Storia degli Italiani, vol. 08 (di 15)

Part 24

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Queste e ben altre particolarità raccolgonsi da trentasette libri di sue lettere che sono alle stampe, e dalle altre opere dove spessissimo parla di sè; e spessissimo ne parlano i pochi amici e molti nemici suoi contemporanei. Egli componeva, traduceva, compilava; or traboccava la bile contro gli avversarj; or filosofava nelle _Meditazioni fiorentine_ o nei _Banchetti milanesi_ o nella _Morale disciplina_; or commentava il canzoniere del Petrarca, con indecenti allusioni agli amori del poeta, ai papi, ai Medici; or in ventiquattro canti latini celebrava gli Sforza, o in quarantotto italiani san Giovanni Battista; or tesseva arringhe, da recitarsi dai podestà fiorentini quando uscivano di carica, ovvero in proprio nome, e orazioni funebri, e consolatorie, e liriche latine. Forza e calore non gli mancano, ma per purezza latina è lontano troppo, non che dal Poliziano, dal Poggio, e move lo stomaco colle sguajate scurrilità.

Circondato da tanti scolari, tra cui potea contare Pio II, Pietro de’ Medici, Agostino Dati e Bernardo Giustiniani storici di Siena e di Venezia, Alessandro di Alessandro autore dei _Genialium dierum,_ avrebbe potuto godere le compiacenze d’una vecchiaja onorata se il portamento suo bisbetico non l’avesse tratto a sempre nuove contese. Poi alle lusinghe della gloria voleva aggiungere la realtà di ricca casa, codazzo di famigli, cavalli, tavola: col che non solo corrompeva il proprio avvenire, ma si obbligava a chiedere vilmente e vilmente accettare, sin col fingere le nozze di una sua figlia onde avere pretesto a domandare regali; profondeva elogi, e poi querelava d’ingrato chi i doni non proporzionasse all’avidità sua, e svillaneggiava chi tardasse. Eppure quando Anton Marcello, patrizio veneto, d’una consolatoria per la morte d’un figlio il gratificò con un bacino d’argento del valore di cento zecchini, esso lo portò alla Corte, e davanti al consiglio ne fece dono al duca di Milano. Forse che ne sperasse un maggiore ricambio?

S’accapigliò esso pure col Poggio, il quale asserisce che il Filelfo da giovane visse in ribalda amicizia con un prete cui era stato affidato; che a Fano preso a calci e pugni, a stento rifuggì in una bettola, e s’appiattò sotto un letto; che a Padova fu bastonato pubblicamente ed espulso di città per opera d’uno cui avea corrotto il figlio, nè potè sottrarsegli che fuggendo in Grecia; colà avere contaminato la figlia del suo ospite, che poi dovette sposare; e altrettali lepidezze. Nuovi appicci ebbe con Giorgio Mérula già suo discepolo, che avea scritto _turcos_ invece di _turcas_, voce sulla quale non poteasi appellare all’infallibilità de’ classici; altri per l’interpretazione d’un verso greco, pel quale e il Traversari e il Marsuppini disputarono quanto i teologi sopra un senso scritturale[138].

Galeazzo Maria Sforza non continuò i favori al Filelfo, che, da diciassette anni addetto a quella famiglia, allora si trovò abbandonato e povero, costretto a lottare colle necessità mediante una salute di ferro e un’inconcussa pertinacia al lavoro. Que’ bei tempi ove a gara vedeasi cercato, erano tramontati, ed egli non potea che sfoggiare eloquenza sopra un nuovo tono, lamentandosi dell’abbandono e dell’ingratitudine degli uomini. Da Pio II nulla ottenne, nulla da Paolo II che pur l’aveva altre volte lodato e donato; sicchè egli bestemmia papa e papato, lasciando fin trapelare l’intenzione d’andarsene a Maometto II. Ma Sisto IV il chiamò a Roma ad una cattedra di filosofia con buoni assegni e migliori promesse. V’ebbe accoglienze, da soddisfare qualunque amor proprio; ma tornato a Milano a prendere la sua famiglia, perdette la moglie di trentott’anni mentr’esso toccava gli ottanta; di ventiquattro figli non gli restavano che quattro fanciulle e un maschio, filologo come lui, e come lui presuntuoso, difficile, accattabrighe; ed ebbe l’amarezza di veder morire anche questo, sicchè si trovava isolato alla sera di sua vita. Milano era allora sossopra per l’assassinio di Galeazzo Maria e la minorità di suo figlio; la peste facea pericoloso il ritornare a Roma: onde il Filelfo, che si era rappattumato coi Medici, e tenea da tempo corrispondenza col magnifico Lorenzo, ottenne che la Signoria cancellasse le sentenze contro di lui, e il ponesse su una cattedra di lingua e letteratura greca; ma le fatiche del viaggio lo logorarono, e quindici giorni dopo rimesso nella cara Firenze, morì (1481) di ottantatre anni. Una tale longevità basterebbe a spiegare la sua morte, eppure si volle dire gliel’accelerassero le virulente satire del Merula. Così gli erano ricambiate le contumelie; ma non le aveva aspettate per confessare d’essere trasceso negli sfoghi di sua bile[139].

In cotesti, ve n’accorgete, la letteratura non era una distrazione, ma vita; non istromento, ma fine. Il bisogno e l’abitudine dell’autorità erano dalla teologia e dalla filosofia passati nella letteratura, e tutti miravano alla conoscenza degli antichi, sicchè diventava merito primo l’erudizione, principale opera il compilare e commentare gli antichi o i loro commentatori, alcuni con lucida intelligenza, alcuni senza gusto nè critica, tutti al medesimo intento; ciascuno scegliendo un autore, cui idolatrava, e predicavalo col calore d’un apostolato. L’entusiasmo invadeva persino la critica, e beato chi avesse raddrizzato un passo scorretto, o indovinato un errore in un testo o nell’emulo! poi litigi sull’interpretare qualche passo; la lesa eleganza facea più vergogna che la lesa verità e convenienza; e codeste stizze dei pedanti passionavano e dividevano città e provincie.

Marco Barbo veneziano, nipote di Paolo II, vescovo di Treviso poi di Vicenza, infine cardinale e patriarca d’Aquileja, fu dottissimo in greco, latino, astronomia, geometria, teologia, assai destro negli affari, e perciò adoprato in molte legazioni, e principalmente nel conciliare concordie. E una concordia egli fu chiamato a comporre fra due potentati d’altro genere, Bartolomeo Platina e Rodrigo vescovo di Calagóra, de’ quali il primo avea scritto in favor della pace, l’altro della guerra.

Ma se queste miserabili capiglie sono spesso imitate dalla petulanza odierna, non taciamo almeno di Leonardo Bruno d’Arezzo, che già vecchio famosissimo e cancelliere della Repubblica fiorentina, in non so qual disputa filosofica si trovò contraddetto dal giovane Giannozzo Manetti. Gli applausi prodigati a questo irritarono il Bruno a segno che uscì in parole ingiuriose: ma la calma con cui il Manetti rispose, lo fece ravvedere. La mattina buon’ora fu alla casa del Manetti, domandò che il seguisse, avendo a dirgli qualcosa; e mentre questi aspettava una scena, ad alta voce e in mezzo alla gente gli narrò non aver potuto dormire la notte pel torto fattogli, e volergliene chiedere scusa[140].

Francesco Barbaro senatore veneziano, erudito, eloquente, gran fautore de’ letterati, sostenne molte magistrature e ambasciate, celebre per l’abilità di mettere pace. Singolarmente come capitano di Brescia rappattumò i cittadini dissenzienti, e li sostenne nel duro assedio postovi dal Piccinino: del quale assedio egli scrisse la storia, pubblicata sotto il nome del suo confidente Evangelista Manelino. Brescia riconoscente gli regalò in duomo una bandiera e uno scudo messi a oro, con un panegirico; e lo fece accompagnare splendidamente a Venezia, e quivi di nuovo lodare davanti al doge. L’opera sua _De re uxoria_ è forse il solo trattato morale di quel secolo che non calchi servilmente le orme antiche.

Ermolao Barbaro procurò un’edizione di Plinio, correggendovi cinquemila errori: ma quante migliaja ve ne lasciò! Gasparino Barziza bergamasco col buttarsi tutto a Cicerone ne trasse un quasi istintivo sentimento della proprietà ed eleganza, e fa sentire il buon modello nel giro della frase, nella rotondità de’ periodi, nell’acconcio collocamento delle parole. Trapassiamo Pier Paolo Vergerio di Capodistria, storico dei Carraresi e maestro di Lionello d’Este; Carlo Marsuppini di Arezzo, segretario della Repubblica fiorentina; Antonio Panormita, che fu laureato poeta da Sigismondo imperatore, e dedicò a Cosmo Medici l’_Hermaphroditus_, osceni epigrammi, vituperati dai monaci e appetiti dai curiosi. Il Perotti vescovo di Siponto (_Cornucopia, sive linguæ latinæ commentarii_) spiegò molte voci latine, lavorando su Marziale. Cristoforo Landino, segretario della Signoria di Firenze, scrisse poesie e trattati filosofici, volgarizzò Plinio e la _Sforziade_ di Giovan Simonetta, e a Virgilio, Orazio, Dante appose lunghi commenti, dedotti forse dalle lezioni che pubblicamente ne faceva, dove, ampliando a tutto il poema l’intenzione che l’Alighieri professò in qualche parte, sotto al letterale cercava un senso recondito e morale. Ad imitazione di Platone e di Tullio, nelle _Disquisizioni camaldolesi_ dialoga con illustri personaggi, facendo amare la virtù senza troppo sottilizzare sulle teoriche, pure non evitando le fantasticherie platoniche. E il dialogo era adottato dal Valla per difendere l’epicureismo, dal Platina, dal Palmieri, dall’Alberti, dal Pontano, da Matteo Bosso; e Paolo Cortese, imitando quello _De claris oratoribus_, ben caratterizzò i dotti del suo tempo.

Non v’avendo dizionarj nè grammatiche, uno dovea da se stesso nel barbaro latino usuale riscontrare quello che si trovasse o no nei classici; insomma indovinare le lingue, interpretare un autore mediante l’altro, mettersi in traccia dell’oro a costo di perire nella miniera. Noi, ricchi delle faticose lor veglie, li trattiamo con ingrato disprezzo; noi tronfj di possedere quel che non vogliamo fare ad essi gloria d’avere acquistato. E l’erudizione è come il bagaglio ad un esercito, imbarazzante alla marcia, eppure indispensabile.

Storia, mitologia, antichità ridestaronsi per facilitare l’intelligenza dei testi; ma que’ commenti riboccano di frivolezze e insulsaggini; spesso s’appongono al falso, non bene conoscendo il senso, e tanto meno la forza delle parole. La rarità dei testi e la riverenza per l’autorità facea rispettare anche le lezioni più infelici; e non osando correggerle, gli eruditi si limitavano a mostrare d’averle capite col raffrontarle ad altri testi. I nostri non compresero abbastanza quanto potessero trar profitto dal greco, modello e sorgente della letteratura latina, lasciando tal lode principalmente alla scuola olandese. Vennero più tardi e non nostri gli eruditi, che allo studio della forma anteposero quel delle idee, ammirandole nella persuasione che ciò che era pensato dagli antichi dev’essere il più perfetto, ma ancora osservando l’autore come un essere sporadico, separato dai tempi e dai casi. Solo adesso si cerca collocare l’autore nella storia, co’ suoi contemporanei: la bellezza letteraria non è più il fine della critica, ma uno de’ moventi e dei risultati della storia.

Quelle accannite controversie valsero ad accertare la filologia, obbligando gli scrittori a rendere conto d’ogni frase e parola. A grand’ajuto poi vennero i dizionarj, che sono i veri libri iniziatori della filologia. Uno, ad imitazione di Papia, fu compilato da Uguccione vescovo di Ferrara; Buoncompagno diede la disposizione artifiziosa e naturale d’un dizionario; Giovanni da Genova, autore del _Catholicon_, grosso volume stampato dal Guttenberg nel 1460, che comprende grammatica e dizionario, è poco citato, eppure sa più di quanto potrebbe aspettarsi: avea letto quantità di libri, cita moltissimi classici latini, non ignora il greco[141], e come Papia e gli altri lessicografi, non esclude i santi Padri, la cui intelligenza entrava per sì gran parte negli studj d’allora. Il primo dizionario greco sembra quello del monaco piacentino Giovanni Crestone; seguì il Grande Etimologico (’Ετυμολογικὸν μέγα) di Marco Musuro, anteriori a quelli di Roberto Costantino, di Scapula, di Enrico Stefano. Andrea Guarna palermitano (_Grammaticæ opus novum, mira quadam arie et compendiosa, seu bellum grammaticum_) pretendeva insegnar la grammatica colle regole della guerra, esponendo le nimicizie fra il nome e il verbo, re del regno di grammatica, le battaglie che si movono, cercando rinforzarsi mediante l’ajuto del participio; infine si rappacificano. L’opera ebbe da cento edizioni, fu ridotta in ottave, fu tradotta in francese.

Lo studio delle antiche lingue affinò il gusto, ma coll’imitazione spense l’originalità; si pensò a conoscere la civiltà vetusta, più che a perfezionare la moderna; e fra quegli studiosi, immagini, pensieri, leggi poetiche erano d’altri tempi; non un lampo di genio, non un impeto d’eloquenza per compiangere le sventure d’allora, o magnificare la nuova civiltà. Sconcio peggior che letterario, s’insegnò a separare il sentimento dalla parola, la letteratura dall’azione, la forma dal pensiero, e giudicare degli uomini come degli autori non dalla sostanza ma dallo stile. Anche servilità di modi introducevano onde valersi delle frasi di Orazio e di Plinio; e adulazioni, che avrebbero arrossito ad esprimere nella lingua con cui parlavano ai loro amici. Chiamati alle magistrature, e massime in uffizio di segretarj, non valevano (salvo alcuni, come il Salutati e il Piccolomini) se non a recitare orazioni di parata; nelle quali non stringevano sulle positive importanze, ma badavano a ciò che meglio potesse esprimersi in latino. Il Petrarca, incaricato di rispondere ai Genovesi quando vennero offrirsi al signor di Milano, nol seppe perchè non preparato. A un discorso che il Marsuppini a nome della Signoria fiorentina recitò a Federico III, Enea Silvio fe risposta senza retorica ma con domande positive, e quegli non seppe replicare. Insomma erano buoni solo per l’apparato, e perciò amavano le corti, e non poco contribuirono a soffocare le antiche abitudini popolane: perocchè alle repubbliche di magistrati attenti alla domestica sul pubblico bene preferivano le corti ove ottenner protezione e sfoggiare eloquenza; e con belle frasi palliavano la tirannide e scagionavano l’iniquità.

Studj di tal natura non potevano alimentarsi che dalla protezione, e l’ebbero.

L’Università di Bologna conservò la sua altezza, ed Innocenzo VI le concesse la facoltà teologica (t. VI, p. 385): Gregorio XI vi fondò il lauto collegio detto dal suo nome, con ricchissimi doni, fra i quali son notevoli cennovantatre libri. I Trevisani apersero un’Università (1314) procacciandosi nove famosi dottori, fra cui Pietro d’Abano. Pisa nel 1339 ne pose una, mantenendola colla decima sui beni degli ecclesiastici; tutti i libri occorrenti fece immuni da gabelle; ebbe privilegi da papi e imperatori, ma poi ne’ disastri successivi la vide eclissata. I Fiorentini fondarono uno studio (1348), e per illustrarlo invitavano il Petrarca a leggere qual libro gli piacesse. Il senese, aperto nel 1320, poi sciolto, fu riordinato sotto gli auspizj di Carlo IV (1357) (t. VI, p. 392), che ne autorò uno anche a Lucca (1369). L’Università di Piacenza, sorta per opera di Innocenzo IV (1246), poi scaduta, fu ridesta da Gian Galeazzo (1397). In Milano tenevansi pubbliche lezioni di giurisprudenza, venticinque maestri di grammatica e logica, quaranta scrivani, più di sessanta maestri elementari, più di centottanta professori di medicina, e filosofi, e chimici, molti de’ quali salariati per assistere i poveri. L’Università di Pavia, aperta (1362) e prosperata dai Visconti (al dire dell’Azario) perchè v’avea sovrabbondanza di case, e a buon patto il vino, il frumento, la legna, non annichilò le scuole di Milano, giacchè gli statuti concedeano che natii o avveniticci vi potessero studiare leggi, decretali, fisica, chirurgia, tabellionato, arti liberali[142]. Clemente fondò quella di Perugia nel 1307: Bonifazio VIII quella di Fermo nel 1303 ed una a Roma, dove ormai non restavano che scuole d’elementi; ma l’esiglio avignonese la lasciò ricadere: Giovanni XXII ne istituì una in Corsica il 1331; Benedetto XII in Verona il 1339. Il concilio ecumenico di Vienne ordinò che nelle università di Roma, Parigi, Oxford, Bologna, Salamanca v’avesse due maestri di lingua ebraica, araba e caldea. Anche Torino, come che dedita di preferenza alle armi, nel 1353 tenea per otto anni esentati dal militare gli artisti che andassero ad abitarvi; nel 66 chiamò e fece cittadino un maestro di umane lettere; a un altro assegnò dieci fiorini perchè insegnasse medicina; e nel 75 fondò scuole[143]; e la sua Università ebbe ampio privilegio da Lodovico di Savoja nel 1436.

Ai letterati aumentavansi stipendj a gara, concedevansi onori, s’affidavano ambasciate; il loro passaggio per le città era un trionfo, alle esequie loro assistevano i principi: Carlo IV concesse a Bartolo d’inquartare al suo stemma l’arme di Boemia; e questo insigne giureconsulto sostenne che un dottore, dopo insegnato dieci anni diritto civile, è cavaliere _ipso facto_. Tutti i principi faceano il mecenate, da Roberto di Napoli che diceva — Rimarrei più volentieri senza diadema che senza lettere», fin a Luchino Visconti che scrivea versi lodati dal facile Petrarca, a Giovanni che facea leggere in cattedra Dante, al cupo Filippo Maria, al quale Lucca attestò la riconoscenza col regalargli due codici[144], e al cui segretario Cicco Simonetta moltissime opere si trovano dedicate con elogi pomposissimi. Francesco Sforza accolse l’architetto Francesco Filarete, Bonino Mombrizio professore d’eloquenza, il Filelfo, il Simonetta e il Decembrio storici, Lodrisio Crivelli poeta, Franchino Gaffurio primo che aprisse scuola di musica, Costantino Lascaris che a Milano stampò la prima grammatica greca; e mandava in Toscana chi comprasse per lui tutti i libri degni, e raccogliesse quanti scrittori si potessero avere. Gian Galeazzo cercò trarre a Milano la Cristina di Pizzano che vivea poveramente in Francia, e molti versi compose. A non ripetere d’Alfonso d’Aragona, di Nicola V e d’Eugenio IV, Jacopo di Carrara spedì dodici giovani alle scuole di Parigi, e Francesco il vecchio visitava spesso ad Arquà il Petrarca. L’imperatore Sigismondo coronò poeta a Parma un Tommaso Cambiatore e Antonio Beccatelli panormita; il quale dal Visconti ottenne lo stipendio di ottocento scudi d’oro, da re Alfonso la nobiltà e missioni importanti e doni fin di mille scudi in una volta. Più prodigo Federico III laureò poeti Nicolò Perotti, il Piccolomini, il Cimbriaco, il Bologni, due Amasei, un Rolandello, un Lazarelli. Firenze coronò Ciriaco d’Ancona e Leonardo Bruno; Verona Giovanni Panteo; Roma l’Aurelini e il Pinzonio; Milano Bernardo Bellincioni: glorie d’un giorno.

E ognuno prendea parte a quelle glorie, a quelle dispute; la scoperta d’un codice era un avvenimento clamoroso; le più delle epistole versano sopra la ricerca di manoscritti; il duca di Glocester ringrazia fervorosamente Pier Candido Decembrio d’avergli mandato una traduzione della _Repubblica_ di Platone; Mattia Corvino re d’Ungheria, dalla moglie Beatrice di Napoli invogliato al lusso e ai raffinamenti di corte, si circondò di letterati, procurando dell’Ungheria fare un’altra Italia[145]. Col cercar libri e farne trar copie raccolse una biblioteca di cinquantacinquemila volumi, quanti niun’altra al mondo ne possedeva; e principalmente caro tenne Antonio Bonfini d’Ascoli, che dettò la storia di quel paese. Le miscellanee del Poliziano erano aspettate come il messia, e divorate appena uscissero. L’invidia o le fazioni snidano un letterato? egli è sicuro di trovare onorificenze e stipendj dovunque appaja, col solo patrimonio del proprio merito; quando muore il giureconsulto Giovanni da Legnano, chiudonsi le botteghe; quando l’unico Accolti recita versi, si feria per tutta la città, si fa luminara, e dotti e prelati interrompono cogli applausi la sua declamazione.

Signori illustri faceano versi, e ne conserviamo di Luchino Visconti e di Bruzio suo figlio, di Guido Novello da Polenta, di Bosone da Gubbio, di Francesco Novello Carrarese, di Cangrande, di Castruccio, d’Astorre Manfredi di Faenza, di Lodovico degli Alidosi di Imola, tutti gran signori. Aggiungete Lionello d’Este, le cui lettere sono delle migliori del suo tempo; il Malatesta di Rimini, Gian Galeazzo e Lodovico Sforza duchi, e il cardinale Ascanio costui fratello, e molte dame, quali Isabella d’Aragona duchessa di Milano, Bianca d’Este, Domitilla Trivulzi. All’imperatore Sigismondo, a Martino V pontefice recita orazioni latine la Batista di Montefeltro, moglie di Galeazzo Malatesta da Pesaro, la quale legge filosofia, e disputandone vince alcuni professori. Costanza di Varano, nipote di lei, di quattordici anni pronunzia un discorso latino a Bianca Maria Sforza, e per tutt’Italia è ammirata ed encomiata tanto, che ottiene a’ suoi d’essere rintegrati nella signoria di Camerino, ed è sposata da Alessandro Sforza signore di Pesaro, poeta anch’esso. Un’altra Batista sua figlia e duchessa di Camerino facea stupire principi e prelati coi discorsi latini che improvvisava. Ippolita figlia di Francesco Sforza in Mantova davanti al congresso raccolto perorò onde eccitare alla crociata, e ci rimane esemplato di sua mano il trattato _De senectute_ di Cicerone.

Cosmo padre della patria stipendiò quarantacinque scrivani onde provvedere la sua biblioteca. Lorenzo magnifico scriveva: — Quando l’anima mia è stanca d’affari, e gli orecchi assordati dal cittadin clamore, non mi vi saprei rassegnare se non cercassi refrigerio nelle lettere, pace nella filosofia». Federico duca d’Urbino teneva a Firenze e altrove da trenta a quaranta amanuensi, e spese in copie meglio di trentamila ducati; e oltre la Bibbia che ancor si ammira nella Vaticana, «ebbe altri libri assai (dice il Vespasiano), belli in superlativo grado, coperti di chermisi, forniti d’ariento, miniati elegantissimamente, e tutti iscritti in carta di cavretto; nè tra quelli n’era niuno a stampa, che se ne sarebbe vergognato».

Tutti i signori raccolgono i profughi di Grecia, gli incorano a cercare e tradur libri, assistono alle lezioni loro. Nicolò Acciajuoli, ito da Firenze a Napoli mercatando, trovò grazia presso la principessa di Taranto, che gli diede stato e cavalleria e ad educare il suo figlio Luigi; presso il quale conservossi in grazia, fu fatto siniscalco, e al mutar degli eventi tornato ricchissimo in patria, vi sfoggiò in modo che i Fiorentini se ne adombrarono quasi volesse farsene dominatore, e stanziarono ch’e’ non potesse ottenervi alcuna magistratura. Egli allora sfogò la sua ambizione col mettersi protettore di dotti, quali Zanobio Strada, Francesco Nelli, il Boccaccio. Il qual ultimo volle poi seco a Napoli quando tornò, ma lo teneva a miseria, sebbene l’esortasse continuo a scrivere le sue gesta. Alla magnifica Certosa da lui eretta presso Firenze aggiunse un palazzo a foggia di castello, ove cinquanta giovani doveano esser educati, con biblioteca d’opere rare; disposizione rimasta priva d’effetto. Palla Strozzi, cittadino ricchissimo e potentissimo in Firenze, dove ristabilì l’Università, ebbe in casa Tommaso da Sarzana dappoi papa, chiamò Manuele Crisolara, «mandò in Grecia per infiniti volumi, tutti alle sue spese; la Cosmografia di Tolomeo colla pittura fece venire infino da Costantinopoli; le Vite di Plutarco, le opere di Platone, e infiniti libri degli altri. La _Politica_ di Aristotele non era in Italia, se messer Palla non l’avesse fatta venir lui da Costantinopoli; e quando messer Lionardo la tradusse, ebbe la copia di messer Palla»[146]. Esigliato il 1434, ebbe a sè «con bonissimo salario Giovanni Argiropulo, a fine che gli leggesse più libri greci, di che lui aveva desiderio di udire. Da un altro greco prendea lezioni straordinarie, e traduceva san Giovanni Crisostomo».