Storia degli Italiani, vol. 08 (di 15)
Part 37
Savona, Oneglia, Albenga, Monaco, Ventimiglia, altre città della Riviera formavano Stati indipendenti: pure Genova esercitava fino a Nizza un protettorato, che le procurava relazioni abituali con Marsiglia per mare e per terra, e coi porti della Linguadoca, principalmente con Aiguesmortes, che posta fra la Provenza e la Linguadoca, col Rodano, colle saline, colle vicinanze di Ales e di Sant’Egidio, rinomati per la coltivazione del chermisi, prosperava più che Marsiglia finchè le alluvioni non la separarono dal mare. Raimondo di Tolosa che n’era signore, donò ai Genovesi casa e fondaco in Sant’Egidio, una strada di Arles, il castello di Torbìa, la metà di Nizza, parte di Marsiglia, metà delle dogane, e il commercio esclusivo ne’ suoi porti. Sulle popolose fiere di Sciampagna, Genova spacciava le droghe e raccoglieva lane[302]. Case avea pure sulle coste dell’Oceano, del Belgio, dell’Inghilterra; e documenti del 1316 e 35 attestano che portava mercanzie, e specialmente allume, in quell’isola: così colla Spagna, a malgrado de’ Catalani, i soli che in mare reggessero a concorrenza co’ nostri; e dall’Andalusia traeva frutti, da Siviglia biade, olio, liquori, dalla Castiglia piombo, lane, allume, dalla Catalogna vino, frumento, sparto da tessere stuoje. Fin dal 1236 facea trattati coi Barbareschi della costa africana per garantire i naufraghi e proteggere il proprio commercio; teneva una cancelleria di lingua arabica per agevolare le corrispondenze con quel litorale, e nel 1274 fu assoldato Asmeto di Tunisi perchè insegnasse il parlar arabo[303]. Tunisi era il suo scalo primario, come per l’Europa occidentale Nîmes, Aiguesmortes, Majorca.
Ne’ porti di Marocco e dell’Andalusìa rinfrescavano le navi prima di uscire nell’Oceano per calarsi fino al capo Non, o salire alle rade belgiche o britanne[304]. Dal Baltico le nostre bandiere erano escluse dalla lega Anseatica, gelosa di conservare il monopolio delle derrate di Russia: le tele, i merletti, l’acciajo, il salnitro, i fornimenti di cavalli, le mercerie di Germania andavano a caricare sul Reno, per deporle ne’ magazzini di Bruges e d’Anversa. Al tempo della guerra di Chioggia un ammiraglio veneto nelle acque di Rodi diede la caccia ad un naviglio genovese carico di mussoline, drappi di seta, d’oro e d’argento, del valsente di quindicimila ducati; un altro prese due navi catalane, cariche per conto di Genovesi, delle quali l’una portava per ventimila ducati veneti, l’altra per quarantamila.
Genova dunque teneva le tre grandi vie del commercio dell’Asia centrale e dell’India; di cui la prima sboccava al mar Nero pel Caspio e il Volga; la seconda a Lajazzo, l’antica Isso, pel golfo Persico, Aleppo e l’Armenia; la terza ad Alessandria pel mar Rosso e l’Egitto; e per quelle cambiava le seterie della Cina, le spezie, i legni tintorj, il cotone, le gemme dell’India, i profumi dell’Arabia, i tessuti di Damasco, i panni di Tarso, lo zuccaro, il rame, le tinture di Levante, l’oro e le piume dell’Africa interna, le pelli, il canape, il catrame, il caviale, il pelo di castoro, le antenne, i legni di costruzione dell’Europa settentrionale, i grani di Tunisi, della Sicilia, della Lombardia, cogli olj, i vini, i frutti secchi delle Riviere, con armi di lusso, coi coralli lavorati a Genova, colle tele di Sciampagna, con lacca, piombo, stagno d’Inghilterra, coi prodotti insomma di tutta Europa. Aveano (dice press’a poco il Serra) traffico e dominio in tutta la Liguria marittima da Corvo a Monaco, e nell’isola di Corsica: provvedevano di sale i Lucchesi; la parte occidentale della Sardegna riceveva le loro leggi o quelle de’ principi loro amici; visitavano Civitavecchia e Corneto, emporj di vettovaglie nello Stato ecclesiastico; nel Regno, lor principale abitazione dopo Napoli era Gaeta; e se non vennero a capo de’ loro disegni sopra la Sicilia, furono sempre in gran numero a Messina, Palermo, Alciata. Nel mare orientale d’Italia frequentarono Manfredonia, Ancona, e negli intervalli di pace anco Venezia. In Ispagna, i conti Berengarj di Catalogna divisero seco la città di Tortosa; i re di Castiglia, quella d’Almeria, e poichè ebbero perdute od alienate ambedue, onorevoli convenzioni tanto co’ regni cristiani della Spagna, quanto co’ Mori aprirono loro tutti i porti marittimi e i mercati mediterranei della ricca penisola. Ne’ Paesi Bassi, Bruges poi Anversa accolsero onorevolmente le loro compagnie, le quali non solo v’accumulavano roba, ma l’avviavano ancora in Danimarca, Svezia, Inghilterra, Russia, Germania: i loro navigli entravano nel Reno carichi di merci orientali.
L’Egitto era più frequentato dai Veneziani; tuttavolta i Genovesi non lasciavano di far mercato in Alessandria, in Rosetta, in Damiata, di stabilirsi anche al Gran Cairo, e di stringere paci favorevoli con que’ soldani. Nel Levante la colonia di Pera soprantendeva mediante i suoi magistrati alle parti meno distanti, quella di Caffa alle più lontane. Sotto la prima erano la marca de’ Zaccaria, la Focide de’ Gattilussi, l’Acaja de’ Centeri, un tempo la Canea in Candia, poi molte isole e porti nell’Arcipelago, Famagosta e Limisso con altri luoghi in Cipro, Cassandria, Ainos, Salonichi, la Cavalla nella Macedonia, Sofia, Nicopoli e altre in Bulgaria, Suczava in Moldavia, Smirne e Fochia vecchia e nuova nell’Asia Minore, Altoluogo e Setalia ne’ Turchi, Kars, Sisi, Tarso, Lajazzo nelle due Armenie, e finalmente Eraclea, Sinope, Castrice ed Ackerman nel mar Nero. Dipendeano dal governo di Caffa i possessi di Gazarìa, Taman colla sua penisola, Copa in Circassia, Totatis in Mingrelia, Kubatscka nel Daghestan, il castello vicino a Trebisonda, il fondaco in Sebastopoli, il gran mercato della Tana, e tutte le carovane indirizzate verso il settentrione ed il centro dell’Asia. Il consolato di Tauris in Persia, forse indipendente dagli altri, dovea promovere e reggere il traffico dell’Asia meridionale; ove il provvedimento più notabile era, che i mercatanti genovesi non facessero società con forestieri.
Principalmente l’Inghilterra tenevasi legata co’ Genovesi, e i più bellicosi suoi re Edoardo III ed Enrico V ne mostrarono speciale benevolenza, adoprandoli in luminosi impieghi, rifacendoli delle offese dei corsari. Enrico VI avea proibito d’asportare le lane d’Inghilterra e Irlanda se non per Calais, città francese allora acquistata all’Inghilterra, e ch’egli voleva ingrazianire con tal privilegio; ma ne tenne eccettuati i mercanti genovesi, veneti e fiorentini. Quando si sottopose ai re di Francia, Genova si trovò chiusa quell’isola, nemica a questi; pure vi mandò ambasciadore Giovanni Serra, il quale vide le contese fra gli York e i Lancaster, e ammesso all’udienza, sì bene esaltò la pace e i vantaggi del commercio fra le nazioni colte, e la benevolenza dell’Inghilterra verso Genova, che i grandi proruppero in applausi, e il re volle fosse scritto quel discorso, e messo come proemio della nuova pace, dove ai Genovesi concedeva d’approdare con fattori e servigiali, purchè francesi non fossero, e d’introdurre ed estrarre mercanzie colle antiche norme, purchè nè di forze nè di consigli sovvenissero ai nemici d’Inghilterra, come questa farebbe coi nemici di Genova. Presto quel regno, secondo i meschini concetti d’allora, credendo prosperare il proprio col restringere il commercio altrui, vietò di asportar lane o d’importare seterie; eppure le cinture di Genova rimasero eccettuate, e pei panni fu mestieri cercare il guado dai Genovesi.
Accuratissima politica si voleva per reggere in pace con nazioni di così varia civiltà eppur farsi rispettare; e vedemmo come i Genovesi destreggiassero in faccia ai Musulmani. Sulle coste di Barberia le frequenti mutazioni di dinastie o di tribù dominanti sospendeano le buone relazioni, ma tutti s’affrettavano a rannodarle. Si parve sul punto d’aprir guerra con essi allorchè Filippo Doria ammiraglio prese e saccheggiò Tripoli, portandone via settemila schiavi e un milione ottocentomila fiorini d’oro, poi la vendette a un Saracino; ma il Governo genovese dichiarossi estraneo a quel fatto, e lo disapprovò.
Fortunata Genova se di tanta prosperità avesse saputo vantaggiare! Ma incessanti accozzaglie interne toglievano di provvedere con saviezza al commercio; non per pubblica utilità, ma per emulazione di parti si cresceva il debito pubblico, e l’uffizio di San Giorgio, che dovea porvi rimedio, diveniva anzi una comodità a crescerlo: siccome incontra nelle gravi malattie che i medicamenti riescano pregiudicevoli. Pure quel banco attestava che la parte più sana dell’irrequietissima repubblica furono sempre i negozianti, rimanendo esso una delle più notevoli istituzioni finanziarie del medioevo; oltre rendere servigi eminenti allo Stato, potè accomodare nazionali e stranieri, privati e principi; da papi e imperatori ne erano confermati i privilegi, che ogni senatore entrando in carica giurava mantenere; gli otto protettori delle compere erano sempre dei cittadini migliori, troppo importando godessero ottima reputazione coloro a cui e nazionali e stranieri affidavano le proprie fortune; davano parere in tutte le disposizioni di governo e di utilità comune, allestivano navi per conto del banco, conquistavano e governavano, quanto fino ai dì nostri la compagnia delle Indie, e ad essi furono cedute le colonie di Levante e la Corsica.
Il sinistrare degli stabilimenti di Levante nocque tanto più a Genova, perchè le sue riviere non bastavano a provvederla di marinaj. Altre nazioni entrarono seco in gara di mercati, e fu tutto a scapito di essa l’incremento di Firenze. Pure molti profitti facevano ancora i Genovesi: Bartolomeo Pellegrini coll’allume e col mastice divenne il mercante più poderoso in Levante, e Bajazet I l’accettò mallevadore per riscatto del conte di Nevers e di ventiquattro altri signori francesi, rimasti prigioni nella battaglia di Nicopoli[305]; Antonio Sauli sull’appalto del sale in Genova e in Lucca talmente lucrò, che potè a Carlo VIII prestare novantacinquemila scudi d’oro; i suoi discendenti fabbricarono la magnifica chiesa e il ponte di Carignano.
Venezia, dopo l’infausta guerra coi Genovesi, avea dovuto umiliarsi a un trattato, che per tredici anni le proibiva di penetrare con navi armate nello stretto dei Dardanelli, per modo che vedevasi quasi intercise le vie del commercio per l’Alta Asia e i paesi del Caucaso: ma presto si tolse di sotto il rasojo, e l’ammiraglio Giustiniani, assalita Costantinopoli, ottenne nuovi privilegi. Ai Genovesi fu apposto di essere rimasti indifferenti spettatori di quella lotta, sebbene l’imperatore avessero lusingato di soccorsi: in realtà essi pensarono trar partito dal terrore di questo, e gli fecero veduto che, per metterli in grado d’ajutarlo efficacemente in nuovi frangenti, era d’uopo conceder loro maggiore estensione di territorio. Un atto di delimitazione del 1303 ed un trattato del 1304 ampliarono di fatto i privilegi della colonia di Gàlata, situata così da comandare il passaggio al mar Nero; e la dogana de’ Dardanelli fruttava all’impero greco trentamila pezzi d’oro, ducento settantamila ai Genovesi.
Questi diedero mano all’imperatore contro gli avventurieri Catalani, i quali osarono fin assalire la capitale e piantarsi a Gallipoli, dond’essi riuscirono a snidarli: lo sorressero pure contro i Turchi, che si faceano sempre più vicini. L’incessante squarciarsi di Genova pregiudicava anche allo stabilimento di Gàlata, le guerre impedivano d’approvvigionarla, e fu volta che i Ghibellini fecero intesa coi Turchi per sinistrare quei loro compatrioti.
Sempre aveano Veneziani e Genovesi gareggiato a chi ottenesse maggiori privilegi dall’imperatore di Costantinopoli, perciò palpeggiando e favorendo ora un competitore or l’altro. Venezia non faceva che rinnovare i trattati precedenti, che col nome di tregue duravano cinque o dieci anni[306]: ma i Genovesi, padroni di Gàlata a fianco di Costantinopoli, aveano mezzo di farsi rispettare; onde ogni nuovo trattato fruttava una concessione nuova. In quello del 1382 stipularono non essere tenuti a servire in armi l’impero greco, nè tampoco per recuperare fortezze prese o assediate dai Turchi; volendo con questa neutralità sfuggire l’inimicizia di que’ nuovi potenti.
Ad Enrico Dandolo doge e storico di Venezia fanno gloria di aver riaperto l’Egitto con un’ambasciata spedita a quel soldano, offrendosi mediatore di una discordia suscitatasi coi Tartari. I Veneziani s’impancarono principalmente ad Alessandria, ove le merci dell’India giungeano sui camelli traversando il dosso che divide il golfo Arabico dal Nilo, un cui canale agevolava le comunicazioni col mar Rosso e col Cairo. A questo annue carovane dall’Africa interna portavano gomme, denti d’elefante, tamarindi, papagalli, penne di struzzo, polvere d’oro, Negri: di là partiva quella per le città sante d’Arabia, e l’altra pel monte Sinai, occasioni di utili permute: colle carovane molti Europei attraversavano l’Egitto; ma i negozianti che afferrassero ad Alessandria, erano tenuti ben d’occhio, levate le vele e il timone delle navi, registrati i nomi. I Mamelucchi, unica entrata avendo le gabelle, favorivano i Veneti; e di rimpatto ne riceveano ogni riguardo: ma venivano urti? ecco i nostri apparir sulle coste in minaccioso apparato, come oggi costuma l’Inghilterra.
Dispensati dalla scomunica contro chi portasse ai nemici della fede legname da costruzione, grani ed armi, i Veneziani continuarono sempre regolari comunicazioni coi Musulmani, tenendo console ad Alessandria, banchi nella Siria, trattati coi Barbareschi[307]. Dai quali anche altri de’ nostri ottennero privilegi e franchigie; i Pisani dal bey di Tunisi ebbero l’isola di Tabarca, dove pescare il corallo, e altri mandritti dall’imperatore di Marocco.
Anche in Armenia soli i Veneziani introducevano i camelotti ed estraevano il pelo delle capre d’Angora, con esenzione da gabelle, magistrati proprj, assoluta franchigia per le merci che, tratte da Tauris e dalla Persia, traversavano il paese. Di questo tragitto profittava Trebisonda per popolarsi di numerose colonie, trafficanti di spezierie. I Veneziani v’ebbero un quartiere con propria giurisdizione, donde spingeansi alla Persia e alla Mesopotamia, privilegiati di libero passo, e di banchi per giro di cambj e traffico di vino.
Crebbero poi di stabilimenti sulle coste della Grecia, nella Propontide, a Adrianopoli, in buona parte del Peloponneso, e in molte isole e porti della Morea sin in fondo all’Adriatico; a loro cittadini investivano come feudo le isole di Lenno, Scopelo, quasi tutte le Cicladi; acquistarono Negroponte; s’interposero con vantaggio nelle discordie domestiche degl’imperatori bisantini, e di questi coi Genovesi di Gàlata. Ma l’antica preponderanza nel mar Nero più non recuperarono, e per avervi accesso patteggiavano cogli Stati in riva al Danubio il dritto di traversarli, talchè il commercio colla Germania, coll’Ungheria, colla Polonia, colla Russia, le alleanze coi Bulgari e coi Danubiani fino alla Tauride, gli scali in tutta Italia, in Francia, in Spagna, in Fiandra, in Inghilterra, insomma da Astrakan fino all’Africa interiore, offrivano rilevantissimi guadagni, a ristoro del popolo, al quale, dopo la metà del secolo XIV, restava privilegio il commercio, escludendone i nobili, di cui invece era privilegio il governo.
Dappertutto mantenevansi consoli o balii che assicurassero rispetto alla patria, e protezione e pronta giustizia ai concittadini. Quel di Costantinopoli, che era insieme internunzio della repubblica, giudice de’ Veneziani e ispettore del commercio, portava i calzari scarlatti come l’imperatore, usciva colle guardie, esercitava piena giurisdizione sulla colonia, e dopo presa quella città dai Turchi tenne in protezione altre genti, massime Armeni ed Ebrei.
Il doge Renieri Zen fece da Nicolò Quirini, Piero Badoer e Marco Dandolo compilare un codice di navigazione e commercio (_Statuta et ordinamenta super navibus et lignis aliis_) con egregi provvedimenti, semplicità, esattezza e brevità imitabili; prescrivendo il modo degli armamenti, il giuramento de’ marinaj, i doveri de’ patroni o de’ consoli, il carico, le provvigioni, il prezzo del tragitto, e le armi e bandiere; tipo di tutta la legislazione marittima. Era prefinito il numero delle navi e delle persone, quando prendere il mare, dove sbarcare, quali e quante merci trasportare nell’andata e nel ritorno. Gli oggetti da cambiare con merci asiatiche, non doveano tasse, o moderatissime.
Della prosperità di Venezia buon testimonio ci furono i discorsi del doge Mocenigo (Cap. CXV); donde ci apparve come, uscente il XIII secolo, su trecento vascelli mercantili da ducento tonnellate, e su trecento navi grosse salissero venticinquemila marinaj, altri undicimila sopra quarantacinque galee, sempre in acconcio d’arme: allo scorcio del seguente erano cresciuti a trentottomila sovra tremila trecenquarantacinque legni. L’arsenale, cominciato intorno al 1104 sulle antiche isole Gémole, si dilatò nel 1304, dogando Pier Gradenigo, poi nel 1325 e nel 1473 sino a formare quel gran complesso, che comanda l’ammirazione ancora cadavere. Veniva governato da due magistrature di senatori: cioè tre sopravveditori per l’alta ispezione, tre patroni che ordinavano i lavori e vi sorvegliavano, e dormivano in tre palazzi contigui all’arsenale, detti Paradiso, Purgatorio, Inferno. Gli arsenalotti formavano la guardia del corpo del sovrano; popolazione numerosa[308], devotissima alla Signoria, da cui riconosceva il suo bene stare.
Le isole e le coste di Levante provvedeano abbondanza di legname: ristretti poi que’ possedimenti, e sovratutto dopochè i Turchi occuparono l’Albania e la Schiavonia, fu mestieri rifornirsene ne’ proprj possedimenti: e certo già prima del 1479 servivano i boschi di Montello nel Trevisano e di Montone nell’Istria, tanto rinomati finchè la barbarie diplomatica de’ giorni nostri non gli annichilò.
Di cinque sorta galee usava Venezia: le grandi pel viaggio di Fiandra e Inghilterra, altre diverse per la Tana e Costantinopoli, le sottili, le navi quadre, le latine[309]. Famose ne erano le caracche. Abbiamo da Giovan Villani che Genovesi e Veneti avendo veduto verso il 1344 alcune navi bajonesi passar lo stretto di Siviglia, più sottili ed agili, e meglio acconce a fatti d’armi, essi ne fabbricarono di somiglianti; lo che fu notevole rivoluzione nella marina. Il Petrarca, dimorando in Venezia, vedeva sarpare navigli «simili a monti che nuotino nel mare, per trasportare in mezzo a mille pericoli i nostri vini agl’Inglesi, il nostro mele agli Sciti, il nostro zafferano, i nostri olj, il nostro lino ai Siri, ai Persi, agli Arabi, agli Armeni, e, ciò che appena uom crederebbe, la nostra legna agli Achei ed agli Egizj, e ritornare con altre merci: veleggiano fin al Tanai, e si lasciano indietro Gade e Calpe, creduti confini del mondo occidentale; tanto può sugli uomini la sete dell’oro»[310].
Le imprese mercantili erano secondate dalla marina pubblica, spedendosi in giro ogni anno venti o trenta galee _del traffico_, capaci di mille a duemila tonnellate, e del valore di centomila zecchini ciascuna, capitanate da nobili, eletti dal maggior consiglio e dai pregadi. Il Governo non ne ritraeva che modico nolo; ma a quel modo le teneva esercitate per un’evenienza di guerra, e faceva anche in pace rispettare il leone, nel mentre rendevano servizio ai particolari. Di esse squadre quella del mar Nero dividevasi in tre: una costeggiava il Peloponneso, per ispacciare a Costantinopoli le merci levate da Venezia o da Grecia; la seconda dirigeasi a Sinope e Trebisonda nel Ponto Eusino, facendo levata delle produzioni asiatiche recatevi dal Fasi e dalla Cina[310a]; la terza sorgendo verso settentrione, entrava nel mare d’Azof, e nei porti di Caffa procacciava pesci, ferri, antenne, grani, pelli, cui dal Caspio, dal Volga, dal Tanai recavano Russi e Tartari. L’altra squadra costeggiava la Siria, facendo scala ad Alessandretta, a Bairut, a Famagosta, a Candia ricca di zuccaro, e alla Morea. La terza metteva dapprima in Armenia e a Lajazzo, che Marco Polo intitola «porta de’ paesi orientali», dappoi in Egitto le merci del mar Nero, destinate al gran mercato di Tauris, massime schiavi di Georgia e Circassia, barattandoli colle derrate del mar Rosso e dell’Etiopia. La quarta volgeva alla Fiandra vascelli di dugento remiganti almeno, e rinfrescato a Manfredonia, Brindisi, Otranto, in Sicilia caricato zuccaro ed altre produzioni dell’isola, ne’ porti africani di Tripoli, Tunisi, Algeri, Oran, Tanger facea cogli africani baratto di frumento, frutti secchi, sale, avorio, schiavi, polvere d’oro; sboccata quindi dallo stretto di Gibilterra, forniva i Maroccani di ferro, armi, panni, utensili domestici, costeggiava Portogallo, Spagna, Francia, toccava Bruges, Anversa, Londra, e faceva cambj co’ vascelli delle città Anseatiche; poi aspettata stagione e mare acconcio, tornava libando Francia, Lisbona, Cadice; in Alicante e Barcellona comprava sete gregge; e costa costa rivedea la patria, un anno dopo lasciata.
Ogni viaggio di lungo corso dovea prender le mosse e finire a Venezia, ove per ciò, nell’intervallo, si depositavano le merci, e venivano a cercarle i mercanti mediterranei, in modo che vi durava una fiera continuata. Quella dell’Ascensione fin dal 1180 si trova istituita per otto giorni; poi divenne delle più famose, avvivata dalle indulgenze che s’acquistavano a San Marco per concessione di papa Alessandro III, dallo sposalizio del mare, e dall’opportunità della stagione che allora chiamava le vele a lunghi viaggi. In quell’occasione si esponevano anche capi d’arte, e una popatola, il cui vestire serviva di canone per la foggia dell’anno.
I dieci milioni di mercanzia che annualmente asportavano que’ legni davano due quinti di guadagno; altro ne veniva dal traffico mediterraneo. Vedemmo fin dal 1270 Venezia proclamarsi sovrana dell’Adriatico, obbligando a contributo tutte le navi che lo corressero. Fu generale lo scontento, ma il papa, chiesto arbitro, diede ragione ai Veneziani, come che, difendendolo dai corsari musulmani, avevano diritto a un compenso: il lodo non chetò gli emuli, contro cui essi dovettero munirsi di buone armi. Si assicurarono anche il commercio dell’alta Italia coll’acquisto del Friuli, della marca Trevisana, del Padovano e di altre piccole signorie, e stipulavano vantaggiosi accordi coi vicini, dove non potessero insieme col commercio estendere l’impero[311]. Udimmo il doge Mocenigo asserire che alla sola Lombardia spediva Venezia per due milioni e settecento ottantanovemila ducati, cinquantamila dei quali per gli schiavi, oltre il sale; e guadagnava seicentomila ducati annui sui Lombardi, quattrocentomila sui Fiorentini. Eppure essa usciva allor allora di guerre che l’avevano privata di tanti possedimenti, e minacciata fin nelle sue lagune. Poi, malgrado le due guerre contro i Turchi e col duca di Ferrara, aveva sì floride finanze, che nel 1490 entravano al tesoro per un milione e ducentomila ducati, quasi il doppio dello Stato di Milano, e un quarto di quel che fruttava il regno di Francia dopo ingrandito da Luigi XI. E a tal punto i Veneziani s’erano resi necessarj agl’Italiani, che, qualora essi rompessero le relazioni con un popolo, il riducevano a povertà; come avvenne de’ Napoletani, che il re Roberto costrinsero a pace col negargli le imposte, asserendo non aver più denaro dacchè quelli non comparivano ne’ suoi porti.