Storia degli Italiani, vol. 08 (di 15)
Part 26
Nelle scuole aveano per tutto il medioevo contrastato i Realisti, che propendendo all’unità di sostanza, giudicavano mere astrazioni i nomi di genere, specie, individui; contro i Nominalisti, che proclamavano la pluralità della sostanza, ripristinando l’individuazione, il genere, la specie, all’universale non attribuendo altro valore che d’un segno. Dappoi la battaglia erasi ingaggiata e continuava sotto le antiche bandiere d’Aristotele e Platone, del ragionamento e dell’entusiasmo, del sillogismo e dell’ispirazione. Dal 1313 al 16 un frà Paolino minorita diresse a Marin Badoaro duca di Candia un trattato italiano col titolo _De recto regimine_, dove analizza con semplicità e chiarezza i doveri d’un magistrato; tiene pel governo d’un solo, ma che si circondi di una consulta di savj. Parteggia invece per la repubblica, almeno nei piccoli Stati, Egidio da Roma, educatore di Filippo il Bello e arcivescovo di Bourges; di cui i due primi libri _De regimine principum_ sono una direzione di coscienza pei re, il terzo un trattato di diritto politico, esaminando le varie forme di governo e le leggi civili che vi si riferiscono: nemicissimo della servitù personale, non riconosce regno se non si conformi agli eterni canoni della giustizia.
Accursio rimase tipo de’ glossatori, talchè sopra di lui si concentrarono i biasimi e le lodi. Ma la sua grande compilazione avea posto termine alle spiegazioni orali de’ professori, fin allora usitate; le interpretazioni furono ristrette; i glossatori divennero autorità unica, fino a dirsi che una glossa val più di cento testi. In conseguenza la scienza decadde, e sottentrarono i giuristi scolastici, che alla giurisprudenza applicarono i metodi dialettici; nel che vedemmo illustri Baldo e Bártolo, il quale colla gran pratica del fôro suppliva alla mancanza di storia e di filologia. Tutti i loro seguaci sono prolissi e barbari; onde dagli umanisti erano tenuti per dappoco, perchè conservavano ancora lo stile ispido, l’argomentare scolastico, le affollate citazioni al par de’ teologi: pure alcuni cominciarono a disselvatichire quegli studj, meditar Giustiniano con filologia e storia, e Andrea Alciato fu de’ primi, poi i francesi Budeo e Mulineo, e superiore a tutti il Cujaccio.
Molti ottennero celebrità per consulti legali e per opere o per magistrature sostenute; ma col rinnovarsi della scienza i loro libri non serbarono alcuna importanza, neppur d’erudizione. Chi non lodava allora Paris de Puteo, alessandrino o napoletano, Giovan Antonio Carafa, principe de’ giureconsulti, Matteo degli Afflitti, il più dotto leggista di quanti furono prima o poi, i cui _Commenti sopra i feudi_ non hanno pari, e che raccogliendo le decisioni della curia napoletana, diede origine alla nuova genìa dei _Decisionanti?_ Giovanni d’Andrea bolognese o fiorentino fu in voce del maggior canonista; e le sue figlie Novella e Bettina dettarono anch’esse. Paolo da Liazari, costui scolaro, allevò Giovanni da Legnano, così celebre che alla sua morte si chiusero le botteghe. Andrea d’Isernia fu nominato l’evangelista del diritto feudale, e re Roberto il menò seco onde perorare alla corte d’Avignone i diritti che vantava al trono di Napoli[158]. Gran lume al diritto civile recò pure Francesco Accolti d’Arezzo. Guadagnò moltissimo di sua professione, e sperava anche il cappello cardinalizio, ma Sisto IV gliel ricusò dicendo temeva di sottrarre alle scienze un troppo illustre cultore. Volendo dimostrare ai suoi scolari in Ferrara quanto importi conservare il buon nome, rubò della carne da un macello: subito ne vennero imputati gli studenti, e due in cattiva reputazione furono arrestati e correvano pericolo, quando l’Accolti andò ad accusare se stesso: non si volle credergli, finchè non addusse i testimonj e il motivo.
I canali, le macchine da guerra, i molini ad acqua e a vento, una filatura in Bologna nel 1341 mossa per forza d’acqua ed equivalente all’opera di quattromila filatrici, e i grandi lavori architettonici e idraulici attestano coltivate la geometria e la meccanica. Nel 1455 Gaspare Nadi e Aristotele di Feravante trasportarono la torre della Magione di Bologna colle sue fondamenta, alte ottanta piedi, colla spesa di sole cencinquanta lire; e raddrizzarono il campanile di Cento, che strapiombava più di cinque piedi[159].
Per servizio ora della magia, ora del commercio, le matematiche venivano coltivate dai nostri. Paolo Dagomari, detto Dall’Abaco, pel primo usò la virgola a distinguere in gruppi di tre cifre i numeri troppo lunghi, e introdusse i taccuini. Molti trattati d’algebra o, come dicevano, almacabala, si trovano nelle biblioteche; e il primo messo a stampa fu l’italiano di Luca Pacioli da Borgo Sansepolcro francescano, professore a Milano, che servì di base a tutti i matematici del secolo seguente. «In quest’arte maggiore, detta dal vulgo regola della cosa», arriva all’equazione di secondo grado, non più in là del Fibonacci; se non che la sua osservazione che le regole relative alle radici sorde possono riferirsi alle grandezze incommensurabili pressente l’applicazione dell’algebra alla geometria. Aveva visitato le città commerciali d’Italia, e porge le diverse pratiche dei negozianti, esempj numerosissimi di conti, cambj, arbitramenti, società, e principalmente la tenuta de’ libri in scrittura doppia all’italiana, che tanto tardò ad essere adottata[160].
Giorgio Valla piacentino (-1500) scrisse una specie di enciclopedia _de expetendis et fugiendis rebus_, desumendola da Greci e Latini, a preferenza degli Arabi, e nel III cap. dà un trattato delle sezioni coniche, forse primo dopo il risorgimento. Non abbiamo però matematici nostri che equivalgano ai tedeschi Purbach e Regiomontano. Questo pel primo costruì un almanacco colla posizione degli astri, gli eclissi, e calcoli della situazione del sole e della luna per trent’anni; chiamato a Roma per l’emendazione del calendario, vi morì in fresca età.
Gli astronomi erano tutti ubbie astrologiche, e ne formicola il famoso _Libro del perchè_ del Manfredi: pure la scienza avanzò. Nelle tavole di Giovanni Bianchini bolognese sono combinati tutti i moti dei pianeti. Domenico Maria Novaro ferrarese determinò la posizione delle stelle indicate nell’_Almagesto_, sospettò si fosse cambiato l’asse di rotazione della terra, ed ebbe scolaro Copernico, cui suggerì il concetto del sistema pitagorico. Paolo Toscanelli da Firenze confortò le speranze di Cristoforo Colombo sulla possibilità di giungere alle Indie dalla parte d’Occidente.
Le scienze naturali proseguivano in caccia di testi più che di fatti, e solo nel secolo seguente appoggiaronsi alla sperienza e alle matematiche, surrogando la realtà alle chimere, l’evidenza alle ipotesi e all’autorità. Nè in medicina si paragonava lo stato sano col morboso; e il libro del Ficino _Della vita umana_ è tutto formole per conservare la salute e prolungare la vita con astrologiche osservanze; dalle stelle deduce le malattie e l’efficacia dei rimedj; insegna ai vecchi a ringiovanire bevendo sangue di giovani: delirj, comuni ad Arnaldo Bacone, ad Arnaldo di Villanova ed ai migliori, ma combattuti da Pico e dal Guainero pavese. Dino del Garbo, gloria dell’età sua, aggiunse altre sottigliezze alle arabiche. Marsilio da Santa Sofia, Gentile da Fuligno, Pietro da Tossignana, Guglielmo da Varignana, Cristoforo Barziza, Giovanni da Concorezzo ed altri esercitarono con lode e scrissero di medicina. Michele Savonarola padovano, buon osservatore, francamente si emancipa da Averroe; eppure crede che Niccolò Piccinino generasse di cento anni, che dopo la peste del 1348 invece di trentadue denti se n’avessero ventidue o ventiquattro, e che col feto possa uscire talvolta un animale.
I medici non rifuggivano dalla chirurgia, mentre questa fuor d’Italia era abbandonata a barbieri ignoranti. Il salasso tenevasi operazione d’importanza; contendevasi seriamente sul dove e quando praticarlo; allorchè ne facesse bisogno, nelle case principesche adunavansi parenti e amici, e se riescisse bene, ringraziavasi il Signore festeggiando. Vincenzo Vianeo di Maida, Branca e Bojani di Tropea introdussero l’innesto animale, rifacendo nasi. Il Governo veneto, come in molti provvedimenti, così prevenne gli altri coll’ordinare, ai 7 maggio 1308, che ogni anno si sezionasse qualche cadavere. Nel 1315 Mondini de’ Luzzi, professore a Bologna, ne dissecò pubblicamente, e diede una descrizione del corpo umano fatta sul vero, e tavole anatomiche: e sebbene non sappia francarsi dalla venerazione agli antichi, e alle asserzioni di Galeno sagrifichi perfino l’evidenza, pure rimosse molte asserzioni fantastiche, disse ciò che propriamente avea veduto, e spiegò semplice e preciso; onde il suo libro per tre secoli rimase testo; aggiungendovi le scoperte che man mano si facevano. Dopo lui s’introdusse d’aprire ogni anno uno o due cadaveri nelle università: Bartolomeo da Montagnana, professore a Padova, si vanta d’aver fatto quattordici autopsie[161].
I farmacisti per lo più erano anche droghieri, laonde speziale significò farmacista e confetturiere; e le città, nell’accordare le licenze, v’aggiungevano l’obbligo di mandare alcuni dolci alla camera del Comune. Saladino d’Ascoli diede un _Compendium aromatariorum_ per norma dei farmacisti, dai quali pretende tante qualità, che pur beato se la metà ne possedessero. Santo-Arduino fece altrettanto per Venezia, Ciriaco degli Agosti di Tortona per l’Italia occidentale, Paolo Suardo pel Milanese. Ermolao Barbaro e Nicolò Leoniceno, commentando Plinio, giovarono assai alla botanica officinale. Nel 1415 Benedetto Rinio medico e filosofo veneto, con lunga diligenza e peregrinazioni faceva il _Liber de simplicibus_ in quattrocentrentadue faccie benissimo dipinte da Andrea Amadio, e coi nomi latini, greci, arabi, slavi, tedeschi. È la maggior raccolta che ancor si fosse fatta di piante e fiori, col tempo opportuno a raccoglierli e l’applicazione medicinale; e sta nella Marciana, coll’_Erbario o storia generale delle piante_, lavorato nel secolo seguente da Pier Antonio Michiel.
Papa Benedetto XIII riprovò la magia come ereticale; e poichè moltiplicavansi le guarigioni presunte miracolose alle tombe di san Rocco, di santa Caterina da Siena, di sant’Andrea Corsini ed altri, la Chiesa provvide non avesse a gridarsi al miracolo se non quando il morbo fosse incurabile, e istantaneo il risanamento. La ricorrenza delle pesti[162] crebbe la devozione per san Sebastiano, pel santo Giobbe, per san Rocco principalmente, che di quell’età appunto dal patrio Montpellier era pellegrinato in Italia onde assistere a’ contagiosi. Spesso ancora sulle facciate delle chiese e su tabernacoli lungo le vie si dipingevano gigantesche figure di san Cristoforo, la cui vista diceasi preservare dai cattivi incontri e dalle morti improvvise, le quali sembra divenissero allora più frequenti; onde spesseggiarono pure le invocazioni a sant’Andrea Avellino ed altre devozioni preservative.
A richiamare dalla erudizione all’osservazione, dai testi ai fatti, valsero alcune malattie nuove, come la morte nera; la tosse ferina, comparsa nel 1414 sotto forma epidemica; la tarantola, epidemia psichica che s’attribuiva al morso d’un ragno, e portava a ballare e far attucci stravaganti. La lebbra vuolsi venuta in Italia co’ soldati di Pompeo reduci dall’Egitto, ma presto si spense. Ricomparve al tempo de’ Longobardi, poi di nuovo alle crociate: e forse non era cessata mai del tutto, poichè ne cade menzione in miracolose guarigioni, e negli ospedali istituiti; certamente Costantino, medico della scuola salernitana, la decriveva precisa nel 1087, cioè avanti le crociate che la diffusero. Al tempo che discorriamo pare scomparsa, giacchè il Cardano non la conosceva, il Fracastoro la dice morbo raro[163], e gli spedali de’ Lazzari diminuivano, per far luogo a quelli destinati a un altro morbo, conseguenza e castigo della dissolutezza, che diffuso poi al tempo della calata di Carlo VIII, fra noi ebbe il nome di francese, di campano tra i Francesi. Dopo molto ragionarne resta dubbio se venisse dall’America o fosse già conosciuto.
In complesso questa è un’età di reminiscenza, più che di fantasia e di ragione; si fa tesoro delle cognizioni prische, anzichè conquistarne di nuove; nè si mettono al vaglio dell’esperienza. Mancando la stampa, i giornali, la posta, noi ci figuriamo che le opere di letteratura o di scienza dovessero rimanere in angusto circolo, nè conoscersi lontano le scoperte d’un paese. Però nelle università concorreva gente da regioni remotissime, vi si comunicavano le cognizioni, i professori vi portavano le opere proprie, i giovani voleano tornare in patria arricchiti di qualche manoscritto, sicchè diffondeansi più prontamente che non si possa credere. Gli autori stessi più volte, dopo pubblicato un lavoro, lo correggevano, e ne facevano una seconda edizione, come si pratica dopo la stampa: così Leonardo Fibonacci nel 1202 pubblicò il suo _Abacus_, primo trattato d’algebra fra’ Cristiani; poi nel 28 ne diede una nuova edizione con aggiunte.
Però i libri erano più venerati perchè rari; la quale venerazione faceva che una notizia si tenesse per vera sol perchè scritta, si ripetesse dai successivi perchè detta dai precedenti; che se la sperienza la contraddicesse, non si smentiva l’autore, ma cercavasi conciliarla, come si fa colla Bibbia, a costo di storpiare la verità. Spesso s’ignoravano le scoperte e le lucubrazioni anteriori; e mentre oggi non si perdona d’accingersi a un lavoro senza conoscere tutti i precedenti, allora si trovano o accettati errori o ignorate verità, su cui già da un pezzo altri aveva esercitato il giudizio.
Ad accelerare ed assicurare i progressi dello spirito umano valse un’invenzione suprema di questo tempo, la stampa.
Gli antichi scrivevano sopra cuojo o foglie di palma, o sul libro, cioè sulla seconda corteccia delle piante: dipoi si preparò carta o colle fibre del papiro, canna propria dell’Egitto, ovvero con pelle di pecora, la quale chiamossi _pergamena_ perchè a Pergamo inventata o perfezionata. Tracciavano i caratteri con bocciuoli di canna, aguzzati e intinti nell’inchiostro: le scritture di maggior conto incidevansi su pietra, legno, metalli: per gli usi giornalieri sovra tavolette cerate notavasi con uno stilo acuto, e si cancellava colla sua estremità ottusa. Que’ papiri e quelle pergamene coprivansi da un lato solo, appiccicando un foglio a piè dell’altro sinchè fosse compiuto un libro, poi rololavansi (_volume_), e si fissavano con un bottone. Giulio Cesare fu il primo che scrivesse sulle due faccie della pergamena le lettere al senato, e divulgò l’uso di piegarla al modo de’ nostri libri. Lisciare i fogli coll’avorio, profumarli coll’olio di cedro, miniare e dorare le iniziali, le costole, il taglio, gli attaccagnoli, era servigio degli schiavi libraj e grammatici, de’ quali ogni ricco teneva uno o più: altri il facevano liberamente per venderli.
Tutto ciò operavasi a mano; e poichè alle mende inevitabili s’univano quelle varietà capricciose e quasi istintive che ognuno insinua trascrivendo, differenti e scorrettissimi riuscivano i codici: chi volesse qualche testo emendato, l’esemplava di proprio pugno, come fecero pochi diligentissimi grammatici, o qualche dottore della Chiesa, rendendo famose certe edizioni d’Omero e della Bibbia.
Col cristianesimo l’arte dello scrivere passò dagli schiavi ai monaci, per la necessità di diffondere dottrine, polemiche, orazioni; san Benedetto pose obbligo a’ suoi il copiarne; monache vi si esercitavano pure. Quanto dell’antichità possediamo, ci arrivò quasi solo per man di essi; onde è ingratitudine e illiberalità il querelarli se, meglio degli autori classici, si piacquero trascrivere i santi Padri ed opere di teologia. Intanto è vero che degli autori lodatici dagli antichi per sommi, nessuno forse ci manca, e di questi possediamo il meglio; com’è vero che, già prima della caduta dell’Impero occidentale, rarissimi erano fatti alcuni, a cagion d’esempio Aristotele, di cui a’ migliori giorni di Roma non era avanzato che un solo esemplare; talchè gran merito reputavasi il farne estratti o compendj, come usarono Floro, Giustino, Plinio, Costantino ed altri. L’agevolezza procacciata da questi compilatori recava a prendere minor cura delle opere originali dopo che se n’era stillato il buono e il meglio, laonde lasciaronsi andar perdute.
Il guasto degli autori classici cominciò dunque assai prima de’ Barbari; le guerre e gl’incendj di questi ne mandarono a male altri assai; zelo de’ buoni costumi, che lascio ad altri il condannare, fece da ecclesiastici distruggere alcuni scandalosi ed immorali. Era difficile il trarre d’Egitto il papiro; poi divenne impossibile dacchè gli Arabi l’ebbero occupato. La pergamena, già costosa, crebbe allora smodatamente di prezzo; onde si ricorse ad uno spediente già noto agli antichi: ciò fu di raschiare le scritture antecedenti, onde sovrapporvene di nuove[164]. Buon frate, per te aveano suprema importanza un antifonario, una raccolta di preghiere, un trattato della confessione; e quando per essi coprivi o la _Repubblica_ di Cicerone o il codice Teodosiano, vi avevi tanto diritto quanto oggi n’abbiamo noi d’usare l’opposto.
Gli antichi valeansi di lettere majuscole e senza interpunzione; più tardi per espeditezza si raccorciarono, in modo da venirne il carattere minuscolo. Per la ragione medesima s’introdussero certe abbreviature o note, le quali furono portate fino a cinquemila, e col loro mezzo poteano i _notari_ tener dietro a qualunque discorso per accelerato[165]. Raccoglievano questi dapprima le decisioni del senato e delle pubbliche adunanze, o le ultime volontà; onde passò il titolo di notaro a indicare chi è rogato a mettere in iscritto un atto spettante a fede pubblica. I veri caratteri tachigrafi caddero in dimenticanza tale nei secoli venturi, che un salterio trovato a Strasburgo dal Tritemio era registrato nel catalogo come di lingua armena.
Le iscrizioni già al tempo dell’Impero aveano preso caratteri d’inelegante magrezza, com’è a vedere su pei muri di Pompei e d’altrove, e peggio nelle catacombe cristiane e ne’ tempi oscuri; pure continuarono le lettere tonde. Ma nel XII secolo, mentre s’introduceva il gusto gotico nell’architettura, anche i caratteri si fecero angolosi, poi s’ingombrarono di ghirigori; usanza durata fin nel secolo XV, quando ripigliò la buona calligrafia con gran varietà di caratteri[166]. Jacopo fiorentino, frate camaldolese, dopo il 1300 è ricordato come il migliore scrittore di lettere romane che fosse prima o poi, sicchè la sua mano fu conservata in un tabernacolo. Angelo Pezzana negli _Scrittori parmensi_ noverò sedici calligrafi valenti, ai quali poi ne aggiunse altri otto nella _Storia di Parma_, tutti del secolo XV o circa.
Vi si associò il lusso delle pitture, quasi ogni pagina portando profili, cornici, figure, stemmi, lettere bizzarre (Cap. XCIX), talchè un libro divenne il complesso di tutte le arti belle; poesia e retorica nel comporlo, calligrafia nel trascriverlo, miniatura nell’ornarlo in oro, carmino, oltremare, pellicceria nel prepararne la coperta, cesellatura nell’abbellirlo di borchie, oreficeria ad incastonarvi gemme, doratura a lisciarne i margini.
Qual meraviglia se i libri salirono a prezzi ingenti? Da’ cataloghi che i libraj esponevano, e dalle tasse determinate dalle università siamo informati d’alcuni di questi; ma non vuolsi dimenticare che spesso li rincarivano le miniature. Nel 1279 a Bologna si diedero ottanta lire (L. 435) per copiare una Bibbia; ventidue per l’Inforziato[167]. Melchiorre, librajo di Milano, chiedeva dieci ducati d’oro per una copia delle epistole famigliari di Cicerone. Alfonso d’Aragona scrisse da Firenze al Panormita, che il Poggio aveva a vendere un Tito Livio per cenventi scudi d’oro; il Panormita alienò una masseria per acquistarlo; e il Poggio ne comperò una col prezzo ritrattone. Borso d’Este nel 1464 pagava otto ducati d’oro a Gherardo Ghislieri di Bologna per avere alluminato un libro intitolato _Lancellotto_; nel 69, quaranta ducati per un Giuseppe Ebreo e un Quinto Curzio; la famosa sua Bibbia, due grandi volumi in pergamena, dove ogni pagina porta miniature diverse, per opera di Franco de’ Rossi e Taddeo Crivelli, gli costò milletrecento settantacinque zecchini[168]. Piccola cosa doveano dunque essere le biblioteche d’allora, e re e papi erano scarsi di libri quant’oggi un cherichetto[169].
Nondimeno certuni aveano potuto raccorne di molti, in Italia specialmente, e di qui li cercavano gli studiosi, massime da Roma e da’ conventi rinomati della Novalesa, della Cava, di Montecassino. La biblioteca del cardinale Giordano Orsini nel 1438, composta di ducencinquantaquattro codici, stimavasi duemila cinquecento ducati d’oro[170]. Tommaso da Sarzana ne comperava a credenza, ed accattava per pagare copisti e miniatori. Il Petrarca lagnavasi che in tutto Avignone non si trovasse un Plinio; ma una scelta biblioteca erasi egli formata, che poi cedette per tenue compenso alla Repubblica veneta: fra quei libri sono un Omero, donatogli da Sigeros ambasciatore dell’Impero d’Oriente; un Sofocle, avuto da Leonzio Pilato, colla traduzione dell’Iliade e dell’Odissea fatta da questo, ed esemplata dal Boccaccio; un Quintiliano; tutte le opere di Cicerone, ricopiate dal Petrarca stesso: forse è di suo pugno il Virgilio che si conserva alla biblioteca Ambrosiana. Alla Marciana di Venezia servirono di fondo i libri che il cardinale Bessarione avea compri per trentamila zecchini, e che lasciò a quella «città retta dalla giustizia, dove le leggi regnano, la saviezza e la probità governano, abitano la virtù, la gravità, la buona fede». Cosmo de’ Medici, esulando colà, donò la sua al convento di San Giorgio; poi in Firenze colla libreria privata diede origine alla Laurenziana. Nicolò Niccoli gareggiava, secondo sua fortuna, con esso nell’adunar libri, e ottocento volumi possedeva fra greci, latini e orientali, esemplandoli egli stesso, riordinando e correggendo testi malmenati dagli amanuensi, onde il chiamarono padre dell’arte critica: lasciò quei libri ad uso pubblico, e furono messi ne’ Domenicani di San Marco con una disposizione che servì di modello alle future. Coluccio Salutato, lagnandosi del guasto de’ codici, proponeva biblioteche pubbliche, dirette da dotti che discernessero le lezioni migliori; e fece acquistarne una a Roberto di Napoli. Altri signori l’imitarono; e rammentano un Andreolo de Ochis bresciano, che venduto avrebbe beni, casa, donna, se stesso per aggiungere libri ai molti che possedeva.
I lamenti per le scorrezioni delle copie cresceano quanto più cresceva il desiderio di leggere; e Petrarca esclamava: — Chi recherà efficace rimedio all’ignoranza e viltà dei copisti, che tutto guasta e sconvolge?.... Nè fo querela dell’ortografia, già da lungo tempo smarrita.... Costoro confondendo insieme originali e copie, dopo aver promesso una, scrivono un’altra cosa affatto diversa, sì che tu stesso più non riconosci quanto hai dettato. Se Cicerone, Livio, altri egregi antichi, singolarmente Plinio Secondo, risuscitassero, credi tu che intenderebbero i proprj libri? o che non piuttosto ad ogni piè sospinto esitando, or opera altrui, or dettatura dei Barbari li crederebbero?.... Non v’ha freno nè legge alcuna per tali copisti, senza esame, senza prova alcuna trascelti: pari libertà non si dà pei fabbri, per gli agricoltori, pei tesserandoli, per gli altri artigiani».
Se la scorrezione sgarbava ne’ libri di letteratura, diveniva importantissima in quelli che concernono la coscienza e la fede. Pertanto fra gli Ebrei ogni esemplare della Bibbia doveva esser riveduto dai rabbini; i quali dalla _Massora_ sapevano quanti versetti, quante parole, quante lettere contenesse il sacro libro, e quante volte ciascuna fosse ripetuta; e se trovassero qualche lettera di meno, o scritta con inchiostro impuro, o su membrana preparata da incirconcisi, bastava per dichiarar guasto quel testo e distruggerlo.