio di Sant’Ambrogio a Milano legge che Anselmo arcivescovo stabilì, per tre giorni avanti e tre dopo la festa dei santi Gervaso e Protaso, nessuno molestasse per debiti chi veniva a quella solennità. Anche a Bologna per la festa di san Petronio i mercanti erano immuni di dazio e gabella otto giorni, e nessuno poteva essere citato a pagare il dovuto (GHIRARDACCI). Negli ordini del 1353 per la fiera di Sant’Andrea di Nizza a mare è assegnato luogo distinto ai venditori di carni salate e formaggi, di spezierie, di pelliccie, di ferro, rame, chiodi, d’argento, d’oro, di spade e armi, di vetri, vasi di terra, corde, pentole, basti, e così pei sartori, pei cambisti, per gli spacciatori di polli e altri volatili, d’erbe e frutti e legumi, di tela, di ronzini ed altri animali di piede rotondo, di porci e bovi, di merci varie; con prescrizioni per ciascuno[246].

Molte strade erano affidate alla custodia dei monaci, come quella del monte San Bernardo, ove il pio Bernardo da Mentone istituì l’ospizio; come quella dell’Alpe fra Lucca e Modena, concessa ai frati di San Pellegrino del Serchio; come il passo di Percussina in val di Greve, con uno spedale assistito dalla compagnia del Bigallo di Firenze. La strada mulattiera traverso al Sangotardo, forando la buca di Uri e gettando il ponte detto del Diavolo, tanto parve meraviglioso, è dovuta agli arcivescovi di Milano, che signoreggiavano la val Leventina. Fin ai tempi di Carlo Magno le gole più elevate delle Alpi erano provvedute di ospizj[247]; le varie nazioni che pellegrinavano in Italia se ne procuravano di proprj ciascuna, sicchè, a tacer Roma, a Vercelli trovammo ospedali di Franchi e d’Inglesi (tom. VII, pag. 107).

Man mano che città e borgate si redimevano in libertà, curavano agevolezze al commercio. Nelle prime carte comunali è sempre pattuita la sicurezza delle vie, l’esenzione da certi pedaggi, la moderazione di tutti: e non v’ha statuto che non provveda al mantenimento delle strade, anche con magistrati appositi. Dai castellani del contorno si otteneva a denaro non molestassero le spedizioni, e dessero scorte; alcuni perfino si costituivano garanti dei danni che altri soffrisse sulle loro terre: tanto temevano che i mercadanti si mettessero per altra traccia, togliendo il lucro portato dal passaggio e dagli alloggi. Dimenticavansi le animosità pel comune interesse dei traffici; s’istituivano tregue mercantili, luoghi di franchigia e neutralità. Nel 1182 i consoli di Modena promettono sicurezza nel loro territorio e pronta giustizia ai mercanti e alle persone di Lucca[248]. Nel 1183 Cremonesi e Bresciani giuravano una concordia, convenendo che le due città si concedano a vicenda il transito; le persone fossero rispettate sulle strade, eccetto i mercanti di paesi nimici all’una o all’altra città; la moneta delle due collegate avesse corso nelle contrattazioni reciproche, promettendo non se ne deteriorerà il valore intrinseco, se non col voto del podestà e del consiglio[249]. Nel 1215 Milanesi e Vercellesi faceano accordo che mai dai Milanesi per le persone o le robe loro fosse esatto alcun pedaggio sul ponte che faceasi a Casale sul Po. Nel 1217 il Comune d’Alessandria francava i Vercellesi da quel che pagavano a Beale[250]. Il marchese Pelavicino, Buoso di Dovara, il Comune di Cremona da una parte, e dall’altra Azzo d’Este, Lodovico conte di Verona e le città di Mantova, Ferrara, Padova, alleandosi per fiaccare Ezelino, convennero che, malgrado la guerra, _mercatores de Tuscia semper secure possint ire, redire, stare, conversari cum personis et mercibus per civitates et territoria Mantuæ, Ferrariæ, Paduæ_. Nel 1262, Vicenza, Padova, Treviso, Verona giuraronsi reciproca quiete, e di assicurar le strade a viaggiatori e trafficanti. Giovanni Liprando ed Enrico da Arcore, sindaci dei mercanti di Milano, il 1276 portavano lamento a Filippo conte di Savoja per una sovrimposta (_surrepsio_) da lui messa sulle merci che transitavano pe’ suoi Stati, e stipularono quanto dovesse prendere per ogni balla di lana di Milanesi che passasse di là, e pel pedaggio d’uomini e cavalli a Villanova, al Ciablese e altrove, nulla pagando la bestia che ciascun mercante cavalcava: i mercanti a vicenda giuravano non far le balle più grosse del consueto, e ciascuna di otto panni di Chalons, di dieci panni vergati di Provins, o del peso equivalente; e procurare che i mercanti d’Italia diretti alle fiere di Champagne e di Francia passino e tornino per le terre d’esso conte, il quale li riceve, pel suo distretto, sotto il proprio salvocondotto[251].

I Comuni limitrofi mettevansi d’accordo per migliorare le strade, come fecero Torino, Chieri, Testona nel 1204; Pistoja e Bologna nel 1298 per aprire quella della Porretta. Nel 1219 Bergamo e Brescia pattuivano di restaurare la strada di Palazzuolo, e reciprocamente compensare quelli che dai masnadieri vi fossero danneggiati. Nel 1232 Bonifazio marchese di Monferrato si obbligò verso il Comune di Genova di tenere in buon ordine quella da Asti a Torino, nè esigere altro pedaggio che di soldi sei e mezzo per carico, e nulla per le bestie scariche; i castellani e nobili fra cui attraversa, obbligherà a mantenerla e custodirla, nè introdurre veruna mala usanza[252]. Nella pace del 1279 Verona, Mantova e Brescia convenivano che una strada correrebbe fra esse città per Peschiera, Godio, Guidizzolo, Montechiaro, mantenuta da essi Comuni, e sotto la vigilanza di dieci cavalcatori ogni Comune con tre capitani, scelti fra mercanti e uomini di buona fama. Nel 1333 Franchino Rusca, signore del Comune e del popolo di Como, conchiuse cogli uomini di Blegno che tenessero in essere e in buona guardia le strade per la val Leventina, e ajutassero i Comaschi contro chi le infestasse.

Frequentissime convenzioni appellano a tal uopo; e prendendo solo Firenze e in breve periodo, nel 1201 con Fortebraccio di Greccio ed altri conti Ubaldini del Mugello convenne difenderebbero i Fiorentini e le robe loro con guide e scorte in tutto il distretto e dominio; se riportassero danno, li compenserebbero del proprio[253]; nel 1203 coi Bolognesi di cessar reciprocamente le rappresaglie; nel 1250 franchigia con Pisa, cui rinnovava ogni tratto; nell’81 co’ Genovesi libero transito anche per terra, immunità da gabelle al paese di Fabriano, e che garantissero tutte le merci caricate su loro navi; nell’82 con Lucca, Siena, Pistoja, Prato, Volterra, reciproca francazione da gabelle o dazj, a somiglianza dell’odierna lega doganale; nel 90 libero transito con Ravenna e Faenza; nel 95 con Lucca, Prato, San Geminiano, Colle, sicurezza per dieci anni, essi e loro alleati, da ogni rappresaglia, malatolta, telone, pedaggio. Dacchè Mentone con Roccabruna si separò da Monaco nel 1748, questa cara cittadina non può comunicare con altre se non pel mare o per una via che passa sul territorio di Roccabruna, e quel principe non può uscire dal suo Stato in carrozza senz’attraversare paese nemico; i Mentonesi non vogliono più mantenere quella strada; e i litigi che ne nascono, e le conseguenze che ne verrebbero, possono spiegare l’importanza dei trattati de’ Comuni del medioevo per le comunicazioni.