Storia degli Italiani, vol. 08 (di 15)

Part 21

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Pietro Barbo veneziano, bell’uomo, destro ad ingrazianirsi gli animi con piccoli servigi e col compatire agli altrui patimenti, sicchè il chiamavano la Madonna della pietà, fu eletto (1464) col nome di Paolo II con tal consenso, che prometteva uno de’ pontefici più grandi. A tre cose mirò continuo: l’ingrandimento dei nipoti, pel quale fece dichiarar nulla la capitolazione impostagli dal conclave; la crociata contro gl’Infedeli; e la revoca della prammatica sanzione di Bourges, ove dal clero gallicano pareangli intaccate le prerogative papali: e in tutte fallì. Piovevano d’ogni parte lamenti che i sessanta abbreviatori (collegio istituito da Pio II per estendere i brevi pontifizj in istile purgato) facessero guadagno delle spedizioni, sia ricevendo regali, sia colle simonie. Risoluto di svellere l’abuso, e parendogli degno di Roma il dare ogni cosa gratuitamente, il papa gli abolì. Que’ sessanta letterati, messi sulla via, furono altrettante voci accordatesi a denigrarlo; e chi non sa quanto facilmente un branco di scriventi raggiri l’opinione? Bartolomeo Sacchi di Piadena (il Platina), un d’essi, tanto gli mancò di rispetto, che fu condannato alle carceri; poi involto o sospettato d’una cospirazione, fu messo alla corda; del che tolse vendetta col virulento sparlarne nelle sue _Vite dei papi_.

Non pensiamo a scusare i modi; ma la persecuzione tanto rinfacciata a Paolo contro i restauratori della classica letteratura veniva da ragionevole sgomento del vedere il paganesimo ripullulare nelle arti belle non solo, ma nelle dottrine e nella vita; e cotesti eruditi, vergognandosi del nome de’ santi ricevuto al battesimo, mutare Pietro in Pierio o Petrejo, Giovanni in Giano o Gioviano, Vittore in Vittorio o Nicio, Luca in Lucio o Lucillo, Marino in Glauco, Marco in Callimaco[119]; celebrare feste all’antica, sacrificando un becco; e col pretesto di rimettere in onore Platone, gittarsi a dottrine empie od a pratiche teurgiche: cose lievi per avventura, ma che menano a serie.

È moda il lodare uno perchè disapprovato dai papi, e al tempo stesso mostrar che questi non aveano ragione di perseguitarli. Dalla stessa lettera ove il Platina dal carcere racconta al cardinale Bessarione il suo processo, appare come l’accademia di Pomponio Leto tendesse a trasformare il paganizzamento letterario in religioso. Foss’anche stato soltanto letterario, non v’è retto pensatore che non veda quanto danno ne derivasse alla logica, alla morale, all’estetica, dacchè Cristo e la redenzione doveano far luogo novamente alla voluttà pagana e alla lepida guerra contro la famiglia e la società.

Dalla storia dei Papi che il Platina scrisse coll’avversione solita ai perseguitati, i Protestanti raccolsero assai cose contro la corte romana. Noi qui non abbiamo che a riflettere alla pochissima critica di questo abborracciatore passionato.

Paolo spese profusamente in dissotterrare e raccogliere statue e altre anticaglie, amò le arti belle, libri comprava e imprestava liberalmente[120], e fece fare una tiara di cinquantamila marchi d’argento (L. 275,000). Amava gli spassi, e frequenti feste dava al popolo di Roma, e per goderne egli stesso volle che le corse non si facessero per la strada Florida o Giulia, ma dall’arco di Domiziano al palazzo di Venezia, dov’egli abitava. Negli statuti di Roma allora pubblicati, si divisano i divertimenti, e specialmente quelli di Agone e Testaccio coi pallj e gli anelli e i carri, e l’altre solennità, che poi continuarono in occasione del carnevale. Per la pace del 1468, festeggiata in tutta Italia, il papa ordinò giuochi e baldorie al modo antico, dove principal parte aveano i banchetti: ed egli godeva veder quando i giovani, quando i vecchi, o gli ebrei o i fanciulli, pinzi di cibo, fare alla corsa, per guadagnare qualche carlino. Spesso gittava denaro al popolo; una volta gli regalò 400 scudi, e di mascherate splendidissime molto il rallegrava.

Ammassò ricchezze, ma non pei nipoti; dissero per mera avarizia, e poteva essere per provvedere ai tanti bisogni di cui si gravava la Chiesa. Concedette il titolo di duca di Ferrara a Borso d’Este, l’armò cavaliere di san Pietro, e lo fece sedere non più tra gli arcivescovi come quando era soltanto vicario pontifizio, ma tra’ cardinali, e gli donò la rosa d’oro che per pasqua suol darsi a qualche gran principe; con tali atti confermando l’alto dominio della santa Sede sopra Ferrara. Menò lunga e turpe guerra con Roberto Malatesta, disputandogli la signoria di Rimini, al qual uopo s’alleò coi Veneziani e con varj signori; e perchè Napoli e Firenze stavano col Malatesta, fu per divamparne tutta Italia, ma alfine Paolo gli riconobbe i feudi paterni. Meglio meritò collo stringere tutti i potentati d’Italia in una lega, onde mantenere l’indipendenza di ciascuno. Delle riforme divisate nella curia però più non si parlava; rimoveasi sempre più l’idea di adunare un concilio; e intanto profondeansi in commende e aspettative, e negli altri lucrosi abusi.

In peggior fama rimase Sisto IV (1471), già Francesco Albescola della Rovere. I ragazzi di cui circondavasi, fecero sparlare de’ suoi costumi; del suo rigore le guerre rinnovatesi tra i Colonna e gli Orsini, per cui a sangue e fuoco egli mandò la città. Vescovadi, principati, dignità, uffizj prodigò a due figli di suo fratello e due di sua sorella Riario, i quali la maldicenza bucinava figli di lui, e peggio. Leonardo della Rovere pose governator di Roma e sposò a una bastarda di re Ferdinando, per ciò cedendo a questo il ducato di Sora ed altri acquisti fatti penosamente da Pio II, i censi arretrati del regno, ed esenzione dai futuri sinchè vivesse. Giuliano fece cardinale, che poi divenne papa, e che intanto menava guerre contro Todi e Spoleto. L’inetto Pietro Riario, di ventisei anni creato cardinale, patriarca di Costantinopoli, arcivescovo di Firenze, legato di tutta Italia, aveva una corte d’oltre cinquecento persone, e un fasto senz’esempio, col quale e colle lascivie si logorò la vita. Allora Sisto innalzò Giovanni della Rovere, facendolo principe di Sinigaglia e Mondavio, staccate dalla Chiesa. Pel nipote Girolamo Riario, cui ottenne la mano di Caterina di Galeazzo Sforza colla contea di Bosco, comprò con quarantamila ducati la signoria d’Imola, ed una maggiore gliene destinava nella Romagna colle spoglie de’ signorotti: ma perchè trovò ostacolo nei Medici di Firenze, si unì ai tanti nemici di quella casa, alla malevolenza de’ quali parea cader molto in acconcio la giovinezza di Lorenzo e Giuliano figli di Pietro.

Delle famiglie storiche di Firenze le più erano state esigliate, i Ricci, gli Albizzi, i Barbadori, i Peruzzi, gli Strozzi, i Machiavelli, gli Acciajuoli, i Neroni, i Soderini; spogli d’ogni credito i Pitti e i Capponi; e i due fratelli Medici teneano occhio perchè non si rialzassero. Fra le antiche feudali, era di tutte splendidissima quella dei Pazzi di val d’Arno, consorte già degli Ubaldini, degli Uberti, dei Tarlati e d’altri Ghibellini; dopo lunghe lotte colla Repubblica, era scesa in città e aveva giurato il comune; come le altre illustri era stata esclusa dal governo: ma a Cosmo era bastato l’accorgimento di non cozzarla, anzi la privilegiò di passare dai magnati fra’ plebei e quindi venir abile alle cariche, e sua nipote Nanina Bianca sorella di Lorenzo sposò a Guglielmo de’ Pazzi. Le dovizie acquistate col banco ch’era de’ più accreditati del mondo, e le clientele di quella casa, massime da che si fu imparentata co’ Borromei di San Miniato, davano sempre maggior ombra ai Medici; onde Lorenzo fece dalla balìa stanziare un regolamento che alterava l’ordine di successione in modo, che i Pazzi non potessero ereditare da essi Borromei. Se ne corrucciarono i Pazzi, e Francesco, uscito di patria, si pose a travagliare il suo banco a Roma, dove Sisto IV lo ricevette in grazia, lo costituì banchiere della santa Sede, e ne fomentò i rancori a danno dei Medici.

Pertanto i Pazzi tramarono (1478) con Girolamo Riario e con Francesco Salviati, che dai Medici non erasi voluto ricevere arcivescovo di Pisa; e in Santa Maria del Fiore durante la messa di pasqua (26 aprile), al momento dell’elevazione assalsero i due principi. Giuliano resta ucciso, Lorenzo ferito si difende; Jacopo de’ Pazzi corre la città per ammutinare il popolo, ma questo, gridando _Palle, Palle_, dà addosso agli assassini e li trucida a furore, e i laceri brani porta infissi sulle picche per la città. Francesco de’ Pazzi, che nell’abbattere Giuliano erasi ferito da sè, fu tratto di letto, e in mezzo agl’insulti plebei appiccato: più di settanta cittadini furono o con egual violenza trucidati e sbranati, o coi successivi processi: l’arcivescovo di Pisa fu impeso alla finestra del palazzo, ove erasi condotto come sicuro d’insignorirsene: le istanze di Lorenzo camparono il Riario che cantava messa. Dubitandosi che il pugnale onde fu percosso Lorenzo fosse avvelenato, un Ridolfi si offrì a succhiarne la ferita. Poi corse voce tra la plebe che le pioggie, le quali non sapeano cessare, fossero un segno del cielo perchè Jacopo era stato sepolto in terra sacra, benchè sul morire si fosse dato al diavolo: onde per ordine della Signoria fu tratto la notte da Santa Croce, e sotterrato lungo la mura. Ma i fanciulli saputolo, andarono a dissepellirlo, e col capestro che aveva alla gola lo trascinarono per le vie, e bussavano alla porta di lui, dicendo aprissero al padrone; e continuarono lo strapazzo finchè la Signoria non mandò i famigli che lo buttarono in Arno, ove pure lungo tempo galleggiò. Bernardo Bandini, l’assassino di Giuliano, era fuggito a Costantinopoli; eppure ivi stesso fu côlto e tradotto a Firenze, ove l’aspettava la forca.

Per quanto i Fiorentini implorassero perdono dello avere messo le mani su persone sacre, e si sottomettessero alle comminate censure, il papa li colpì di una terribile bolla; e volendo per guerra aperta ciò ch’eragli fallito per tradimento, s’accordò a’ danni de’ Medici col re di Napoli.

Il magnanimo Alfonso erasi destinato successore al trono di Napoli Ferdinando suo figlio naturale, e i Napoletani lo preferivano agli Aragonesi, eredi della Sicilia, perchè, non avendo altri dominj, non li renderebbe provincia di stranieri; d’altra parte, tenendo Alfonso quel trono per elezione, chi altro potea vantarvi diritti? Dal parlamento fu dunque riconosciuto (1458), e così dal papa; confidava negli Orsini, baroni potentissimi, di cui aveva sposato una figlia; pure il dominio gli fu controverso da molti competitori; la fazione degli Angioini rivisse, ed appoggiata dai Caldora, dai Sanseverino, dai principi di Rossano e di Taranto, chiamò di Francia (1461) Giovanni figlio di Renato, che al Sarno riportò insigne vittoria sopra Ferdinando.

Grand’ajuto avea prestato agli Angioini il braccio di Jacopo Piccinino, figlio di Nicolò, che veduto Francesco Sforza divenire signore di Milano, erasi ostinato a volere anch’esso un dominio; e quando la pace di frà Simonetto pose quiete dappertutto, egli rizzò bandiera di ventura, e accolse quanti voleano ancora esercitare il valore senza badare al motivo. Tentò impadronirsi di Perugia e Bologna; respintone, si gettò sul Senese menando guasto, finchè il duca di Milano e il papa inviarono Roberto Sanseverino a reprimerlo; ma l’ottennero meglio col pagargli ventimila fiorini. Quando poi Sigismondo Malatesta, figlio di quel Pandolfo che dominò Bergamo e Brescia, voleva insignorirsi di Pesaro, e insidiava Federico di Montefeltro duca d’Urbino, contro di lui fu voltato il Piccinino, il quale sperperò la Romagna, fin centoquindici castella predando in pochi giorni, e in una sola cavalcata bottinando mille paja di buoi e cento uomini di taglia[121].

Le costui imprese sarebbero da eroe se non fossero state da masnadiero. Come si ruppe guerra nel Napoletano, esitò con chi buttarsi, finchè accettò il soldo di Giovanni d’Angiò, e spinse i guasti fin sotto Roma. Ferdinando gli oppose Giorgio Castrioto, che con ottocento cavalli venne dall’Epiro a ripagare Ferdinando de’ soccorsi prestatigli da Alfonso (pag. 218), ma che comparve minore dell’aspettazione: — forse qui combatteva per la patria e per la fede? Meglio profittò Ferdinando col trarre di nuovo a sè i Sanseverino e gli Orsini, già ingelositi degli incrementi di Giovanni, e speranzosi di nuove ricompense; poi a liberarsi dal Piccinino, riverito come il miglior capitano superstite, lo soldò assegnandogli novantamila ducati l’anno e la condotta di tremila cavalli e cinquecento fanti e molti possessi. Avendolo Francesco Sforza, antico emulo suo, invitato a Milano a sposare sua figlia Drusiana, Ferdinando ne sollecitò il ritorno, l’accolse con grandi manifestazioni d’onore, ma pochi giorni dopo coltolo a tradimento, lo fece strangolare (1465 21 giugno). Con lui finiva la scuola braccesca[122].

Giovanni d’Angiò più non potè che fuggire da un regno sempre infausto a casa sua; molti regnicoli passarono seco a guerreggiare in Francia e in Borgogna; e riprese le briglie, il re adoprò supplizj, confische, tradimenti, per umiliare i baroni[123]. Giannantonio Orsini principe di Taranto fra poco si trovò strangolato, dissero per opera di Ferdinando, il quale addusse un testamento che lo faceva erede di Bari, Otranto, Taranto, Altamura, d’un milione di fiorini in merci, cavalli, greggie, altri mobili, e quattromila uomini di buone truppe: colpo mortale alla fazione angioina. All’altro potentissimo Maria Marzano principe di Rossano, duca di Sessa e d’altre terre, Ferdinando promise sposa una figlia: poi quando, sotto l’ombra della pace conceduta, andò a caccia da quelle parti, chiese abbracciarlo, e avutolo a sè, l’inviò prigione a Napoli, e ne prese i figliuoli e gli Stati.

Superbo, doppio, avaro, Ferdinando malignò a guastare la pace che in Italia durava dopo il 1454; col papa venne in urto per isminuire il censo dovuto dal Regno; poi con esso e colla repubblica di Siena cospirò per isvellere il dominio mediceo.

Siena, antica emula di Firenze come ghibellina, si era poi mutata alla bandiera guelfa: ma se patria non sia, vien tedio a seguire le capiglie interne e le replicate minaccie ch’ebbe a soffrire da poderosi vicini o dai condottieri; fuori non esercitò mai grande efficacia, attesochè dentro era trassinata fra una plebe invida e inetta, ed un’oligarchia gelosa d’escludere le altre classi. I Monti, o vogliam dire gli ordini de’ gentiluomini, dei nove, dei dodici, dei riformatori, del popolo, la sbranavano, e l’uno prevalendo o l’altro, con alterne persecuzioni logoravano le forze, e scapitavano di potenza e d’onore. I gentiluomini, antichi proprietarj di tutto il terreno, prevalsi dal 1240 al 77, furono esclusi dalle magistrature, restando fin al 1355 superiore il Monte dei nove, in cui entrava una nobiltà popolana, d’antiche ricchezze: poi fino al 68 primeggiò il Monte dei dodici, cioè i ricchi mercanti; e fino all’84, quello dei riformatori: poi ora questo, ora il popolo, eleggendo tre priori ciascuno, ed escludendo i due primi, che restavano naturali nemici e sommovitori.

Si appoggiò a loro il duca di Calabria figlio di re Ferdinando, cupido d’acquistarvi signoria; e indusse a cernire dai varj Monti un nuovo, detto degli aggregati, che solo ottenesse gli uffizj, gli altri tutti eliminando. Costoro non poteano cautelarsi che colla forza, e perciò stavano ligi al duca, e col padre suo presero parte a ruina di Lorenzo Medici. Dico di Lorenzo, perchè il papa, esclamando al sacrilegio d’avere appiccato un unto del Signore, mosse le truppe che già aveva allestite per secondare la congiura de’ Pazzi, e dichiarò guerra non alla repubblica, bensì a Lorenzo, _figlio di iniquità, alunno di perdizione_. Però i Fiorentini fecero comune la causa di lui; mandarono pel mondo un ragguaglio della congiura e le prove della complicità del papa, il quale non se ne scolpò; e protestarono contro la scomunica, appellando al futuro concilio. Trovarono ascolto, e molti principi minacciarono Sisto IV di disdirgli obbedienza se turbasse la Chiesa con una guerra senza giustizia: il re di Francia non solo sospese di inviare le annate, dacchè le vedeva destinate contro Cristiani non contro gl’Infedeli, ma minacciò aprire un concilio.

Ecco dunque il papa al funesto bivio di revocare una sentenza appena proferita, spezzando da sè il bastone apostolico datogli per rompere i vasi inutili, e piegandosi alle minaccie secolari; ovvero ostinarsi in una guerra ingiusta. A questa si gittò Sisto, avendo accaparrati i migliori condottieri, intrigato a suscitare contro di Venezia e di Milano guerre, sollevazioni, perfino i Turchi, acciocchè quelle non potessero soccorrere Firenze.

La quale, côlta dall’armi fra’ suoi studj pacifici, non vide miglior partito che soldare un capitano, e fu Ercole duca di Ferrara: ma poichè costui era genero di Ferdinando, se non la tradiva, menava fiaccamente le fazioni. Lorenzo, vedendo la città disanimarsi e ai timorati fare offesa l’interdetto, mentre i collegati avanzavano a gran passi, parve colla sua generosità voler dare risalto alla vigliaccheria di questi, e propose di avventurare sè solo, giacchè contra lui solo dicevansi armati. Parte dunque di Firenze (1479 7 xbre), lasciando una siffatta lettera alla Signoria: — Eccelsi signori, se io non v’ho altrimenti fatto noto la cagione di mia partita, non è stato per presunzione, ma perchè mi pare, negli affanni ne’ quali si trova la città nostra, si richiegga più il fare che ’l dire. Parendomi che cotesta città abbia desiderio e bisogno grandissimo di pace, e vedendo tutti gli altri partiti scarsi, m’è paruto meglio mettere me in qualche pericolo, che tenervi tutta la città. E però ho deliberato trasferirmi liberamente a Napoli; perchè, essendo io principalmente perseguitato da’ nemici nostri, potrei forse ancora essere cagione, andando nelle loro mani, di far rendere pace alla vostra città. Una delle due: o veramente la maestà del re ama cotesta città, come ha predicato, e non c’è miglior via a farne sperienza, che andar liberamente nelle sue mani. Se ha animo di occupare la nostra libertà, a me pare che sia bene intenderlo presto; e più tosto con danno d’uno, che di tutto il resto. Ed io son molto contento essere quello per due cagioni: la prima, perchè potrebb’essere che i nemici nostri non cerchino altro che ’l male solamente mio; l’altra che, avendo io nella città avuto più onore e condizione che alcun altro cittadino a’ dì nostri, giudico essere più obbligato che tutti gli altri ad operare per la patria mia, fino a mettere la vita. Forse Iddio vuole che, come questa guerra cominciò col sangue di mio fratello e mio, così ancora finisca per le mie mani; ed io desidero solo che la vita e la morte, e ’l male e ’l bene mio sia benefizio della città. Che se gli avversarj non vogliono altro che me, mi avranno liberamente nelle mani: se vogliono altro, s’intenderà, ed a me pare essere certo che tutti i nostri cittadini si disporranno alla difesa della libertà come sempre hanno fatto i padri nostri. Vommene con questa buona disposizione, e senza alcun altro rispetto che del bene della città; e prego Iddio mi dia grazia di fare quello ch’è obbligato ciascun cittadino per la sua patria».

Si presentò di fatto a Ferdinando (1480), il quale lo ricevette con solenni dimostrazioni; e tocco da tale fiducia, o forse persuaso da quanto esso gli espose intorno alle vendette che i Fiorentini potrebbero fare chiamando in Italia il re di Francia, erede delle ragioni di casa d’Angiò sul trono di Napoli, patteggiò la pace, restituendo a Firenze tutti i luoghi presi. I Veneziani che s’erano chiariti per Lorenzo, si trovarono allora soli esposti alle armi nemiche; sicchè esclamandosi traditi, non aborrirono dall’eccitare i Turchi a ricuperare le terre italiane, dipendenti in antico dall’Impero orientale. Il gran visir Acmet Breche-Dente dalla Vallona sbarcò (agosto) presso Otranto (pag. 231), e mandatala a sacco e sangue, e lasciatavi forte guarnigione, andò a raccogliere altre forze. Tutta Italia ne sbigottì: il papa accingevasi a fuggir oltremonte, mentre consentiva alla pace coi Fiorentini ed eccitava gl’italiani all’arme, abbandonando l’ambìta Siena. In fatto Alfonso di Calabria assalì vigorosamente Otranto, la cui guarnigione, perduta la fiducia di nuovi soccorsi alla morte di Maometto II, capitolò (1481).

La qual morte restituì baldanza ai principi cristiani, quasi con lui cessasse ogni pericolo; e invece di unirsi cogli altri potentati d’Italia per assicurarla dai Turchi, ed assalirli intanto che li snervava la discordia tra’ figliuoli di Maometto, e che tutti i nostri soldati, incaloriti dalla vittoria, gridavano A _Costantinopoli_, re Ferdinando prende per sè tutte le armi e l’artiglieria, e si vendica de’ Veneziani eccitando Ercole d’Este duca di Ferrara suo genero ad impacciare il commercio di quelli sul Po. Così passioni malevole e basse conciliano alleanze o infocano nimicizie.

I dominj del duca di Ferrara faceano gola al papa non meno che a Venezia, attesa la loro situazione. Venezia si doleva che Ercole tirasse il sale da Comacchio, e impedisse il Po a quello de’ Veneziani, i quali ne tolsero motivo di dichiarargli guerra, prendendo capitani (1484) Roberto Sanseverino, Roberto Malatesta, il marchese Gonzaga, i conti Rossi di Parma e Torelli di Guastalla, altri de’ Fieschi e de’ Frangipani. Il papa fa causa con loro; e perchè Ferdinando non spedisca soccorsi a suo genero, arma nelle Marche.

Tutta Italia fu arruffata da questo miserabile piato. Col duca stavano Federico di Montefeltro e i Milanesi, e sedici savj di guerra dirigevano le mosse; fazioni si mescolarono ad assedj e saccheggi; le truppe di Ferdinando disputaronsi i Polesini del Po, ed ebbero a soccombere al clima: ma in quel bollimento generale neppure una giusta battaglia fu combattuta. Il papa aveva blandito Venezia soltanto per farla stromento alle nepotesche ambizioni; e quando vide poter meglio soddisfare coll’abbandonarla, fermò il piede col re di Napoli e col duca di Ferrara, e pose Venezia all’interdetto, come turbatrice della quiete d’Italia, e insidiatrice di Ferrara, dovuta alla santa Sede. Venezia, non badando alla condanna, ordina si continuino i riti, ed appella al futuro concilio; e la guerra è proseguita con ingenti sacrifizj e reciproci disastri[124].

Finalmente si arrivò alla pace di Bagnólo (1484 7 agosto), nella quale Venezia cedeva il conquistato e ricuperava il perduto e i diritti di navigazione sul Po, il Polesine di Rovigo, la privativa del sale: il duca di Ferrara dovea rinunziare ai primitivi possessi della famiglia d’Este: i Rossi, conti di San Secondo, perdeano tutti i dominj: nulla aveva potuto il papa guadagnare pe’ nipoti suoi. Il trattato stesso costituiva una lega italiana a comune difesa, de’ cui eserciti sarebbe capitano Roberto Sanseverino, con diecimila ducati annui dal papa, altrettanti dal re di Napoli, cinquantamila da Venezia e così dal duca di Milano, diecimila da Firenze, e dai duchi di Ferrara, Modena e Reggio.