Storia degli Italiani, vol. 08 (di 15)

Part 23

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Albertino Mussato, Giovan da Cermenate notajo milanese, il Ferreto storico degli Scaligeri, diedero opera a sfangare la lingua latina. Felice Osio postillò passo passo la storia del Mussato, rivelando quel che imitò da Simmaco, da Macrobio, da Sidonio, da Lattanzio, tanto che a sedici linee d’originale sottopose ottantasei di note, singolare documento della cura che cominciavasi a mettere allo stile: ma chi sostenne l’improba fatica del leggerle, ne arguì che gli autori della bassa latinità erano studiati più che non Livio e Cicerone.

Qui non era mancato mai chi conoscesse il greco, se non altro come lingua liturgica ne’ pontificali di Roma e nell’ordinaria uffiziatura de’ monaci di San Basilio; e a tacer l’uso che dovettero farne le città commerciali, il vescovo Liutprando da Cremona affetta di lardellarne la sua legazione; Gunzo cherico da Novara, in una disputa grammaticale coi monaci di San Gallo nel X secolo, cita perfino il testo dell’Iliade; poi di proposito fu tolto a studiare il greco quando si trattò del riconciliare la Chiesa orientale colla nostra. Dal monaco calabrese Barlaam, venuto da Costantinopoli ambasciatore, ricevette lezioni il Petrarca senza grande profitto. Leonzio Filato, patrioto e scolaro di quello, ebbe in Firenze tavola e quartiere dal Boccaccio, che l’impegnò a tradurre Omero, tirandone di Levante un esemplare a grande spesa; poi fece per lui dai Fiorentini istituire la prima cattedra di quella lingua. Con maggior fortuna dettò colà e altrove Manuele Crisolara, venuto nunzio dell’imperatore Manuele. Ambrogio camaldolese, al principio del 1400, trovava in Mantova fanciulli e fanciulle istruiti nel greco, tra cui la figliuola del marchese, di otto anni. Giovanni Aurispa siciliano portò di Grecia ducentrentotto manoscritti, e ne insegnò la lingua in molte città, servì di secretario ad Eugenio IV, e finì la vita a Ferrara sotto la protezione degli Estensi. Gregorio da Tiferno napoletano nel 1458 domandò e ottenne la prima cattedra di greco all’Università di Parigi, con cento scudi d’assegno.

Una folata di Greci qui trasse, man mano che le loro patrie cadevano a’ Musulmani, quali Teodoro Gaza di Tessalónica, Giorgio da Trebisonda, Giovanni Argiropulo, Demetrio Calcóndila, Giovanni Láscari prosapia reale. Altro viatico non portando che la cognizione dei classici, ne esageravano l’importanza, dichiarando barbaro ciò che a quelli non somigliasse; onde il secolo delle creazioni fece luogo a quello de’ retori e grammatici, e, come al fine dell’Impero romano, non s’immaginava possibile il fare alcuna cosa bella diversamente dai classici.

Gente di maggior conto era venuta al concilio di Firenze; e il Bessarione, abbandonato lo scisma e nominato cardinale, qui accolse Greci avveniticci, e ravvivò l’amore per Platone. Questo filosofo fu letto in Firenze da Giorgio Gemistio Pletone (1400) peloponnesiaco, che dedito affatto alla scuola alessandrina, eclettica tra il vangelo e i filosofi antichi, proclama la morale dell’Accademia, la politica di Sparta, fin la personificazione simbolica degli attributi di Dio nelle divinità dell’Olimpo. Nel libro _De platonicæ atque aristotelicæ philosophiæ differentia_ versando beffe sopra Aristotele, accannì gli ammiratori di questo, e principalmente Teodoro Gaza e Genadio, il quale considerava i Platonici d’allora come anticristiani. Il Bessarione assunto arbitro, mostrò che Pletone eccedeva: ma Giorgio da Trebisonda, abborracciatore di traduzioni, gli avventò uno sconcio libercolo, flagellando Platone fin a posporlo a Maometto come legislatore, ed imputare ad esso tutti i vizj, alla sua scuola tutte le sciagure. E di qua e di là s’infervoravano, liti strepitose fra tant’altro strepito: ma gl’Italiani, l’avesser letto o no, propendevano per Platone.

Marsiglio Ficino, figlio d’un medico di Firenze, l’avea tradotto in latino chiaro, con fedeltà mirabile pel tempo, e tanta da ajutare a supplir qualche lacuna dove l’originale andò perduto. Più oscuro riesce nel tradur Plotino perchè tale è il testo, e perchè il Ficino aveva acquistato con quel misticismo una famigliarità ch’è di ben pochi. Sopra quei modelli dettò poi una teologia dell’immortalità, asserendo l’affinità della scienza colla religione. Perocchè la gara di scuola erasi portata sui punti cardinali della filosofia e teologia, quale l’immortalità dell’anima e la destinazione umana; e i Peripatetici s’erano divisi tra Alessandro d’Afrodisia che credeva l’anima inseparabile dal corpo e perire con esso, ed Averroe che la faceva tornare a Dio ed esserne assorta. Il Ficino confutandoli sostiene l’anima essere emanata dalla Divinità, e a questa poter ella ricongiungersi mediante la vita ascetica; immortale, perchè altrimenti l’uomo sarebbe l’essere più infelice; ripudia l’opinione dell’anima universale: ma immaginoso più che ragionatore, eclettico senza originalità nè vero spirito filosofico, nel suo entusiasmo confondeva il sapere coll’arte e colla virtù. Una sua lettera, scoperta testè, ad una cugina che avea perduto la sorella, e tutta consolazioni platoniche d’ordine universale, di prigione del corpo, e simili idee; nessuna di Cristo o di fede; anzi dal pulpito raccomandava la lettura del divino Platone, e tentò perfino introdurne dei brani nell’uffiziatura ecclesiastica. Per ordine di Cosmo de’ Medici, cui dovea l’educazione, aprì un’accademia platonica, composta di mecenati, ascoltatori ed allievi, che festeggiavano i natalizj di Platone e Cicerone. Io non so che dire di Paolo II se si sgomentava di questo tornar pagana la scienza, e staccarla dalla tradizione cristiana[130]. All’accusa rispondeano che, quanto al seguir Platone, non faceano che imitar sant’Agostino; che teologi e filosofi tutti allora disputavano di tali quistioni, e le metteano in dubbio per giungere alla verità; che eresia è l’ostinarsi nell’errore; mentre essi non disobbedivano la Chiesa, e seguitavano le pratiche volute.

Col platonismo alessandrino ne rinacquero gli errori, le fantastiche opinioni, la cabala. Giovanni Pico (1494) dei signori della Mirandola, persuasosi che Aristotele e Platone in fondo concordino, tentò ravvicinarne le dottrine, e pensando che il secondo avesse dedotto la sapienza dagli Orientali, si volse a questi, massime ai cabalistici, e di là trasse le più delle novecento tesi che in Roma propose sulla logica, etica, fisica, metafisica, teologia, magia, offrendosi a sostenerle. Egli avea fatto riserva dell’autorità della Chiesa; pure alcune repugnavano all’ortodossia in modo, che ne sorse rumore, e dalla persecuzione a fatica lo salvarono il grado suo e la protesta di adottarle nel senso che il papa decreterebbe. Qui un dilagar di scritture pro e contro, finchè Alessandro VI lo dichiarò irreprovevole, e in fatto a quell’ora avea modificato le opinioni sue, come lasciati gli amori e le facili voluttà.

Scrisse il libro più gagliardo contro l’astrologia; eppure pretendeva colla cabala dar ragione della cosmogonia di Mosè e dell’incarnazione del Verbo, e spiegava la Genesi in modo simbolico, secondo i quattro mondi fisico, celeste, intellettuale e dell’uomo. Ideava un’esposizione allegorica del Nuovo Testamento, una difesa della Vulgata e dei Settanta contro gli Ebrei, un’apologia del cristianesimo contro tutti gl’infedeli ed eretici, un’armonia della filosofia: ma a trentun anno morì.

Da giovinetto avea fatto stupire l’Italia con una memoria sfasciata. Tale l’ebbe pure Pietro Tommaj di Ravenna, il quale, udita una lezione, la ripeteva cominciando dall’ultima parola; sapeva il Codice e le infinite glosse; replicò centottanta testi, coi quali un frate milanese avea provato l’immortalità dell’anima; e giocando a scacchi mentre un altro faceva a’ dadi, ed egli stesso dettava due lettere, alla fine seppe ridire tutte le mosse degli scacchi, tutte le combinazioni dei dadi, tutte le parole delle due lettere cominciando dal fine. Qual meraviglia se pareagli facilissimo un suo trattato di memoria artifiziale, che gli altri trovano oscuro e scabroso?[131]. Della memoria locale trattò eziandio Tommaso Golferani cremonese attorno al 1340, primo che di filosofia scrivesse in vulgare.

Dietro ai forestieri germogliò una fungaja d’umanisti e grammatici nostri, di alcuno dei quali non parrà superfluo divisare a minuto i casi. Giovanni Malpaghino di Ravenna, allievo prediletto del Petrarca, aperse scuola di latino a Firenze, sceverando i modi degli autori bassi dai classici, con tal frutto che il gusto della correttezza divenne passione e moda. Da costui imparò il latino il Poggio[132], figlio d’un povero Guccio Bracciolini aretino; ma al greco non si pose che di quarant’anni. A Roma fu applicato a scrivere le lettere pontifizie, e seguitò cinquant’anni, senz’obbligo di residenza, ma con sottile assegno che nol sottraeva alla necessità. Con mostrargli le lettere direttegli da Leonardo Bruno, suo condiscepolo a Firenze, indusse Innocenzo VII a procacciarsi anche questa buona penna, e il Poggio gustò le consolazioni d’un’amicizia che può beneficare. Succeduto Gregorio XII, Bruno rimase in uffizio, Poggio andò a riposarsi a Firenze, poi seguì Giovanni XXIII al concilio di Costanza.

Il gusto raffinato volsero di buon’ora i nostri a rintracciare autori perduti, e in Italia o da Italiani si può dire fossero scoperti tutti i classici. Petrarca ad Arezzo trovò alcun che delle _Istituzioni_ di Quintiliano, e delle orazioni di Cicerone, le tre prime _Deche_ di Livio, e cercava le altre, temendo non andassero smarrite con Virgilio per ignavia degli uomini; fanciullo ricordavasi aver veduto i libri _Delle cose umane e divine_ di Varrone, e lettere ed epigrammi di Augusto, ora a noi sconosciuti. Ne’ suoi viaggi, appena vedesse qualche monastero antico, — Chi sa non vi si celi qualche preziosità?» e v’accorreva con desiderio[133]. Agli amici nulla chiedeva più istantemente che qualche opera di Cicerone, e mandava perciò preghiere e denari in Italia, in Francia, in Germania, in Grecia e fin nella Spagna e nella Bretagna. Qual tripudio allorchè, a Liegi, città tutta traffici, rinvenne due arringhe di quello, e in Verona le epistole famigliari! Poi il Crotto gli spedì da Bergamo le _Tusculane_, Raimondo Soranzo il trattato _De gloria_, ch’egli prestò al Convenevole, e nol riebbe nè egli nè la posterità.

Il Boccaccio arrampicavasi pe’ solaj de’ conventi a stanar libri, e gli esemplava di proprio pugno; e narrava a Benvenuto da Imola, che andato a Montecassino, «e avido di veder la libreria, che aveva inteso essere nobilissima, domandò ad un monaco graziosamente gli aprisse la biblioteca. Quegli rispose secco, mostrandogli un’alta scala, _Salite che è aperto._ Lieto v’ascese e trovò il ripostiglio di tanto tesoro senza porta nè chiave: entrato, vide l’erba nata per le finestre, e libri e scaffali coperti di polvere. Meravigliato, cominciò ad aprire ora questo libro ora quello, e vi trovò molti volumi d’antichi e rari, dei quali ad alcuno erano strappati quaderni, ad altri recisi i margini, e in molte guise sformati. Compassionando che le fatiche e gli studj d’incliti ingegni fossero venuti a mano di gente ignorantissima, se ne partì colle lacrime agli occhi. E imbattutosi in un monaco nel chiostro, gli domandò perchè volumi così preziosi fossero tanto indegnamente mutilati. Il quale rispose, che alcuni monaci, per guadagnare due o cinque soldi, radevano un quaterno, e ne formavano uffiziuoli da vendere ai bambini; e coi ritagli de’ margini facevano brevi da vendere alle donne. Or va, uomo studioso, e ti rompi il capo per far libri»[134].

Il Poggio della sua dimora al concilio di Costanza profittò per cercare manoscritti nei conventi d’oltralpe, affrontando asprezza di cielo, scomodo di strade, scortesia di rifiuti. Principalmente ne rinvenne nella badia di Sangallo «entro una specie di carbonaja oscura ed umida, ove non si sarebbe pur voluto gettare un condannato a morte»; e tra quelli, otto orazioni di Cicerone, le _Istituzioni_ di Quintiliano, tre libri dell’_Argonautica_ di Valerio Fiacco, qualche cosa di Lattanzio, l’Architettura di Vitruvio, i commenti d’Asconio Pediano a Cicerone, la _Grammatica_ di Prisciano, ed altri non più veduti. Esortato dal Bruno, dal Niccoli, dal Barbaro, dal Traversari, proseguì ricerche in Germania e in Francia, e trovò altre arringhe di Cicerone, i poemi di Silio Italico, di Manilio, di Lucrezio, parte di Petronio, Ammiano Marcellino, Vegezio, Giulio Frontino, le matematiche di Giulio Firmico, Nonio Marcello, dodici commedie di Plauto Columella, il quale era talmente dimenticato, che non lo conobbero nè Vincenzo di Beauvais, autore di un’enciclopedia, nè il nostro Pier Crescenzi, attento raccoglitore di cose rustiche.

Col nuovo papa Martino V il Poggio passò a Mantova, poi lusingato con larghe promesse dal ricco vescovo di Winchester, tragittossi in Inghilterra; ma deluso e disgustato dell’ignoranza che vi trovava e della poca stima in cui v’era la bella letteratura, rivenne in Italia. Quivi apprese come Gasparino Barziza avesse rinvenuto l’_Oratore_ di Cicerone; non si sa chi le epistole ad Attico; Gherardo Landriano a Lodi i libri dell’_Invenzione_ e _Ad Erennio_; Tommaso Inghirami di Volterra a Bobbio trovava il _Viaggio_ di Rutilio Numaziano; Alessandro d’Alessandro in un celliere a Napoli il Properzio: da Parigi si ebbero le epistole di Plinio minore, da Germania le egloge di Calpurnio e di Nemesiano.

Qual piacere doveva recare il leggere questi autori man mano che si scoprivano, senza il disgusto che ora ce ne lasciano le scuole, senza l’ottusione prodotta dall’abitudine! «La repubblica letteraria (scriveva Lorenzo Medici al Poggio) ha di che rallegrarsi non solo per le opere che trovaste, ma per quelle che avete a trovare ancora. Qual gloria per voi che sieno resi alla luce gli scritti di sommi autori! I secoli venturi rammenteranno che codici, di cui irreparabile piangeasi la perdita, vostra mercè vennero ricuperati; e come Camillo fu intitolato secondo fondatore di Roma, così voi potrete esser detto secondo autore delle opere per voi ricomparse. Vostra mercè possediamo intero Quintiliano, che dianzi avevamo solo per metà, e questa pure mutila e difettosa. O acquisto prezioso! o inaspettato contento! ed è pur vero ch’io potrò leggere tutto quel Quintiliano, che tanto dilettami comechè mutolo e sformato? Vi scongiuro, mandatemelo al più presto, ch’io possa almeno vederlo prima di morire ». E subito i dotti buttavansi a commentarli, ridurli a buone lezioni, agevolarne l’intelligenza, trarne ajuti allo scrivere corretto; e moltissimi greci tradussero.

Gl’impiegati della cancelleria romana soleano raccorsi in una sala, dove a gara ne sballavano delle grosse, tanto che, da bugia, era chiamata il bugiale; e leggeano sulla cronaca di ciascuno, prete o secolare, mozzo o cardinale, privato o governo. Da questo mondezzajo il Poggio razzolò i suoi motti e racconti (_Facetiæ_), putidi d’oscenità, le cose e le persone sacre trattando con tale audacia, che i Protestanti vollero poi contarlo tra i loro precursori. Conversazioni più sensate ritrae nella _Historia disceptativa convivialis_, principalmente su punti filologici. Scrisse pure sulla nobiltà, sulla sfortuna de’ principi, sulla varietà della fortuna.

Al suo trattato delle _Eleganze latine_ proemiò professando non conterrebbe nulla che fosse già scritto da chichessia: invece è suo merito l’avere utilizzato tutti i vecchi grammatici, per dare riflessioni sullo scrivere, e buone regole intorno alla sintassi, alle inflessioni, principalmente ai sinonimi; e fu ristampato, tradotto, ristretto, compendiato, fin messo in versi. Ma se egli conoscevasi di parole meglio di qualunque contemporaneo, non sapeva collocarle in buono stile, e per iscrupolo di purezza rigettò anche frasi di conio irreprovevole.

Ripristinato Cosmo, e spirando destra l’aura ai Medici, il Poggio ne gustò i favori, e bramava terminare sua vita a Firenze; ebbe una villetta nel Valdarno, modesta, ma abbellita di libri, di statue, di pietre incise, di medaglie e di amici che lo visitavano; man mano che la morte gli portasse via un amico, un protettore, esso gli tributava lodi e lacrime. La Signoria volle gratificarlo dichiarando esente da ogni tassa lui e sua casa; lo invitò poi secretario, ed egli tessè la storia di quella città in otto libri latini dal 1350 al 1455, che non finì e che rimase inedita fino al 1715, sol conoscendosi la traduzione italiana fatta da un suo figliuolo.

E ben quattordici figli aveva egli da un’amica: pure a cinquantacinque anni scrisse un dialogo se convenga o no il matrimonio, sposò una de’ Buondelmonti che avea diciott’anni e seicento fiorini di dote, e visse con lei felice padre. Ebbe sepoltura (1459) in Santa Croce; ritratto di mano del Pollajuolo nel palazzo pubblico, e una statua sulla facciata di Santa Maria del Fiore.

Lorenzo Valla romano, con minor talento del Poggio suo emulo, maggior erudizione filologica e storica qual dimostrò nelle _Eleganze latine_, aveva elevato dubbj rarissimi a quel tempo; dichiarò spurie la donazione di Costantino e la lettera di Cristo ad Abgaro re, nè avere gli Apostoli composto ciascuno un articolo del simbolo; al Nuovo Testamento appose annotazioni abbastanza severe colla vulgata, egli primo fondando le spiegazioni sulla lingua originale. Distici e sarcasmi scaraventava costui a moscacieca contro cardinali e grandi che gli tardassero un favore; e contro l’ambizione della corte romana invettive tali[135], che reputò prudenza ricovrarsi a Napoli, ove aprì scuola d’eloquenza. Ma Nicola V, non che richiamarlo, gli regalò di sua mano cinquecento scudi d’oro per avere tradotto Tucidide, e il titolò canonico e scrittore apostolico. Eppure egli conservò libertà di pensare e di scrivere; nel dialogo sull’avarizia e la lussuria flagella i cattivi predicatori, ma specialmente i frati dell’Osservanza, rimessiticcio de’ Francescani; poi in quello sull’ipocrisia tempesta tutti i frati e il clero in generale.

Quattro libri d’invettive scagliò contro Bartolomeo Fazio, che altrettanti gliene rimbalzò con pettoruta gonfiezza. Già contro Giorgio da Trebisonda, grand’ammiratore di Cicerone, avea sostenuto la prevalenza di Quintiliano con tanto furore, con quanto battagliò col Guarino per anteporre Scipione a Giulio Cesare, e con un giureconsulto bolognese sul punto se Lucio e Arunzio fossero figli o nipoti di Tarquinio Prisco. Era dunque ben addestrato alle lotte quando si accapigliò col Poggio, alle cui _Invettive_ oppose _Antidoti_ e _Dialoghi_, con un diavolo per pelo. Accusato da costui d’aver rubato denaro e falsato una ricevuta a Pavia, e in conseguenza essere stato messo alla gogna, gli butta in faccia imputazioni che l’onestà neppur consente d’accennare: e Nicola V, non che sopir la lite fra i due suoi dipendenti, accettò la dedica degli _Antidoti_.

Francesco Filelfo, se volessimo credere al Poggio, fu generato da un prete in una lavandaja; ma gli storici il fanno da buona famiglia di Tolentino: studiò a Padova con tal frutto, che a diciotto anni professava eloquenza colà, poi a Venezia, ove fu dichiarato cittadino, e spedito secretario del balio a Costantinopoli per assecondare il suo desiderio di famigliarizzarsi col greco. Questa lingua v’apprese da Giovanni Crisolara, fratello del famoso Manuele, e l’imperatore Giovanni Paleologo lo volle secretario e consigliere, e lo mandò ministro all’imperatore Sigismondo: in tal qualità assistette in Cracovia alle nozze di Ladislao re di Polonia, e vi recitò un’orazione al cospetto de’ più grandi signori d’Europa. Reduce a Costantinopoli, sposò la figlia del suo maestro, e con lei tornava in Italia; ma trovò Venezia desolata dalla peste, gli amici fuggiti, i suoi libri in contumacia. S’avviò dunque a Bologna dolente e bisognoso: ma quivi trovossi accolto magnificamente, e offerti quattrocento cinquanta zecchini l’anno per una cattedra di filosofia morale e d’eloquenza. Essendosi Bologna ribellata al papa, il Filelfo ricoverò a Firenze, dove instancabilmente propagava l’amore de’ classici. Di gran mattino spiegava le Tusculane o l’Arte oratoria di Cicerone, Tito Livio od Omero; riposatosi alcune ore, ricompariva a leggere Terenzio, le epistole o qualche orazione di Cicerone, Tucidide o Senofonte; poi le feste in Santa Maria del Fiore, _senza alcun pubblico o privato premio_, commentava Dante. Quattrocento uditori seguivano le sue lezioni, ed era applaudito, careggiato da uomini e donne e da quanto di meglio aveva la città[136].

Il racconto di queste sue compiacenze ci rivela il maggior suo difetto, una stima di sè, non commensurabile se non al disprezzo di ciò che non fosse lui. Doveva in conseguenza moltiplicarsi nemici, che pubblicamente lo insultavano, sin a ridurlo a far le lezioni in casa[137]. Avendogli un bravaccio tirato un colpo al viso, il Filelfo mostrò crederlo mandato dai Medici, contro i quali parteggiava; e forse con ciò volle scusarsi delle codarde invettive con cui aggravò l’esiglio di Cosmo. Perciò allorchè questi tornò trionfante, egli rifuggì a Siena, donde continuò a bersagliarlo, tanto che la Signoria il proferì esigliato. Ed ecco quel tal bravaccio gli si avventa di nuovo a Siena, ed egli il fa mettere alla tortura sinchè confessi l’attentato. Fu multato in cinquecento lire, ma al Filelfo parvero poche, e ne ottenne la condanna a morte, ch’egli stesso intercedette fosse commutata nel taglio della mano, «preferendo (dic’egli) vivesse mutilo ed infame, anzichè una pronta morte lo liberasse dai rimorsi e dalla vergogna».

Intanto egli medesimo con altri fuorusciti macchinava contro i Medici, e soldò un Greco per assassinare Cosmo. Il sicario fu scoperto, ed ebbe tronche le mani; e sopra la costui confessione il Filelfo fu condannato in contumacia al taglio della lingua e al bando perpetuo. Se al Filelfo non restava che l’ira dell’impotente, Cosmo, sicuro dell’autorità, aveva i mezzi e perciò il dovere d’essere generoso. E il volle, e gli fece proporre la riconciliazione: ma il pedante ostentò generosità col rifiutare e insultare; finse anzi di credersi mal sicuro a Siena, e poichè era cerco dal papa, dal senato veneto, dal duca di Milano, dalla repubblica di Bologna, dall’imperatore di Costantinopoli, accettò di passare sei mesi a Bologna, ottenendovi l’inusato stipendio di quattrocencinquanta ducati, poi si trasferì a Milano. Quivi passò i sette anni meno tempestosi di sua vita, caro alla Corte, dichiarato cittadino, e sempre più incocciandosi di que’ suoi meriti incomparabili.

Nelle commozioni succedute alla morte di Filippo Maria, scrisse proclami e lettere ai principi perchè sostenessero l’aurea repubblica; poi orazioni ed encomj all’oppressore di questa Francesco Sforza, da cui accettò nuovi favori, finchè il magnanimo Alfonso di Napoli mostrò desiderio di vederlo. Mosse a quella volta, e «giunto a Roma (scrive Vespasiano) nel tempo di papa Nicola, fece pensiere alla sua tornata di visitare la sua santità. Inteso papa Nicola che era in Roma, subito mandò a dire che l’andasse a visitare. Intesolo messer Francesco, andò alla sua santità, e le prime parole che gli disse, furono: _Messer Francesco, noi ci maravigliamo di voi, che passando di qui non ci abbiate visitato_. Messer Francesco rispose come egli faceva pensiero visitare il re Alfonso, e poi venire alla santità sua. Papa Nicola, che sempre era stato amatore degli uomini letterati, volle che messer Francesco conoscesse la sua gratitudine, e pigliò un legato di ducati cinquecento, e sì gli disse: _Messer Francesco, questi denari vi voglio io dare, perchè vi possiate fare le spese per la strada_. Messer Francesco, veduta tanta liberalità usatagli, ringraziò la sua santità infinite volte di tanta gratitudine usatagli». Il re di Napoli gli uscì incontro fino a Capua, lo ornò cavaliere, e gli concesse di portare l’arma d’Aragona; infine il coronò poeta.