Storia degli Italiani, vol. 08 (di 15)
Part 31
Qual prova maggiore di civiltà che i tanti scrittori? Leggete il _Governo della famiglia_, e sentirete continuo quell’alito dell’economia casalinga, che si briga delle particolarità senza negligere le cose importanti, e risparmia un soldo, ma non si arretra dallo spendere le migliaja di fiorini. L’autore diceva a’ suoi figliuoli: — Tutto l’anno accadono spese, cresce la gioventù, apparecchiansi le doti; e volendo colla possessione soddisfare, non basterebbe. E però è da intraprendere qualche esercizio civile, utile, comodo a voi, atto ai vostri, col quale guadagnando possiate supplire al bisogno. Potrebb’essere la mercatura; ma per mio riposo eleggerei cosa più certa, e mi darei più volentieri a quegli esercizj, ne’ quali si adoprano molte mani, e nei quali il denaro in molte persone si sparge, e a molti bisognosi ne viene utilità. È officio del mercante avere sempre la penna in mano; imperocchè indugiando lo scrivere, le cose si dimenticano e invecchiano, e il fattore ne prende ardire e licenza d’essere cattivo, vedendo il superiore negligente. Niuna cosa tanto giova, niuna fa tanto buoni fattori, quanto la provvidenza e sollecitudine del principale: stolto è veramente colui il quale non saprà favellare de’ fatti suoi se non per bocca d’altri, e cieco colui il quale non vedrà se non pegli occhi altrui... Le spese io le considero necessarie o no. Chiamo volontarie quelle senza le quali si può onestamente vivere, com’è avere bei libri, nobili corsieri, argenterie, arazzi. Ora quel ch’è necessario, mi piace subito averlo fatto, non fosse altro che per avermi scarico quel pensiere: epperò fo le spese necessarie presto, e le volontarie con modo buono ed utile, ch’è d’indugiare quando posso, per vedere se quella voglia cessasse in quel mezzo, e non cessando, ho spazio di meglio pensare in che modo spenda meno, e meglio mi soddisfaccia». E con che senno virile, con che bontà senza sdulcinature, con che superiorità senz’arroganza non tratta egli la donna! — Il marito e la moglie devono fare come quelli che fanno la guardia sulle mura per la patria loro; se alcuno si addormenta, colui non ha a male se il compagno lo desta. Così l’uomo deve avere molto per bene se la donna, vedendo in lui mancamento, ne lo avvisa. Quando io menai moglie, le dissi: _Donna mia, sopratutto a me sarà a grado che tu faccia tre cose: la prima, che qui in questo letto tu non desideri altr’uomo che me solo;_ ella arrossì ed abbassò gli occhi: _la seconda, che abbi buona cura della famiglia, e la tenga con onestà e pace; la terza, che provveda che le cose famigliari non si trasferiscano male_. E fui avvertente nel persuaderla di mostrarsi ne’ suoi portamenti onesta, nè d’altra qualità o colore che naturalmente ella si fosse: _La onestà della madre, le dissi, sempre fa parte di dote alle figliuole; piace una bella persona, ma un disonesto cenno subito la rende vile e brutta. Donna mia, tu non hai da piacere se non a me: pensa non poter piacermi volendomi ingannare, mostrandomiti quella che tu non fossi_. Tutte le mogli sono a’ mariti obbedienti quando eglino sanno essere mariti. A me non piacque mai sottomettermi alla donna mia; nè mi sarebbe paruto potermi far da lei obbedire avendole dimostrato d’esserle servo».
V’era persone di buona casa che scriveano d’agricoltura come il Vettori, o d’arti come il Neri, o del vivere civile come il Palmieri; e chi sfogliasse i _Ricordi di cose famigliari, i Quaderni de’ conti_, i _Prioristi_, come chiamavano una specie di mastro sul quale annotavano i priori di quell’anno e insieme i principali accadimenti, stupirebbe d’incontrare tanto estesa la maturità del buon senso e l’acume del vedere. L’educazione pubblica era compita dalla domestica, poichè il babbo o la nonna insegnavano al figliuolo a leggere, e il latino allora necessario, e gli affari e la storia del paese; la servente vi aggiungeva i racconti di fate e di ladri; tutto mescolato di proverbj, non senza grossolanità e offese al costume. Faceasi musica a orecchia, col flauto, il clarinetto, la mandòla accompagnando le canzoni per istrada, o i rispetti e le ballate; spesso novellavasi, e si ridiceano i proprj viaggi e quelli di Marco Polo.
Fin gente digiuna di lettere poetava, e nella barberia di un tal Burchiello in Calimala convenivano fior di cittadini a discorrere, celiare, improvvisare: ed egli fra loro sempre in buon tempo e sulle burle, facea versi, tutti riboboli popoleschi e idee or da trivio or da bordello, ma che si rileggono per quella naturalezza, che tanto scarsa incontrasi fra i nostri. Gli accoppieremo Dino di Tura, anch’egli poeta alla carlona; e Antonio Pucci campanaro, contemporaneo del Sacchetti, che nel _Centiloquio_ ridusse in terzine la storia del Villani, ogni canto facendo di cento terzine, e acrostica la prima lettera di ciascun canto. Alquanto più tardi il Lazzero barbiere, bel capo e bizzarro, stendea componimenti di scelto e pulito parlare.
E questo è particolare ai Toscani, che, mentre tutt’altrove non accade quasi menzione se non della vita signorile, fra essi il notajo, il mercante hanno storia in siffatti libri, a tacere anche qualche vita, estesa per famigliare onoranza. Moltissime di quelle carte giacquero dimentiche, molte furono edite, e ci porgono la più schietta dipintura del vivere domestico d’allora. Ed erano talvolta opera di gente minuta, che si gloriava del proprio mestiere, come altri farebbe del blasone. Uno scrive: — Io ebbi un avolo, e fu maniscalco, e fu tenuto il sommo della città sua; ebbe tre figliuoli. Cristofano appresso il padre tenne il pregio della mascalcìa, e avanzollo; mio padre avanzò Cristofano dell’arte in sua vita; onde, volendo il padre che appresso sè uno de’ figliuoli rimanesse all’arte, convenne a me lasciare lo studio della grammatica, come piacque a lui, e venire all’arte. Onde dinanzi a me furono di mia gente sei l’un presso all’altro, ciascuno maniscalco; ed io fui il settimo»[205].
Guido dell’Antella, cominciando dal 1298, scriveva i casalinghi suoi ricordi, e come principiò a lavorare sotto negozianti, e per essi stette in Provenza, in Francia, a Napoli, in Acri, poi divenne loro socio, e tiene nota delle varie scritte relative a’ negozj e ai possessi suoi, o a’ matrimonj. I figliuoli continuano quelle note: or che si mena moglie con fiorini settecentotrenta d’oro, fra dote e doni; or che si compra una casa per fiorini ducentodieci; or che si prende una fante per fiorini sei l’anno, ovvero _una schiava_ per lire trenta; or una balia per fiorini sedici d’oro che stia in casa; ovvero, se va fuori, le si dà cinquanta soldi il mese, e per corredo una zana, un mantellino con sedici bottoni a scodelline d’argento, un mantellino cilestro, una cioppolina mischia, cinque pezze lane, cinque fascie, quattordici pezze line, una coltricina, un guanciale con due foderuzze. Se s’appigiona una bottega, s’aggiunge al fitto un’oca grassa per l’ognissanti o per pasqua di Natale. Nei poderi si trova già introdotta quella società fra padroni e contadini che dicesi mezzeria, e che assicura al colono una protezione, e lo mette col padrone in comunanza d’interessi, d’affetti, quasi di famiglia: il padrone, oltre dare il fondo, si obbliga anticipare al villano il denaro per comprare buoi.
Galgano Guidini a ventotto mesi restò privo del padre, il quale non gli lasciò che debiti; ma sua madre per allevarlo non si rimaritò più. Il nonno lo tolse in casa, e gl’insegnò a leggere e fin al Donato, poi lo mandò imparar grammatica a Siena: egli ben presto potè mettersi ripetitore, e infine passò notaro. Morto il nonno che aveva fatto un poco d’usura, sua madre fece restituzione. Galgano andò in qualità di notaro coi varj uffizj, e cominciò a guadagnare, far masserizia e comprare. Introdotto presso la beata Caterina, s’infervorò di lei e di Dio, sicchè voleva abbandonare il mondo, se sua madre non si fosse adoperata per fargli invece menar moglie. A Caterina viva e morta conservò sempre devozione, la richiedeva di consigli, tradusse in latino le opere che ella scriveva in italiano, perchè «chi sa grammatica o ha scienza, non legge tanto volentieri le cose che sono per vulgare». Ebbe molti figli, e «al primo (dice) posi nome Francesco, a riverenza di san Francesco mio devoto; e posimi in cuore che, a onore di san Francesco, io il farei frate dell’Ordine suo. E così voglio che sia». De’ figliuoli, i più dette a balia, alcuni la moglie _tenne a suo petto_[206].
Di bizzarre avventure ci è narratore Bonaccorso Pitti, destro quanto un cavaliere di ventura del secolo passato. Ito in Prussia il 1376 a vendere zafferano, passò a Buda, ove s’infermò in un’osteria. Ed ecco una brigata di beoni che straviziavano e ballonzavano in un salotto vicino, ne odono il piagnucolìo, e lo tolgono dalla coltrice, e l’obbligano a ballare con loro; di che egli suda in modo che guarisce. Due giorni dopo giocando guadagna mille fiorini a un Fiorentino direttore della regia zecca, e procacciatisi sei cavalli, quattro servi, un paggetto, rivolgesi alla patria coll’avanzo di cento fiorini. Ivi prende capriccio per madonna Gemma, che stava a porta Pinti, e tanto fa che può entrarle in casa, e dirle l’amor suo; al che ella risponde, — Or bene, va difilato a Roma». Credendo darle prova d’amore coll’obbedienza, e’ va di fatto, traverso ai soldati papalini allora in guerra con Firenze, e dopo un mese ritorna sperando guiderdone. Ma la donna ridendo, — Non sai (gli dice) che a porta Pinti, quando vuolsi mandare uno colla malora, gli diciamo, _Va difilato a Roma?_»
Militò col re di Francia alle battaglie d’Ypres e di Mons: arricchitosi in Inghilterra, riede a Parigi, e v’impiega diecimila fiorini in lana; ne guadagna al giuoco cinquemila al conte di Savoja, che non glieli pagò mai; e sposata una Albizzi nel 91, spedisce le sue lane da Parigi in due bastimenti, un per Genova pagando il nove per cento d’assicurazione, l’altro per Pisa pagandone il quattordici. Tornò a Parigi come mastro delle stalle del duca d’Orléans, e seppe ripicchiare le valenterie de’ baroni francesi. Fu de’ priori in Firenze nel 99, quando vagavano le processioni de’ Flagellanti. L’anno seguente fu spedito ambasciadore del Comune fiorentino all’imperatore Roberto, cui mise in guardia contro Galeazzo Visconti, e contro i pugnali e veleni che questo sapeva adoperare; di che Galeazzo gli volle tanto male, che bandì una taglia sul capo di esso. Era de’ consoli sopra la fabbrica di Santa Maria del Fiore, quando fu affidato a Brunelleschi il voltarne la cupola. Nel 1422 fece pubblica perdonanza d’ogni ingiuria ai nemici, e specialmente ai Ruscoli, promettendo essi e lor discendenti trattarsi da amici. Nel 23, stando capitano a Castellaro in Romagna, scopre una congiura, e fa decapitare sette complici. Così prosegue il racconto, intarsiando i fatti pubblici co’ suoi personali, avvenimenti europei coi computi mercantili.
Girolamo da Empoli scriveva la vita di Giovanni suo zio, mercante come lui e figlio di mercanti. A sette anni già leggeva il salterio, a tredici sapeva il latino e un po’ di greco, e suo padre gli facea ripetere le lezioni, e gli avea formato un libriccino dov’erano ritratte molte cose della sacra scrittura, e «su quello lo faceva studiare acciò ch’egli avesse notizia e che s’innamorasse delle cose di Dio». Il dì delle feste andava sempre ad una delle compagnie devote che aveva istituite frà Savonarola. Tirato al banco di suo padre, cambiò monete, delle quali assai forestiere conobbe in occasione che mezzo mondo andava al giubileo del 1500: uscì poi per mettersi ne’ negozj di Fiorentini a Lione, a Bruges a Lisbona, e fu inviato da essi a Calicut pel passaggio di mare frescamente scoperto. Quel viaggio ripetè egli tre volte, e ne mandava ragguagli a suo padre; e quando rivedea la patria, si divertiva con quei che sapevano di mappamondo ad indicarne i luoghi, e applicare i nomi de’ paesi veduti. Più volte tornò a Malacca e fin nella Cina, e morì a Canton il 1518.
Sebbene finto per commedia, pure vedo il tipo dei massaj fiorentini nel Nicomaco atteggiato nella _Clizia_ dal Machiavelli. — Soleva essere un uomo grave, risoluto, rispettivo; dispensava il tempo suo onorevolmente. E’ si levava la mattina di buon’ora, udiva la sua messa, provvedeva al vitto del giorno. Dipoi, se egli aveva faccenda in piazza, in mercato, a’ magistrati, e’ la faceva; quando che no, o e’ si riduceva con qualche cittadino tra ragionamenti onorevoli, o e’ si ritirava in casa nello scrittojo, dove egli ragguagliava sue scritture, riordinava suoi conti. Dipoi piacevolmente colla sua brigata desinava, e desinato, ragionava con il figliuolo, ammonivalo, davagli a conoscere gli uomini, e con qualche esempio antico e moderno gl’insegnava a vivere. Andava dipoi fuora, consumava tutto il giorno o in faccende o in diporti gravi ed onesti. Venuta la sera, sempre l’avemaria lo trovava in casa; stavasi un poco con esso noi al fuoco, s’egli era d’inverno; di poi se n’entrava nello scrittojo a rivedere le faccende sue: alle tre ore si cenava allegramente. Questo ordine della sua vita era un esempio a tutti gli altri di casa, e ciascuno si vergognava non lo imitare».
Nella portata dei beni che presentava il 1378, messer Francesco Rinuccini fa una lunghissima enumerazione di possessi e case: inoltre doveva avere dal Comune fiorini d’oro quattordicimila cinquecensettantaquattro, che sarebbero oggi più di trentottomila scudi; da varj privati duemila cinquecento; e morendo egli testò per cencinquantamila fiorini d’oro in contanti. Una famiglia così doviziosa componeasi del padre, sei figli maschi, una femmina, tre nuore, quattro figli de’ figli, quattro famigli, due fanti per conciare i cavalli, due fantesche, una balia, una cameriera, un ortolano colla moglie e un figliuolo, e otto cavalli.
Nel 1460 Cino di Filippo Rinuccini sposava Ginevra d’Ugolino di Nicolò Martelli, d’anni sedici, ricevendo in dote mille quattrocento fiorini d’oro, mille dei quali stavano sul Monte delle fanciulle, con altri ducento d’interesse, oltre le donora di fiorini ducento. Esso le regalò un vezzo di centotto perle, sei nel pendente, un rubino in tavola, un frenello di dugensessantuna perla, che si chiamava vespajo, da mettere in capo, il tutto in un astuccio di cuojo di Fiandra. Un’altra volta le portò venti perle da fare fruscoli per il capo, che eran once tre, e costarono fiorini dieci l’oncia; e in più volte gliene portò altre assai. Prese egli poi ad uso per sei mesi una collana d’oro con perle e rubini, per cui diede sicurtà di fiorini duecento. Regalò pure alla sposa un fermaglio da testa, un pajo di coltellini col manico d’argento dorato e smaltato alla parigina, un dirizzatojo d’argento colla guaina pur fornita d’argento. Al desinare di nozze furono trenta convitati, e la sposa ebbe in dono otto anelli con gioje che in tutto poteano valere cinquanta fiorini d’oro. Non manca neppur la nota delle donora recate dalla Ginevra[207].
Con tali reggimenti, e col tenersi unite, le famiglie aumentavano di ricchezze, e di queste faceano comodità alla patria, o fabbricavano palazzi che poi divennero residenze di principi. Largheggiavasi pure assai nelle beneficenze, e alla distribuzione d’una limosina a Firenze nel 1330 si presentarono diciottomila mendichi «senza i poveri vergognosi e quelli degli spedali e religiosi mendicanti, che in disparte ebbero la loro parte di limosina, che furono più di quattromila»[208]. Sarà incredibile tanta quantità a chi non rammenti certe distribuzioni che oggi ancora si fanno tra noi per antico istituto, dove non il pitocco soltanto si presenta, ma tutti.
D’altra parte in Firenze stessa troviamo una gioventù scapestrata, sciupona, disonesta, che logora la vita a bere e stripare, e mena a burle e strapazzo chi più ama la quiete. Alcuni s’erano messi insieme per molestare le persone tranquille; andarono da un medico fingendo che Cosmo de’ Medici lo chiedesse, e come fu a un ponte, lo snudarono e gli fecero sconcezze. A un prete collo stesso titolo fecero portare il viatico, accompagnandolo colle torce, poi spentele, il lasciarono al bujo. Il cavaliere del podestà fu preso da costoro, e tuffato in Arno, e legato nudo a una colonna, ove la mattina fu trovato[209]. Chi troppe più volesse sudicerie e frodi, non ha che a scorrere la seconda storia di Giovan Cavalcanti, che prologa dall’inveire contro «la perversa condizione, la insaziabile avarizia e la fastidiosa audacia de’ malvagi cittadini».
Vero è che ciò avveniva quando la repubblica soffogava sotto l’incubo principesco; ma conviene conchiudere che in ogni tempo fu nugolo e sereno. Nè sobrj e pudichi erano i costumi di altre repubbliche; e Venezia, se non osiamo dire che fomentasse, tollerava la corruttela, tanto appiccaticcia in paese di estesi traffici e di accorrenti forestieri: per allettare questi si moltiplicavano le feste, e la maschera porgeva incentivo agli intrighi. Gli storici di Genova deplorano il lusso delle case, tutte a vasi d’argento e d’oro, e delle suntuose villeggiature nelle valli di Polcévera e di Bisagno. Un poeta astigiano, capitatovi verso il 1415, entrando di domenica rimase stupito del pubblico passeggio, le persone di qualità gli somigliarono tanti senatori romani in porpora, le donne tante Veneri col cinto dei vezzi: si scandolezzò d’alcune zitelle che stavano galantemente ai balconi delle case, motteggiando chi passava, presenti le madri. D’inverno e di primavera balli continui, e sin le fornaje vi portavano scarpe di seta guarnite a perle. L’estate uscivano tutti alla campagna, non ritenuti nè da impieghi nè da negozj; ma al fresco orezzo, alla serenità marina davansi all’ozio e alla gola. Anche i poveri volevano scialare i dì festivi; accattavan dal rigattiere un abito vecchio di seta, e per le colline dell’intorno sbevazzavano le limosine raccolte e le mercedi[210]. Il Comune di Torino nel 1436 appigionava una casa a un Ginevrino per tenervi postribolo, esente da alloggi e servizio militare e dalla tassa pel vino che vendeva: le donne non uscissero senza licenza di lui, e non fosse aperto che a sportello: esse doveano portare per distintivo un’aguglietta sulla spalla sinistra, e tutti i giorni andare a messa in San Dalmazzo[211].
Di rozzi sentimenti, vale a dire senza rispetto alla dignità dell’uomo, ci sono prova i feroci supplizj, consueti siccome sa chi appena scorse una storia o cronaca qualunque. Nei registri della Camera dei conti di Torino è notato che Giovanni Gujoto falsomonetiere fu tenuto in cattura per ventun giorno, poi bollito e morto: e pel nolo della caldaja, il ferro posto attraverso di essa per legarlo, le corde, l’olio, la legna, il carbone, gli si dà debito. Filippo di Vigneulles, che dimorò a Napoli nel 1487, vi vide bruciare uno per delitto contro natura; mozzar le mani a un altro che avea battuto un sergente; impiccato uno per aver tagliato monete; tre impiccati e arsi per moneta falsa, i quali sarebbero stati cotti nell’olio se non fossero intervenute preghiere istantissime[212]. Se pigliamo una delle cronache più modernamente pubblicate, quella del Graziani, in solo poche carte troviamo che nel 1441 a Perugia ad un tal Luca per istromento falso venne ficcato nella lingua un uncinetto di ferro, legato a uno spago in modo che dovesse tenerla sporgente; e così sopra una carretta colla mitera in capo fu condotto al luogo dell’esecuzione: la lingua che già gli si era stracciata, ivi gli fu mozza, e così le mani, e i moncherini gli vennero stretti fra due carrucole; una mano fu affissa sulla porta del palazzo, l’altra e la lingua sotto una gran pietra del chiostro di San Lorenzo. L’anno seguente, uno che aveva morto un suo compagno con un’accetta, poi gettatolo nel Tevere con una pietra al collo, fu menato al supplizio con al collo la pietra stessa; poi tre manigoldi col cappuccio in capo, uno gli diè tre colpi in fronte coll’accetta, l’altro gli segò le vene della gola, il terzo lo sparò e cavogli le interiora; poi squartato fu sospeso in quattro luoghi.
E poichè siamo con Perugia, aggiungeremo come il suo statuto del 1342 punisce il fatucchiere col fuoco, se non paga quattrocento lire fra dieci giorni: di fatto nel 1445 una Santuccia, _indovina e faturaja_, vi fu arsa, menandola al supplizio sopra un asino colla faccia volta alla groppa, e con due demonj a lato che le tenevano una mitera in capo[213]. A Firenze nel 1436 Angiola da Runci fu mandata a morte perchè maliarda, con cappelli di morti in capo, e borsa e moneta e molti brevi (CAMBI). Credevasi che gli eretici usassero arti diaboliche: essi allevare e creare serpenti, essi eccitar procelle, essi a cavalcione della scopa recarsi ai sabati, ove godeano banchetti e abbracciamenti col diavolo chiamato Martino. Eugenio IV, in una bolla data da Firenze il 10 aprile 1439 contro i padri del concilio di Basilea, scagliasi pure contro i Valdesi e gli stregoni che infestavano le provincie di Amedeo VIII di Savoja: e sappiamo che molti processi furono seguiti da sanguinose condanne ne’ paesi montani, della Svizzera principalmente, e in Francia. Avea dunque riacquistato fede, e non solo vulgare, ma legale questa pagana follia del gettare incanti, la quale giganteggiò poi miserabilmente nel secolo xvi.
Gli alchimisti continuavano i loro sperimenti di tramutazione, e nel 1330 Pietro il Buono ferrarese compose a Pola la _Margarita pretiosa_, combattendo l’alchimia non con fatti ma con argomentazioni, siccome allora si usava. «Nessuna sostanza (dic’egli) può essere tramutata in altra specie se non sia prima ridotta ne’ suoi elementi: ma l’alchimia è scienza positiva. Berigardo da Pisa racconta che la tramutazione non credeva possibile, fintantochè un valentuomo non gli diede un grosso di polvere simile a quella del papavero selvatico, e dell’odore di sal marino calcinato. «Comprai io stesso il crogiuolo, il carbone, il mercurio in botteghe diverse, per impedire che in alcuno si fosse messo dell’oro, come si pratica da’ ciarlatani. Sopra dieci grossi di mercurio aggiunsi una presa di polvere; esposi tutto a fuoco assai vivo; e in breve la massa si trovò convertita in quasi dieci grossi d’oro, riconosciuto purissimo da diversi orefici. Se ciò non mi fosse accaduto fuor della presenza di qualunque estrano, dubiterei di frode: ma posso attestare con asseveranza che la cosa è così»[214].
Più estesa credenza otteneva l’astrologia, poichè la smania di conoscere l’occulto è più vigorosa quanto è men suscettivo di precisione l’oggetto cui si dirige, e il campo del meraviglioso è più largo quanto più angusto quel della scienza. Troppi esempj ne vedemmo, e da essa faceano dipendere i loro consigli Filippo Maria non meno che la colta Firenze o la savia Venezia; le Università ne teneano cattedre. Cecco Stabili d’Ascoli ancora giovane professò astrologia in Bologna, e in un commento sopra la sfera di Giovanni di Sacrobosco pose che nelle sfere superiori v’ha generazioni di spiriti maligni, i quali per incantesimi si possono costringere a opere meravigliose: queste ed altre follie lo fecero sospetto all’Inquisizione, che lo mandò al rogo[215]. Il Petrarca recitava nel duomo di Milano l’orazione inaugurale dei nipoti di Giovanni Visconti, quando l’astrologo gliela interruppe, perchè avea scoperto essere quello il punto della più benigna congiunzione dei pianeti. Per osservazione di astri fondaronsi nel 1470 il castello di Pesaro, nel 92 i bastioni di Ferrara, nel 99 la rôcca della Mirandola: nel 94 i Fiorentini conferirono il bastone di capitano generale a Paolo Vitelli nell’ora designata propizia dalle stelle.