Storia degli Italiani, vol. 08 (di 15)

Part 19

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Gli Ubaldini erano poderosi di terre e rôcche nella val del Senio e nel vicariato di Firenzuola, talchè questo chiamavasi l’alpe degli Ubaldini, donde più volte erano discesi a danno di Firenze. Nel 1362 Giovachino, signore di castel Pagano in val del Senio, morendo per ferita avuta dal fratello Ottaviano, a costui danno chiamava erede il comune di Firenze, il quale di quei dominj, contenenti dodici castelli, costituì il _podere_ fiorentino (1372), estendendolo nelle vicinanze, sinchè la schiatta degli Ubaldini, tante volte rivoltatasi contro il comune di Firenze, restò annichilita. Sopra undici di loro fu messa la taglia di mille fiorini d’oro, chi li desse vivi o morti; e nominati alcuni _uffiziali delle alpi_ di Firenze, che munissero da quel lato i luoghi della Repubblica: sicchè gli Ubaldini rinunziarono per mille fiorini quattordici castelli che tuttora occupavano; Tommaso da Treviso capitano del popolo ne menò trionfo, e gli Ubaldini furono sciolti dal bando, restituiti in possesso de’ beni allodiali nel Mugello, e dichiarati cittadini popolani[104]. I Santafiora furono sottomessi da Siena, il castel della Sambuca dai Pistojesi, concentrandosi così più sempre i poteri nelle città, mentre sopra queste vigoreggiava Firenze, che ebbe sottoposto (1390) anche Montepulciano. Vero è che la tributò la peste rinnovatasi nel 1400[105]; ma rifattasene, comprò Cortona per sessantamila fiorini, e tolse i possessi ai conti Guido di Dovadola e al conte di Poppi.

I Genovesi, dolenti che Venezia acquistando Padova si fosse tanto rinforzata in terraferma, pensavano ad elevarle qualche avversario, e non videro miglior modo che ingrandire Firenze col farle acquistar Pisa, a patto che guerreggiasse i Veneziani. Indussero dunque Gabriele Maria Visconti a vendere loro quella città e Ripafratta per ducentoseimila fiorini: ma i Pisani, indignati di vedersi mercatare come armento, si ricordano dell’antica nobiltà, afferrano le armi (1405) e resistono, diretti da Giovanni Gambacorti. I Fiorentini «scandolezzati dell’alterigia pisana» non vogliono sentire nè messi nè patti; e risoluti ad ogni estremo per domarli, destinano dieci sopra quella guerra fratricida. I Pisani li respinsero intrepidi; ricomposero le inestinguibili nimicizie de’ Raspanti e Bergolini, prendendo insieme l’eucaristia e stringendo parentadi; e benchè, dispersa da una burrasca la flotta che recava grani di Sicilia, fossero ridotti i priori a mangiare pan di linseme, e il popolo fin la gramigna delle strade, pur resistono allo Sforza, a Tartaglia, a’ soldati, cui i Fiorentini prometteano, se scalassero le mura, paga doppia, mese compito, il saccheggio della città, centomila fiorini di mancia, ed armi e vesti a piacere. E quando, dopo lungo assedio e consumate innumere vite, il Gambacorti capitolò ricevendo denari, essi dovettero accettare la servitù, ma molti abbandonarono la patria per sempre.

Gino Capponi, integerrimo petto, che in quella guerra si era segnalato come commissario de’ Fiorentini, e a gran fatica salvò Pisa dal saccheggio promesso ai venturieri, nominatone governatore, cercò mitigare gli ordini del Comune vincitore e i fremiti del vinto; ma non potè risparmiare il rigore. Quanto dovettero indispettirsi i Pisani vedendo togliersi fin la testa di san Rossore, «come quella città, priva della libertà e degli antichi onori, fosse ancora da’ suoi santi abbandonata, e all’incontro Firenze di pompa, di gloria, di ricchezze e di benedizione si riempisse»[106]. Alla prima occasione, tentarono darsi ai nemici di Firenze, la quale allora meditò repressioni atroci, chiamare a sè i nobili e megliostanti, cacciare tutti i cittadini dai quindici ai sessant’anni, e altri spietati ordini, i quali abbiamo ragione a credere non fossero messi ad effetto. Anzi troviamo che la vincitrice mandò viveri in copia, poi si industriò, per ravvivar quella che tanto avea faticato a spegnere; scrisse lettere, istruì ambasciadori, trattò con principi, affinchè i tanti fuorusciti ripatriassero; per venti anni francò d’ogni gravezza i forestieri che andassero abitarvi famigliarmente; privilegiò di esenzioni e consoli proprj i negozianti tedeschi di quattordici città perchè con quella mercanteggiassero[107]; vi stabilì l’Università con lauta provvisione e risedio magnifico. V’è però un bene che nessuna concessione pareggia nè supplisce; ed è pena d’ogni conquistatore il vedersi obbligato a spendere nel ribadire le catene e nel fare cittadelle e fortini, il denaro che sarebbe richiesto al pubblico vantaggio.

Il Capponi fu lieto di vedere assicurato quell’acquisto col comprare per centomila fiorini dai Genovesi il porto di Livorno, destinato all’importanza che Pisa perdeva, e ad aprire ai Fiorentini traffici lontani senza dipendere da Genova o da Venezia, e così colle private crescere la fortuna pubblica. Subito fu provvisto alla sicurezza di quel porto; vi si creò il magistrato de’ consoli di mare, che erano sei cittadini fiorentini, di cui quattro estraevansi dalle cinque arti maggiori, esclusa quella de’ giudici e notari, e due dalle minori, principalmente occupati a prosperare la mercatura e la marina, risolvere le cause marittime, e fabbricare una galea ogni sei mesi, col legname delle foreste delle Cerbaje, facendo franche d’ogni rappresaglia, anche in caso di guerra, le merci trasportate su quelle galee. Ad esempio di Venezia, si stabilì edificare due galee grosse e cinque sottili, da spedire ad Alessandria per spezierie ed altre merci, e per esercitare la gioventù in cotali esercizj: vi s’imbarcarono dodici giovani di buone famiglie, e dal soldano d’Egitto s’ottenne d’avervi console, chiesa, fondaco, bagno, statera, bastagi, scrivano proprio, per sicurezza dei mercanti e onorevolezza della nazione. Furono posti consoli in tutte le parti di fedeli ed infedeli; e ben tosto Firenze possedette navi per affrontar Genova e sconfiggerla.

Internamente essa prosperava con ordinamenti buoni, cooperando ciascuno per l’accrescimento della città. Chiunque era ammesso cittadino, dovea fabbricare in Firenze una casa di almeno cento fiorini; le scritture pubbliche si ridussero ne’ libri delle Riformagioni; si convertì in legge la compilazione degli statuti; si migliorò la moneta; si creò un nuovo Monte o vogliam dire debito pubblico; si formò il catasto col nome di ciascun cittadino, l’età, la professione, l’importare della sua fortuna in beni immobili e mobili d’ogni specie, tassando di mezzo fiorino ogni cento di capitale. Valutavasi che nelle vie attorno al Mercato nuovo fossero settantadue banchi, e girassero in contante due milioni di fiorini d’oro. Allora si cominciò l’artifizio dell’oro filato, si moltiplicò quello de’ drappi di seta, fu permesso a ciascuno d’introdurre foglia di gelsi e allevare filugelli senza gabella.

Copiosissime ricchezze aveano accumulalo que’ magistrati mercanti, e l’eguaglianza repubblicana non lasciava sfoggiarle in inutile suntuosità, non grandi comitive di servi, non insultante sfarzo di carrozze; a piedi andavano anche le mogli de’ primaj; leggi suntuarie reprimevano il lusso, permettendo la magnificenza, sicchè spendeasi in palazzi, chiese, quadri e statue, o in trarre rarità e libri dal Levante. Si abbellì la città coll’opera dei primi artisti: fu provvisto che ciascun’arte collocasse lo stemma proprio e la statua del santo patrono in una delle nicchie esterne di Or San Michele, ove lavoravano di marmo e di bronzo Donatello, Andrea del Verrocchio, Baccio da Montelupo, Nanni del Bianco, Simone da Fiesole, Lorenzo Ghiberti: a questo l’arte di Calimala allogò le porte di bronzo di San Giovanni, dove riuscì sì famosamente, che fu dichiarato gonfaloniere, e infisso il gonfalone alla sua porta in Borgallegri; mentre chiamavasi Filippo Brunelleschi a voltare la cupola di Santa Reparata.

Per rimovere il pericolo di correre strabocchevolmente a guerre, si prese che ad un consiglio di ducento, da rinnovarsi ogni sei mesi, fossero fatte le proposte della Signoria, poi passate al consiglio dei centrentuno, nel quale entravano la Signoria, i collegi, i capitani guelfi, i dieci della libertà, i sei consiglieri della mercatanzia, i 21 consoli delle arti, e quarantotto altri cittadini; e se passassero, doveano ancora sottoporsi al consiglio del popolo, indi a quello del Comune; nè senza l’approvazione di questi quattro consigli veruna provvisione avea forza. Speravasi che il dover consultare tanti consigli indurrebbe alcuno a opporre il suo no; ma è sintomo di debolezza il non saper rimediare che col moltiplicare i conflitti.

Insomma il governo rimaneva democratico, ingerendosi il popolo direttamente dell’amministrazione; gran numero di cittadini v’erano a vicenda chiamati, e i numerosi consigli pubblici erano scuola di scienza civile: che se talvolta le passioni popolari e le fazioni spingevano ad eccessi, in fondo la politica n’era generosa e insieme arguta a scorgere i sottofini de’ papi e degl’imperatori, savio ed abile il governo, civile la nazione, fida alla libertà anche a gravissimo costo, devota alla santa Sede, non però ciecamente. Poco valeva nelle armi, pure seppe opporre meglio che denaro alle bande di ventura, e le avrebbe distrutte se i principotti non avessero avuto troppo interesse a conservarle. Ella medesima se ne valse per fiaccare i Visconti, e qualvolta cadde sotto la tirannia d’un soldato o della plebaglia, non tardò a riscattarsene. Molti signori s’accomandavano a Firenze, come i nobili di Guggio pe’ loro castelli nell’Imolese, i marchesi di Lusuolo in Lunigiana, i Grimaldi di Monaco obbligandosi a servire in persona con una galea, Gian Luigi dal Fiesco conte di Lavagna promettendo condurre trenta lancie e ducento fanti, e ricevendo stipendj.

Invece dei bassi o atroci delitti che insozzano le storie de’ principotti, Firenze ci tramandò i capolavori dell’arte e della parola, i quali ne eternano la lode; le abbondarono cronisti e storici, quali, dopo Dino e i Villani, furono Matteo Palmieri, Paolo e Giovanni Morelli, Jacopo Salviati, Giannozzo Manetti, Amaretto Manelli, Domenico Buoninsegna, Buonaccorso Pitti, Gino e Neri Capponi, Simone della Tosa, Bernardo Rucellaj, Giovanni Cavalcanti, Lorenzo Buondelmonte, Filippo Rinuccini; e la superiorità di costoro, che non soltanto raccontano più colti e limpidi, ma giudicano ancora con grave assennatezza e spesso con elevazione, è argomento del quanto la nazione fosse superiore alle altre italiane nell’esaminare la politica, regolarla, sceverarla da passioni; e come allo spirito di parte sovrastasse sempre l’amore della patria.

Nei trentacinque anni ch’e’ presedette allo Stato, Maso degli Albizzi mostrò abilità e coraggio; istrutto dall’avversa fortuna, non imbaldanzito dalla benigna, strettamente alleato coi Veneziani, tenne testa a Gian Galeazzo e a Ladislao, eppure non uscì mai dalla condizione di privato: ma poichè la parte trionfante non seppe astenersi nè dall’insolenza verso altrui, nè dalla sconcordia tra sè, al morir suo le case degli Alberti, Medici, Ricci, Strozzi, Cavicciuli, spesse volte d’uomini e di roba spogliate dai nobili popolani, e rimosse dai pubblici uffizj, rifecero testa, e colle ricchezze e coll’educazione mostravansi degne di amministrare lo Stato.

Giovanni di Bicci de’ Medici avea guadagnato largamente in traffici di banco, massime durante il concilio di Costanza servendone al papa, talchè avea credito illimitato e affari per tutto il mondo; pure sembrò tanto benigno e scarco d’ambizioni, che si cessò d’escluderlo dagl’impieghi. Coll’accomodare di denaro chi n’avesse bisogno, col blandire al popolo, col mostrarsi moderato fra le esuberanze de’ parteggianti, si procacciò stima nell’universale, e più quando, tumultuando il popolo per soverchie gravezze imposte a cagione della guerra con Filippo Visconti, e volendo i nobili popolani fiaccarlo collo sminuire il numero delle arti minori, egli si oppose alla proposta, e sostenne l’alleggiamento e che si istituisse il catasto, benchè su lui più che su altri, come maggior possidente, dovesse gravare. Ricchi dunque e popolani studiavano trarlo dalla loro; e malgrado l’opposizione di Nicolò da Uzzano, amico di Maso e suo successore nel primato civile, il portarono (1421) al posto di gonfaloniere, che con gran decoro sostenne fino a morte.

Cosmo suo primogenito ne ereditò (1429) il credito e l’importanza, e a capo della fazione recò l’abilità e le virtù paterne, e maggior animo nelle cose pubbliche; grave e cortese ne’ modi, liberale a proporzione delle ingenti ricchezze; entrante, conoscitore profondo degli uomini, longanime nello aspettar l’esito de’ disegni fermamente concetti; franco nel manifestare i suoi pareri, eppur tenuto come prudentissimo: inclinato alle vie dolci, ma sapendo all’uopo dar passi robusti; francheggiato da molti amici e clienti, ai quali era sempre disposto a fare servigio dell’aver suo. Di squisito gusto nelle arti, di molta erudizione, di retto giudizio, favorendo le lettere e le arti apriva nuove strade alla crescente operosità: il giro de’ banchi, per cui non trovavansi più ridotti a miseria, legava gli sbanditi per interesse e per gratitudine alla famiglia che più lavorava di cambio; i condottieri deponevano presso di quella i loro avanzi, o le domandavano anticipazioni. Più dovizioso riusciva Cosmo perchè non abbandonò mai il vivere privato; senza sfarzo di casa che abbagliasse i cittadini, senza comprare stranieri ministri, o scialacquare in pranzi e comparse, o assoldar truppe, mai non dispose per sè più di quarantasei in cinquantamila fiorini l’anno, mentre lo Sforza ne spendea trecentomila prima di salire duca. E appunto le virtù private, i temperati consigli, il sentimento popolare, la calma fra le burrasche fazioniere, la lauta beneficenza furono stromenti alla potenza de’ Medici.

Lucca era stata lungamente alleata di Firenze, poi al 1314 disertò da’ Guelfi; e dopo lo sfavillante dominio di Castruccio e d’Uguccione, andò soggetta a vicenda a Gherardino Spinola, a Giovanni di Luxemburg, a Mastino della Scala, a’ Fiorentini, a’ Pisani, a Carlo IV[108], dal quale poi nel 1369 riebbe la libertà, cioè di non esser sottomessa a verun’altra città, ma soltanto all’impero. E quel fatto di cui fecero tanta festa i contemporanei, e tanto scalpore gli storici posteriori; concordi nel proclamare come liberatore quel Carlo, che realmente sottoponeva, almeno in carta, quella repubblica al dominio imperiale.

Immune da dipendenza di vicini, Lucca esercitò alla cheta le interne emulazioni fra i discendenti di Castruccio, i Fortiguerra, gli Spinetta e i Guinigi. Quest’ultima famiglia vi primeggiava; ma essendo perita quasi tutta nella peste del 1400, il giovinetto Paolo sopravissuto fu da ser Giovanni Cambi (il cronista) indotto a farsi _signore a bacchetta_, e perciò, scostandosi da Firenze, unirsi a Galeazzo Visconti, col cui appoggio si assicurò il dominio. Senza tampoco rispettare le forme, come faceano i precedenti, e togliendo ogni autorità al Comune, trent’anni egli serbò quieta la repubblica, ma dappoco e sempre in paura di cadere, nè seppe introdur buone istituzioni, nè farsi amici, benchè circondato di favoriti, di parentele, d’alleanze co’ principi, e fidente nella _cittadella_ che fabbricò; mancava di quel valore che le plebi stimano più che le qualità utili, e alle bande mercenarie, massime di Braccio, non oppugnava che con grossissimi donativi. Firenze, da cui improvvidamente egli avea alienato la repubblica (1429), trovò pretesto a romper seco, e vi spedì i venturieri Nicolò Fortebraccio e Bernardino della Carda, che squarciarono il paese. Il celebre architetto Brunelleschi suggerì di sommerger Lucca, chiudendo l’alveo del Serchio, sicchè l’acqua scalzasse le mura e le abbattesse. A grande spesa si alzò di fatto l’acqua attorno alle mura, che per tre giorni furono inondate, ma poi i contadini riuscirono a sdrucire l’argine, sicchè la piena si rovesciò addosso al campo fiorentino (1430) con immensa jattura. Poi Francesco Sforza, spedito dal duca di Milano, mise in isbaratto i Fiorentini, e ne invase il territorio.

Il Guinigi col senno, e i suoi figli col braccio, aveano difeso Lucca; eppure caddero in sospetto di volerla tradire ai Fiorentini, e furono mandati prigioni a Milano, ripristinando il governo all’antica con un gonfaloniere e col consiglio degli anziani. I Fiorentini, che aveano mostrato assumer la guerra soltanto per assicurarsi dal Guinigi, la proseguirono per sottoporre Lucca come le altre città toscane; ma Nicolò Piccinino, stipendiato da Genova, ligio al Visconti, li sconfisse del tutto sul Serchio, invase lo Stato, avvicinossi a Pisa, che facea sonare le sue catene, bramosa di romperle.

Tale impresa era stata da Cosmo francamente disapprovata, sicchè l’infelice riuscita crebbe ad esso tanta reputazione quanta ne toglieva agli Albizzi e a Nicolò da Uzzano. Questo però repugnava dai partiti violenti, conoscendo che una rottura aperta darebbe trionfo ai Medici. Ma morto lui e conchiusa pace con Lucca[109], inciprignirono i malvagi umori, e Rinaldo, figlio di Maso degli Albizzi, capoparte più avventato, entrò in grandi pratiche di abbassare e anche cacciar Cosmo, e ripigliarsi lo Stato. Disposte sue fila, sonò a balìa, e convocò una di quelle assemblee in piazza, dove tutti accorrevano a onde e deliberavano a schiamazzo, per l’urgenza del caso trascendendo le barriere costituzionali, e pochi arruffapopolo trascinavano a decidere secondo la fazione. Quivi si diede la balìa a ducento cittadini indicati da Rinaldo; e Cosmo, per accusa di denaro disperso nella guerra di Lucca, fu condannato a morte: se non che egli, comprando alla sua volta Bernardo Guadagni gonfaloniere e gli altri che a Rinaldo già s’erano venduti, ottenne d’essere soltanto sbandito (1433), e la famiglia sua relegata tra le nobili.

Andossene a Padova; e allora comparve quanto egli fosse grande, caro dov’era, desiderato ove non era. La Signoria veneta mandò onorandolo, e il richiedeva di pareri; chiunque avesse alcun bisogno, ricorreva ad esso, e una sua raccomandazione bastava: a lui facevano capo i negozianti, sicchè l’avresti detto un piccolo sovrano; mentre a Firenze artisti, poveri, trafficanti lamentavano mancato il loro sostegno. Rinaldo, incapace a lottare coll’avversario lontano che vicino aveva oppresso, cercava inutilmente afforzarsi col riabilitare i nobili alle cariche, da cui già da gran tempo erano esclusi, e fin colle armi tentò far prevalere la sua parte: non girò intero un anno, che interponendosi papa Eugenio IV, allora quivi dimorante pel concilio, fu senza scandali tratta una Signoria (1434 7bre) propensa a Cosmo, questi rintegrato in patria con accoglienze meravigliose, e sbanditi o confinati da settanta de’ suoi avversarj. Rinaldo, non essendosi lasciato persuadere dal papa, e ignaro della virtù dell’aspettare e far a queto, andò a sollecitare Filippo Visconti contro Firenze; e mandò dire a Cosmo — La gallina cova»; al che questo rispose: — Mal cova la gallina fuori del nido». Rinaldo colle bande del Piccinino (1440) penetrò fin alla montagna di Fiesole e nel Casentino: i Fiorentini gli opposero Francesco Sforza, rotto dal quale intieramente ad Anghiari, e invano travagliatosi da capo per ricuperare la patria, andò a finire in Terrasanta.

Cosmo, tornato in trionfo, salutato benefattore del popolo e _padre della patria_, pigliò vendetta proscrivendo molti avversarj, molti condannando al supplizio e fin senza confessione, altri assassinati, come Balduccio, condottiere valente di fanteria toscana, che il gonfaloniere di giustizia fece pugnalare e buttar giù dal palazzo senza processi. Con tali colpi otteneasi docilità e svogliava dall’opposizione, e a chi l’avvertiva come la città per tanti banditi venisse in calo, rispondeva: — Meglio città guasta che perduta; del resto, non vi affannate, che con due canne di panno rasato posso fare un uom dabbene», cioè riparare con gente nuova.

Non si alterò il modo del governo e de’ magistrati di Firenze, ma tutto dipendeva da Cosmo. Vedendo omai in ciascuna città italica dominare una famiglia, pensò innalzar la sua in Firenze, non per armi, sibbene coll’offrire agli ingegni attrattive e distrazioni nuove nelle arti e nel sapere, avvivare il commercio, estendere la tela politica, aumentare la propria importanza col darne alla patria su tutt’Italia, e quiete a questa coll’equilibrarne gli Stati; a tal fine associò al suo denaro la spada di Francesco Sforza, le due potenze di quell’età, il banchiere e il condottiere. Potendo avere a disposizione tutti i capitani di ventura, mantenne in bilancia le potenze d’Italia: alla sua repubblica aggiunse Borgo Sansepolcro, Montedoglio, il Casentino e val di Bagno.

Senza dunque sovvertire la costituzione e le leggi, fondava a cheto la signoria delle ricchezze, le quali, mercè del commercio, aveano indotto immensa disparità fra i cittadini, e procacciando ammiratori e clienti, in pochi restringevano l’autorità, benchè durasse stato di popolo; anzi in cinque soli fece Cosmo (1452) ridurre il diritto d’eleggere la Signoria.

A fianco di lui figurava Neri Capponi, in consigli più sottile di Cosmo e, ciò che questi non era, valente in armi e creduto dai soldati; il quale, non cessando d’essergli amico, si tenne indipendente, e menò gli affari più scabrosi. Loro mercè fu riordinata la tranquillità in Firenze, ma insieme tolta la libertà, giacchè dal popolo, quante volte volessero, faceano decretare una balìa dispotica, e riformare le borse, e confinare chi li contrariava; mentre teneansi buoni gli amici col secondarne le passioni, collocarli negli uffizj e ai governi, chiuder gli occhi sulle arti onde s’ajutano i bassi, ligi ai potenti.

Alla morte di Neri (1455) parea dovesse ingrandire Cosmo, sciolto da quest’ultimo contrappeso; ma il contrario gli accadde per averne perduto l’appoggio. Gli avversarj pensano umiliarlo coll’abolire le balìe, e tornare alla sorte l’elezione del gonfaloniere e della Signoria; e il popolo va in gavazze, come di ricuperata libertà. Cosmo però non discende pur d’un grado dalla ottenuta grandezza, perchè temperatamente usata, e perchè gli uomini nuovi imborsati erano avvinti a lui per interesse e mercatura, o ligi per gratitudine e speranze; laddove non essendo più gl’impieghi concentrati in mano di pochi, gl’inimici suoi si sottigliavano; i quali, avvedutisi dello sbaglio, cercavano si ripristinasse la balìa. Cosmo, prima d’assentirvi, lasciò che gustassero i frutti della loro inesperienza; ma quando (1458) sortì gonfaloniere Luca Pitti, e’ lasciò tastassero la riforma. Il Pitti, animoso e temerario, teneva col terrore un governo pigliato colla forza: chiunque avesse bisogni o reclami, a lui ricorreva, alla sua casa tutti i malviventi; e coi regali ricevuti, che vorrebbonsi far ammontare a ventimila fiorini, e col dare sicurezza ai malfattori che vi lavorassero, fabbricò il palazzo a Rusciano, e un altro in città che maestoso grandeggiava sul _poggio_, mentre al piano i Medici conservavano la ricca e pur semplice magione in via Larga.