Storia degli Italiani, vol. 08 (di 15)
Part 22
Questo trattato segna un’êra nuova nella storia patria. Quando nel 1453 Nicolò V pacificava la penisola onde opporla ai Musulmani, si fece il primo atto di concordia fra i potentati italiani. Poi nel 1470 Milano, Napoli, Firenze, Roma s’alleavano contro il soverchiare di Venezia, la quale unendosi poi a loro, costituiva una lega generale. Ora ecco di nuovo l’Italia alleata contro Venezia, e finirsi con una generale federazione. L’atto mostrasi come opera di pacificazione e di progresso nazionale, come il termine d’infinite rivoluzioni. È necessità di natura (vi è detto) cominciar dal male, dai disordini, dallo scandalo; ma è legge di ragione arrivare alla concordia che nutrisce la tranquillità, genera il ben essere, moltiplica i popoli, crea l’abbondanza, propaga l’umanità. A tal uopo le potenze si perdonano i danni e le guerre, _in qual sia modo fatte_, le rapine, gl’incendj, le uccisioni, e senza frode o reticenza o cavillo giurano perpetua pace, confederazione, unione e lega. Ogni memoria di Guelfi o Ghibellini è abolita, dacchè si uniscono senza badare a origine o a storia; promettendo al papa non dar mano ai baroni del suo paese, riconoscono l’indipendenza degli Stati; assoldando un capitano comune vengono a stabilire la base di tutte le federazioni, cioè che tutti i confederati formano uno Stato solo contro il nemico, pur rimanendo distinti e sovrani ciascuno; ma senza aspirare ad una matematica eguaglianza fra loro, giacchè la somma da contribuire proporzionavano all’estensione geografica. Il fatto irregolare ma storico della loro vicinanza vien dunque dagli Stati italiani sottomesso a idee chiare; e se non tutta Italia v’era compresa, se riservavasi _protocollo aperto_ al re di Castiglia, è notevole però che dell’imperatore non si far pur cenno, e il papa v’è considerato come un semplice signore; sepellendo così sotto la concordia federale i due eterni fomiti delle disunioni. Fosse stato per sempre!
La pacificazione d’Italia forse accelerò la morte (13 agosto) di quel che sempre l’avea turbata, Sisto IV; «e fu (dice Machiavelli) il primo che cominciasse a mostrare quanto un pontefice poteva, e come molte cose chiamate per l’addietro errori, si potevano sotto la pontificale autorità nascondere. Questo modo di procedere ambizioso lo fece più dai principi d’Italia _stimare_, e ciascuno cercò di farselo amico». Mai non si era così indegnamente trafficato nella curia: ne dichiarò venali le cariche pubblicandone la tariffa; cercò guadagno dal distribuire i benefizj e la porpora; mercatò di perdonanze; da’ sudditi smunse quanto potè, e massime col fare incetta, poi procurare carestie artefatte fissando egli stesso il prezzo, o mandandone fuori quando il potesse a vantaggio, e traendone del cattivo pe’ suoi. Qualche volta piacevasi vedere i soldati duellar fino a morte, e le scalee di San Pietro ebbero a contaminarsi di sangue.
Appena Sisto spira, amareggiato dai falliti disegni, il palazzo de’ suoi nepoti è demolito, saccheggiati i pieni granaj; i Colonna, da lui perseguitati, rientrano, e si mantengono coll’armi alla mano. I cardinali si sforzarono di ovviare nuovi disordini collo stabilire per capitolazione, il papa non potesse nominare più che un cardinale della propria famiglia, governasse di concerto col sacro collegio, e massime per alienare feudi della Chiesa dovesse ottenere due terzi dei voti: ma meglio di questi sempre elusi ripieghi avrebbe giovato il determinarsi ad una buona scelta. Fu detto che promettendo a ciascun cardinale pingui posti e l’entrata di quattromila fiorini, ne ottenesse i voti Giambattista Cybo genovese, che assunse il nome d’Innocenzo VIII, e che le pasquinate dissero, a ragione chiamarsi padre, poichè aveva sette figli naturali. Per questi legami e per debolezza lasciavasi menare da indegni favoriti, che s’abbandonavano a sfrontata venalità: Franceschetto Cybo s’impinguava col concedere impunità fino ai masnadieri, di cui Roma era divenuta tana; di che il suo cameriere con indegna celia lo scagionava dicendo che Dio non vuol la morte del peccatore, ma che paghi e viva. Costui, che fu lo stipite dei duchi di Massa e Carrara, consigliò il papa a creare una quantità d’impieghi, per venderli caro a persone, le quali poi si rintegravano col far mercato delle grazie apostoliche. Alcuni scrivani falsarono anche bolle ed assoluzioni preventive per ogni sorta disordini: scoperti, furono condannati a morte: si esibì pel loro riscatto cinquemila ducati, ma pretendendosene sei, e non potendo trovarli, salirono al patibolo[125].
Non si dimentichi che questi aneddoti ci vengono da impurissima fonte, come sono le ciancie d’anticamera, e le impudenze d’una cronaca scandalosa; dalla quale si raccorrebbe perfino che colla trasfusione del sangue di tre fanciulli tentasse Innocenzo prolungare la vita, che i predecessori suoi versavano con santa generosità. Questo deterioramento de’ pontefici doveva giustificare il flagello che già fischiava in aria.
Le _prammatiche_ di re Ferdinando aveano principale scopo il reprimere i baroni, proibendo esigessero dai vassalli oltre quello che permettevano le costituzioni, nè gl’impedissero di vendere i possessi a piacere; sottoposti tutti i beni all’estimo; ai magistrati regj concesso di procedere d’uffizio in ogni misfatto, anche senza querela della parte offesa; perseguitare i masnadieri e gli usurai in qualsifosse luogo. Tale robustezza s’addiceva a tempi, in cui per tutta Europa i re accentravano l’autorità pubblica, sparpagliata da prima; ma rendeva Ferdinando esoso ai baroni, mentre a tutti spiacevano le sue crudeltà nel punire, e l’avarizia esercitata con sozzi monopolj, coll’accaparrare l’olio e il grano per rivenderli cari, col dare ai villani de’ majali da ingrassare.
Peggio esacerbavano i fieri portamenti di suo figlio Alfonso di Calabria. Costui (1485) fa proditoriamente arrestare Pietro Lallo conte di Montorio, la cui famiglia da un secolo tenea il primato in Aquila, ed occupa questa città. Essa lo caccia a furia, e si esibisce ad Innocenzo VIII, col quale si collegano i principali baroni come a signore sovrano del regno, ed a Ferdinando espongono i loro richiami, e chiedono di non dover comparire in persona ai parlamenti, temendo esservi presi e morti come i loro compagni; potere armar gente a difesa dei proprj distretti, e mettersi al soldo di qualunque potenza non fosse in guerra col re; questo non gravasse di straordinarie imposte i loro vassalli, nè vi ponesse a quartiere le sue truppe. Ferdinando finse darvi ascolto per guadagnar tempo e sconnetterli; ma essi, accortisi del tranello, e risoluti di non cadere sotto all’aborrito Alfonso, alzan bandiera papale in aperta rivolta: i Sanseverino, i Del Balzo, gli Acquaviva, molti conti e principi e cavalieri, tra cui il grand’ammiraglio, il gran siniscalco, il gran connestabile, li secondano; il conte di Sarno, nobile antichissimo eppur dato ai traffici con tanto utile che il re medesimo volle entrar seco in società; Antonello Petrucci, che pe’ suoi talenti divenuto secretario regio, accumulò onori e ricchezze e collocò altamente tutti i figliuoli.
Ma i potentati vicini in cui fidavano, rimangono indifferenti od ostili; il duca di Lorena, erede delle pretensioni angioine, che avea promesso venire a soccorrerli, non giunge; Roberto Sanseverino valoroso condottiero, messosi con loro, è sconfitto; Innocenzo VIII, che forse gli aveva sobillati, si riconcilia con Ferdinando. Costretti a impetrar pace, ottengono piena perdonanza dal re, il quale (1487) lascia al papa Aquila ed i baroni che gli avevano fatto omaggio. Il trattato ebbe la garanzia del papa, del re di Spagna, del re di Sicilia; eppure era un lacciuolo. Appena i baroni ebbero deposte le armi, Ferdinando sollecitò le nozze del figliuolo del conte di Sarno con una sua nipote, e tra le feste e i balli fece arrestare lo sposo, il padre, il Petrucci e molti baroni; poi, volendo quelle apparenze di giustizia che colà si sanno troppo simulare, nominò una giunta e quattro pari, che li condannarono a morte. E fu eseguita inesorabilmente; al fisco i loro beni, perseguitati gli aderenti e uccisi chi in segreto, chi in pubblico, nemmanco perdonando i fanciulli; appena la Bandella Gaetana potè fra romanzeschi pericoli salvare i suoi figli, principi di Bisignano.
In secolo di tante perfidie questa rimase più famosamente esecrata; e benchè Ferdinando mandasse a stampa il processo de’ baroni, non risonava che un concerto di maledizioni. Innocenzo, cui egli ritolse Aquila e ricusò il tributo promesso, lo proferì decaduto, e invitò a quel trono Carlo VIII di Francia; principio di nuovi disastri all’Italia.
A Firenze la congiura de’ Pazzi, come avviene dei tentativi falliti, crebbe potere a Lorenzo, e più quando riuscì ad una pace, indarno a lungo, maneggiata da consiglieri e ambasciatori. Cosmo avea provato tutti i guaj e pochi frutti della dominazione, perchè nuova, e perchè capo d’una fazione irrequieta, il diriger la quale gli costò più che non il vincere l’avversa. Anche a suo figlio riuscivano impaccio quei che pareano sostegni. Ma il pericolo di Lorenzo eccitò quella devozione, ch’è singolare avviamento alle signorie smisurate; e gli fu conferita autorità principesca, ch’egli adoprò a consolidare la sua famiglia, non più col violare la costituzione, ma col fortificarla.
Diciassette riformatori ridussero a metà il tre per cento che pagavasi pel debito pubblico, espediente che campò lo Stato dal fallire. Lorenzo stesso, imputato di riparare col pubblico denaro le perdite al suo privato cagionate dal lusso e dalla dissipazione de’ suoi agenti, non trovò più decoroso il continuare i traffici, e ritirati i capitali, gli investì in terreni: col quale espediente separò i proprj negozj da quelli dei cittadini, che quasi interesse proprio aveano sostenuto i suoi padri. Creò l’ultima balìa per istituire una magistratura legislativa, di cui sin allora aveasi mancanza, e che dovea formarsi di settanta membri e de’ gonfalonieri che man mano uscivano di carica, ed essere consultata sopra tutti gli affari pubblici prima che gli altri collegi deliberassero, nominare agli impieghi, amministrare il tesoro. Così lasciava sussistere le forme repubblicane, ma se le facea stromento al dominare. I settanta condussero il governo con quiete e gloria, ma dipendente all’intuito dal principe, il quale avendo a spendere ben poco ne’ magistrati, volgeva il denaro ai vantaggi suoi domestici, e a sedurre, comprare o ammollire gli antichi repubblicani, predisponendoli alla servitù de’ suoi successori. Sebbene però il governo allora introdotto fosse tutto materiale e di speculazione, Firenze n’ebbe la pace di cui tanto avea mestieri, e considerò quello come il tempo suo più lieto: solita ventura de’ governi che succedono a lunghi turbamenti, e a cui i popoli fanno merito del male che non commettono.
Ormai tutta Toscana obbediva a Firenze, a patti o a forza essendosi, da Siena in fuori, assoggettate le città e le signorie (pag. 244). Pietrasanta, posseduta dal banco genovese di San Giorgio, fu ripigliata dai Fiorentini nel 1484. Antonio Pucci, commissario di quella guerra, insisteva presso il capitano perchè desse la battaglia; e questo «dimostrava molte difficoltà’, e che vi si farebbe una beccheria d’uomini. Il Pucci, veduta la sua pusillanimità o malizia, fece un colpo da savio, e disse: _Orsù, capitano, datemi la vostra corazza, ed io andrò a dare battaglia, e voi rimarrete con questi altri commissarj a provvedere il bisogno_. Tali parole furono dette con tanta efficacia, che il governatore si vergognò e, _Io v’ho detto il parer mio; niente di meno farò il vostro_; e così dettono una grandissima battaglia, in modo vi morì di molta brigata, e feriti da ogni banda. Di che il Pucci usò un altro colpo di savio, accompagnato colla carità: che andò, e fece rassettare tutti i feriti, e andogli a visitare e seco il medico, e raccomandarli loro, e baciavali e commendavali, e seco anche il cancelliere con denari, e diceva: _Orsù, fratelli, chi ha bisogno di denari lo dica_; e davane loro e confortavali che non temessino di niente. Quelle parole e fatti furono di tal efficacia appresso a’ feriti come a’ sani, che si sariano buttati per marzocco nel fuoco; e parea loro mill’anni si desse l’altra battaglia. E come si dette, aveano dimenticato i pericoli, e mai si spiccarono che presero Pietrasanta: e se passava quindici giorni, bisognava levarsi da campo con vergogna e danno» (CAMBI).
Nell’87 si ricuperò Sarzana, stata tolta dai Fregosi. Volterra, sollevatasi nel 49, fu punita; poi essendosi nel 72 scoperta una ricca allumiera a Castelnuovo, i cittadini ne pretendeano la proprietà, e negata, si ribellarono. I Fiorentini mandarono Federico d’Urbino, che, assediata la città, la ridusse a capitolare: ma mentre se ne trattava, un Veneziano nascostamente introdusse i soldati, che si buttarono al sacco, invano trattenuti dal conte d’Urbino, che fece anche impiccare il Veneziano. Così Volterra tornò ai Fiorentini, non più come alleata ma suddita, senza privilegi, e tenuta in senno dalla torre del Maschio, una delle peggiori prigioni di Stato.
Lorenzo frametteasi alle quistioni politiche d’Italia, e spesso opportunamente; per esso gli Estensi ottennero la pace di Bagnolo che li salvò; per esso gli Aragonesi la quiete dopo la congiura de’ baroni; per esso Innocenzo VIII la sommessione di Bocolino de’ Gozoni, che, sollevata Osimo, invitava i Turchi a sostenerlo; per esso fu all’Italia ritardata l’invasione dei Francesi, inuzzoliti dalla chiamata di Sisto IV. Era egli stato educato squisitamente da Cristoforo Landino, dal greco Giovanni Argiropulo, da Marsilio Ficino, e dalla propria madre Lucrezia Tornabuoni, protettrice e intelligente delle lettere. Vi unì abilità in tutti gli esercizj del corpo; e il torneo, dove giovinetti armeggiarono esso e il fratello, eccitò il Poliziano a comporre le più belle ottave che ancor si fossero udite. Educava egli stesso domesticamente i suoi figliuoli[126], e come d’erudizione, così era pieno d’arguzie; e motti e burle di lui abbondano nelle raccolte di quel tempo.
Venuto poi a capo dello Stato, meritò il titolo di Magnifico per lo splendore onde tenne corte; chè corte veramente potea dirsi dacchè era trattato alla pari dai principi, sebbene non portasse titolo. Faceasi talora incaricare dai Fiorentini della esecuzione di qualche opera utile, che egli stesso avea suggerita, e dove metteva del proprio. Le case antiche, un tempo pari alla medicea, per quanto ricche e numerose, più non comparivano che da suddite. Ridotti uniformi i voleri, segreti i consigli, arbitraria la erogazione del pubblico denaro, accomodata la città di nuove vie, e fortificatala contro i nemici, potè volgersi alla politica esteriore, e tener le bilancie d’Italia in modo, che gli stranieri non vi prevalessero.
So che, quanto fu stile l’esaltarlo durante la dominazione de’ Medici, così il denigrarlo sotto gli Austriaci, e più dai moderni come autore della susseguita servitù. Chi negherà ch’e’ vi trovasse preparato il paese? e che libertà era quella, dove i cittadini migliori erano stati proscritti? La nuova generazione avea perduto quel sentimento del vivere franco e del concorrere al governo e al ben della patria, ch’era parso felicità ai loro maggiori. Tra siffatti è agevole a pochi sommovitori il turbare la quiete col pretesto della libertà; e il reprimerli è dovere d’un capo restauratore. Un Frescobaldi tramò d’uccidere Lorenzo, e fu mandato alla forca; Baldinotto Baldinotti il tentò pure, e fu col figlio trascinato per le vie di Pistoja; e il popolo, non che irritarsene, applaudì.
Siccome Augusto, adoperò a restituire i Fiorentini dalla vita pubblica alla domestica, ma non trascese le condizioni di primo cittadino di paese libero. L’ambizione di lui dovea pur restare lusingata allorchè, dall’alto della sua villa, osservava questa città, bellissima di antiche e nuove grandezze, dove Arnolfo, l’Orcagna, Masaccio aveano insignemente attestato il risorgere delle arti, e Brunelleschi fabbricato Santo Spirito, la più bella delle chiese, preparato nel palazzo Pitti una futura reggia, e lanciata la meravigliosa cupola della cattedrale, a cui la cedeva appena Santa Croce; Santa Maria Novella appariva ornata e vaga come una sposa; San Lorenzo era stato finito da Cosmo con quarantamila fiorini; con trentaseimila quel convento di San Marco, nel quale già predicava una voce potente, che fra poco dovea diventare formidabile. Contemplarla, e poter dire, — Questa città è mia!» Vero è bene che Lorenzo udiva ancora fremiti e minaccie repubblicane; ma li soffogava sotto i canti delle muse ammansate e lo splendore delle arti belle e delle utili.
Allora «i giovani, più sciolti dell’usitato, in vestiri, in conviti, in altre simili lascivie oltremodo spendeano; ed essendo oziosi, in giuochi ed in femmine il tempo e le sostanze consumavano; e gli studj loro erano apparire col vestire splendidi e col parlare sagaci e astuti, e quello che più destramente mordeva gli altri, era più savio e da più stimato» (MACHIAVELLI). Esso Lorenzo con pompose mascherate offriva esercizio a pittori, a poeti, a musici, ad artieri, e distrazione al vulgo; imitava il parlare contadinesco nelle graziosissime stanze della _Nencia da Barberino_; nei _Beoni_, contraffacendo Dante, mordeva i compagnoni del suo tempo, e dava il modello delle satire in terza rima; nel teatro rinnovato chiamava ad applaudire all’_Orfeo_ del Poliziano, reminiscenza classica, ed a _misteri_ da lui stesso composti, prolungazione del medioevo. L’Ombrone porta via l’isola Ambra, ch’egli aveva ornata d’ogni piacevolezza? Lorenzo ne canta l’innamoramento d’un Dio e la metamorfosi, colla facilità di Ovidio. Dai suoi scritti trapelano l’amore dell’indagine filosofica, la vaghezza della vita casalinga e campestre, lontana dalle brighe e dalle noje del comando. Nuovi fiori avea trapiantati dall’Oriente alla sua villa di Careggi, bufali d’India vi ruminavano erbe insolite[127]; e benchè l’esservi già per tutto mecenati, scuole, biblioteche, non rendesse più così necessario ed insigne il favorire le lettere come sotto Cosmo, pure Lorenzo cercava libri dappertutto[128], fin a dire — Vorrei me n’offrissero tanti, che dovessi impegnare i miei mobili per comprarli»; e avrebbe bramato che a Pico, che al Poliziano, che agli altri amici nulla mancasse nella sua biblioteca di quanto occorreva all’erudizione loro o alla curiosità. Ebbe un orologio astronomico ingegnosissimo: fece porre in Santa Maria del Fiore un busto di Giotto, e un mausoleo a Filippo Lippi, giacchè gli Spoletini non gliene vollero cedere le ossa. La raccolta di sculture antiche, cominciata dal Donatello, e che alla morte di Cosmo fu stimata ventottomila fiorini, egli crebbe e dispose ne’ giardini perchè servisse di scuola a giovani, che stipendiava o donava acciocchè coltivassero le arti, uno de’ quali fu Michelangelo Buonarroti, di cui indovinò e coltivò il genio volendoselo compagno e commensale. Quella corona di dotti fiorì lo studio di Pisa da lui aperto il 1472, e a gara esaltò Lorenzo ai contemporanei ed agli avvenire, sin a farlo credere un grand’uomo[129].
Addolorato del corpo, lasciava gli affari ai figli Giuliano e Pietro; mentre vedeva straccarico di benefizj ecclesiastici, e a soli quattordici anni vestito cardinale l’altro, che poi doveva essere Leone X. Alla campagna o ai bagni di Siena e della Porretta alleviava la noja e gli spasimi colle erudite adunanze, dove il Ficino gli parlava di Platone; il Landino, il Merula, il Leoniceno, il Calderino, d’Orazio, di Virgilio, d’Ovidio; il Pulci lo spassava col recitargli le lepide avventure degli eroi. Subì la comune sorte a soli quarantaquattro anni (1492); «nè morì mai alcuno, non solamente in Firenze, ma in Italia con tanta fama di prudenza, nè che tanto alla sua patria dolesse» (MACHIAVELLI). Il gonfaloniere della repubblica si vestì di bruno; il papa e i principi mandarono ambasciadori a condolersene colla patria, come di pubblico lutto.
CAPITOLO CXXI.
Gli eruditi.
Non potremmo meglio che dal nome dei Medici principiar a discorrere dei dotti di quel tempo. I quali da taluni sono vantati come dirozzatori dell’Italia e dell’Europa, da altri accusati d’aver traviato la coltura originale, e precorso a que’ pedanti, che sempre dappoi imbrattarono il nostro paese, surrogando allo studio delle cose lo studio delle parole. Chi non conosce progresso se non nel tornare indietro, nè bellezza se non nell’imitazione dell’antico, dovette professare che, come i Greci l’aveano anticamente dirozzata, così l’Italia dovesse a loro anche il risorgimento moderno. I nostri lettori si rassegneranno essi a credere che la patria di Dante deve la sua coltura ai lotolenti grammatici fuggiti da Costantinopoli?
Per quanto il sangue e la civiltà slava si fossero trasfusi nell’ellenica, i cittadini di Costantinopoli parlavano ancora la lingua in cui Pindaro e Anacreonte aveano cantato, arringato Demostene e san Giovanni Crisostomo. Con quanto profitto non avrebbero dunque potuto applicarla alla intelligenza de’ classici, che tutti possedevano? tanto più che il clero, non cacciato ai governi e alle guerre come il feudale d’Europa, poteva requiare nelle lettere e nell’istruzione; e che la sottigliezza della discussione filosofica e teologica portava a scrupoleggiare sulla parola.
Ma la parola e null’altro essi curarono; dagli autori profani li sviavano le dispute di scuola; e in generale custodivano la letteratura classica come scienza morta; unico merito valutavano l’erudizione, unica sapienza il ricordare. La fredda analisi loro, la critica ciarliera, impertinente, sterile, non produssero verun’opera che meritasse la posterità; sempre terra terra, limitandosi a raccogliere, commentare, postillare, compilare, strepitare, prendendo la pazienza per talento, la memoria per giudizio. Nella nuova efflorescenza che ebbero in Italia, qual fu mai che trovasse, anzi neppur cercasse i mezzi per cui tante bellezze erano state prodotte? o i capolavori presentasse col confronto di fatti e d’uomini, coll’influenza dei tempi, col mutuo coadjuvarsi dell’azione e del pensiero?
In modo ben più franco aveva esordito la letteratura italiana; e la vedemmo lanciarsi gigante, bisognosa di originalità, s’una via propria, non segregata, pure distinta dall’antica. Ma poco vi durò; e invaghitasi degli antichi autori, non solo credette migliore ciò che a quelli maggiormente s’accostasse, ma barbaro ciò che ne differisse; la spontaneità bizzarra e scorretta rinnegò per un gusto severo e canonico; l’entusiasmo dell’erudizione soffogò quell’originalità, che non può rinvenirsi se non in verità nuove vivamente sentite e naturalmente espresse nella lingua di tutti.
Il vago sentimento di ammirazione pei grandi nomi dell’antichità classica mai non era venuto meno in Italia, e Dante l’avea consacrato col farsi guidare da Virgilio a vedere il regno delle ombre, e col professare di aver dedotto da lui lo bello stile. Esso Dante però quasi solo di nome conobbe i classici; ma Petrarca e Boccaccio aveano sudato a resuscitare la letteratura antica; e se il loro gusto certamente ne restò raffinato, è a deplorare il Petrarca s’aspettasse immortalità dai versi latini, e il Boccaccio introducesse un periodare esotico; donde si ebbe un’altra fonte del linguaggio, l’imitazione de’ classici. Il latino del Petrarca, comunque scorrevole, tien troppo del medioevo; più disavvenente è quello del Boccaccio, che nelle etimologie greche vagella, sino a formare un nuovo dio Demogorgone.