Storia degli Italiani, vol. 08 (di 15)
Part 2
Tutto ciò indispose il papa contro Firenze: e Guglielmo di Noellet, legato pontifizio a Bologna, parve ne insidiasse la libertà, la carestia peggiorando col proibirvi l’invio del grano, poi scagliando contro della Toscana la Compagnia Bianca dell’Acuto, dacchè la tregua con Bernabò la rendeva inutile: passo sconsigliato e disastrosissimo all’Italia ed alla causa pontifizia. Firenze, indignata di vedersi tolta di mira da quella Corte, cui con lealtà religiosa avea sempre favorito, comprò l’inazione di costui mediante centrentamila fiorini, e tosto gittò l’incendio nella Romagna, promettendo mano a chiunque si rivoltasse alle sante chiavi. Siena, Lucca, Pisa tennero con essa, e così il Visconti, cui Gregorio XI aveva rinnovato le ostilità: gli Otto della guerra, a’ quali erasi affidato il governo di Firenze, ed erano detti gli otto santi patroni, raccolsero l’esercito sotto una bandiera iscritta a oro _Libertà_, la quale spedirono a Roma e agli altri paesi con lettere mirabilmente dettate dal segretario Coluccio Salutati. Ed ecco in non dieci giorni ottanta città o borgate di Romagna e delle marche d’Ancona e Spoleto, e Bologna stessa si sottrassero ai vicarj pontifizj, e costituendosi libere, o richiamando le antiche famiglie spossessate dall’Albornoz. Giovanni Acuto, a servizio del legato papale, intitolò la sua _compagnia santa_, e malmenò la Romagna. Il vescovo d’Ostia conte di questa dimorava in Faenza, e scoperto che Astorre Manfredi praticava per farla ribellare, chiamò l’Acuto. Il quale volò, e subito chiese denari (1376); e non avendone il vescovo, cacciò prigione trecento primani, undicimila spinse fuor di città, solo ritenendo alquante donne a oltraggio; poi l’abbandonò al sacco, nè tampoco risparmiando le vite di fanciulli. La città così malmenata vendè per quarantamila fiorini al marchese d’Este, poi gliela ritolse per darla al Manfredi. Questo chiamava egli servire al pontefice: eppure in compenso pretese le terre di Bagnacavallo e Castrocaro.
La sollevazione intanto estendevasi; ben ottanta città aveano tolto l’obbedienza al pontefice, che viepiù indignato contro i Fiorentini, li citò al suo tribunale. Essi, che non voleano esser religiosi a scapito della libertà[6], mandano tre ambasciadori ad Avignone, che sostengono la causa loro con insolita franchezza, e — In quattrocento anni dacchè godiamo della libertà, la ci si è per modo connaturata, che ognun di noi è disposto a sagrificare la vita per conservar quella». Il buon papa era troppo male ispirato, com’è più facile ai lontani; e senza dare ascolto proferì contro di loro la scomunica, eccitando ognuno ad occuparne gli averi e le persone; onde Donato Barbadori, uno dell’ambasciata, si volge a un Cristo, appellandosi a lui dell’ingiusta sentenza, e dicendo col salmista: — Ajutor mio, non mi lasciare; se anche mio padre e mia madre m’abbandonarono».
Quanti erano per traffico in Avignone e altrove sono obbligati partirsene; il re d’Inghilterra coglie l’occasione per occupare gli averi e far serve le persone di quanti ne trovò nel suo regno; sicchè arrivò a Firenze tanta gente, da poter formare un’altra città. I Fiorentini decretano non si badi all’interdetto (1377), e si continuino gli uffizi divini: ma l’Acuto mette a macello le città sollevate; Roberto di Ginevra nuovo legato, cattiva scelta d’ottimo pontefice, trae una banda delle più ribalde che devastassero la Francia, guidata da Giovanni di Malestroit bretone, il quale, avendogli il papa domandato — Ti basta l’animo di penetrare in Firenze?» rispose — Sì perdio, se vi penetra il sole». A’ Bolognesi il legato minacciava voler lavarsi piedi e mani nel sangue loro; e di fatto Monteveglio, Crespellano ed altre terre furono spietatamente invase. Cesena, assalita per una rissa fra’ Bretoni e i cittadini, fu mandata a sacco, e Roberto gridava — Sangue, voglio sangue; scannate tutti, affatto affatto»; orribile grido, più orribile in bocca di legato papale, se pur non è una delle solite invenzioni con cui si vendicano gli oppressi. Tre giorni abbandonata a quel furore, cinquemila cadaveri furono rinvenuti quando si rifabbricò, oltre quelli periti nel fuoco e mangiati dai cani: gli altri errarono mendicando. I soldati cambiavano a some le spoglie dei morti con altrettanto fieno e paglia da stramare i cavalli; le donne, vedove, contaminate, nude, digiune, metteano pietà fin al disumano Acuto. I Fiorentini riuscirono a staccare costui dal papa col pagargli duecencinquantamila fiorini l’anno; vale a dire redimevano i ricolti del proprio territorio dando una metà della pubblica rendita. Solo allorchè lo scisma cominciato nella Chiesa facealo bisognoso di pace, il papa ricomunicò Firenze (1378), accettandone ducentrentamila fiorini.
Firenze vedeva con gelosia gl’incrementi di Gian Galeazzo; e questo, soffiando ne’ rancori degli emuli di essa, riuscì ad allearsi con Siena, Perugia, Urbino, Faenza, Rimini, Forlì e molti principotti, oltrechè si provvedeva dei migliori capitani nostrali, Jacopo del Verme, Giovanni d’Azzo degli Ubaldini, Paolo Savelli, Ugolotto Biancardo, Galeazzo Porro, Facino Cane, ed accampava fin quindicimila cavalli e seimila fanti. Firenze sentendosi minacciata, doppiò di zelo e sagrifizj, e oltre l’Acuto, assoldò il tedesco duca di Baviera, il francese duca di Armagnac, che menava duemila lance e tremila _pilardi_ o saccomanni, diluvj d’ogni nazione, stipendiati per danno della nostra. Associavasi pure colla potenza di Bologna e coll’ira del tradito Francesco Novello de’ Carrara.
Costretto, come narrammo, dal Visconti a far cessione del principato degli avi suoi, e relegato a Cortazzone nell’Astigiano, costui fugge per Francia, dando voce d’andar pellegrino a Sant’Antonio di Vienne, e seguito dall’intrepida moglie Taddea d’Este e dai figliuoli, varca i geli alpini, si prostra all’antipapa Clemente VII in Avignone, a Marsiglia abbraccia Raimondo già vescovo di Padova, poi temendo essere arrestato da quel governatore, s’imbarca per Genova. La procella lo butta su spiaggia nemica, ma ne campa mediante il denaro e le lettere del re di Francia; e giunto a una terra de’ Fieschi, si rimette al mare. Nuova tempesta lo spinge al lido, ove uno Spínola non crede sia mercante nè uom d’arme come diceva, e l’obbliga a manifestargli l’esser suo. Questo, caldo ghibellino, corre a Genova a riferirlo al doge Adorno, creatura dei Visconti; ma il Carrarese, avutone sentore, passa la notte in una chiesa, donde all’alba fugge lungo la riviera. Ivi l’imbatte un mercante, che al nobile portamento di Taddeo insospettito, corre a denunziarlo a Ventimiglia come rapitore di gentildonna. Le milizie il sopragiungono, ma egli, palesatosi, riceve onore; ed è trovato da un messaggiero di Paganino Doria, che gli presenta la metà d’un dado, segnale concertato, onde seco prosegue il viaggio s’un palischermo. Spinto da traversia a Savona, ove dominavano i Del Carretto amici al Visconti, se ne sottrae con pronta fuga, e in abito da pellegrino passa per Genova, si sottrae ai condottieri del duca spediti sulla sua traccia, ed eccolo a Firenze. Nojato dai gabellieri alle porte, ricevuto freddamente e consigliato a cercarsi altro asilo, egli mette banco per guadagnare il vitto alla famiglia, e si fa stimare dai Fiorentini, viepiù dacchè lo vedono temuto dal Visconti: i Veneziani stessi, cessato di averne paura, lo guardano amicamente; dalla prigione suo padre lo esorta a sostenere le fortune e l’onore della casa. Allora Francesco ripiglia personaggio politico, gira le corti di Germania e n’ottiene soccorsi ed incoraggiamenti, coi quali traversato il Friuli, e raccolti amici e partigiani, di sorpresa recupera Padova (1390 19 giugno). Subito l’incendio si diffonde; Verona acclama il fanciullo Can Francesco, figlio del defunto Antonio della Scala; e i Veneziani dan mano ai nemici di Gian Galeazzo.
Però le bande oltramontane non aveano ancora imparato la strategia maestrevole delle italiane; e l’Armagnac, che, giovane di ventott’anni e usato a vincere, con baldanza francese sbraveggiava gl’Italiani, essendosi con pochi avanzato fin sotto Alessandria, da Jacopo del Verme fu battuto e ferito a morte (1391 25 luglio); i suoi, presi e spogliati, dovettero senz’armi tornare in Francia. Ne restava in gravissimo frangente l’altro esercito al soldo de’ Fiorentini, ma Giovanni Acuto con ferma maestria potè ritirarlo attraverso l’Oglio, il Mincio, l’Adige. Rotte le dighe di questo, allagata la valle veronese, l’Acuto si trovò una volta ristretto sopra un argine, e tutto intorno acqua, onde il Del Verme gli mandò per beffa una volpe in gabbia; ma l’inglese rispose: — La volpe troverà modo da sgattajolare»: e in fatto, traversando di sotto di Legnago per entro le acque e la melma un’intera giornata, ridusse l’esercito in salvo. All’Acuto Firenze dava fin duemila fiorini l’anno di paga, e lui e suo figlio faceva esenti da ogni gravezza; pingui doti alle tre figlie, assegno vedovile alla moglie Donnina Visconti; e quando morì (1394) gli rese esequie da principe, e mausoleo in Santa Maria del Fiore, e le sue ceneri furono ridomandate dal re d’Inghilterra: tant’è pertinace la frenesia degli uomini nell’onorare chi gli uccide.
Stanchi di quelle interminabili evoluzioni senza mai una battaglia campale, i belligeranti trattarono d’accordo (1392 genn.), rimettendosi all’arbitrio di Antoniotto Adorno doge di Genova, e Riccardo Caracciolo gran maestro dell’ordine di Rodi. Il costoro arbitramento a Francesco Novello manteneva Padova, proibito a Gian Galeazzo d’intrigarsi nelle cose toscane, e ai Fiorentini nelle lombarde. Ma il Visconti, le cui ambizioni rimanevano insoddisfatte, non atteneva i patti; le bande mercenarie congedate, eppur tenute sempre a mezzo soldo, spingeva contro i Fiorentini (8bre); fermava alleanza con Jacopo d’Appiano, che svertando Pietro Gambacorta, s’era insignorito di Pisa.
Francesco Gonzaga in un finto pellegrinaggio combinò una lega guelfa tra Bologna, i signori di Padova, Ferrara, Mantova, Ravenna, Faenza, Imola, e principalmente Firenze, la quale regolata allora dagli Albizzi, destri politici, coi maneggi non men che colle bande mercenarie tenne testa ad Alberico di Barbiano. Non potè però impedire che Gerardo figlio e successore dell’Appiano vendesse Pisa a Gian Galeazzo (1399 febb.), conservando per sè Piombino coll’isola d’Elba, la quale d’allora formò un principato distinto. Anche Siena, agitata dalle fazioni e dalle rivalità con Firenze, si diede al Visconti (1400 genn.); e Perugia l’imitò. Pure l’opposizione di Firenze scompigliò (fu bene o male?) i disegni di Gian Galeazzo, il quale, caduto dalla speranza d’unire tutta Italia, pensò consolidarsi in Milano.
Per quanto la lunghezza e successione delle signorie avesse abituato a considerarli per principi ereditarj, i Visconti, come gli altri tiranni, non dominavano se non perchè il potere politico era affidato loro dall’assemblea del popolo, nella quale risedeva ancora di diritto la sovranità. Vero è che i Visconti la dispensavano dallo incomodo di adunarsi, facendo far tutto dai dodici di provvisione, presieduti da un vicario nominato dal principe, o al più convocavanla per dire di sì. Dal principe emanavano gli statuti, diretti spesso a consolidare la sua autorità col proibire di portare armi, di fare società segrete, o mantenere corrispondenza col papa o coll’imperatore, od a volere severa e compendiosa giustizia dei ladri e dei ribelli, «e per ribelli s’intendono tutti quelli che fanno contro al pacifico stato del signore e del Comune di Milano». Il vicario, mentre era luogotenente del duca, era pur capo della cittadinanza, e intermedio fra questa e quello; doveva essere forestiero, o almeno non possedere beni fondi nel Milanese; veniva assistito da dodici consiglieri bimestrali, tolti in parte dal collegio dei dottori, in parte dai mercanti e dai cittadini. Di questo magistrato erano competenza la polizia interiore, il commercio, la sanità, l’abbondanza, le contestazioni fra i mestieri e per servitù locali e mercedi; amministrava le rendite del Comune, i dazj, le regalie d’acque e strade; nominava agl’impieghi municipali, sceglieva i podestà, i capitani ed altri capi della giustizia nel contado. Esso pure convocava il consiglio generale di cencinquanta cittadini per ciascuna delle sei porte principali, eletti in prima da deputati del popolo, poi dal tribunale stesso di provvisione assistito da alquanti savj, infine dal duca. Ogni porta aveva stemma e bandiera propria e capitani; ogni parrocchia i suoi sindaci, e assemblee elettorali e deliberative: ai cittadini spettava la difesa delle mura e delle porte. Il potere giudiziale civile spettava al podestà; il criminale a un capitano di giustizia: ma costretto com’era ad appoggiarsi ad uno dei partiti per valere sopra l’altro, restava servo del preponderante, cioè del principe.
Queste consuetudini antiche de’ Comuni, e i privilegi feudali, le fazioni, il clero, le maestranze erano limiti alla potenza del principe, e sembra che principalmente ponessero ritegno al soverchiare delle imposte, giacchè questo adopera parole lusinghiere e fin vili allorchè domanda qualche nuova tassa. Al che per lo più davagli titolo il dover levare truppe, e con queste potea soprusare: se poi fosse creato vicario imperiale, esercitava i diritti regj: in caso di guerra non avea più limiti, come generale dell’esercito: se diveniva capo di molte città, non tenendosi queste l’una coll’altra, egli si trovava indipendente da tutte, e le une adoprava a frenare le altre; le quali conquistate non aveano alcun diritto da opporre agli arbitrj di esso.
Per dare a conoscere il governo d’alcuna delle città dipendenti, togliamo ad esempio Como. Vi durava il consiglio generale di cento, fra i quali sortivasi un consiglio di dodici savj od uffizio di provvisione, per amministrare gli affari ordinarj: ne’ casi più rilevanti, come per fare statuti, dare la cittadinanza, vendere o impegnare i beni pubblici, raccoglievasi il consiglio generale. Ma Gian Galeazzo Visconti cercò sempre assottigliare la giurisdizione che questo aveva in materia d’ordinanze, pesi, misure, imposte, statuti, i quali vi erano stati rinnovati da Azzone.
Innanzi a detto consiglio appaltavansi le gabelle, e un giudice dei dazj con sei ragionieri risolveva le quistioni ad essi relative. Un referendario, per l’interesse del principe, sovrintendeva ai dazj, alle gabelle, ai pedaggi, ed interveniva al consiglio generale; e il primo che si trovi, fu del 1387. Quattromila seicento fiorini al mese era la quota che Como pagava a Gian Galeazzo. Privilegio del fisco era il sale, e l’appaltatore nel 1380 dovea comprarne quindicimila cinquecento staja dalla gabella del principe, il quale poi era suddiviso per Comuni e per famiglie, restandone esenti quelli che possedessero meno d’una lira di estimo. Il sale allora valeva quattro lire di terzoli; ed ogni frode era severamente punita.
Il podestà non era più eletto dalla città, ma spedito da Milano[7], con cento fiorini d’oro al mese, coi quali doveva stipendiare un collaterale per la polizia, e il vicario e il giudice de’ malefizj, che sosteneano le veci sue, questo nelle criminali, quello nelle cause civili, nelle quali aveano pari autorità quattro consoli di giustizia e due giudici di palazzo, scelti fra i dottori di collegio. Ogni sei mesi venivano da Milano censori, i quali pure sindacavano i magistrati quando al fine dell’anno scadeano. Il governatore era un mero rappresentante, nè scemava al Comune l’autorità sopra gli uffiziali inferiori e sopra le entrate proprie.
Bisognava dare un numero di soldati proporzionato alla popolazione, e sotto connestabili e con paga; oltre carri e guastatori ed altri servigi da guerra. La cittadella era guardata da un comandante: da un capitano del lago, sedente a Bellagio, dipendevano i soldati e due navi da venti e più remi dette _scorrobiesse_, per inseguire i contrabbandieri e i pirati. Un capo del bollo rilasciava i passaporti agli stranieri, sui quali e sulle porte, sulle quarantene, sui confini aveva giurisdizione. Dal principe pure venivano il giudice delle vettovaglie che badava alla bontà dei viveri e delle medicine, e i giudici delle strade.
Quel che parrà strano, nemmeno la perdita della indipendenza toglieva le nimistà interne e le divisioni per famiglie. A Como nel 1335 furono eletti cinquanta uomini della fazione Vitana, cinquanta della Ruscona, cinquanta della Lambertenga; e posti i nomi in tre urne separate, se ne estraeva uno per ciascuna, formando il tribunale dei _tre buoni uomini_, giudice inappellabile delle cause introdotte avanti a qualsifosse magistrato. E fin ai tempi di Francesco Sforza si continuò a cernire il consiglio metà dalla squadra Vitana, metà dalla Ruscona.
Galeazzo e Bernabò Visconti aveano creduto abbreviare e semplificare le liti coll’ordinare che quelle introdotte presso qualunque giudice si dovessero, a petizione anche d’una sola parte, compromettere in tre persone di fiducia, che proferissero senza strepito di fôro e inappellabilmente. Ciò dovette cadere in disuso, giacchè Gian Galeazzo lo richiamò nel 1382: ma presto apparve che questo surrogare l’arbitrio e il buon senso della legge peggiorava la giustizia; onde dapprima si volle che fra i tre fosse un giurisperito, poi la sentenza fosse appellabile, infine si rimisero i giudizj ai magistrati ordinarj.
A questi si andava estendendo la facoltà di procedere d’uffizio contro i delinquenti, e non solo per istanza dell’offeso, come già si praticava: il quale accentramento della giustizia fu un gran passo verso la centralità[8]. E Gian Galeazzo vi servì collo stabilire a Milano un consiglio di giustizia, tribunale supremo, cui portavasi l’appello dagli altri inferiori; e un consiglio segreto che sovrintendeva all’amministrazione, avendo dipendenti i magistrati delle entrate ordinarie e delle straordinarie, i referendarj della curia ducale, i _collaterali del banco degli stipendiarj_ per l’esercito, i _capitani del divieto dei grani_ sopra l’annona. Anche la nomina ai benefizj ecclesiastici fu tratta al principe, salvo al papa il ratificarla: infine esso si arrogò quella del gran consiglio e dei dodici di provvisione. L’estendersi dello studio del diritto romano cresceva al principe l’autorità giuridica, oltre che egli reprimea arbitrariamente i frequenti delitti.
Questo potere dispotico, come nella Roma antica, derivava dalla potenza del capitano; e non distruggeva le forme repubblicane, ma le privava d’ogni efficacia. Al popolo rimaneva ancora il diritto di scegliere il principe; e disgustato dell’uno, protestava che, morto lui, mai più non ne vorrebbe altro; poi, appena morto questo, correva ad eleggerne un altro, anzi il figlio o il fratello di quello, per la ragione che suo padre o fratello era stato cattivo. Il ragionamento sa di strano, ma si fa tutti i dì.
Per tal modo i Milanesi si erano in cent’anni avvezzati a credere necessario il principato, e supporvi quasi un titolo ereditario alla casa Visconti. Se non che poteano sempre dir di no; e questo pericolo, per quanto remoto, turbava i sonni a Gian Galeazzo, il quale, per non tenersi conoscente del titolo all’elezione popolare, preferì riceverlo dall’imperatore.
Federico Barbarossa a Costanza riconosceva liberi i Lombardi: in conseguenza gl’imperatori non aveano potere diretto su di essi, nè mai pretesero considerarli come un feudo, di cui potessero disporre. Quando dunque Galeazzo offrì all’imperatore Venceslao centomila zecchini se lo eleggesse duca di Milano, questo (1395 maggio) non esitò un istante ad esaudirlo[9]. Galeazzo, scaltrito che più dei forni usati da’ suoi predecessori, incatenerebbero il popolo le feste, ne preparò di suntuosissime. Sulla piazza di Sant’Ambrogio ove si coronavano i re d’Italia, il nuovo duca fu messo in trono, poi a ginocchi dal messo imperiale ricevette il manto e una corona che valea ducentomila fiorini; e canti, e messe solenni, cavalcate, giostre, corte bandita, regali da non dire, e «allo spettacolo de tanta solennitate vi concorse quasi de tutte le nazioni de Cristiani ed anche gl’Infedeli, in modo che ciascuno diceva non più potere maggiore cosa vedere»[10].
Questa Lombardia che vedemmo sminuzzata in tante repubblichette quanti erano i Comuni che si governavano e amministravano alla domestica, veniva dunque a fondersi in un ducato, che, oltre la capitale, comprendeva Lodi, Crema, Cremona, Bergamo, Brescia, Como, col lago suo e quel di Lugano e con Bellinzona, Bormio e la Valtellina, Novara, Alessandria, Tortona, Vercelli, Pontremoli, Bobbio, Sarzana, Verona, Vicenza, Feliciano, Feltre, Belluno, Bassano colla riviera di Trento, Parma, Piacenza, Reggio, Arezzo; inoltre una contea in cui Pavia, Valenza, e Casale; e la contea d’Angera, titolare dell’erede. Gian Galeazzo possedeva altresì Perugia, Nocera, Spoleto, Assisi; oltre Asti ed Alba, che diede in dote alle due figlie. E tutto questo paese, divenuto retaggio d’una famiglia, passò dappoi a chi avesse più forza per occuparlo, o più astuzia e fierezza per tenerlo oppresso.
Forte spiacque ai Tedeschi l’alienazione di questo ducato, che essi amavano considerare per feudo imperiale; e fu uno degli aggravj di cui più caricassero Venceslao quando lo scoronarono (1401). Roberto conte palatino sostituitogli dovè promettere di venire in Italia e annichilare la sovranità de’ Visconti; sicchè alleatosi col signore di Padova, e accomodato di ducentomila fiorini da Firenze, spedì ambasciatori a far l’intimata a Galeazzo. Questo per tutta risposta si cinse de’ migliori capitani di ventura; e Roberto entrato sul territorio di Brescia (8bre) che era sorto a rumore, ed assalito da Facino Cane e Jacopo Del Verme, provò come la cavalleria italiana fosse superiore alla tedesca, la quale sarebbe ita in piena rotta se Francesco Novello non la sosteneva con uno squadrone italiano. Roberto, perduti mille cavalli e molti prigionieri, e abbandonato dai vassalli, se ne partì con ignominia (1402).
Così e l’assalto e la difesa dipendeano da capitani di ventura, de’ quali i migliori tenevasi intorno Galeazzo, e per opera loro ricuperò la sempre ribramata Bologna. Questa era tuttora divisa fra gli Scacchesi capitanati da Gozzadini e Zambeccari, e i Maltraversi che coi nobili aveano a capo Giovanni Bentivoglio, il quale (1401) riuscì a farsene dichiarar signore. Con ciò Firenze perdeva la sua più costante alleata: ma Galeazzo mandò contro al Bentivoglio il Del Verme e il Barbiano, e per quanto egli si difendesse valorosamente, fu fatto prigione ed ucciso (1402 giugno); e Galeazzo, gridato signore, fece al solito costruirvi una fortezza.
Insomma costui finiva di sotterrare le repubbliche nostre. Pisa gli era stata venduta da Gerardo Appiano; Siena e Perugia lo chiamarono signore, mentre Genova si metteva sotto al re di Francia; Roma era peggiorata dallo scisma papale; a Napoli la servitù non restituiva la pace; Venezia non s’accorgeva della necessità di farsi propugnatrice della libertà italiana; sola conservava l’alito repubblicano Firenze, ma sentendosi ricingere dalle insidie del Visconti, tremava: quando la peste, più volte ridestatasi in quel secolo, troncò a Gian Galeazzo le ambizioni e la vita di soli quarantanove anni (3 7bre).