Storia degli Italiani, vol. 08 (di 15)
Part 3
Fu dei più splendidi signori d’Italia, ricco di politici accorgimenti quanto povero di valore personale e di lealtà, alla libidine del possedere sagrificando giustizia, fede, utile de’ popoli, e adoprando mirabilmente gli uomini di pace e di guerra. Abile a mascherare la servitù, migliorò l’amministrazione coll’arte de’ registri e de’ protocolli serviti da interminabili scrivani, computisti, notaj: alleviò dai dazj più odiosi, molti scarcerò, fece riformare gli statuti, si tenne attorno dotti e letterati, quali Baldo giurista, il Fulgoso, Signorolo Amadio, Ugo da Siena e Biagio Pelacane matematici, i medici Marsiglio da Santa Sofia, Sillano Negro, Antonio Vacca, il filologo Emanuele Crisolara, il teologo Pietro Filargo; ridestò l’Università di Piacenza, a quella di Pavia unì una biblioteca, fondò un’accademia di belle arti, e raccomandò il suo nome a due dei più insigni monumenti dell’Alta Italia, il duomo di Milano e la Certosa di Pavia, dedicati a Maria nascente e a Maria delle Grazie. Nè avrebbe fallito d’insignorirsi di tutta Italia, se non avesse trovato sulla sua strada i Fiorentini e Francesco de’ Carrara, o quella fatalità che attraversò sempre chi vi si accinse.
A’ suoi funerali, dal palazzo in castello s’avviò una processione verso il duomo così lunga, che appena si terminò in quattordici ore. Innanzi alla croce venivano connestabili, scudieri e cavalieri; e quaranta personaggi della famiglia Visconti, ognuno accompagnato da due ambasciatori di estere potenze; indi gran numero d’altri ambasciadori e nobili forestieri, e dieci deputati da ciascuna delle quarantasei città soggette[11], oltre una folla di primati e nobili di queste; poi tutti gli ordini religiosi (e non erano pochi), canonici regolari, clero secolare, gli abati dei monasteri ed i vescovi di tutte le diocesi suddite. Seguivano le insegne della città, portate da ducenquaranta uomini a cavallo, cui tenevano appresso otto altri pure a cavallo, colle insegne ducali, poi due mila persone in gramaglie, con sul petto e sulle spalle le armi della vipera, del ducato di Milano e del contado di Pavia, ciascuno con grosse torchie alla mano. Dietro al clero ed ai canonici della metropolitana appariva l’arcivescovo fra’ suoi suffraganei. La bara portavano principali signori forestieri, sotto a un baldacchino di broccato d’oro foderato d’ermellini, e tutt’intorno cortigiani a bruno, i quali, dodici alla volta, sostenevano gli scudi delle insegne e delle imprese adottate dal duca. Duemila altre persone in corrotto chiudevano la processione. Giunti al tempio e fatta l’oblazione di tutti i ceri, delle insegne ducali, delle armi e dei cavalli che le portavano, si celebrarono gli uffizj di suffragio attorno ad un mausoleo ornato di vessilli e bandiere, sovra il quale posava il feretro: nè mancava una pomposa iscrizione, attestante le virtù che il duca ebbe o doveva avere, e il pianto de’ sudditi orbati del padre; frasi per tutti. Finito ogni cosa, il corteo fece tragitto al palazzo ducale, ove fu recitata una non men pomposa e altrettanto veridica orazione, che faceva risalire la dinastia Visconti fino ad Ettore ed Enea.
Avea disposto si recassero le sue viscere a San Jacopo di Galizia, le ossa alla Certosa di Pavia, alla quale lasciò estesissimi possessi per finirne la fabbrica, e poi farne le limosine, che seguitarono finchè l’istituto durò. In quel tempio, gli fu dunque eretto un mausoleo di marmo bianco, coll’effigie sedente, la storia delle sue imprese, e bassorilievi, e gli stemmi di tutte le città obbedienti al suo comando: uno de’ più insigni monumenti dell’arte italiana. Commines, arguto politico e storico francese, colà vide quelle ossa poste più alte che l’altare, e udì da un frate intitolarlo santo. «Ed io (racconta) gli chiesi all’orecchio perchè mo lo chiamasse santo, mentre potea vedere all’intorno le armi di molte città da lui usurpate senza diritto; ed egli mi rispose sotto voce: _Noi in questo paese chiamiamo santi tutti quelli che ci fanno del bene_»[12].
Gian Galeazzo lasciava due figliuoli in piccola età: a Gian Maria legò il ducato dal Ticino al Mincio, oltre Bologna, Siena, Perugia; a Filippo Maria il contado pavese, col resto del territorio; Pisa e Crema staccò pel bastardo Gabriele Maria: ma potea dire come Pirro, — Lego il mio scettro a chi ha miglior fendente di spada». La tutela affidò a Caterina Visconti sua vedova e a diciassette personaggi, fra cui i celebri condottieri Del Verme, Barbiano, Pandolfo Malatesta, Antonio d’Urbino, Francesco Gonzaga, Paolo Savelli, sperando sarebbero puntelli alla debolezza de’ bambini, e quasi dovessero stare obbedienti a un fanciullo come erano stati a lui. Valorosi in opere di battaglia quanto inetti al governo e scarsi di fede, i condottieri non più s’accontentavano di paghe, e volevano qualche città o territorio dove svernare: Giovanni da Pietramala occupò Narni; Rinaldo Orsini, Aquila e Spoleto; Boldrino da Panicale, molte terre della Marca; Biordo dominò Perugia, Todi, Orvieto, Nocera; il Broglia Assisi; altri altre terre, che poi non potendo tenere, vendevano ai Comuni o ai principotti vicini. Questi talora se ne sbarazzavano coll’assassinio, come fece il marchese di Macerata uccidendo Boldrino. I suoi mossero a vendicarlo con ferocia, sinchè Firenze s’interpose, facendoli soddisfare con dodicimila fiorini, e col restituire il cadavere del loro condottiero, che in una cassa essi portarono lungamente a capo dello stuolo.
I contutori di Gian Maria sdegnavano sottostare a una donna e a Francesco Barbavara di lei favorito, presidente della reggenza; e la discordia impacciava i consigli, mentre i nemici repressi rialzavano il capo; Guelfi e Ghibellini, di cui fin il nome erasi proscritto, rinvelenivano, e non più per le antiche cause della Chiesa e dell’Impero, ma per isfogo d’odj e di stillate vendette. Il Carrarese aguzza le armi non mai deposte; papa Bonifazio IX e i Fiorentini s’intendono per sottrarre ai Visconti Siena, Perugia, Pisa, Bologna; il Barbiano, accettato il comando dell’esercito fiorentino, ricupera al papa Assisi e Perugia; gli altri condottieri s’avacciano di spartire fra sè un dominio ch’essi medesimi aveano procacciato a quella casa. Era una riazione federale contro l’unità milanese.
Arte e fermezza adoprò Caterina al riparo, e con sanguinose esecuzioni sgomentò i Milanesi, che istigati da altri Visconti, dai Porri, dagli Aliprandi, eransi mossi a tumulto per imporle nuovi consiglieri. Ma tutte ormai le città aveano scossa la dipendenza, e qualche tiranno vi prevaleva sulle famiglie e sulle fazioni. I Guelfi, secondati dai Valcamuni, mandano Brescia a tale strazio, da vendersi fin carne di Ghibellini; ma Pietro Gambara, di cui s’erano macellati due figlioletti, raccolse armi e consorti a Salò, ed entrato in città prese così sanguinose vendette, che la puzza dei cadaveri contaminò lungamente l’agro bresciano e il cremonese. I Guelfi pigliano il sopravvento a Lodi con Giovanni de’ Vignati, a Piacenza e a Bobbio cogli Scotti e coi Landi; i Ghibellini trionfano a Como con Franchino Rusca, a Bergamo coi Suardi, a Cremona con Giovan Ponzone, poi con Ugolino Cavalcabò; infine Gabrino Fondulo convita i Cavalcabò e i principali del paese e li fa scannare, e guadagna così un posto fra i principi. Intanto i baroni di Sax nella Mesolcina occupano Bellinzona; Vicenza si dà ai Veneziani.
Caterina riesce a far pace col papa, che venne a recuperare Bologna e Perugia: i Fiorentini, querelandolo d’averli abbandonati, continuano la guerra e liberano Siena; ma Gabriele Maria Visconti conserva Pisa alleandosi al maresciallo Boucicault, allora vicario di Francia a Genova; poi la vende per ducentoseimila fiorini (1405 giugno), che gli sono frodati da quell’avaro francese, il quale accusatolo a Genova di tradimento, lo manda al patibolo.
A Caterina fu grande appoggio Facino Cane. Costui, dell’antica stirpe dei Cani di Monferrato, avea servito gli Scaligeri di Verona, e rimasto prigione alla battaglia di Castagnaro, accettò stipendio dai Carraresi, pei quali menò inesorabile guerra nel Friuli; assistè al marchese di Monferrato contro i signori di Savoja con tal fortuna, che quello l’infeudò di Borgo San Martino. Devastando il Piemonte fino ad Ivrea, crebbe nella stima di Gian Galeazzo, che gli diede a governo Bologna appena l’ebbe riacquistata. Col feroce diritto di un comandante militare egli vi si mantenne; e quando, morto il duca, ebbe ordine di cederla all’esercito pontifizio, per togliere la voglia d’inseguirlo pose il fuoco a trecento case. Dritte allora le bande sue contro dei rivoltosi, devastò quant’è da Parma a Cremona; Alessandria abbandonò ad orribile saccheggio, poi se ne fece signore, tenendo anche il contado di Biandrate. Pandolfo Malatesta, cognato della reggente, reclamava i soldi maturati; ond’essa l’inviò a depredare Como, dov’egli si pose governatore, come si sottomise Bergamo e Brescia, fondandovi un’altra signoria guelfa.
Ma questa fazione perdeva allora un gran capo. Francesco Novello de’ Carrara sodatosi in Padova, e conciliatosi con Guglielmo bastardo di casa della Scala, gli avea dato mano nel recuperare Verona; poi come questo morì (1404 7 aprile) (dissero di veleno), Francesco Novello se la prese (maggio), a scapito de’ figli di esso, Antonio e Brunoro, e della Visconti. Ma già i Veneziani, istigati dalla duchessa, aveano rotta guerra al Carrarese assoldando il Malatesta, il Savelli ed altri condottieri; e per quanto egli raddoppiasse d’attività, il numero superiore de’ nemici e la peste lo costrinsero a cedere (1406). Recatosi a Venezia, ivi fu sostenuto, e dai Dieci condannato al patibolo coi suoi figliuoli, e bandita una taglia sul capo dei due che eransi salvati in Firenze, e Carlo Zeno, il più grande uomo di Venezia, accusato d’aver ricevuto quattrocento ducati dal Carrarese, benchè adducesse non esser quelli che la restituzione d’un prestito, nè stesse altra prova contro della sua illibatezza, fu escluso d’ogni impiego e condannato a due anni di prigionia. I figli di Guglielmo della Scala, sottrattisi dal carcere in cui gli avea chiusi il Carrarese, chiesero venir restituiti nel possesso di Verona; e la Signoria veneta rispose col mettere a prezzo la loro testa. San Marco trovossi possedere Treviso, Feltre, Belluno, Padova, Vicenza, Verona: funesti acquisti, che lo mescolarono alle vicende italiane; e subito fu costretto difenderli contro dell’imperatore Sigismondo, che avea mandato a invadere il Friuli Filippo Scolari fiorentino, da lui creato span e perciò detto Pippo Span.
Fra tanti nemici esterni ed interni la duchessa di Milano non credea poter sostenersi che collo sgomento; e un giorno fece trovare davanti a Sant’Ambrogio (1404 8bre) cinque cadaveri, vestiti di nero e senza testa. Il popolo, invece d’atterrirsi, s’indigna, caccia lei col Barbavara suo favorito: Gian Maria dichiarato maggiore, la fa imprigionare, e forse uccidere; poi, per iscagionarsi del parricidio, ne imputa Giovanni Pusterla castellano di Monza, lo fa sbranare con tutta la famiglia da’ suoi cani, e perchè questi parvero intenerirsi all’aspetto d’un costui figlio dodicenne, ordinò di scannarlo.
Imperocchè Gian Maria non pareva aspirare all’autorità che per ordinare supplizj; e resisi amici i soldati e i cortigiani col tollerarne le trascendenze, la diede per mezzo a tutte le sevizie e lubricità; teneva cani addestrati a saltare alla vita di chi esso accennava, e collo Squarciagiramo suo canattiere andava la notte per città aizzandoli or su questo or su quello. Feroce coi sottomessi, codardo coi forti, dalla tirannia de’ condottieri non sapeva schermirsi col congiurare. Per soldare le costoro bande voleansi denari, ed egli ne estorceva senza badare a qual modo, sino a proibire di rendere giustizia a chi non avesse pagato le taglie; appaltò non solo le regalie, ma i beni suoi allodiali alla città, patto che questa gli desse sedicimila fiorini il mese, di cui duemila per sè e la corte, il resto ai soldati: eppure que’ mercenarj derubavano le case signorili, i mercanti, le barche sul Po. Si volle darne colpa ai consiglieri, e per costringere il duca a mutarli, Facino Cane e Pandolfo Malatesta batterono le sue guardie e lui assediarono in città, dal castello scaricandogli bombe e cannoni, invenzione nuova e perciò meno micidiale, ma più spaventosa. Se n’indignò il Del Verme, capitano di morali sentimenti, e risoluto di risarcire l’autorità del duca, sconfisse Facino (1407); ma avea dovuto valersi delle bande del feroce Ottobon Terzo signore di Parma e Reggio, il quale in compenso della vittoria domandò di saccheggiare Milano; e perchè il Del Verme si oppose, uscì ad osteggiare Guelfi e Ghibellini.
A Milano tutto era sgomento, disordine, sangue. Una affollata di poveri gridando _Pace pace_ si strinse attorno al duca che cavalcava, ed esso li fece assalire da’ suoi seguaci, talchè duecento ne perirono; e proibì di proferir la parola pace, nemmanco nella messa. Eppure fu costretto cercarla, rimovere i suoi istigatori, perdonare a’ Ghibellini, e ricevere un governatore di questi e uno de’ Guelfi.
Il Del Verme, disperando del paese natìo, passò al soldo de’ Veneziani, e perì combattendo i Turchi. Facino Cane, conte di Biandrate, signore di Tortona, Novara, Vercelli, Alessandria e delle rive del lago Maggiore, rapì a Filippo Maria la reggenza di Pavia dopo che l’ebbe mandata a sacco, costrinse Gian Maria a cedergli anche quella di Milano, e teneva entrambi non solo in soggezione ma in istrettezza fin del necessario. Accingevasi a togliere Bergamo e Brescia al Malatesta, quando si malò a morte. A quest’avviso i Milanesi ghibellini, come Mantegazza, del Majno, Pusterla, Trivulzj, Baggio, Concorezzo, Aliprandi, si sbigottirono di dover trovarsi nuovamente in arbitrio del tiranno, che a tutti aveva ucciso o il padre o i fratelli, sicchè strettisi insieme a congiura, nella chiesa di San Gotardo (1412 16 maggio), trucidarono Gian Maria. Avea ventiquattr’anni; e solo una meretrice gittò qualche fiore sul colui cadavere; lo Squarciagiramo fu trascinato a strapazzo, poi alla forca.
Quel giorno stesso Facino spirava[13]; e tosto i costui soldati occupano Pavia per sicurtà delle loro paghe; Astorre Visconti, bastardo di Bernabò, detto il soldato senza paura, si rende padrone di Milano; signori d’ogni parte si riaffacciano per recuperare gli antichi dominj; ma Filippo, che sin allora era parso neghittoso e dappoco, allora con meravigliosa operosità s’accinge a recuperare le avite appartenenze. Dove consisteva il punto capitale? nell’assicurarsi i venturieri. Beatrice Tenda, vedova di Facino, aveva ereditati dal marito estesissimi possessi, il dominio di Tortona, Novara, Vercelli, Alessandria; toccava i quarant’anni, Filippo venti: che importa? e’ la chiede sposa, e con essa acquista quattrocentomila zecchini e gli antichi partigiani del marito. Con questi ritoglie di viva forza Pavia e Milano agli usurpatori, manda al supplizio gli uccisori del fratello, combatte Astorre Visconti che rimane ucciso in Monza, e riceve il giuramento di fedeltà.
Francesco Bussone, illustre sotto il patrio nome di Carmagnola, con null’altro che colla spada salito, da contadino che era, fino ai primi onori, fu principale stromento di vittorie a Gian Maria prima, poi a Filippo, al quale sottopose in breve Lodi (1416), i cui signori Vignati, chiamati a Milano a titolo di conferenza, furono messi al supplizio; Pavia, dove uccise in carcere Castellino Beccaria e fece appiccare suo fratello Lancillotto; Como, che il Rusca cedeva riservandosi la contea di Lugano; indusse il Malatesta a vendere al duca Brescia e Bergamo; così Cremona il Fondulo per quarantamila ducati, e il fondo di Castelleone; Crema, Giorgio Benzone; Rinaldo Pallavicini, San Donnino. Ottobon Terzo, che brutalmente tiranneggiando Parma e Reggio, erasi fatto terribile dovunque menasse le assassine sue bande, fu chiesto a parlamento dal marchese d’Este, e quivi trucidato dallo Sforza; e il suo cadavere andò a brani, e v’ebbe persino chi ne mangiò. Nicolò d’Este, per tener Reggio, cedette Parma al duca (1418). Piacenza fu sostenuta da Filippo Arcelli, gentiluomo di valor eccellente, che raccolti quanti Filippo avea spossessati acciò facessero causa comune, recò accannita guerra al Carmagnola. Questi, col supplizio della moglie e del figlio dell’Arcelli prigionieri, prese Piacenza; ma vedendo non poterla conservare, obbligò gli abitanti a uscir tutti colle robe, sicchè il nemico non trovò che deserto, e per un anno tre soli abitanti s’annidarono in quella solitudine, finchè il duca di Milano l’ebbe e la ripopolò. Per tal modo Filippo, non provveduto di valore, ma di destrezza molta e di eccellenti capitani, reintegra non solo ma amplia il ducato, e domina dai confini del Piemonte a quelli del papa, dal San Gotardo al mar Ligure, dove presto allargò la sua signoria.
CAPITOLO CXIII.
Venezia e Genova. Guerra di Chioggia. Venezia ricresce, Genova si perde.
In Venezia il tempo aveva consolidato il potere della nobiltà, che affatto dedita alla politica, v’acquistò tanta attitudine, quanta i feudatarj nell’esercizio delle armi, e seppe cattivarsi l’opinione in modo, che questa più non si mise a contrapposto del potere, ma vi andò in coda. Alla classe media rimasero per ristoro i traffici, che guidava dall’India ai Paesi Bassi, dalla Barberia al Baltico. La metropoli conteneva cennovantamila persone: le case furono estimate sette milioni di ducati, che oggi rispondono a trenta milioni di lire; e le pigioni ducati cinquecentomila. La zecca coniava l’anno un milione di zecchini, dugentomila monete d’argento e ottocentomila soldi, gettando in corso ogni anno diciotto milioni effettivi di lire nostre. In meno d’un decennio fu spento un debito di quaranta milioni di zecchini, oltre prestarne settantamila al marchese di Ferrara. Passavano il migliajo i nobili che possedevano di rendita da quattro a settantamila zecchini; eppure con tremila aveasi un bel palazzo[14]. Mastin della Scala, perduta Padova, chiese d’essere ascritto al libro della nobiltà veneta; poco poi vi furono i Carraresi; e sempre un tale onore venne ambito dai principi.
Alle vicende d’Italia ormai prendea briga Venezia non più come straniera, ma come potentato italiano; e poichè i principati costituitisi nell’alta Italia poteano divenirle minacciosi, dovette anch’essa acquistarvi stato per equilibrarli, e per mantenersi libera la navigazione del Po. Se la assicurò di fatto nella guerra che narrammo contro gli Scaligeri; e dopo impossessata di Treviso in terraferma, via via prosperò di dominj e di traffici. Ne’ possessi marittimi invece andava in calo, sì per l’avanzarsi de’ Turchi, sì per le guerre con Genova, la quale, vinti i Tartari, aveva ottenuto che nessuna nave d’Occidente potesse far porto in altro luogo del mar Nero che a Caffa sua; imprese che noi riserviamo a narrare nel libro seguente.
Se n’adontarono i Veneziani, e allestirono nuove battaglie, in procinto delle quali Francesco Petrarca scriveva (1351) al doge Andrea Dandolo: — L’antica amistà nostra e l’amore della patria comune mi confortano a ragionare apertamente con voi. Corre voce che due libere città s’accingano a farsi guerra a morte. E quali città! i due lumi d’Italia, collocati dalla natura agli opposti estremi dell’Alpi per signoreggiare i mari che la circondano, e perchè dopo l’abbassamento del romano imperio la miglior parte del mondo ne sia ancor la regina. Nazioni altere osano disputarle in terra il primo luogo; ma chi oserebbe in mare? Se Venezia e Genova ritorcono in se stesse l’armi, fremo in pensarlo, tutto è perduto, e imperio marittimo e gloria nazionale; chiunque sia il vinto, è forza che l’uno de’ nostri lumi si estingua e l’altro s’indebolisca. Non serve illudersi; non sarà mai facile vincere un nemico d’indole bollente e, ciò che più vale, italiano. Uomini valorosi, popoli potenti entrambi, quale è lo scopo, quale sarà il frutto delle vostre discordie? Il sangue onde siete assetati, non è di Arabi o d’Africani; ma sangue di un popolo a voi congiunto, di un popolo che farebbe scudo alla patria comune ove nuovi Barbari l’assalissero, di un popolo nato a vivere, a combattere, a trionfare, o morire con voi. Il piacer di vendicare un’offesa leggera potrebb’egli più che il pubblico bene, più che la salute di voi stessi? E pure, se mi si dice il vero, per meglio saziare il vostro furore, voi vi siete collegati col re di Aragona, i Genovesi col greco usurpatore; cioè Italiani implorano l’ajuto de’ Barbari per offendere altri Italiani. Madre infelice! che fia di te, se i tuoi proprj figliuoli stipendiano mani straniere per lacerarti il seno? Noi insensati, che aspettiamo da anime venali ciò che potremmo ricevere da’ nostri fratelli. Ben provvide natura al nostro schermo steccandoci coll’Alpi e col mare: ma avarizia, invidia, superbia hanno rotto quelle barriere; e Cimbri, Unni, Tedeschi, Francesi, Spagnuoli inondarono i nostri dolci campi. Che fia di noi, che dell’Italia, se Venezia e Genova non fanno argine al nemico torrente? Prosternato, pieno gli occhi di lagrime e d’amarezza il cuore, io vo gridando, Deponete l’armi civili, ricambiatevi il bacio della pace, unite gli animi vostri e le bandiere. Così l’Oceano e l’Egeo vi siano favorevoli, e le vostre navi giungano prosperamente a Taprobana, alle isole Fortunate, a Tule incognita, e fino a’ due poli! I re e i popoli più lontani vi verranno incontro, i Barbari dell’Europa e dell’Asia vi paventeranno, e la nostra Italia si chiamerà a voi debitrice dell’antica sua gloria».