Storia degli Italiani, vol. 08 (di 15)
Part 32
Giovan Villani, mercadante positivo e di buon senso, a cui il maneggiare il braccio e le bilance non toglieva d’adoprarsi ne’ primarj uffizj della patria, vedendo la grandezza di Castruccio signor di Lucca minacciare di servitù l’intera Toscana, ne scrisse a frà Dionisio da San Sepolcro, maestro a Parigi _in divinitade e filosofia_, per sapere cosa gliene preconizzassero gli astri. E quello gli rispose: — Io vedo Castruccio morto». Arrivò la risposta quando Castruccio era nel più vivo della vittoria, onde il Villani la tenne celata, e ne rescrisse al frate; il quale rispose: — Io raffermerò ciò che io scrissi per l’altra lettera. Se Dio non ha mutato il suo giudizio e il corso del cielo, io veggo Castruccio morto e sotterrato». E quando la seconda lettera capitò a Firenze, Castruccio appunto era cadavere; e il Villani la mostrò a’ priori suoi compagni, i quali «convennero che di tutte le sue parti il giudicio di maestro Dionisio fu profezia». Questo frate fu in molta grazia a Roberto re di Napoli, che lo pose vescovo di Monopoli; e in molta stima al Petrarca, che morto lo pianse in versi, lodandogli sovratutto la sapienza del leggere negli astri[216]: il Petrarca, che pur berteggiava i medici e la medecina.
Del suo tempo, un incessante piovale ingrossò le acque dell’Arno per modo, che coprì tutto il Casentino, il pian d’Arezzo, il Valdarno superiore e le campagne attorno a Firenze, e la città stessa credette arrivato l’ultimo suo giorno. Cessato il flagello, i savj posero in disputa se fosse venuto per giudizio di Dio o colpa degli uomini; e il Villani prendendo l’opinione media, che è sempre la più cauta e non di rado la vera, crede «che il corso del sole s’accordasse in ciò a punire i peccati dei Fiorentini». E soggiunge: — La notte che cominciò il detto diluvio, uno santo romito nel suo solitario romitorio di sopra alla badia di Vallombrosa istando in orazione, sentì e visibilmente udì uno fracasso di demonj e di sembianza di schiere di cavalieri armati, che cavalcassero a furore. E ciò sentendo il detto romito, si fece il segno della santa croce, e fecesi al suo sportello, e vide la moltitudine de’ detti cavalieri terribili e neri; e scongiurando alcuno dalla parte di Dio che gli dicesse che ciò significava, e’ gli disse: _Noi andiamo a sommergere la città di Firenze per li loro peccati, se Iddio il concederà_. E questo io autore ebbi dall’abate di Vallombrosa, uomo religioso e degno di fede, che disaminando l’ebbe dal detto romito»[217]. I Fiorentini riconoscendo il giudizio di Dio, pensarono a migliorarsi, lasciando i mali guadagni, l’avarizia, la vanità, i soprusi fatti ai vicini: e conseguenza buona veniva da una cattiva premessa.
Forse per ciò gli ecclesiastici parvero talora consentire a simili ubbìe, ma le più volte li troviamo rappresentare il buon senso; e il famoso frà Giovanni da Schio disapprovava gli strologamenti, e frà Giordano da Rivalta sulla piazza di Santa Maria Novella a Firenze predicò contro chi prestava fede agli influssi delle stelle[218]. Famoso in questi errori fu Pietro d’Abano, il quale dalla congiunzione de’ pianeti deduceva il cambiar di regni, di leggi, di religioni, e le venute di Nabucco, Mosè, Alessandro Magno, del Nazareno, di Maometto[219]. Il Landino commentando Dante scriveva: — È certo che nel 1483 a’ 25 novembre avrà luogo la congiunzione di saturno con giove in scorpione, lo che annunzia cambiamento di religione; e poichè giove prevale a saturno, il cambiamento sarà in meglio». Per istrana coincidenza, Lutero nacque il 22 di quel novembre. Quando Pico della Mirandola combattè l’astrologia, ne venne scandalo, e Luca Bellanti famoso astronomo tolse a confutarlo, deplorando che un nome sì illustre fosse deturpato col pubblicare quell’opera; e allorchè questi morì giovane come gli aveano predetto, si volle vedervi un castigo alla sua incredulità.
Nuovo malanno fu nel 1322 l’arrivo degli Zingari, gente indiana, che diceva provenir dall’Egitto, e sotto un duca passava di terra in terra mendicando, rubando, dicendo la ventura, e professando volersi recare ai piedi del papa, al quale del resto non credeva meglio che a chicchessia altro, intendendo solo a guadagni, comunque turpi ne fossero i modi. «A dì 18 di luglio venne in Bologna un duca d’Egitto, il quale avea nome il duca Andrea; e venne con donne e putti e uomini del suo paese; e poteano essere ben cento persone... Aveano un decreto del re d’Ungheria ch’era imperadore, per vigor di cui essi poteano rubare per tutti quei sette anni per tutto dove andassero, e che non potesse esser fatta loro giustizia. Sicchè quando arrivarono a Bologna, alloggiarono alla porta di Galliera dentro e di fuori; e dormivano sotto i portici, salvo che il duca alloggiava nell’albergo del re. Stettero in Bologna quindici giorni. In quel tempo molta gente andava a vederli per rispetto della moglie del duca, che sapeva indovinare e dir quello che una persona dovea avere in sua vita, ed anche quello che avea al presente, e quanti figliuoli, e se una femina era cattiva o buona, o altre cose. Di cose assai diceva il vero... Pochi vi andavano che loro non rubassero la borsa, o non tagliassero il tessuto alle femine. Anche andavano le femine loro per la città a sei e a otto insieme; entravano nelle case de’ cittadini, e davano loro ciancie; alcune di quelle si ficcava sotto quello che poteva avere. Anche andavano nelle botteghe, mostrando di voler comperare alcuna cosa, e una di loro rubava...»[220].
Più si ampliavano i principati e più il lusso; e la calata di Federico III, non accompagnato da armi, diede occasione a grandiose feste, volendo i signorotti far dimenticare le recenti usurpazioni collo sfoggiare suntuosità e regali. Re Alfonso di Sicilia spese in onorarlo cencinquantamila fiorini, diede una caccia numerosissima, un desinare che mai il simile, dove vivande più costose che delicate mangiavansi in piatti d’argento, confetti d’ogni specie si gettavano, le fontane zampillavano di greco e moscatello, e ognuno potea berne in tazze d’argento[221]. Federico ricambiava col profondere titoli, de’ quali d’allora in poi si fece bottega; e più dacchè egli concesse ad altri il diritto di conferirne. Altrettanto fece Renato a Napoli; e questi nuovi titolati amarono lo sfarzo, e credettero dignità il sottrarsi agli uffizj, vivere nell’ozio decorato, far frasche, e stare sul punto del convenevole.
Galeazzo Maria Sforza, appena succeduto duca, di sue ricchezze volle dare spettacolo recandosi a Firenze con Bona di Savoja sua moglie. «Seco avea i principali suoi feudatarj e consiglieri, tutti dal liberalissimo duca presentati di panno d’oro e d’argento; i famigli loro oltramodo a nuove foggie erano in ordine. I cortigiani, provvigionati dal principe, erano vestiti di velluto ed altri finissimi drappi di seta, e similmente i suoi camerieri con risplendenti ricami; e tra questi glie n’era quaranta, ai quali avea donato una collana d’oro, e quella di manco prezzo era di valore di cento ducati. Cinquanta staffieri avea, tutti vestiti con due foggie, l’una di panno d’argento, e l’altra di seta; e infino ai servitori di cucina erano vestiti a diversi velluti e rasi. Cinquanta corsieri faceva condurre seco con le selle di panno d’oro, staffili tessuti di seta e le staffe dorate; e sopra i possenti cavalli erano puliti ragazzi; tutti vestiti con giuppon di panno d’argento, ed una giornea di seta alla sforzesca. Per la guardia di sua eccellenza avea cento uomini d’arme scelti, tutti a modo di capitani in ordine, e cinquecento fanti eletti; ed ognuno dal principe era stato presentato. Per la duchessa avea deputato cinquanta chinee, e tutte con le sue selle e fornimenti d’oro e d’argento, sopra i suoi paggi riccamente vestiti; dodici carrette avea, e tutte con le coperte di panno d’oro e d’argento recamate alle ducali insegne. I materassi dentro e piumacci erano di panno d’oro liccio sopra liccio, alcuni d’argento, ed altri di raso cremisino, e fino a’ fornimenti di cavalli erano coperti di seta. Fu questa comitiva di duemila cavalli e ducento muli da carriaggio, tutti ad una foggia, di coperta ch’era di damasco bianco e morello, ed il ducale in mezzo recamato di fino oro ed argento, ed i mulattieri vestiti di nuovo alla sforzesca. Dietro ancora si faceva condurre il duca cinquecento coppie di cani di diverse maniere, e grandissimo numero di falconi e sparvieri. I trombetti e i pifferi furono quaranta, molti buffoni avea, ed altri con diversi strumenti a sonare. Si trova questo apparato solo essere costato ducentomila ducati» (Corio).
Giunti a Pontremoli, presero alloggio nella fortezza per onorare l’immagine di Maria Annunziata, che poco avanti era stata posta in venerazione[222]. A Firenze i Medici non vollero restare di sotto, e poterono aggiungervi finezza di belle arti; la città mantenne del pubblico quel corteggio, e offrì tre rappresentazioni sacre, l’Annunziazione in San Felice, l’Ascensione ne’ Carmelitani, la discesa del Paracleto in Santo Spirito, che infelicemente prese fuoco. Ai buoni dolse che quella comparsa introducesse un lusso fra loro inusato; e certo la splendidezza dovette trascendere ogni misura quando vi mettean gara lo Sforza, il magnifico Lorenzo, Sisto IV e i suoi nipoti Pietro e Gerolamo Riario. Borso d’Este pregiavasi di possedere i migliori falconi, i più bravi cani, i più pregiati destrieri; da settecento cavalli avea nelle scuderie, da cento falconieri; e andando a caccia, tutta la presa lasciava a chi l’accompagnasse. Tenea molti buffoni, tra cui uno Scopola ebreo ricreduto, e fors’anche il Gonnella glorioso matto, rimasto in popolare nominanza come il Meliolo, e più tardi frà Mariano e frà Serafino alla corte d’Urbino.
Gran lusso sfoggiavasi pure nelle ambascerie; e quando Luigi XI succedette re di Francia, e tutta Italia mandò a congratularlo, per Firenze v’andò Pietro dei Pazzi, con una suntuosità che mai la maggiore di vesti, gioje, famigli, ragazzi, cavalli, tanto che si volle girasse per la città affinchè il popolo godesse di quella pompa senza eguale. Alla corte «mutava ogni dì una vesta o due, e tutte ricchissime, e il simile la famiglia sua ed i giovani ch’eran con lui... Donò sì per la comunità, come di sua proprietà, a tutti quelli della corte del re in modo, che non vi fu niuno ambasciadore che facesse quello che fece Piero». Nel ritorno «gli vennero incontro tutti gli uomini di condizione; tutte le strade e finestre erano piene. Entrò colla famiglia sua, tutta vestita di nuovo ornatissimamente, in cioppe di seta, e con perle alle maniche ed al cappello di grandissima valuta»[223]. Costui andava da Firenze alla sua villa a piedi, tra via mettendosi a mente la Eneide, i Trionfi del Petrarca, e molte orazioni di Livio.
Allorchè Gian Galeazzo menò moglie Isabella d’Aragona, un Bergonzo Botta ricevette gli sposi a Tortona in magnifici appartamenti, e li servì d’un pasto in luogo ameno, fra dolce armonia, durante il quale comparvero atteggiando e figurando Giasone col vello d’oro, Apollo pastore, Diana cacciatrice, Orfeo cantante, Atalanta col cinghiale caledonio, Iride, Teseo, Vertunno, quante ha insomma divinità la mitologia, ognuno offrendo doni da par suo. Ebe versava nettare e ambrosia; Apicio distribuiva salse sulle vivande; il Po, l’Adda, il Ticino acque mellificate; il Verbano e il Lario abbondanza di cibi. Levate poi le tavole, rappresentossi uno spettacolo di personaggi storici ed allegorici: Semiramide, Elena, Medea, Cleopatra cantavano i loro vanti vergognosi; ed erano messe in isbaratto dalla Fede conjugale, che introduceva Lucrezia, Penelope, Giuditta, Porzia, Sulpicia a celebrare la modestia e il pudore. Infine Sileno ubriaco divertì col suo barcollare e cogli stramazzi[224]. In Milano poi Leonardo da Vinci diresse le feste e formò una macchina figurante il cielo con tutti i pianeti, rappresentati da numi che aggiravansi secondo le leggi loro; e in ciascuno risedeva un musico, il quale cantava le lodi degli sposi.
Nel 1473, passando Eleonora d’Aragona per Roma col concorso di più di quarantamila cavalli, il cardinale Riario diede feste solennissime, coperta d’arazzi la piazza de’ Santi Apostoli, con tre sale d’indicibile splendidezza, e quattordici camere tappezzate una più riccamente dell’altra, con letti di raso, di damasco, di panno d’oro, e lenzuoli di tela rensa d’un solo pezzo, e pelliccie. «A volere scrivere della magnificenza di questo inclito monsignor San Sisto (esclama il Corio) troppo sarebbe lungo, e non frate, ma parea figliuolo di Cesare primo imperatore: qui tutto mi perdo, nè sapria, non che dire, ma, pur anche memorare una minima parte». Le tavole erano servite tutte in argento, nè verun piatto mai si portò via dalla credenza; le vivande figuravano bestie e storie. Vi fece da’ Fiorentini rappresentare la Susanna «coi più veri atti e più attentamente che si potesse stimare»; poi ne’ giorni seguenti san Giovanbattista, san Giacomo, Cristo che vuota il limbo; e più spettacoloso il tributo che tutto il mondo portava a Roma, ove difilaronsi settanta muli carichi, copertati di panno con l’arma[225].
Di molti di siffatti spettacoli (Cap. XCVIII) abbiamo lo scritto, o vogliam dire una tessera, come quella a un bel circa che si costumava testè nelle commedie a soggetto. Nell’adorazione de’ Magi avevano personaggio il bambino Gesù, un angelo, i tre re, Erode, suo figlio, uno scudiere, un coro d’angeli, e pastori, oratori o interpreti, scribi, donne, levatrici, popolo e un cantore col suo coro. Nel mistero della Risurrezione figuravano Cristo, or sotto apparenza di giardiniere, or nella sua propria, due angeli, tre Marie, Pietro, Giovanni, apostoli e popoli: e prima atteggiavano tre monache vestite da Marie, dicendo piano e mestamente certe strofe alternative, che sono imprecazioni contro gli Ebrei[226]; entrate nel coro, dirigevansi alla tomba; un angelo sustante innanzi al sepolcro, in veste dorata, con mitra in capo, nella mano sinistra una palma, nella destra un candeliere col clero, dicea versi rimati.
Facilmente riconoscete in ciò le origini del teatro. Benchè questo fosse ito a fondo colla coltura romana, pure non si cessò affatto di scrivere a modo di rappresentazioni; e l’erudita pazienza trasse fuori alcune composizioni di forma e talora anche di soggetto antico[227], e massime dialoghi a modo delle Bucoliche di Virgilio, da leggersi e forse atteggiarsi alle mense singolarmente de’ vescovi, e drammi per eccitare la devozione o alleviare la noja de’ chiostri. Ma se la musa tragica latina ne’ suoi splendidi giorni nulla avea prodotto di duraturo, poteva sperarsene allora? In effetto sono rozze vesti all’antica, raffazzonate a concetti nuovi, e che basta l’avere accennato. Comparvero poi i trovadori, che nelle sale dei grandi rappresentavano anche commediole. Gli statuti di Bologna vietano ai cantatori francesi di trattenersi su per le piazze a recitare. Una cronaca milanese rammenta il teatro, ove «gli istrioni cantavano, come or si canta di Rolando e Oliviero, e finito il canto, buffoni e mimi toccavano la ghitarra, e con decente moto del corpo aggiravansi»[228]; ed Albertino Mussato cita come vetusto costume di cantare in palco e in teatro imprese di re e di capitani. Anselmo de Faydit provenzale vendeva commedie e tragedie, e per Bonifazio marchese di Monferrato scrisse l’_Heresia dels Preyres_, che fu rappresentata[229]. Spesso i concilj ne mandarono divieti, come incentivo di profanità; Tommaso d’Aquino disputava se uno, privo d’altro mezzo, potesse esercitare l’istrionato: tant’era lungi che quest’arte fosse perita.
Se rozzi esser dovessero di forme quei teatri e nulla l’arte dello sceneggiare, non domandate; strani anacronismi vi si mescolavano a sconvenienze, ma ogni cosa era sostenuta da un apparato di macchine e di spettacolo che lusingava il vulgo. Scelto un fatto, metteasi in azione un accidente dopo l’altro, senza darsi briga di unità o d’interesse: non bastava un giorno? seguitavasi per due o più. Non erano dunque tragedie o commedie, drammi o farse o di qualsiasi altra classificazione da precettore, ma spettacoli, ed ogni cosa vi serviva, la natura e l’arte, la musica e la pittura, il cantastorie e il banderajo.
Drizzatisi gl’ingegni allo studio degli antichi, si tentò calzare il socco e il coturno di essi. Il monumento più antico che resti in Italia è l’_Eccerinis_ di Albertino Mussato, sul gusto di Seneca, ma misto di racconto e dialogo. Nel primo atto, la madre narra ad Ezelino ed Alberico da Romano averli essa concepiti dal demonio: nel secondo, un messaggere espone i mali della patria e le fortune del tiranno: nel terzo, Ezelino in Verona divisa col fratello altre malvagità da aggiungere alle antiche, poi udita la presa di Padova, accorrono alla riscossa, e il coro espone la spedizione e la vittoria d’Ezelino, il suo ritorno a Verona e il macello de’ prigionieri: nel quarto, un messaggero riferisce la guerra di Lombardia, la crociata e la morte del tiranno: il quinto presenta la morte d’Alberico. Le passioni vi sono espresse non senza forza, ben divisate la storia e il costume, continua l’ispirazione nazionale, e non infelice la latinità. La prevalenza del racconto sopra il dialogo eragli comune colle altre rappresentazioni d’allora, e ci ajuta a comprendere il titolo di commedia applicato da Dante al suo poema: lo scegliere poi argomenti contemporanei e trattarli senza catene d’unità drammatiche, era un altro passo degli originali cominciamenti della nostra letteratura.
Esso Mussato dettò sei altri drammi; di cui ci resta la _Morte d’Achille_. Citansi di quel torno una commedia sull’espugnazione di Cesena ed una sopra Medea, che a torto vollero attribuirsi al Petrarca. Pier Paolo Vergerio ancora giovane scrisse una commedia _ad juvenum mores corrigendos_; Leon Battista Alberti la _Philodoxeos_, la _Philogenia_; Ugolino Pisani da Parma; e Gregorio Cornaro veneto una tragedia, la _Progne_.
Sempre più gl’istinti della letteratura del medioevo soccombeano all’arte erudita; e col solito vezzo di credere barbarie qualunque passo arrischiato fuori del sentiero classico, si volle dire che Pomponio Leto fosse il primo a instaurare il teatro, perchè ne’ cortili dei prelati facea rappresentare commedie di Terenzio e di Plauto. Altre Corti vollero quel lusso, massime i principi di Ferrara, il cui teatro vinse gli altri in magnificenza, e primamente vi si rappresentarono commedie in rima. A Mantova si vide poi una produzione che tolse il grido a tutte le precedenti, l’_Orfeo_ del Poliziano, azione regolare e poesia elettissima, che conserva ancora tutta la ricchezza de’ primitivi componimenti scenici, complesso delle arti tutte. Dopo il prologo, nel quale è esposto il soggetto in ottave, viene un atto pastorale, tutto idillio; ne segue uno ninfale, ove le Driadi lamentano la morte d’Euridice; poi un eroico coi pianti d’Orfeo, e sempre varietà di metri, e fin versi latini, acciocchè niun lacchezzo mancasse allo spirito: il quarto atto necromantico presenta la calata d’Orfeo all’inferno, ove da Plutone e Proserpina ottiene di ricondurre Euridice, ma poi la riperde per aver violato la legge dell’abisso: si chiude con un atto baccanale, pieno dell’esultanza brindante delle Menadi ucciditrici d’Orfeo.
Pure le rappresentazioni teatrali s’atteneano di preferenza ai soggetti sacri, chiamale storie, esempj, spettacoli, misteri, vita, martirio, secondo il contenuto. Le più stendeansi in ottave, non divise in atti e scene ma in giornate, e si recitavano con una specie di cantilena, oltre gl’intermezzi propriamente in canto, e con ricchissimo corredo di macchine, prospettive, comparse, balli, giostre, a studio de’ migliori artisti. Atteggiavano giovinetti ascritti alle confraternite, nelle quali s’affratellavano i gran signori coi più poveri. A Roma si diede la _Passione di Cristo_, opera di Giuliano Dati, Bernardo di mastro Antonio Romano, e Mariano Particappa; a Firenze la _Rappresentazione e festa d’Abramo e Isacco suo figliuolo,_ di Feo Belcari; a Modena i _Miracoli di san Geminiano_; Bernardo Pulci fece _Barlaam e Giosafat_, Antonio Alamanni la _Conversione della Maddalena_, Roselli il _Sansone_, Lorenzo Medici la _Rappresentazione di San Giovanni e Paolo_, dove sono ritratte le lotte del cristianesimo contro l’ipocrisia di Giuliano. Ben sessantasette di siffatti drammi a stampa enumera il Cionelli nelle note alle poesie di esso Lorenzo, e la collezione più copiosa sta nella libreria palatina di Firenze.
Il popolo andava matto di burlette e scede, e man mano che svolgevansi i dialetti nuovi, s’introduceva una caricatura che parlasse in quelli, e personificasse il carattere delle varie genti italiche. Bologna la dotta contribuiva il suo Dottor Ballanzoni, Venezia il Pantalone Onesto negoziante, Bergamo il lepido Arlecchino, Napoli l’arguto Pulcinella e il Coviello e il Pulcariello ed altri[230], che tinta la faccia di fuligine e villescamente calzati, davano sollazzo al popolo, e faceano ridere le une città a spalle delle altre nemiche o rivali. E le maschere piacquero a lungo perchè usavano il parlare spigliato e spontaneo de’ vulgari, anzichè l’artifiziato de’ letterati, al primo de’ quali sono affisse cento care memorie, nessuna all’altro.
Nè ai nostri avi erano insoliti i giuochi di sorte, passione violenta de’ Germani fin prima che uscissero dalle selve natìe. Indarno la Chiesa vi pose argine, indarno le repubbliche; ma alcune di queste vollero specularvi sopra, dando in appalto il diritto di tener case di giuoco o biscazze; e Venezia ne concedette il privilegio a quel Barattiere che si dice alzasse le colonne sulla Piazzetta.
Del lotto è menzione in un editto del 9 gennajo 1448, quando (invenzione di Cristoforo Taverna banchiere di Milano) si proposero alla fortuna sette borse, la prima con cento ducati, con settantacinque la seconda, e via digradando. Ogni posta costava un ducato; e nell’invito si moveva calda esortazione a profittare di quell’insigne benefizio di Dio, nè lasciarsi scappare il destro d’arricchire con sì poco; — tant’è vecchia l’arte di ciurmare il povero popolo. Siffatta maniera corse per Italia col nome di borse della ventura: poi al 1550 si stabilì regolarmente in Genova, con tanto profitto agli imprenditori, che la repubblica ne volle una tassa di sessantamila lire delle sue, cresciuta poi passo passo, tanto che nel 1730 ne traeva trecensessantamila. Gli altri governi affrettaronsi ad imitarla, acciocchè il denaro non uscisse di paese[231]. Clemente XI escluse con bolla severissima il lotto da’ suoi Stati, dannando alle galere i contravventori, e dicendo voler liberare i popoli da quella maligna sanguisuga; ma sotto Innocenzo XIII s’aggiunse nel lotto di Roma l’aumento del venti per cento sugli ambi, e dell’ottanta per cento sui terni. E l’immorale gabella si propagò, senza che si pensi abolirla, ad un sordido lucro posponendo la depravazione popolana.
Gli scacchi, invenzione orientale, sono spesso mentovati, e forse ce ne fu portato l’uso dalle crociate[232]. Delle carte, non mai mentovate dall’antichità classica, l’uso e le sottilissime combinazioni, che faceano dire a Leibniz in nulla aver gli uomini adoprato tanto ingegno quanto ne’ giuochi, ci arrivarono dall’Oriente per la Spagna. Di buon’ora entrò il lusso in quella vanità, sicchè Filippo Maria Visconti nel 1430 pagava millecinquecento monete d’oro un mazzo di carte dipinto da Marziano da Tortona. Per combinare poi la crescente richiesta col tenue prezzo, si inventò di stamparle con tavolette, le quali furono avviamento alla più importante delle scoperte moderne, la stampa.