Storia degli Italiani, vol. 08 (di 15)

Part 4

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Per tutta risposta ebbe lodi della sua eloquenza; nè miglior esito conseguì l’anno seguente scrivendo ai Genovesi, con altrettanto di gonfiezza ma insieme d’amore per l’Italia: — Illustre doge, magnifici anziani, permettete che esorti voi, come dianzi esortavo i Veneziani, alla concordia e alla pace: uffizj naturali e quasi necessarj al mio cuore. Non esiste popolo più formidabile in guerra, più mansueto in pace di voi; tutte le terre ove combatteste, tutti i mari da voi veleggiati testimoniano i vostri trionfi. Il Mediterraneo venera le vostre bandiere, l’Oceano le paventa, e il Bosforo è ancor tinto del sangue dei vostri nimici. Chi può senza raccapriccio leggere od ascoltare i successi di quell’ultima battaglia, nella quale a un sol tempo vinceste tre potenti nazioni?... Quantunque discreduto da loro quando era ancor tempo di consigliarli, io sento al vivo i disastri de’ Veneziani. Sentiteli pur voi, o Genovesi, e riflettete che gli uni e gli altri siete italiani, nè gravezza d’ingiuria vi disunì. Riconciliatevi dunque con essi, e se vi piace combattere, rivolgetevi contro i perfidi consiglieri delle vostre discordie; quindi passate a liberar Terrasanta, benemeritando del mondo e della posterità. Sebbene io dalle cose passate pronosticando le future, son d’avviso che a voi convenga, dopo vinti i nimici esteriori, provvedere al pericolo degl’interni. Roma non potè esser vinta se non da Roma: e ciò avverrà pure a voi, se non vi applicate a conciliare gli animi de’ vostri cittadini, massimamente quando sollevati dall’aura della fortuna. Mille sono gli esempj di città per odj civili distrutte; nessuno più sensibile del vostro. Ricordivi quando eravate il popolo più felice della terra; il vostro paese somigliava a un paradiso. Dal mare vedeansi torri che parevano minacciare il firmamento, poggi vestiti di ulivi e di melaranci, magioni marmoree sulle pendici, deliziosi recessi fra gli scogli, ove l’arte vincea la natura, e alla cui vista i naviganti sospendevano i remi per riguardare. Chi venisse per terra, meravigliando vedeva uomini e donne regalmente vestiti, e fino tra boschi e monti delizie incognite nelle reggie. Entrando nella vostra città pareva di mettere piede nel tempio della Felicità, e si proferiva come già di Roma: _Questa è una città di re_. Testè vinte avevate Venezia e Pisa: e i vostri vecchi vi diranno qual impressione ne venisse, qual timore ne’ porti, qual venerazione ne’ popoli, quali acclamazioni nelle riviere al comparire delle vostre armate. Signori del mare, appena che alcuno veleggiasse senza vostra licenza. Scendete poi colla memoria a quei tempi infausti, che l’orgoglio, l’ozio, la discordia, l’invidia, compagni inseparabili della prosperità, allignarono fra voi, e, ciò ch’era stato impossibile a umana forza, vi resero schiavi. Qual mutamento subitaneo! i palazzi divennero ricoveri d’assassini; le belle riviere e la città superba si fecero incolte, deserte, sformate, rovinose; la patria vostra fu assediata da’ suoi stessi fuorusciti; si combattè intorno alle sue mura per terra e per mare non solo, ma fin sotto terra; nè la guerra più crudele ha flagelli, che non piovessero tutti su lei. Finalmente vi piacque di riordinare lo Stato, dando alla repubblica un capo; e allora fu che le discordie si estinsero, la guerra cessò, e sicurezza e abbondanza e giuste leggi tornarono fra voi. Valga la trista esperienza a tenervi uniti, e per assicurarvi da nuove calamità siate equi, moderati, clementi».

Queste generose parole purtroppo in nessun tempo è superfluo ripetere in Italia, sebbene troppo spesso infruttuose[15]. Nè allora giovarono, e i mari nostri e d’Oriente si tinsero di sangue, e fino al 1355 la guerra vegghiò, molto più deplorevole che non quella fra paesi di terra, sì perchè di natura sua micidiale, sì perchè menata con cittadini, non con bande mercenarie. Nè durar pace lasciavano le rivalità delle due repubbliche in Oriente; donde vennero nuovi e più funesti conflitti.

Dopo la rivoluzione (1328), che sul trono di Costantinopoli ad Andronico Paleologo II surrogò il ribelle nipote Andronico III, i Genovesi eransi fatto cedere da quest’imperatore l’isola di Ténedo; ma i Veneti diedero appoggio agli abitanti che ricusavano sottomettersi al baratto. Di qui mali umori, sfogati (come vedremo) in battaglie oltremarine, e che rinvelenivano ad ogni pretesto. Essendo stato ucciso Pietro di Lusignano (1372) re di Cipro, nella coronazione di Pierino suo successore pretesero la precedenza Veneziani e Genovesi; e venuti alle armi, molti Genovesi rimasero scannati. Genova spedì a vendetta Damiano Catani, che trucidati i Veneziani, e preso il re e il paese, l’obbligò d’un tributo di quarantamila fiorini annui. Il Lusignano buttossi allora coi Veneziani (1379), e ne cominciò la guerra di Cipro, secondata da leghe delle potenze terrestri. Bernabò Visconti, suocero del re di Cipro, soldava contro Genova la compagnia della Stella, che danneggiò fin i giardini e i palazzi di Albáro e di San Pier d’Arena, finchè i Bisagnini la presero in mezzo, e costrinsero a rendersi a discrezione.

Instancabile nemico ai Veneziani era Francesco Carrara signor di Padova: una volta egli arrivò a far rapire dalle loro case i senatori a sè avversi, e condurli a Padova, dove rimbrottatili aspramente, e fatto intendere che, se gli avea rapiti, più facilmente potea farli ammazzare, li dimise incolumi, ma giurati di tacere. Contro Venezia non aveva esitato a chiamare il re d’Ungheria e i duchi d’Austria, ai quali cedette Feltre e Cividal di Belluno; e adoprare a vicenda le masnade e i tradimenti: però essendo caduto prigione dei Veneziani il vaivoda di Transilvania, gli uomini di questo ricusarono di combatter più sinchè non fosse redento, onde il Carrara dovette colla corda al collo implorare la pace. Ora, profittando delle strette di Venezia, rinnovò le ostilità, appoggiato agli Austriaci, agli Ungheresi e al patriarca d’Aquileja, che flagellarono il paese colle masnade. L’ammiraglio veneto Vittor Pisani menò lungamente sui mari alla vittoria il leone; al promontorio d’Anzio, a Trau di Dalmazia vinse; e non giungendo (1378) le paghe ai soldati, impedì se ne rifacessero col rubare, ma distribuì giorno per giorno ogni suo denaro, poi gli argenti da tavola, infine una fibbia che gli restava alla cintura.

Ma una volta il Carrara potè sorridere (1379 9 maggio) nel ricevere questo spaccio: — Magnifico e potente signore. Addì 3 del corrente maggio uscimmo di Zara con ventidue galee, veleggiammo verso il golfo secondo un avviso che i nimici venivano di Puglia con grano; e trovandoci sopra il porto di Pola il dì 5, due galee dell’antiguardia li scopersero quivi in agguato, numerosi di ventidue galee e tre grosse navi da dugencinquanta uomini ciascuna, oltre le solite ciurme, e molti uomini d’arme e venturieri assoldati per guardia della città. Avendo fra noi disegnato di non venir tosto a battaglia, acciò che in tanta vicinanza di terra non si salvassero a nuoto, fingemmo timore, e vogammo al largo; ond’eglino si misero a seguitarci. Scostati appena tre miglia dal lido, ci voltammo contro loro sì virilmente, che in un’ora e mezzo la vittoria era già nostra; in nostro potere quindici galee con tre navi cariche di seimila mine di grano; prigioni duemila quattrocento, morti da sette in ottocento; ma il signor Vettore Pisani ci sguizzò dalle mani con sette galee assai malarrivate. Dopo il combattimento spiccammo sei galee contro i legni da carico ancorati nel porto di Pola; ma avendoli trovati in secco sotto le torri della città, non presero che una fusta di munizioni. Siam giunti a Zara il dì 8 vittoriosi e senza perdita notabile, salvo la morte dell’egregio nostro capitano Lucian Doria (1379), trafitto in bocca da una lancia nel caldo della battaglia. Per gratitudine al suo parentado gli surrogammo il signor Ambrogio Doria, secondo il parere di tutti i capi dell’armata. Ai venturieri pagati da’ Veneziani mozzammo il capo; i cadaveri si gittarono a mare»[16].

Il consiglio di guerra tacciava Vittor Pisani di vile perchè non accettasse la battaglia; quando combattè e fu vinto, lo dissero traditore; e quantunque avesse intrepidamente disputato la vittoria, fu richiamato in patria e messo prigione, nel mentre i Genovesi al nuovo ammiraglio Pietro Doria nello scioglier delle vele gridavano — A Venezia, a Venezia». Di fatto Genova, ricuperate le piazze di Dalmazia tolte dai Veneziani, e attaccatone le colonie di Rovigno, Umago, Grado, Caorle, mentre avea destra la fortuna pensò con un colpo estremo ridurre l’emula alle paludi natìe.

Le isole su cui torreggia Venezia sorgono dalla laguna che si stende dalle bocche del Piave a quelle dell’Adige, separata dal mare per un banco di arena, che appena in pochi luoghi dà a navi grosse il passo, intrattenuto dall’arte e dall’arte munito. Il più settentrionale è quel de’ Treporti a tramontana dell’isola di Sant’Erasmo, atto solo a piccole imbarcazioni. Fra Sant’Erasmo e Lido apresi quello di San Nicolò, ed era il principale, munito di torri, fra le quali talvolta tendeasi una catena. Il passo di Malamocco fra quest’isola e Palestrina è il più profondo: poi tra Palestrina e Bróndolo è quello di Chioggia, denominato dalla città ivi posta al vertice di un’isola che s’attacca alla terraferma sol per un ponte: gl’interri dell’Adige e del Brenta rendono difficile l’altro passaggio fra Brondolo e il continente. Un canale a gran fatica mantenuto attraversava la laguna fra Venezia e Chioggia.

E appunto a Chioggia gettò l’àncora (1379 agosto) una flotta genovese numerosissima e co’ migliori marinaj; espugnatala coll’uccidere seimila Veneziani e catturarne quattromila, pose il quartier generale s’un’estremità dell’isola di Malamocco; e comunicando per terra coll’alleato padovano, circondava la città nemica. Questa, senza alleati, penuriava di vettovaglie; il tesoro era esausto; benchè fossero munite le poche aperture fra il mare e le lagune, galee genovesi si erano vedute giungere fino a Lido, sicchè il doge Andrea Contarini avea sin proibito di convocare il consiglio col tocco del campanone di San Marco, acciocchè il nemico non udisse quel segno, e fu posto in discussione se convenisse abbandonare Venezia, e trasportare a Creta la sede della repubblica. Il Carrara esultava dell’umiliazione dei nobiluomini. L’ammiraglio Doria ai veneti ambasciadori mandati per pace rispondeva: — Perdio che non ascolterò patti finchè non abbia messo il freno ai cavalli di San Marco»; e quando gli si propose di riscattare alcuni prigionieri: — Fra pochi giorni li redimerò senza denaro».

Non si trattava dunque d’ambizioni di nobili, ma di interesse del popolo: e il popolo non si scoraggia, solo ha bisogno d’uno che lo diriga, e in cui abbia confidenza; laonde ridomanda l’antico Pisani, sotto cui era stato avvezzo a vincere, e a cui la sventura avea cresciuto popolarità. Ed egli dai sotterranei del palazzo udendo migliaja di voci gridare, — Se volete che combattiamo, rendeteci il nostro ammiraglio, Viva Vittor Pisani»; si sporge alla ferrata, e — Zitti là; non dovete gridar altro se non Viva San Marco».

L’invidia tace quando l’ambizione è pericolosa: e il Pisani, tratto di carcere a braccia di popolo, respingendo i consigli di chi lo stimolava a insignorirsi dell’ingrata patria, ricevendo l’eucaristia giura che non terrà conto a’ suoi emuli della fattagli persecuzione; munisce l’argine di Malamocco ed ogni varco; invita tutti a concorrere alla salvezza della patria; i frati prendono le armi; e se un Morosini speculò sulle angustie cittadine per comprare case a vil prezzo, altri nobili attrezzarono trentaquattro galee a proprie spese; un Paruta cuojajo pagò mille soldati; uno speziale Cicogna diede una nave; semplici artigiani metteano insieme cento, ducento uomini; il doge settagenario monta sulla flotta coi principali pregadi: si promette ascrivere al libro d’oro i trenta plebei che più denaro offriranno, e molti infatti porgono il più e il meglio delle loro sostanze[17], talchè Venezia trova modo a’ suoi bisogni. Oh, Venezia conosce come si resiste al nemico. Il Pisani seppe frenare il primo impeto finchè avesse esercitato la ciurma inesperta, e non fosse tornata di Grecia la flotta di Carlo Zeno; unitosi colla quale, non solo allarga Venezia, ma sbaraglia e blocca nel porto di Chioggia (1380 gennaio) l’armata genovese, con barche affondate chiudendo le tre uscite: le bombe, allora forse adoprate la prima volta in mare, e che spingeano palle di pietra di cencinquanta in ducento libbre, giocavano radamente ma terribilmente contro ripari fabbricati per tutt’altri projetti; lo stesso Doria rimase sfracellato sotto il crollo d’un muro; e la flotta dopo sei mesi d’assedio è obbligata rendersi a discrezione (21 giugno).

La guerra per altro si prolungò, e Carlo Zeno, sostituito al morto Pisani, menava le navi più a guasto che a vittoria; mentre l’implacabile Francesco Carrara dirizzava gli Ungheresi sopra Treviso, che i Veneziani non salvarono se non cedendolo al duca d’Austria.

Alfine a Torino (1381 8 agosto), sotto gli auspizj di Amedeo VI di Savoja, fu conchiusa la pace, per cui la repubblica si obbligava a pagare annualmente al re d’Ungheria settemila ducati; ma Ungheresi non farebbero sale sulle coste, nè navigherebbero più nessuno de’ fiumi che sboccano nell’Adriatico fra capo Palmenterio e Rimini; e i mercanti di Dalmazia non asporterebbero mercanzie da Venezia per più di trentacinquemila ducati; con Padova si restituivano reciprocamente le conquiste e le prese; col patriarca d’Aquileja stipulavasi la piena emancipazione di Trieste, obbligata solo a contribuire al doge le regalie convenute ne’ trattati precedenti, e lasciare ogni sicurezza e libertà di commercio ai Veneziani. Tenedo, cagione prima della rottura, doveva essere consegnata al conte di Savoja, che ne trasporterebbe gli abitanti a Negroponte e a Candia, abbandonandola deserta; ma Giannacci Mulazzo balio di quell’isola procurò distorne i Genovesi, sicchè fu duopo coll’arme domarlo. Venezia perdea dunque ogni possedimento in terraferma, e Tenedo e la Dalmazia, oltre immense ricchezze logorate. Di settemila ducento prigioni che avea fatti, non sopraviveano che tremila trecensessantaquattro, che restituì in cambio de’ suoi, quasi tutti vivi. I Garzoni, i Condulmer, i Zusto, i Nani poterono gloriarsi della nobiltà acquistata col soccorrere alla patria; e così i Trevisan, i Cicogna, i Vendramin, che giunsero poi fino al berretto ducale.

Il duca d’Austria, cui restava Treviso, continuò nimicizie al Carrara; in fine gli vendette tutti i possedimenti che tenea di qua dell’Alpi. Pertanto il signore di Padova occupava il lembo della laguna, e recideva le comunicazioni col continente. Il senato veneto eccitò contro di lui Antonio della Scala e Giovanni Acuto, che portò la desolazione fin sulle porte di Verona e Vicenza. Poi Venezia ricevette in dedizione spontanea Corfù, che era stata riunita alla corona di Napoli, e ribellata durante la guerra civile: s’impadronì di Durazzo sulle coste d’Albania, che da Carlo d’Angiò era stata tolta ai Greci; ebbe la cessione di Argo e Napoli di Romania, anch’esse possedute dagli Angioini; ricuperò Treviso; poi sotto Michele Steno acquistò Vicenza, Verona, per ultimo anche Padova, mandando i Carraresi al fine che dicemmo.

Genova nella guerra di Chioggia avea spiegato portentosa attività non solo nel combattere, ma nel dirigere il re d’Ungheria, il Carrara, il patriarca d’Aquileja, il signor di Milano a’ danni della nemica Venezia: colla pace di Torino, oltre che esausta di moneta e navi, si trovò nell’interno tutta divisa e nemica; i nobili in urta coi popolani, i mercanti ed operaj grossi in urta coi piccoli e colla plebe, e quelli e questi suddivisi in Bianchi e Neri, che noi diremmo moderati ed eccessivi. Non erano più i vassalli che stessero a fianco de’ signori feudali, ma clienti e dipendenti, marinari, operaj, che talvolta a centinaja servivano una casa sola. I capi poi erano versati negli affari, destri come mercanti, coraggiosi come marinaj, generosi come ricchi, istruiti da tanti avvicendamenti di trionfi e d’esigli.

Dopo il Boccanegra, la preminenza era sempre toccata a uomini del popolo, nuova aristocrazia sottentrata a quella de’ gentiluomini, e che escluse questi dal dogato e fin da ogni impiego. Le antiche famiglie, come i marchesi del Carretto, vedendosi mozza l’autorità e invidiata la condizione, si riducevano ne’ loro castelli, professandosi ligi all’Impero; se rimaneano in città, tramavano contro un ordine di cose che gli escludeva: ma neppur essi riuscivano a nulla perchè non uniti.

Fra que’ trambusti erano venute su alcune famiglie di cappelluzzi, cioè popolani, i Montaldo, i Guarco, principalmente i Fregosi, notaj e fautori del popolo, e gli Adorni, conciapelli e sostenitori della plebe (1378); nessuna bastava a sommettere le altre, ma l’una l’altra contrariava, e tutte insieme ogni efficace provvedimento. Se il doge Nicolò Guarco vuol reprimere le fazioni e rinforzare il governo, dicono che aspira a tirannide, ricusangli il denaro e le collette, si sollevano e mutano stato. Dieci dogi si successero rapidamente con dieci rivoluzioni, e ciascuna lasciava una nuova partita di malcontenti. Gian Galeazzo Visconti versava olio su que’ tizzoni, sperando che per istanchezza Genova se gli butterebbe in braccio. Di tutto ciò le finanze andavano a sobbisso: il territorio, se crebbe col comprare Novi e Serravalle dai Milanesi, trovavasi occupato da varj signorotti, Monaco dai Grimaldi, Gavi dai Montaldo, Levanto dai Bertolotti: i partiti incessantemente in lotta, cacciandosi e nocendosi a vicenda, insidiati dai nobili delle due Riviere, per trionfare ricorrevano pur essi alle bande mercenarie, funeste del pari a tutti, o alla protezione di stranieri. Queste lotte, che in venti anni la ridussero a potenza secondaria, sarebbe nojoso il divisarle.

Antoniotto Adorno, che, dopo lungo aspirarvi, aveva ottenuto il dogato nella peste del 1384 mediante una insurrezione di macellaj, presto ne fu espulso, vi tornò, lo riperdette, ripigliollo, e vedendo non potere conservarsi in posto, propose di mettere la repubblica sotto la protezione di Carlo VI di Francia (1396): quarta volta che in quel secolo Genova sottoponeva volontaria il collo a giogo forestiero[18], sì era soffocato l’alito repubblicano. Il re accettò, e promise mettervi per doge un vicario francese, non alterare le leggi, non rincarire le imposte. La libertà non ne pativa di troppo: ma que’ vicarj nè contentavano nè atterrivano, nè la quiete si ripristinava; oltre quello versato per sottomettere le Riviere, molto sangue corse in Genova stessa; coi nomi di Guelfi e Ghibellini mascherando fiere animosità, ogni tratto si era a baruffe, invasioni, cacciate, incendj; cinque volte si combattè per le vie l’agosto del 1398, trenta palazzi in fiamme, molti edifizj diroccati.

L’anno seguente vi furono sistemati i corpi di mestieri, che scelsero quattro priori, ai quali aggiunsero dodici senatori, da rinnovarsi ogni mese, per vegliare che il governatore e il suo consiglio procacciassero il bene pubblico; e se alcun magistrato violasse la giustizia in parole o in fatti, poteano, armati gli artigiani, corrergli addosso.

Anzichè sedare le turbolenze, ciò vi porse nuovi incentivi, sinchè venne vicario di Francia Giovanni Lemeingre, maresciallo di Boucicaut, uomo di coraggio alla prova, che entrato con mille cavalieri e fanti, volle le fortezze, fece imprigionare i capi faziosi e uccidere, tolse le armi a tutti, abolì i nomi delle fazioni e le magistrature popolari, snidò dai loro feudi i Fiesco e i Del Carretto, esigliò popolani, e tale spavento incusse, che i consoli delle arti non osavano più congregarsi, nè tampoco le confraternite de’ Battuti, per tema si procedesse contro di loro[19].

Tristo il popolo che è costretto a lodare tali freni eccezionali, e il rintegramento della legalità per mezzo della violenza! Rinvigorita la marina, Boucicaut veleggiò contro il re di Cipro ch’era in rotta co’ Genovesi, e poichè questo comprò la pace, egli bottinò sulle coste di Siria e d’Egitto, ed ottenne al re di Francia la signoria di Pisa, uccidendo Gabriele Maria Visconti (pag. 30). Nella minorità di Gian Maria volle essere messo nella reggenza, e venne a Milano con molto denaro e grossa truppa: ma Facino Cane, d’intesa con Teodoro marchese di Monferrato e coi malcontenti, si spinse a Genova (1409) chiamandola a libertà; sicchè cacciati e uccisi i Francesi, malgrado de’ Guelfi fu ripristinato il governo a popolo, abolendo gli statuti anteriori, e assumendone uno nuovo, di cui tale è la somma:

Lo Stato è ghibellino e popolare, ma i Guelfi potranno farsi Ghibellini, e i nobili parteciperanno di tutti gli uffizj, salvo il supremo. Questi uffizj sono il podestà, dodici anziani, il consiglio de’ quaranta savj, il consiglio generale di trecentoventi, i sindicatori, i provvisori, i magistrati della moneta, della Romania, della mercanzia, della guerra e pace, e i consoli della ragione. Il doge a vita reggerà e governerà la repubblica, presiederà ai consigli con due voti, e potrà intervenire alle adunanze di tutti gli uffizj o magistrati non giudiziarj; ma il proporre partiti compete solo ai rispettivi priori: non moltiplicherà gli uffizj, o ne scemerà la giurisdizione, nè s’intrometterà per qualsia pretesto nella cognizione e raccomandazione delle liti: avrà annue ottomila genovine, da spendere nel mantenimento e decoro della sua corte, compresivi due vicedogi e due vicarj. Il podestà, pagato lire cinquemila, dovrà essere forestiero, dottor di leggi, di casa almeno patrizia; presenterà all’approvazione del doge e suo consiglio tre giurisperiti in qualità di vicarj, che lo assisteranno due nelle civili, il terzo nelle cause criminali, per delitti commessi a cinquanta miglia dalla residenza; de’ commessi in minor distanza conoscerà egli solo. Il doge dovrà consultare gli anziani in ogni occorrenza, salvo per arrestare banditi, cospiratori o sediziosi. I quaranta interverranno in tutte le trattazioni gravi, e così per atterrare fortezze, concedere immunità, conferire l’ammiragliato. I sindicatori invigileranno sui portamenti di tutti i magistrati, multandoli se falliscono, impedendoli d’abusare dell’autorità. I provvisori frequenteranno piazza de’ Banchi e altre accolte di popolo per raccorre l’opinione pubblica su quel che giovi o nuocia, stabiliranno il bilancio delle spese, che per quell’anno fu di 72,524 genovine. L’uffizio della moneta amministra anche le entrate, paga le spese, e custodisce la cassa pubblica. All’uffizio di Romania, unito a quello di Gazaria, spetta il provvedere per le colonie orientali. Quello di mercanzia risolve le liti sopra il commercio e la navigazione, che non procedano da pubblici istromenti; e i consoli della ragione quelle non eccedenti il valore di lire cento: da entrambe escludendo i giurisperiti. Nessuno potrà desinare nè contrarre famigliarità col podestà e sua corte; nessuno accettare nello Stato ambasceria o altro servizio di principe forestiero. Il deliberare della guerra, della pace, delle pubbliche convenzioni spetta al consiglio maggiore: il doge e il magistrato della guerra vi danno esecuzione. Si rinnoveranno gli esercizj de’ balestrieri sotto due capi di guerra. I cittadini popolari saranno descritti secondo le strade di loro abitazione, sotto capistrada, gonfalonieri e contestabili, bandiere e armi distinte; e con questi ordini difenderanno lo Stato dai nemici esterni ed interni. Qualunque volta al doge o agli anziani paresse conveniente una riforma, i nuovi capitoli e le ragioni faranno leggere ai quaranta, e ove siano approvati, nomineranno otto riformatori con balìa limitata ad essi capitoli.