Storia degli Italiani, vol. 08 (di 15)
Part 20
Ritirato in questa, Cosmo appariva più grande dacchè non ritraeva lustro che dal merito personale. Gliela abbellivano con dipinti frate Angelico, Pippo, Masaccio; Donatello il consigliò a radunarvi capi d’arte antichi; nelle corrispondenze sue non chiedeva solo merci e denaro, ma codici, e mandava a trascriverne; accoglieva letterati, massime quelli fuggiti di Costantinopoli; la biblioteca Laurenziana ebbe origine dai libri di esso; un’altra ne collocò nella badia da lui finita a piè del monte di Fiesole; una ne lasciò al convento di San Giorgio in Venezia, dov’era stato ricoverato; comprò quella ove Nicolò Niccoli avea radunato ottocento manoscritti, e la fece pubblica in San Marco de’ Domenicani, fondazione sua non meno che San Girolamo a Fiesole, San Francesco del Bosco in Mugello, e San Lorenzo in città, ove pure cappelle a Santa Croce, all’Annunziata, a San Miniato, negli Angeli, architettate dal Brunelleschi, da Michelozzo e da altri eccellenti. Pie istituzioni avea lasciato a Venezia, un ospedale a Gerusalemme, un acquedotto ad Assisi; onde non è meraviglia se fuori veniva considerato come un gran principe, in patria vivendo tuttavia da privato. Di sue ricchezze chi potrebbe levare il conto? I suoi poderi di Careggi e Caffagiuolo poteano servire di modelli; aveva in proprio o a fitto tutte le cave d’allume d’Italia, e per una sola in Romagna pagava centomila fiorini annui; per Alessandria mercatava coll’India, nè era città ove non tenesse banchi; prestò somme al re d’Inghilterra, ne anticipò al duca di Borgogna. In questo riposo le gelosie della libertà cadevano; i Fiorentini, come gli altri Italiani, si abituavano a vedere grandezza altrove che nella politica; e l’artista, il letterato, il grosso negoziante onoravansi d’andar esenti dalle cariche, quanto un tempo d’esservi assunti.
Ma di due figliuoli rimastigli, il prediletto Giovanni morì a quarantadue anni (1403); Pietro era rattratto di corpo e debole di spirito; fanciulli i due costui figli, onde Cosmo cadente faceasi portare pel vasto palazzo esclamando: — Troppo grande per sì piccola famiglia». Di settantacinque anni morì (1464 1 agosto) nella sua villa di Careggi, dopo stato trent’anni capo della repubblica e non tiranno. E diceva a’ figliuoli: — Vi lascio infinite ricchezze che la mia fortuna mi ha concedute, e vostra madre mi ajutò a conservare; mantenetevi la grazia di ogni buon cittadino e della moltitudine; e se non isviate dai costumi de’ maggiori, sempre il popolo vi sarà larghissimo donatore di dignità. Perchè ciò avvenga, siate misericordiosi ai poveri, graziosi e benigni agli abbienti, e solleciti ad ajutarli nelle avversità: non consigliate mai contro la volontà del popolo: non parlate a modo di dar parere, ma di amorevole ragionamento: del palazzo non fate bottega, anzi aspettate d’esservi chiamati: procurate di tener in pace il popolo e doviziosa la piazza: schivate d’andare ai tribunali, per non impacciar la giustizia. Vi lascio netti di macchie, eredi di gloria, e me ne parto lieto, e più lieto partirei se vi vedessi in sajo anzichè in seta. Fatevi segno al popolo il men che potete. Siavi raccomandata la Nanina madre vostra, e fate, dopo la mia morte, di non mutarle stanza e trattamento. Pregate Dio per me, e abbiatevi la mia benedizione»[110]. Fu compianto dagli amici pel bene ricevuto, dai nemici pei mali che prevedevano quand’egli cessasse di tenere in rispetto i potenti.
Di fatto Luca Pitti, d’ambizione e di talenti superiore, che già nella vecchiezza di Cosmo avea fatta rivalere l’oligarchia, tiranneggiò allora a baldanza, disponendo dell’erario e degli uffizj, mal contrastato da Pietro Medici. Le famiglie di Firenze erano state interessate a sostenere Cosmo, in grazia dei prestiti coi quali egli soccorreva ai loro bisogni, persin talora prevedendone la domanda: ma Pietro, volendo rimediare alle scosse date a’ suoi negozj dalle ingenti spese e da fallimenti, e accorgendosi che andavano sempre in peggio da che non v’attendeva in persona, ridomandò improvvisamente i capitali per investirli in terreni: Pensate quanti dissesti! i fallimenti susseguiti furono imputati a sua colpa, e tristo paragone faceasi colla liberalità paterna. Si tramò dunque di togliergli la riputazione e lo stato, e rintegrare la libertà; e pei maneggi del Pitti cassata la balìa, si rimisero alla sorte le elezioni, e fu salutato gonfaloniere Nicolò Soderini, a gran gioja del popolo. Lealissimo repubblicano ma debole, domandava d’essere condotto, invece di saper condurre; quando mise mano a riformare lo Stato per vie legali, si trovò attraversato dalla fazione dei Pitti, speranti nello scompiglio; ond’egli uscì di carica senz’essere a nulla approdato.
Moriva in quello stante (1466 8 marzo) il migliore amico de’ Medici, Francesco Sforza; e Galeazzo Maria, figlio di quello, mandò chiedendo fosse a lui continuato il soldo che retribuivasi a suo padre come a condottiero della Repubblica. Quelli del Poggio, cioè i Pitti, fissaronsi al no, e ordinarono cogli Acciajuoli, i Neroni, i Soderini, facendo sottoscrivere tutti coloro che volessero salvar lo Stato e ricuperare la libertà, e chiedendo ajuti a Buoso duca di Modena; e pensavano forse assassinare Pietro e i suoi figliuoli Lorenzo e Giuliano. Pietro, informatone a tempo, li prevenne colle armi e coi trattati, e rimasto superiore, mandò in bando gli avversarj, di che si rincalorirono le nimicizie. Luca Pitti, lasciatosi lusingare da Pietro colla speranza d’un parentado, gli diede la lista de’ congiurati, onde ne fu obbrobriato, e i suoi palazzi rimasti incompiuti attestarono l’altezza della sua ambizione e i danni della sua imprudenza.
Gli espulsi, sotto Angelo Acciajuoli attestatisi cogli esuli del 1434, e preso a capo Gian Francesco Strozzi, preparavano guerra aperta; e Venezia, non volendo favorirli alla scoperta, lasciò entrasse al loro soldo Bartolomeo Coleone suo capitano (1467), al quale s’accollarono molti signorotti di Romagna, i Pio, i Pico, gli Ordelaffi, Ercole d’Este, Astorre Manfredi di Faenza, Alessandro Sforza di Pesaro. I Fiorentini si opposero, collegati con Galeazzo Maria e col re di Napoli; e comandati dal prode Federico di Montefeltro signore d’Urbino, alunno di Francesco Sforza, affrontaronsi (25 luglio) alla Molinella nel territorio d’Imola, dove primamente il Coleone adoperò artiglierie volanti, e dove, mancato il giorno, a lume di fiaccole si continuò la mischia. La giornata fu sanguinosa oltre l’usato, ma non risolutiva; la Repubblica fiorentina ebbe a logorare fin un milione trecentomila fiorini d’oro; i fuorusciti, per diffalta di denaro, dovettero desistere e compromettersi in Paolo II, il quale non riuscendo ad accordarli, pubblicò articoli di pace, intimando scomunicato chi non gli accettasse; e dove la conclusione era di restituire ciascuno ne’ pristini possessi; il Coleone con centomila ducati d’oro l’anno sarebbe capo dell’esercito che dai signori tutti d’Italia volevasi mandare contro i Turchi. Nulla stipulò a favore degli sbanditi, dei quali anzi furono staggiti i beni; poi colla ragione o col pretesto di congiure e attentati furono respinte le famiglie de’ Capponi, Strozzi, Pitti, Alessandri, Soderini, ed alcuni mandati al supplizio[111]. Restarono dunque peggiorati dell’avere e della persona, mentre Pietro, gottoso e impotente di tutti i suoi membri, ignorava le sevizie de’ suoi, e predicava moderazione e civiltà; e veramente trattava di ripatriare i fuorusciti, quando morì (1469 2 xbre), soli cinque anni dopo il padre.
Tommaso Soderini seppe persuadere a conservar _principi dello Stato_ i giovani figli di lui Lorenzo e Giuliano: i quali a cinque _accoppiatori_ diedero diritto di nominare il consiglio de’ duecento; balìa non più a tempo per casi urgenti, ma permanente e che poteva ogni cosa, punire, esigliare, levar denaro. I Medici trovavansi dunque in mano lo Stato, e potevano convertire a comodo proprio le somme pubbliche, oltre quelle che per avventura riceveano da chi volesse conservarsi in grado o soprusare impunemente; e la tirannia palliavano con feste, colle largizioni, col proteggere artisti e letterati.
Lorenzo particolarmente è una delle fisonomie più simpatiche della nostra storia, e ci restano alcuni suoi ricordi giovanili, di cara semplicità: — Il secondo dì dopo la morte del padre mio, quantunque io Lorenzo fossi molto giovane, cioè di anni ventuno, vennono a noi a casa i principali della città e dello Stato a dolersi del caso, e confortarne che pigliassi la cura della città e dello Stato, come avevano fatto l’avolo e il padre mio; le quali cose, per essere contro alla mia età e di gran carico e pericolo, malvolentieri accettai, e solo per conservazione degli amici e sostanze nostre, perchè a Firenze si può mal vivere senza lo Stato, delle quali insino a qui siamo riusciti con onore e grazia, reputando tutto non da prudenza, ma per grazia di Dio e per i buoni portamenti de’ miei passati. Di settembre 1471 fui eletto ambasciatore a Roma per l’incoronazione di papa Sisto IV, dove fui molto onorato; e di quindi portai le due teste di marmo antiche dell’immagine d’Augusto e di Agrippa, le quali mi donò detto papa; e più portai la scodella nostra di calcidonio intagliata, con molti altri cammei e medaglie, che si comprarono allora fra le altre in calcidonio».
Morta una Simonetta gentildonna, fior di bellezza e di virtù, era universalmente compianta; e quando col viso scoperto era portata a sepellire, tutta Firenze fu in cordoglio. Lorenzo giovinetto deplorò in versi quella morte, e per ispirarli di maggior verità, cercò persuadersi d’essere invaghito dell’estinta; dal che passò a voler ricercare se altra donna raggiungesse quel modello. E parvegli tale una che egli celò, ma i biografi rivelarono essere Lucrezia Donati, ch’e’ vide in una solennità, così bella che esclamò: — Deh fosse pari alla Simonetta anche in virtù!» E chiestone, poi conosciutala, la trovò migliore ancora della speranza, e d’ingegno meraviglioso senza la presunzione che fa ridicole le saccenti. Questo amore lo fece schivo dei diletti vulgari e delle affollate radunanze, dilettandosi piuttosto nella solitudine, dove tutto rammemoravagli colei, da cui invece lo distraevano i pensieri del mondo[112].
Quest’è il mostro della tragedia d’Alfieri, in cui è verseggiato un nuovo tentativo che i nemici dei Medici fecero per abbattere i due giovinetti.
CAPITOLO CXX.
Papi reduci in Roma. Congiura de’ Pazzi. Ferdinando di Napoli. Lorenzo Medici.
Al concilio di Costanza erasi messo in disputa se più casta non tornerebbe la Chiesa quando si spelagasse dal dominio temporale; ma un oratore ragionò: — Tempo fu che io pensava convenientissimo il separare la potenza terrena dalla spirituale; ma ora son chiaro che la virtù senza forza è ridicola, e che il pontefice romano senza il patrimonio della Chiesa non sarebbe che un servitore dei re e dei principi»[113].
E davvero la schiavitù d’Avignone avea persuaso e papi e signori che importava assicurare alla santa Sede un’esistenza indipendente, acciocchè non divenisse stromento ai regj arbitrj; e si diede opera a consolidarne la potenza politica quando debilitavasi la spirituale. Martino V, tornando a Roma, avea trovato il patrimonio della Chiesa in isconquasso, ma fermo eppur pacifico con dignità lo ristabilì; indusse Giovanna II di Napoli a restituirgli Roma occupata da Ladislao; tolse Perugia a Braccio di Montone[114] e le altre terre ai tiranni che n’avevano preso il dominio. I Malatesta, segnalati capitani, eransi costituiti un bel principato a Rimini, sottomettendo Fano, Pesaro, Camerino, Macerata, San Severino, Montesanto, Cingoli, Jesi, Fermo, Gubbio; ma, morto Carlo, condottiero de’ più prodi e generosi, perdettero ogni cosa, salvo Rimini, Fano e Cesena, lasciate a tre nipoti di quello. Anche Borgo Sandonnino, la Pergola, Brettinoro, Osimo, Cervia, Sinigaglia, furono riuniti al dominio papale. Bologna non sapeva dimenticare la sua libertà; ma quando tentò ripristinarla nel 1428, fu subito oppressa dalle bande venturiere. Le tante città avvezze ad avere un principe e corte e lusso ed arti, piangeano il sottentrato spopolamento. Il cardinale Albergati, santo di costumi quanto accorto negli affari, seppe alla Sede pontificia ricuperare importanza politica in Italia, coi maneggi ottenendo meglio che colle guerre, e molte paci conciliando.
Roma era sottoposta al pontefice, ma conservava una rappresentanza civica: e il senatore nell’entrare in Campidoglio giurava nelle mani del conservatore di esercitare l’officio lealmente e in buona fede; dare appoggio agli inquisitori dell’eresia e vantaggiar la fede; tener Roma e il contado in pace e tranquillità, e purgati da malandrini; conservare e difendere le ragioni, i beni, le giurisdizioni e dignità della città e della camera, e ricuperare ciò che se ne fosse perduto; mantenere e difendere gli spedali, i luoghi pii e religiosi; procedere sommariamente nelle cause di questi, delle vedove, de’ pupilli e de’ poveri; far osservare da’ suoi uffiziali e giudici gli statuti fatti e da fare, e il diritto civile, ed in mancanza loro il diritto canonico; non far estorsione o sopruso, non chiedere grazie nei consigli, nè cercare d’essere raffermo in carica, o assolto dal sindacato; far sì che i marescialli, cioè esecutori degli ordini della curia di Campidoglio, e loro famigli girassero giorno e notte armati; nulla operare di contrario agli ordini de’ conservatori, anzi prestar soccorso ad essi e alla loro camera.
Sia per le imposte, che a risarcire il paese (1431) doveva moltiplicare, o sia pei soliti postumi d’ogni restaurazione, Martino ottenne scarsa benevolenza, ed era appuntato di prodigare onori e tesori a’ suoi nipoti. Lui morto, i cardinali trovavansi dissenzienti sul chi nominargli successore; onde, per guadagnar tempo, diedero i voti a quel che meno temeano, il veneziano Condulmier, che per questo giuoco si trovò papa col nome di Eugenio IV. Severissimo ne’ digiuni e in tutte le austerità, gran persecutore degli Ussiti di Boemia, repugnante da’ consigli altrui per ostinarsi ne’ proprj, scarso di lealtà e di politica, vedemmo quanta parte avesse nei maneggi civili e religiosi del suo tempo, per effetto delle circostanze più che per sua abilità.
Dal bel principio si trovò in urta coi sudditi, coi signori, coi prelati. S’inimicò i Colonna col ridomandare i tesori che ad essi aveva confidato il predecessore, e le città del Patrimonio, dove rigalleggiavano i partiti e le antiche famiglie. E perchè i Colonna con que’ denari raccolsero truppe e guerreggiarono gli Orsini, Eugenio mise in prigione e ai tormenti i loro amici, e da ducento ne mandò al patibolo, distrusse la casa e i monumenti di papa Martino, finchè i Colonna restituirono settantacinquemila fiorini. Destinò a governare la marca d’Ancona Giovanni Vitelleschi vescovo di Recanati, suo indegno favorito, e uno de’ più disumani condottieri, che nella guerra di Napoli giunse a promettere indulgenze a qualunque soldato tagliasse un ulivo de’ nemici, poi tramò col Piccinino per assalire la Toscana alleata, e fors’anche toglier di mezzo il papa e surrogarsegli. Questo n’ebbe sentore, e a tradimento lo colse in castel Sant’Angelo, ove presto s’intese ch’era morto.
Intanto la Chiesa era pericolata dal concilio di Basilea; tutta Romagna sossopra; Francesco Sforza e Nicolò Fortebraccio vi entrarono dicendosi autorizzati dal concilio a togliere que’ paesi al papa, cui restrinsero quasi alla sola capitale. Egli guadagnossi lo Sforza, creandolo marchese d’Ancona; ma gli altri capitani pretendeano altrettanto; il popolo s’avventò alle armi proclamando la repubblica, e il papa a stento si salvò a Firenze. Alfine il Piccinino, vincendo Fortebraccio, rese a san Pietro le antiche appartenenze.
Tommaso, figlio del medico pisano Bartolomeo Parentucelli, per povertà lasciò gli studj onde mettersi in Firenze educatore de’ figliuoli di Rinaldo degli Albizzi, poi s’attaccò al cardinale Albergati come segretario, medico, intendente, e in quei venti anni ebbe molto a conoscere molti paesi e gli eruditi d’allora; copiò manoscritti e v’aggiungeva note assennate, lo perchè Cosmo de’ Medici l’incaricò di disporre i codici della biblioteca di San Marco, il che servì di norma ad altre: da Eugenio papa adoprato in affari, e posto vescovo di Bologna e cardinale, gli fu dato successore col nome di Nicola V (1447). Egli ricompose la Chiesa ad unità coll’ottenere l’abdicazione dell’antipapa Felice. Al Vespasiano, valente librajo ed erudito, autore di molte biografie, diceva: — I nostri Fiorentini avrebber mai creduto che un preticciuolo, fatto per sonar le campane, diverrebbe pontefice?» e avendo quello risposto che ne esultavano e perchè il conosceano e ne speravano pace, — Se Dio m’ajuta (soggiunse) altr’arma non adoprerò mai a difesa mia che la croce di Gesù Cristo»[115].
Veramente fu de’ papi più degni, e guardata la differenza dei tempi, meritò meglio che Leone X per avvenuta protezione alla crescente coltura. Fondò la biblioteca Vaticana con cinquemila volumi, ed accolse quanti erano dotti; scriveano le sue lettere il Poggio, Giorgio da Trebisonda, Cristoforo Garatone, Flavio Biondo, Leonardo Bruno, famosi eruditi; teneva alla corte Antonio Loschi, Bartolomeo da Montepulciano, Cincio romano, Lorenzo Valla, Pier Candido Decembrio, Teodoro Gaza, Giovanni Aurispa, allora nominatissimi quanto oggi ignorati. A gara gli erano dedicate opere, e di parecchie favorì la traduzione dal greco: al Poggio per la versione del Diodoro donò liberamente; al Valla cinquecento scudi d’oro pel Tucidide; millecinquecento al Guarini per lo Strabone; cinquecento al Perotti pel Polibio; annui seicento a Giannozzo Manetti, oltre il soldo di secretario, perchè s’occupasse attorno ad opere sacre, e gli fece cominciare una versione della Bibbia sopra il testo ebraico; al Filelfo, se traducesse Omero, gli prometteva una bella casa in Roma, un podere e diecimila scudi; Giorgio da Trebisonda ricusava come eccessiva una somma da esso regalatagli, ma egli — Tieni, tieni; non avrai sempre un Nicola». Udendo lodare come valenti poeti alcuni dimoranti in Roma, negò il merito loro, dicendo per celia: — Se fossero buoni, perchè non verrebbero a me che accolgo anche i mediocri?»
Fabbriche raddrizzò o intraprese da tutte parti, a Spoleto ed Orvieto insigni palazzi, a Viterbo bagni per infermi, a Roma la mura, oltre riparare le chiese rovinate nella lunga vedovanza, e principalmente il Panteon d’Agrippa; fece eseguire «il più bel tappeto che sia tra’ Cristiani colle opere di Dio padre quando creò il mondo» (Corio); e accingevasi a riedificare San Pietro, come simbolo della riedificata Chiesa spirituale, al che gli diede i mezzi il giubileo, traendo folla indicibile alle soglie degli apostoli.
Non altrettanto prendeva a cuore il bene de’ sudditi, o piuttosto volea governarli con quel dispotismo, cui facilmente propendono coloro che sentonsi superiori agli altri, e volenterosi del bene. Non pochi erano disgustati pei rigori che accompagnano le improvvide restaurazioni, le quali all’anarchia non credono poter riparare che col despotismo; i vizj del clero e gli abusi della curia più risaltavano dacchè eransi censurati alla libera nelle burrasche precedenti. La festa dunque, con che era stata ricevuta la corte pontifizia al suo ritorno, fece prestamente luogo a scontenti e alle solite gozzaje. Perchè ha da stare il governo in man di preti, la più parte forestieri, tutti per educazione inetti agli affari? Così diceva Stefano Porcari nobile romano, e tentò instaurare la repubblica. Infervorandosi alla canzone del Petrarca _Spirto gentil_, e parendogli esser egli stesso quel cavaliero a cui «Roma, con gli occhi molli di pietà, chiedea mercè da tutti i sette colli», macchinò per impadronirsene a forza; arrolò masnade, e insinuatosi di soppiatto (1453) nella città dond’era stato bandito, concertò di occupare il Campidoglio, e nella festa dell’Epifania prendere il papa, i prelati e castel Sant’Angelo. Ma avutone spia, il senatore ad una cena fece arrestare i congiurati (gennajo), e il Porcari con nove altri impiccare ai merli del castello[116]. Al pontefice l’aveano dipinta come una trama d’assassinio, onde, da confidentissimo e ingenuo che era, cadde in preda al sospetto, perseguitò i fuggiaschi, quanti colse fece mal arrivati, e il breve resto di sua vita passò fra terrori e supplizj. Presso al finire, ebbe a sè due pii monaci, e diceva loro: — Mai persona non entra qua, che mi parli il vero. Sono talmente confuso delle finzioni di quanti mi circondano, che, se non temessi lo scandalo, rinunzierei al papato per tornare Tommaso da Sarzana.
Alfonso Borgia spagnuolo, ch’erasi mostrato tutto zelo contro i Turchi, gli fu dato successore col nome di Calisto III (1455), e alla elezione sua rincrudirono le fazioni dei Colonna e degli Orsini, e più quando egli, gettati a spalle i rispetti umani, ingrandì i suoi nipoti con feudi della Chiesa, creando Pietro duca di Spoleto, e fin meditando porlo sul vacante trono di Napoli. La vita non gli bastò; e il successivo conclave pensò antivenire tali abusi decretando che il papa non potesse senza l’assenso dei cardinali tramutare da Roma la sede, conferire cappelli o vescovadi, fare pace o guerra, alienare terre ecclesiastiche.
Enea Silvio Piccolòmini, dottissimo in lettere e in ragion canonica, scrittore di poesie e storie, ebbe primaria figura ne’ maneggi d’allora. La sua gioventù avea tribolato fra le turbolenze della patria; al concilio di Basilea assistette in servizio del cardinale Domenico di Capranica; più volte mutò padrone, spesso fu ambasciadore, indi segretario di Felice V, poi di Federico III imperatore. Descrisse la storia di Boemia, lo stato di Europa sotto esso Federico, un ragguaglio della Germania e del concilio di Basilea, dove votò coll’opposizione; opere di gran conto perchè di testimonio oculare ed oculato, oltre una raccolta di lettere d’amicizia e di affari[117].
Fatto papa col nome di Pio II (1458), sostenne con vigore quell’autorità che come diplomatico avea bersagliata; e perchè gli si rinfacciavano le prische opinioni, emanò una _bulla retractationum_, ridicendosi di molte proposizioni lanciate contro la potestà pontifizia, e massime contro Eugenio IV, dicendo essere cosa umana il fallare, non averle sostenute per ostinazione ma per isbaglio, importargli il ritrattarle affinchè non si attribuisse a Pio quelle che erano opinioni di Enea[118]: nella qual occasione si fa ad esporre parte della sua vita. Nel sinodo di Mantova proibì (_Execrabilis_), pena la scomunica, di appellarsi dal papa al futuro concilio, tribunale che non esiste: ma le sanzioni introdottesi fra le passate tempeste, e il proposito de’ principi di voler eleggere i proprj vescovi, gli cagionarono gravi disgusti. All’imperatore fece veduta la necessità di stringersi alla sede pontifizia per resistere ai principi sovrani di Germania, e che le domande di riforme ecclesiastiche andavano indivisibili da quelle di politiche: lo perchè nelle diete germaniche il legato aveva autorità quanto l’imperatore, e molto maggiori rendite. Mentre poi, lottando di tutta la sua persuasione contro l’indifferenza del secolo egoisto, disponeva la crociata contro i Turchi, spirò ad Ancona. Il Pinturicchio storiò la vita di lui nella libreria vecchia di Siena, secondo i cartoni di Rafaello.