Storia degli Italiani, vol. 08 (di 15)
Part 30
Siffatta puzza non viene dalle case plebee, ma dai palazzi principeschi. E ben diverso dal borghese era il vivere de’ signori, molti de’ quali tenevansi ancora ne’ castelletti, rubando e scialando come nel cuore della feudalità. Sino dal 1272 i Bolognesi aveano battuto i conti di Mangona che svaligiavano i viandanti nelle foreste di Ripaverde: ma ancora al 1391, nelle vicinanze della loro città, molti castellani viveano del rubare ai contadini e ai buoni campagnuoli. Il conte Garreto da Panìco con altri suoi compagni faceva tal vita, or a spalle dell’uno, or dell’altro gavazzando: côlto poi un Mengoccio del Borgo, ricco agricoltore, costoro lo trassero in prigione per tormentarlo finchè ne smungessero un grosso riscatto: fortunatamente una vecchia se n’accorse e ne avvertì i parenti, che, prese l’armi, corsero a liberarlo. Il senato bolognese ordinò che tutti i conti, capitani e altri nobili abitanti in villa, e che non attendevano di propria mano alle faccende agresti, dovessero fra quindici giorni venir abitare in città con tutti i parenti, pena la confisca dei beni: ordine esagerato che attesta la gravezza del male, e che fu poi ristretto alle famiglie pericolose.
Altro famoso malfattore, Alberto Gallucci, tutto il Bolognese empiva di scelleraggini, nè per pubblici bandi o per ammonizioni del padre, di amici, di religiosi volle mettersi al dovere. Si promisero dunque mille fiorini d’oro a chi lo facesse prigioniero; chi l’uccidesse, se era bandito avesse remissione; se alcuna comunità il pigliava, restasse immune da collette per venti anni: si destinarono quattro persone apposta con ducento cavalli per catturarlo, e ordine ai Comuni che, qualora egli apparisse, toccassero a stormo. Alberto si pose a cavalcione dei confini, donde ogni giorno peggio faceva ai Bolognesi. Azzo, padre di lui, fu obbligato dar duemila lire per sicurtà che il figlio non farebbe alcun danno; poi assoltone per la sua gran bontà, egli medesimo risolse liberarne il paese, e coltolo il diede al magistrato perchè eseguisse la legge. Il consiglio, mosso dall’insolito caso, prendea pietà della canizie del padre e della sventataggine del giovane, e volea commutar la pena in carcere perpetuo; ma Azzo insistette caldamente perchè la giustizia avesse corso, e lui presente fu decapitato[199].
Nicolò III d’Este signor di Ferrara nel 1414 volendo passare in Francia, fu arrestato dal marchese Del Carretto, finchè pagasse grosso riscatto. Galeazzo Maria Sforza, ch’era in Francia quando morì suo padre, seppe che il duca di Savoja l’appostava per prenderlo ed obbligarlo a cedergli qualche pezzo di Lombardia; e parte travestito, parte difendendosi in una chiesa, parte ajutato da qualche fedele, a grave rischio riuscì a traforarsi nel suo dominio. Gli Ubaldini contano tra i loro fasti molti spogliamenti fatti tra val di Sieve e val del Santerno. Uberto di Campagnatico assaliva tutti gli amici della repubblica di Siena, finchè alcuni Senesi in veste di frate s’introdussero nel cassero di lui e l’uccisero. Ghino di Tacco da Torrita dal castello di Radicofani molestava i passeggeri, celebre per la novella del Boccaccio. Il Piccinino porta rancore ad Eusebio Caimo milanese, ch’era stato mezzano del matrimonio di Bianca con Francesco Sforza, e lo fa pugnalare nel duomo di Milano. L’ingordigia de’ principi apriva poi modo ai signori di scontare i delitti a denaro; e Lazzarone della Rovere, signore di Vinovo, nel 1377 avendo ucciso Florio suo cugino, ne pagò al conte di Savoja tremila fiorini, oltre perdonargliene mille che gli doveva.
Milano nel 1288 contava quarantamila nobili, cioè uno ogni venticinque abitanti; Firenze, nel 1336, settemila cinquecento, cioè uno ogni venti; Venezia, dopo il 1500, seimila cencinquantadue, cioè uno ogni ventidue: ma il nome di nobile significava cosa ben diversa in ciascuno di questi paesi. Generalmente la democrazia aveva abraso le distinzioni originarie e i privilegi legali: in tanto rimescolamento di fazioni, di conquiste, d’esigli, di tirannidi, molte famiglie antiche o perirono o si confusero colle borghesi, dalle quali poi sorsero alcune più ricche, e costituirono una nobiltà nuova. Ogni famiglia era ormai contraddistinta da un cognome; ma se non fosse divenuto celebre per qualche titolo o per credito commerciale, facilmente lo cambiava per capriccio, per un’eredità, per far grado a un protettore, a un padrino. La nobiltà nuova non poteva opporre alla tirannia quegli argini, che solo dal tempo acquistano solidità: quella poi creata dai tiranni non valea nulla più che i diplomi, eccitava gelosia, mancava di efficacia.
I signori di Romagna, maggiormente dediti alle armi, e scarsi di possessi, esercitavano i loro vassalli sia per sostenersi, sia per farne mercato a servigio altrui. A Napoli re Luigi di Taranto istituì la compagnia del Nodo, altri cavalieri, per desiderio di gloria, ne formarono altre, e con insegne diverse andavano come cavalieri erranti mostrando il lor valore dove guerra fosse, legati tra sè di fratellanza; e dal segno che portavano, diceansi della Stella, della Argata (per la nave d’Argo), della Leonza[200].
Però fra noi predominarono sempre le città, e in conseguenza non troviamo quegli alti fatti cavallereschi, di cui si tesse la storia delle famiglie insigni forestiere; que’ nostri signorotti tengono del plebeo, o almeno del soldatesco, nè si gloriano di finezze cavalleresche, nè si peritano a mancar di fede. Sulla politica delle Corti non fa mestieri ripeterci; ma quelle frequenti taccie d’avvelenamenti, veri sieno o supposti, ci rammentano gl’imperatori di Roma, e palesano un ritorno verso la corruzione gentilesca. Le continue rivoluzioni, per cui mezzo gli ambiziosi volevano surrogare il privato dominio alla comune libertà, lasciavano interessi lesi; calde memorie d’un franco stato, del quale non si ricordavano più i guaj; molti i pretendenti, ove unica sanzione era la riuscita; molti gl’intolleranti e dell’ingiustizia e della giustizia, e pochi gl’interessati a difendere l’ordine pubblico. Il grosso del popolo non penò a chetarsi a dominj che gli lasciavano quiete onde applicarsi alle sue arti e gli crescevano sicurezza; ma le famiglie aristocratiche ribramavano la fraudata autorità, e mal soffrivano un altro esercitasse la tirannia ch’essi avrebbero per sè voluta. Le armi portate a servizio di qualche signore, davano la soldatesca fiducia nella spada: del sangue come aver ribrezzo quando la legge e i tiranni stessi ne versavano tanto?
Quindi gli attentati, frequenti quanto mal secondati, e usciti con danno e con vergogna. La sollevazione di Cola Rienzi fra breve fu imitata dal Porcari in Roma. Due congiure a Milano uccisero i principi, senza produrre effetto durevole; altrettanto quella de’ Pazzi; peggio quella de’ baroni nel Reame. In Bologna i Caledoli, beneficati ed emuli di Annibale Bentivoglio, non meno poderoso in Romagna che Lorenzo Medici in Toscana, tramano, e scoperti sono appiccati o banditi. Bernardo Nardi fiorentino occupa Prato per farne piazza de’ repubblicani; ma non sostenuto, è preso e giustiziato con molti. Nicolò d’Este invade Ferrara per ricuperare il dominio paterno; ma il popolo nol favorisce, ed Ercole d’Este lo appicca con venticinque complici. Girolamo Gentile vuol ribellare Genova e Milano, e ne perde la testa. Girolamo Riario, signore di Forlì ed Imola, è pugnalato nel proprio palazzo. Biordo de’ Michelotti è ucciso a Perugia, e i Perugini assalgono gli uccisori e bruciano la badia di San Pietro ove erasi fatto il tradimento, e i traditori fanno dipingere alle porte e al postribolo. Questi frequenti attentati tenevano in sospetto i tiranni, e rendeanli peggiori; e i feroci supplizj che infliggevano a personali nemici, sembravano giustificati dalla necessità dell’assicurarsi.
La costoro vita è un tessuto di fatti ancor più vergognosi che orribili, sfacciata la mancanza di fede, applaudito il tradimento se riusciva. Vedemmo quello a cui restò preso Bernabò Visconti. Paolo Fregoso, cardinale arcivescovo di Genova, invita il doge suo nipote colla moglie e i figliuoli a pranzo, e quivi li fa cogliere, mettere ai tormenti, sinchè il doge non ordina che le fortezze si rendano all’ambizioso zio. L’Oldrado, amicissimo di Gabrino Fondulo, passando fuor di Castiglione, finge si sieno sferrati i cavalli, e manda per un maniscalco. Gabrino, informatone, spedisce a invitarlo che entri e si riposi; ed egli no, aver troppa fretta, rincrescergli di non poter dare un bacio al suo Gabrino. Questo non vuol lasciarsi vincere in cortesia; esce a salutarlo, ed è subitamente circondato dagli uomini dell’Oldrado, il quale entra nel castello, prende la famiglia di Gabrino e i molti tesori, e lui consegna a Filippo Visconti che lo manda al supplizio. Nelle ore estreme confessò, l’unica cosa di cui si pentisse era che, quando l’imperatore Sigismondo e il papa salirono seco sul torrazzo di Cremona, non gli avesse trabalzati entrambi da quell’altezza[201].
Il marchese Alberto d’Este, morendo nel 1393, avea dichiarato successore Nicolò suo figlio naturale; ma Azzo pretendea avervi migliori diritti, e li sostenne collo stipendiare Giovanni da Barbiano. I tutori del fanciullo Nicolò tentarono costui perchè assassinasse Azzo, ed egli il promise, purchè gli si dessero due castelli vicini a Barbiano. Vennero i messi, davanti ai quali fu trucidato Azzo, ed in conseguenza resi i castelli. Ma l’ucciso non era che un servo, e Azzo piombò addosso alle squadre ferraresi e ne fe macello. Poco poi Giovanni macchina d’impadronirsi di Bologna, e scoperto è mandato al supplizio. Mille altri casi simili ci offrirebbe la storia de’ capitani di ventura.
I popoli ne soffrono, e conoscono i vantaggi della libertà, tanto da creder lieve ogni sacrifizio per ottenere che alfine alla egualità innanzi ad un padrone si sostituisse l’egualità innanzi alla legge. Vero è che le sventure d’allora sembrano maggiori perchè tutte si registrano, nè erasi per anco ingenerata quella cascaggine che fa credere ineluttabile necessità il patimento, e virtù il non lamentarsene, e pace una tirannia che degrada senza tormentare. Massime nelle repubbliche riscontriamo elevatezza di caratteri, potenza di sacrifizj fatti al bene generale, maggior fedeltà alla parola: benchè le passioni vi apparissero maggiormente, perchè in numerose masse e meno frenate. E la stessa corruzione e la ribalda politica dei principi non avviliva ancora i popoli, se anche li straziava.
Fra quel movimento frequentavano occasioni di esercitare le forze della volontà e dell’intelletto, il che è sì gran parte della felicità; riceveasi l’educazione dagli avvenimenti, e maestro era il subuglio della città; anche nelle baruffe civili logoravansi alcune vite, ma conosciamo tempi più puliti ove si uccide colla parola, s’induce negli animi il dispetto, vi si formano quelle ulceri, la cui tabe e il puzzo appestano la società.
Furono i nostri che crearono la scienza delle ricchezze e della loro distribuzione, misurarono la potenza del proprio paese e i mezzi con cui farlo agli emuli prevalere, e tolsero a considerare tutt’Europa come un sistema unico, ponderando perciò le forze delle singole parti; e alcuni conti dei loro dogi o podestà potrebbero andar di paro coi messaggi meglio compiuti dei presidenti americani[202]. I Fiorentini volevano dai loro commessi un ragguaglio de’ paesi ove andavano; i Veneziani ricevevano dai loro diplomatici informazioni continue, e da queste possiamo ancora librare la civiltà e la potenza de’ varj Stati.
Quanta ricchezza non indicano nel paese le medesime guerre! Taciamo Venezia, taciamo Genova, di cui non di rado qualche privato diveniva principe, e i Lercari o i Giustiniani tenevano testa alla potenza ottomana; ma Federico I di Sicilia ebbe cinquantotto galee in punto d’arme, con centotredici l’affrontò Roberto di Napoli, e distrutte si rinnovarono quasi per incanto. I nobili milanesi proposero a Filippo Maria di mantenergli diecimila cavalli e altrettanti pedoni, purchè lasciasse loro amministrare le pubbliche entrate, escludendone cortigiani e favoriti. Dal 1377 al 1406 Firenze spese in sole guerre undici milioni e mezzo di fiorini d’oro, da cento ogni libbra[203], tributo di cittadini privati: settantasette case, dal 1430 al 53, pagarono di straordinarj quattro milioni ottocentosettantacinquemila fiorini; e lo stato popolare, dal 1527 al 30, cavò di straordinarj un milione quattrocentodiciannovemila cinquecento fiorini. I tiranni pure e gli oligarchi facevano gara di prosperare il proprio paese, sì pel vantaggio che a loro medesimi ne ridondava, sì per emulare i vicini, sì per palliare la servitù. Francesco Sforza scavava il canale della Martesana ed ergeva l’ospedal grande a Milano; Gian Galeazzo ardiva cominciarvi il duomo e la certosa di Pavia; i Medici, i Pitti, gli Strozzi si eternarono per elegante magnificenza.
Ma in fatto di costumi e d’opinioni men che in niun’altra cosa si può considerare l’Italia come una sola nazione; e se anche oggi, con sì poche caratteristiche e con tante comunicazioni, immenso divario corre dal Torinese, per esempio, al Siciliano, quanto più allora? In Romagna poca attenzione si dà all’agricoltura e all’industria, le ricchezze traendosi d’altronde che dalla terra; i suoi fiumi non sono navigabili, ed essiccando lasciano esalazioni pestilenziali; talchè l’uomo si scosta da quei paesi, che così peggiorano col cessare della vegetazione artifiziale, e disordine e abbandono invadono le valli inselvatichite e i piani deserti, per la cui ampiezza pochi casali s’incontrano, perciò opportuna alle masnade; e il popolano, sentendosi necessario al padrone che ne trae guadagno di stipendj militari, acquista orgoglio e fierezza, quasi con ciò attesti discendere dai conquistatori del mondo. Il Veneziano invece è indocilito dal sentimento della dipendenza, che mal si confonderebbe con quella pulizia che cerca sedurre ma senza bassezze; egli venera il denaro, ambisce i godimenti, e gli aspetta da chi può procacciarli a lui, il quale nulla può ripromettersi dagli onorevoli sudori versati sulla terra. All’incontro il Genovese le falde delle Alpi e dell’Appennino a forza d’arte vestì d’ulivi, aranci, vigneti, e non bastandogli lo scarso territorio, s’avventura al mare, e dice, _Io vengo da Caffa_, così come se fosse tornato dal porto. A Napoli il Governo svigorito lascia crescere la colà prepotente inclinazione di isolarsi; e da un lato si trincerano i baroni, dall’altra i popolani, non partecipandosi i frutti del convivere sociale; la scarsa industria, l’indolenza, il non curare del domani sono conseguenza del clima, de’ pochi bisogni e de’ facili soddisfacimenti; come i vulcani del paese, dalle esaltazioni si passa rapidamente all’inerzia, con poca costanza e vacillante condotta; l’immaginazione fa ricorrere alle superstizioni, l’inosservanza delle leggi lusinga a vendette private. La Toscana, divisa in piccoli territorj, sembra fatta per la vita individuale delle città, che in fatto ebbero ciascuna una storia particolare: nella parte montagnosa si ricoverarono i signorotti, e trovarono buoni soldati; il resto è coltivato con indefessa cura: e perchè a gran fatica basta alla popolazione, questa si dedica anche all’industria, e così si sviluppa quel vigore intellettuale, quella coscienza di se stessi, per cui i Toscani si presentano come in una virilità matura, ma tutta robusta.
Dappertutto poi restavano distinti i costumi de’ principati da quei delle repubbliche, in quelli i signori, in queste apparendo i cittadini. Udiamo accagionare quei borghesi, che idolo si facessero del denaro. È vera l’accusa? è ragionevole? Nell’età barbara e nella feudale la ricchezza era mal distribuita in Italia, ma il clero colla limosina, la feudalità col suo sminuzzamento prevennero quella piaga, che oggi infistolisce col nome di pauperismo. Crebbe poi e si diffuse la ricchezza; ma se questa è cattiva allorchè (come avvenne nell’età romana) provenuta da mezzi immorali, e, sparsa con disuguaglianza, apre un abisso fra le varie classi, e perciò aguzza le passioni sovversive, essa torna giovevole all’individuo e alla società quando sia frutto di lavoro onesto e di liberi contratti, e si spanda in tutte le classi.
Sta bene ai nostri tempi battaglieri e rivoluzionarj lo sbertare i mercanti, e ripetere le ingiurie che Buonaparte scaraventava all’Inghilterra: sta bene il rammentare che, quando Marsiglio Carrara esulava a Firenze, la Signoria lo dichiarò esente da ogni molestia per debito, salvo che fosse verso Fiorentini. Ma il mercante acquista prudenza, attività, energia per mettersi in grado di accumulare il capitale; col creare questo si ottiene l’agiatezza, la quale lascia campo alla coltura dell’intelletto e dei costumi, ed elevando i salarj fa progredire verso l’uguaglianza. Ricordiamoci che erano mercanti Marco Polo, che primo ci descrisse l’Asia centrale e il Giappone; il Fibonacci, che introduceva le cifre arabiche; Giovan Villani, il migliore cronista del nostro e forse d’ogni altro paese, il quale, se non il fare ingenuo e pittoresco di Joinville e Froissart, mostra però la scienza positiva e il fermo tocco di chi maneggiò gli affari prima di raccontarli. Non sono i mercanti fiorentini che vollero combattere i venturieri quando i principi non sapeano che mercatarli?
Quegli operosi commerci rivelano abbastanza un vivere ben differente dalla convulsiva inazione de’ giorni nostri, quando si cerca tutto fuorchè il modo di essere contento del proprio stato; non si oziava tanto sui caffè; non si camuffava d’amor di patria la poltroneria del non mutar cielo; non si logoravano la salute e la ragione a fare e a leggere giornali e romanzi. Lungi dal tenere disonorante il commercio, vi accudivano in persona cittadini primarj. Archinti, D’Adda, Castiglioni, Crivelli, Lampugnani, Melzi, Visconti, Vimercato erano matricolati fra i mercanti di Milano; «il padre di Antonio Giacomini (dice Machiavelli) fu mandato a Pisa, a faccende di mercatare, nella quale tutta la nobiltà di Firenze si esercita, come nella cosa più utile e più reputata nella patria loro»; Cosmo, già capo della Repubblica fiorentina, non interruppe gli affari di banco, ne’ quali si esercitavano e Strozzi e Pazzi e Guicciardini e Borromei e Rinuccini e Salviati. Ne contraevano quelle abitudini casalinghe insieme e forbite, che contrastavano colle fastose e rozze dell’aristocrazia forestiera; e quest’agevolezza personale, questa energica risoluzione, quest’operare sicuro, questa grazia nativa davano all’Italiano grande superiorità sugli stranieri, e in conseguenza lo facevano più ammirato che amato, anzi temuto, la finezza parendo astuzia, la galanteria corruzione, la franchezza dispregio.
Lo spirito d’economia, lo sforzo delle classi industri per migliorare la propria condizione, la frugalità nei godimenti, bastavano a bilanciare le nobili profusioni nelle arti e le folli nella guerra; e Smith le paragonava a quella che i medici chiamano forza medicatrice della natura, che spesso restaura l’infermo a malgrado del male e delle medicine. Avrebbe Firenze potuto repulsare tante nimicizie, e tanto abbellirsi, quando non l’avessero soccorsa i cittadini che teneano fondi nei magazzini di Venezia, di Parigi, d’Anversa, di Londra, e sulle navi del Mediterraneo, dell’Eusino, dell’Oceano? Nè mai ne erano avari per la libertà e pel decoro della patria. Reciprocamente il tesoro pubblico era una specie di serbatojo per vantaggio di tutti: nel 1466 gli argenti della Signoria di Firenze erano dati a prestanza a Luigi di Piero Guicciardini e a Piero Capponi perchè con maggior pompa potessero celebrare nozze[204].
E in Firenze, fors’anche perchè maggiormente e meglio ci è descritta, appajono consuetudini affatto borghesi. La ristrettezza del territorio obbliga ad usufruttarlo con ogni attenzione, e al lavoro de’ campi unire l’industria; obbliga il proprietario a risparmiare e a speculare. Quando altrove i nobili firmavano le carte colla croce _non sapendo scrivere perchè baroni_, i Fiorentini stendeano i processi verbali anche delle adunanze delle arti e mestieri; mercanti e manufattori rendeano i proprj pareri per iscritto. Dino Compagni racconta che sulla venuta di Carlo di Valois fu richiesto il parere dei settantadue mestieri, imponendo loro «che ciascuno consigliasse per iscrittura se alla sua arte piaceva che si lasciasse entrare a Firenze». Lo statuto dei tesserandoli di seta a Lucca ordina che ogni tessitore o tessitrice abbia un libro dove notare le tele che avrà dai mercanti, per poterlo scontrare col libro di questi. Lo statuto dell’arte di Calimala del 1332 parla ogni tratto di scrivani, di registri, di rendiconto, di bullettini. Chi può contenersi dalla maraviglia nel vedere i Fiorentini, occupati in bottega a pesar lana e misurar drappi, fare poi nel consiglio esperimento di tutte le possibili forme di costituzione, porgere magistrati insigni dentro, accortissimi ambasciadori fuori; insieme colle balle di mercanzie richiedere manoscritti, spacciare lettere al merciajuolo e ai maggiori dotti; sul libro mastro, insieme coi crediti registrare la storia della patria o del mondo, introdurre la scrittura doppia, le cifre arabiche, l’algebra, fondare la prima cattedra di greco, la prima di latino, la prima di leggere Dante? Segretarj della repubblica erano un Bartolomeo Scala, un Carlo Marsuppini, un Coluccio Salutati, un Bonaventura Munaci, ben presto un Nicolò Machiavelli.