Storia degli Italiani, vol. 08 (di 15)
Part 25
Nicolò Niccoli vendette alcune possessioni per aver libri, che poi mise a comodo del pubblico, e fece fabbricare la libreria di Santo Spirito con banche per tenervi quei che erano appartenuti al Boccaccio; ottocento codici lasciò, stimati seimila fiorini. Bartolomeo Valori gli studj d’umanità «non tralasciò mai del tutto, ancorchè occupato nelle cure domestiche e mercantili, ed implicato negli affari pubblici; se non quando in età matura pervenuto, quel tempo che potè tutto nella sacra Scrittura andò consumando, con partecipare i suoi studj con i teologi di quell’età suoi domestici»[147]. Bernardo Rucellaj, che nelle nozze colla figlia di Pietro de’ Medici spese trentasettemila fiorini, sorresse l’accademia Platonica dopo mancato il magnifico Lorenzo; e fattasi una splendida abitazione con giardini ornati di monumenti antichi, vi tenea adunanze di dotti, che resero rinominati gli _Orti oricellarj_. Branda Castiglione milanese, gran canonista, e uno de’ migliori ornamenti de’ concilij di Firenze e di Costanza, fatto cardinale, patrocinò munificamente le lettere, pose un collegio a Castiglione con ricca biblioteca aperta a chiunque amasse le lettere, ai quali facea far opere e distribuiva benefizj.
Nè più solo da lizze e da armeggiamenti si prendeva diletto e festa. Quando il dottissimo patrizio veneto Lodovico Foscarini nel 1451 andò podestà a Venezia, Isotta Nogarola sostenne una disputa se dovesse attribuirsi la prima colpa a Adamo o ad Eva. Durante il concilio di Ferrara, Ugo de’ Benzi senese, «tenuto ne’ suoi tempi principe de’ medici, invitò seco a desinare tutti que’ filosofi greci che erano venuti a Ferrara; e dopo il splendido apparato venuto al fine a poco a poco, pian piano cominciò a tirargli piacevolmente in disputa, sendo già presente il marchese Nicolò, e tutti i filosofi che si trovavano in quel concilio. Addusse in mezzo tutti i luoghi de la filosofia, sopra quali par che fieramente contendino e sieno tra loro discordanti Platone ed Aristotele, e disse ch’egli voleva difendere quella parte che oppugnerebbero i Greci, seguissero Platone o vero Aristotele. Non ricusando la contesa i Greci, durò molte ore la disputa; al fine avendo Ugo padrone del convito fatto tacere i Greci ad un ad uno con l’argomentazione e con la copia del dire, fu manifesto a tutti che i Latini, come già avevano superato i Greci con la gloria de l’armi, così nell’età nostra e di lettere e d’ogni specie di dottrina andavano a tutti innanzi»[148].
A Firenze il 1441 fu annunziata, per cura di Lorenzo De’ Medici e di Leon Battista Alberti, una gara pubblica di letterati, dove ciascuno leggerebbe qualche suo componimento intorno alla vera amicizia, e il migliore otterrebbe una corona d’argento in forma d’alloro. In Santa Maria del Fiore, magnificamente parata e coll’intervento delle autorità e di gran popolo, lessero lor composizioni Francesco Alberti, Antonio Alli, Mariotto Davanzati, Francesco Malecarni, Benedetto Aretino, Michele da Gigante, Leonardo Dati, applauditi come si suol essere in tali circostanze: ma i segretarj di papa Eugenio, ai quali per onoranza erasi rimesso il decidere, dichiararono che erano tutte belle quasi del pari, e si trassero d’impaccio col decretare la corona alla Chiesa[149]. Poi esso Lorenzo volle rinnovare dopo dodici secoli la festa di Platone, che si celebrava ai tempi di Plotino e Porfirio; e Firenze e Careggi seguitarono per più anni a festeggiare lo scolaro di Socrate.
Anche fuori venivano cercati i nostri; e Gregorio di Tiferno, allievo del Crisolara, nel 1458 ridestava gli studj classici nell’Università di Parigi; nella quale professarono Tranquillo Andronico, Fausto Andreini, Beroaldo, Balbi, Cornelio Vitelli, forse altri.
Conseguenza della stima allora profusa ai letterati fu l’affidare ad essi l’educazione de’ principi, lasciata in prima a guerrieri e a dame. Il Guarino allevò Lionello d’Este; tre figliuoli e una figlia di Francesco Gonzaga di Mantova Vittorino da Feltre, collocato perciò in un’abitazione da principe, con giardini, appartamenti sontuosi, pitture, giuochi, sicchè a ragione chiamavasi la Giojosa. Vittorino però non la pensava come certi odierni pedagoghi, che deva esser gaja ed agevole l’educazione, mentre avvia ad una vita di triboli; sicchè poco a poco fece sparire le delizie, e l’effeminata magnificenza ridusse a parca severità. Eppure mostravasi padre affettuoso ancor più che abile maestro; a lui accorreasi di Francia, di Germania, di Grecia, e vi si trovava ogni mezzo di istruirsi nelle scienze e nelle arti belle, avendo intorno a sè raccolto maestri d’ogni bel sapere. Da’ suoi scolari pretendeva esatta esposizione; col che avviò alla lettura corretta. Nulla pubblicò, e, mirabil cosa tra que’ dotti iracondi, non si trova chi di lui sparlasse. Francesco Prendilacqua suo discepolo ne scrisse un’elegante vita, conseguendo il più bell’effetto, quello di far amare il suo eroe.
Maffeo Vegio, che ebbe la baldanza di fare seicento versi di supplemento all’Eneide, nel trattato dell’educazione[150] diede buoni consigli ai maestri, deducendoli non solo dagli etnici, ma anche dai santi Padri; bene espose le virtù e i vizj de’ giovani; e all’educazione delle fanciulle applicò molti esempj, tratti da santa Monica madre di sant’Agostino.
È strano che principi, futuri reggitori di popoli, s’affidassero a gente ignara di governo, e sol capace per avventura di formare il prete o l’avvocato. Ma il vezzo si perpetuò: e mentre gli antichi insegnavano nelle scuole la storia e le idee della propria nazione, e lo studiar le straniere fu curiosità o erudizione di pochi; nelle moderne, al contrario, i figli si addestrarono in lingua diversa dalla materna, e leggi e società estranee alla loro propria, onde i sentimenti attinti dalla scuola discordarono da quelli che doveano avere nel mondo.
Molti poetarono latino, fra cui Zanobio Strada fiorentino, che n’ebbe corona dall’imperatore, e del quale non ci rimangono che cinque poveri versi. Il Petrarca loda moltissimi come degni d’alloro; anzi del lor soverchio numero si lagna, «contagio che penetrò fin entro la corte romana, ove giureconsulti e medici non badano ad Esculapio e a Giustiniano, non a litiganti e infermi, ma a Virgilio ed Omero; agricoltori, falegnami, muratori gettano gli stromenti delle arti loro per trattenersi con Apollo e colle Muse. Temo d’avere col mio esempio contribuito a tale farnetico». Battista Mantovano, onorato di statua accanto a Virgilio, al quale Erasmo nol credeva inferiore, oggi chi lo ricorda? Migliore è Giovian Pontano, preside dell’accademia di Napoli, rimasta la più illustre al cadere della romana e della fiorentina: e di fama più estesa Angelo da Montepulciano, col nome di Poliziano. Raccolto giovinetto (1491) da Lorenzo Medici che ne indovinò l’ingegno, a ventinove anni professò greca e latina eloquenza, sapeva d’ebraico, ed ebbe ogni sorta di onori e d’insulti dagli emuli. Le sue _Miscellanee_, raccolta di cento osservazioni di grammatica, d’allusioni, di costumi sopra autori latini, erano reputate capolavoro, e gloria l’esservi menzionato, come ingiuria il restarne dimentico. Tratta egli que’ soggetti con solida e variata amenità, ben rara agli eruditi, e con purezza superiore ai precedenti, sentendo al vivo le bellezze romane, ben descrivendo, a gran proposito adoperando i classici, comunque ridondi nelle descrizioni, abusi dei diminutivi e degli arcaismi, e inciampi in improprietà[151]. Meglio meritò col trasfondere i modi de’ classici nella poesia italiana, siccome il Boccaccio avea fatto nella prosa, richiamandola all’eleganza.
Anche gl’ingegni migliori, a forza di pensar latino, si erano domati alla servitù dell’imitazione; e come in quello si ricalcavano Virgilio e Cicerone, così nell’italiano il Petrarca e il Boccaccio (Dante fu dimenticato), e si cominciarono dispute eterne intorno alla lingua, derivandone l’autorità da questo autore, anzichè ricorrere alla parlata. Ma tristo effetto di quella idolatria per gli antichi era stato il disprezzo per la lingua italiana, abbandonata col titolo di vulgare. «Mi ricordo io (dice Benedetto Varchi) quando ero giovinetto, che il primo e più severo comandamento che facevano generalmente i padri a’ figliuoli, e i maestri a’ discepoli, era che eglino, nè per bene nè per male, non leggesseno cose vulgare (per dirlo barbaramente come loro): e maestro Guasparri Mariscotti da Marradi, che fu nella grammatica mio precettore, uomo di duri e rozzi ma santissimi e buoni costumi, avendo una volta inteso, in non so che modo, che Schiatta di Bernardo Bagnesi ed io leggevamo il Petrarca di nascoso, ce ne diede una buona grida, e poco mancò che non ci cacciasse dalla scuola».
Ne venne di conseguenza un gergo affettato insieme e rozzo, di barbarismi vulgari mescolati a latinismi eruditi, senza sapore di legamenti, senza scelta di frasi, senza nerbo di sintassi, ma contorto e rabberciato, tutto toppe e rappezzi, simile a quello che poi s’imitò per ischerzo, e si chiamò maccheronico e fidenziano. Chiunque abbia letto qualche libro d’allora, potette averne un saggio; e se non basti qualche passo da noi citato, e singolarmente la lettera del Poliziano (pag. 300), soggiungeremo che il vescovo di Vercelli, il presidente del consiglio, il capitano di Sant’Agata, ambasciadori del duca di Savoja, scrivevano al duca di Milano nel 1484: — La Excellenza del nostro signor duca a recevuto una lettera vostra, della quale el tenore et contenu est che Lojis et Passin de Vimercà hano tractà et conspirà de privare el signor Lodovico vostro degnissimo barba dello governo ecc.»[152]. Frà Jacopo Filippo da Bergamo, autore d’una storia generale col titolo di _Supplementum Chronicorum_, stampato quattro volte in quel secolo e più altre dappoi, e lodato per rare notizie, scriveva al cardinale Ippolito d’Este nel 1498: — Questi itaque anni passati, havendo me tua Excellenzia mandato a donare una bella mulla per mio usare, la acceptay cum gratiarum actione, et poy statim cognosce me ancora gagliardo di posser caminare a’ piedi, gela remanday. Ma di presente siendo molto invecchiato, et appresso a li settanta anni di etade, non possendo quasi più caminare, cum una indubitata fede me voglio ricorrere a la plentissima vostra signoria, come quella a suo devotissimo oratore gli piaqua donarli una qualche honesta chavalchatura; et questo prima per amore di Dio, et per riconoscimento di tante mie fatiche, che hoe pigliato in ornare tutta la illustrissima casa vostra etc....». E frà Francesco Colonna, autore d’un eruditissimo e lascivo romanzo, _Hipnerotomachia Poliphili, ubi humana omnia nonnisi somnium esse docet_, finge d’essersi in sogno ritrovato «in una quieta e silente piaggia, di culto diserta, d’indi poscia disaveduto con grande timore intrò in una invia et opaca silva»; e così descrive l’aurora: «Phoebo in quel hora manando, che la fronte di Matula Leucothea candidava, fora già dell’oceane onde, le volubili rote sospese non dimostrava, ma sedulo cum gli sui volucri caballi Pyroo primo et Eoo alquanto apparendo, ad dipingere le lycophe quadrige morava». E di questo tenore prosegue tutto il dottissimo volume.
Se però decadeva l’italiano letterario, il popolare acquistava dovizia e destrezza, e felicemente l’adoprarono alcuni Fiorentini, come Matteo Palmieri nel dignitoso e sobrio trattato della _Vita civile_; Feo Belcari, che con cara semplicità stese la _Vita di Giovanni Colombini_ e varie poesie divote[153] e rappresentazioni sceniche; e Agnolo Pandolfini, nel _Governo della famiglia_[154], dialogo di persone reali intorno a reali soggetti e ai bisogni quotidiani, con precetti d’economia e di morale alla mano di tutti, ed esposti con purissima proprietà, vero modello di simil genere di comporre. Alla stessa fonte attinsero Luigi Pulci, il Poliziano, Lorenzo Medici, che saluteremo quali precursori dell’aureo Cinquecento. Esso Lorenzo a diciassette anni s’incontrò con Federico d’Aragona, figlio del re di Napoli, e domandato da questo sui migliori poeti italiani, di propria mano gliene trascrisse molti, insieme con alcune proprie composizioni. Di poi si facea capo delle mascherate che uscivano il carnevale, con sempre nuove invenzioni e addobbi; induceva i poeti a compor canzoni per quelle, e ne componeva egli stesso; e scendeva sulla piazza a menar la danza, a intonar l’aria, ad accordare gli strumenti, facendo arte di governo la letizia d’un popolo ch’era alla vigilia di troppe sventure.
CAPITOLO CXXII.
Scienziati. I libri. La stampa.
Carlo IV mandò al Petrarca un diploma, ove Giulio Cesare e Nerone assolvevano l’Austria dalla dipendenza imperiale; ed esso il dichiarò impostura. Scoperta di minimo merito, se allora non fosse stato straordinario il dubitare di cosa scritta; e al Petrarca va lode d’avere usato la critica, quantunque spesso in fallo, sovra di opere attribuite ad autori falsi, o di cui scambiavansi il tempo e il nome. Egli avea fatto una raccolta di medaglie, e si lagna che i Romani ignorino le cose proprie, e per vile guadagno distruggano i preziosi avanzi campati dai Barbari; e dell’averli restaurati encomia Cola Rienzi, il quale dallo studio di questi aveva attinto l’ammirazione pel buono stato antico[155]. Anche Guglielmo Pastrengo, grand’amico del Petrarca, ustolava ad anticaglie ed iscrizioni; e il suo _Lessico storico_, biblioteca generale degli scrittori sacri e profani, per quanto imperfettissimo, attesta molta lettura. Nicolò Niccoli possedeva una serie di medaglie, di cui si valse per accertare l’ortografia di alcune voci.
Che le iscrizioni potessero venire in appoggio alla storia, l’aveano già scorto gli antichi. Il Pizzicolli, detto Ciriaco Anconitano, per incarico di papa Nicola V andò a farne una raccolta per Italia, Grecia, Ungheria, e pei paesi di Levante ancora intatti dai Turchi; nè noi col Poggio e col Decembrio teniamo ch’e’ fosse impostore, bensì che spessissimo s’ingannasse nel giudicare il tempo, l’origine, la destinazione de’ monumenti. Anche l’architetto frà Giocondo da Verona ne raccolse di molte; a Reggio serbasi manoscritta la raccolta di Michele Ferravino con disegni; una ne fece Nicolò Perotto, vescovo di Manfredonia; altri altre di particolari provincie. Girolamo Bologni pel primo v’aggiunse spiegazioni e commenti, talchè la storia presentavasi appoggiata all’erudizione. Con testimonj di questa Bernardo Rucellaj, splendido amico dei letterati, trattò della città di Roma; e Biondo Flavio (-1463), segretario di Eugenio IV, ne illustrò gli edifizj, il governo, le leggi, le cerimonie, la disciplina militare (_Romæ instauratæ libri III — Romæ triumphantis libri IX_); poi nell’Italia illustrata descrisse le quattordici regioni della penisola: ma era possibile non incappasse in molti errori? Nega che esistesse un vulgare parlato, contemporaneo allo scritto dei classici. Preparava anche una storia d’Italia dalla caduta dell’Impero fino a’ suoi giorni.
De’ magistrati romani discorse Domenico Fiocchi (1497) fiorentino Pomponio Leto calabrese, bastardo dei Sanseverino, cercò monumenti _fin in riva al Tanai_, e pensava vedere le Indie; ma nel distolse la compagnia de’ valentuomini, dei quali era capo nell’accademia romana. Dilapidata la sua casa in una sollevazione ai tempi di Sisto IV, «lui in giuppetto coi borzacchini e con la canna in mano se n’andò a lamentare co’ superiori» (Infessura), e gli amici a gara il rifornirono d’ogni occorrente. Sino alle lacrime il commoveano i monumenti, e per ammirazione all’antichità pareangli selvaggi i costumi e le credenze presenti, a tal segno che fu creduto empio. Di rimpatto Bonino Mombrizio milanese in due eleganti volumi raccolse vite di santi, tolte da biblioteche e archivj, copiando fin gli errori, e non discernendo le apocrife.
Annio da Viterbo domenicano, per gran virtù e franchezza (1502) fu elevato maestro del sacro palazzo, e odiato da Cesare Borgia che forse il fece avvelenare. Nei trattati _Dell’impero de’ Turchi_ e _De’ futuri trionfi de’ Cristiani_ deduceva dall’Apocalissi speranze per la prossima caduta del nemico della cristianità. Era il tempo che comparivano ad ogni ora nuovi documenti dell’antichità, onde furono accolti con entusiasmo i suoi _Antiquitatum variarum volumina XVII_. Erano autori antichissimi, atti a chiarire l’origine de’ popoli, quali Beroso caldeo, Fabio Pittore, Mirsilo da Lesbo, Sempronio, Archiloco, Catone, Metastene, Marceto, altri ed altri. Ne tripudiarono gli eruditi, levando a cielo il fortunato Annio; a gara ingemmarono le loro scritture coi bei trovati di esso; e tutte le storie uscite in quel torno ne furono infette. Perocchè que’ frammenti non erano che una finzione, e poco tardarono ad olezzare di falso. Ma era egli ingannatore o ingannato? ancora se ne disputa, nè manca chi li crede di fondo vero, comunque alterato; e il moderato quanto erudito Zeno, esaminando la questione riprodottasi fra il domenicano Mazza che pubblicò l’_Apologia_ di Annio, e il Macedo che la sostenne contro il veronese Sparavieri, trova eccesso da un canto e dall’altro, giudicandolo illuso da quelli che allora speculavano sopra la smania delle scoperte antiche.
Intanto non è a dire quanta confusione ne venisse a tutti gli storici nostri, massimamente municipali, che con intrepidezza risalivano a Noè o almeno alla guerra di Troja, e cercavano tra Fenici e Caldei quel che avevano in casa: i Milanesi seppero che Anglo figlio di Ettore fondò Angleria, e fu stipite de’ Visconti, i quali perciò s’intitolavano conti d’Angéra; i Comaschi ebbero in pronto un Comer figlio di Giafet fondatore della loro città; Cremona un Cremone trojano (vedi Cap. II); Gian Grisostomo Zanchi deduceva il nome così tedesco di Bergamo dalle voci ebraiche _Beradin gom mon_, cioè _inundatorum clypeata civitas_, che interpreta _Dei Galli regia città_. Nè va di miglior passo il Platina nella storia di Mantova; ma in quella dei papi ripudia, congettura, e se non sempre imbrocca, già era assai questo dubitare di asserzioni d’antichi. Abbiamo detto a quali ardimenti si spingesse la critica col Valla (pag. 314).
Conosciuti i modelli classici, migliorato il gusto, si volle che la storia fosse anche bella; e tale fu scritta spesso in latino, talvolta in vulgare. Dei vulgari già parlammo (tom. VII, pag. 332): fra i latini è dei migliori Andrea Silvio Piccolomini, che in quella d’Austria raccontò i fatti della Boemia e di Federico III, nella _Cosmografia_ descrisse l’Europa e l’Asia Minore, ed espose gli avvenimenti dell’Italia dall’anno di sua nascita fino all’ultimo del suo pontificato con vigorosa dicitura e studio dei caratteri e dei costumi. Stamparonsi centoventi anni dopo, sotto il nome di Giovanni Gobellino suo segretario, continuati fino al 1469 da Jacopo degli Ammanati fiorentino, cui esso papa diede il cognome della propria famiglia e il vescovado di Pavia e il cappel rosso.
Antonio Bonfini d’Ascoli, vissuto in Ungheria alla corte di Mattia Corvino e di Vladislao II fino al 1502, lasciò tre decadi della storia di quel paese al modo di Tito Livio, cioè elegante e falsa, pure preziosa dove ogn’altra ne manca. Filippo Bonaccorsi o Callimaco Esperiente toscano, fuggito da Roma al disperdersi dell’accademia, dopo lungo errare fu in Polonia accolto da re Casimiro, che collo storico Giovanni Dlugos l’adoprò per educatore di suo figlio, segretario proprio, e spesso ambasciadore. Scrisse i fasti di re Ladislao V e la battaglia di Varna ove questi era perito; e un opuscolo sulle mosse de’ Veneziani per eccitare Tartari e Persi contro i Turchi.
Aurelio Brandolini, detto Lippo perchè cieco, poeta latino di Firenze, in Ungheria caro a Mattia Corvino, morì a Parma il 1497, lasciando moltissime opere.
Da Tommaso da Pizzano, astrologo bolognese a’ servigi di Carlo V di Francia, nacque Cristina, che bella ed educata alla corte e alle lettere, vide applaudite le prime sue poesie; poi per provvedere alla sua povera vedovanza scrisse d’arte militare, la _Mutazione di fortuna_, e la vita o piuttosto panegirico di quel re. A fatica oggi può leggersi quel che allora tanto ammirossi: pure associa vivacità poetica con fina ragionevolezza, delicato sentimento con forza.
Le scienze dunque erano uscite affatto dal santuario, e secolarizzate; se la teologia rimaneva sempre la prima, non era più l’unica; e sebbene in essa, fra tanti dissensi ecclesiastici, si moltiplicassero dissertazioni e commenti, nessuno s’accostò alla potenza di Tommaso d’Aquino e di Bonaventura. Quanti ragionamenti e sofisterie nella quistione de’ Minoriti! In più serie e vitali quistioni ai concilj di Basilea, di Costanza, di Firenze figurarono e nostrali e stranieri, e principali Enea Silvio e il cancelliere Gerson.
A quest’ultimo i Francesi, a Tommaso da Kempis i Tedeschi, i nostri a Giovanni Gersen abate di Vercelli[156], attribuiscono l’_Imitazione di Cristo_, il libro più famoso del medioevo, e il più letto dopo la Bibbia, e che si disse sarebbe il primo del mondo se questa non esistesse: riprodotto in almeno mille ottocento edizioni, tradotto in ogni lingua, senza che alcuna raggiunga la concisa energia di quel latino, comunque scorretto, e simile alle figure di santi che allora posavansi sui sepolcri, non mosse, eppur belle, e sopratutto soavi. Non prende esso per intermediarj i profeti, i dottori, la Chiesa, ma è un colloquio dell’anima col suo Creatore. Quest’intimità ne forma l’attrattiva; e poichè non v’ha dispute, non sistemi e speculazione, non decisioni particolari, ma impeti dell’anima, nulla d’intrinseco ajuta a riconoscerne l’autore. Tale incertezza non mal gli si addice, scomparendo affatto la personalità perchè rimangano soli il cuore e il sentimento. In tempo di tanto litigare, ivi nessun alito di polemica; al più qualche gemito sull’infelicità de’ tempi, e il consiglio di ripararsene col formarsi una solitudine profonda, dove ascoltare Iddio che parla. E sull’anime invelenite dall’amor della contesa come dovea piovere ristorante quella parola: — Nella croce è salute, è vita, è schermo dai nemici, è infondimento di superna dolcezza; nella croce è vigore alla mente, gaudio allo spirito. Nella croce sta tutto, tutto è riposto nel morire; nè alla vita e all’interna pace v’è altra via che della croce e della cotidiana mortificazione. Cammina per dove vuoi, cerca checchè tu vuoi; non troverai più alta strada di sopra, nè più sicura di sotto, che quella della croce. Disponi le cose come ti pare e piace, non però troverai altro che da patir qualche cosa. La croce è sempre apparecchiata, e in ogni luogo ti aspetta: non la puoi cansare dovunque tu corra. Se la porti di buon grado, ella porterà te, e ti scorgerà al termine desiderato, dove sia fine al patire: se forzatamente la porti, ti fai un peso, e viepiù gravi te stesso, e nondimeno ti sarà forza portarla. Se una croce tu getti via, un’altra ne troverai, forse più grave. Non è secondo l’uomo portar la croce ed amarla, castigare il suo corpo e costringerlo in servitù, fuggire gli onori, sostenere di buon grado gli scherni, disprezzare se medesimo e bramare d’essere disprezzato, patire qualsivoglia danno, e nessuna prosperità desiderare. Ma se ti fidi nel Signore, dal cielo ti verrà fortezza, e alla tua signoria saranno soggettati il mondo e la carne»[157]. E l’imitar Cristo è una iniziazione progressiva, per mezzo dell’astinenza, poi dell’ascetismo, della comunicazione, infine dell’unione. Questi successivi passaggi espose l’innominato al popolo, colla lingua del chiostro; e divenne libro popolare quel ch’era ascetico lavoro di monaco.