Storia degli Italiani, vol. 08 (di 15)
Part 18
Venezia di tante perdite si rifece coll’acquisto di Cipro. Questa grande isola era stata, in compenso del regno di Gerusalemme, attribuita da Riccardo Cuor di Leone a Guido di Lusignano, nella cui stirpe rimase fino alla morte dell’effeminato Giano III (1458). Jacopo Lusignano, suo figlio naturale, pretendeva ereditarla a scapito della sorella Carlotta, maritata in Luigi di Savoja. Occupatala, n’ebbe investitura (1464) dal soldano d’Egitto, di cui l’isola riconosceasi vassalla; e prese anche Famagosta, da novant’anni possesso de’ Genovesi. Carlotta fu costretta fuggire, ed intraprendente quant’era dappoco il marito, impegnò a favor suo il papa, i cavalieri di Rodi, i Genovesi: ma i Veneziani si chiarirono pel bastardo, e poichè questo mancava di denari onde mantenervisi, Marco Cornaro veneziano suo banchiere gli esibì centomila zecchini se volesse sposare la bella sua nipote Caterina. Acciocchè non fosse disuguale al regio parentado, questa fu adottata dalla repubblica di San Marco; e il titolo di vana onorificenza divenne occasione d’importantissimo acquisto. Perocchè, ucciso Jacopo (1475) e tempestando l’isola fra i pretendenti, la Repubblica si dichiarò erede eventuale di Caterina, come la madre della figlia; e col pretesto delle minaccie dei Turchi la indusse o costrinse a rinunziare Cipro (1489). Caterina ricevette in cambio il castello di Asolo nel Trevisano, dove conservando il titolo, e circondandosi di lusso, di piaceri e di lettere, poco ebbe a ribramare il regno perduto. Venezia ottenne così quell’isola, ubertosissima di vini, di biade, d’olj, di rame; e a chi parlasse male di questo fatto, intimò sarebbe annegato. I duchi di Savoja, a cui Carlotta avea rinunziato i suoi diritti, protestarono, ma non poterono che aggiungere ai loro titoli quello di re di Cipro, che poi divisero innocentemente cogli eredi di Venezia.
CAPITOLO CXIX.
Toscana. Tumulto de’ Ciompi. I Medici sormontano.
Torniamo ora gli sguardi verso l’Italia, dove la prisca infinità di Stati è ormai riunita attorno a quattro principali, Lombardia, Toscana, Stato Pontifizio, Napoli; e diciamo di ciascuno in particolare, dopo esaminatene le vicende comuni.
Di Firenze l’età poetica può ritenersi chiusa colla morìa del 1348, che vi uccise centomila uomini, alterò i costumi per le fortune accumulate, e rincarì i salarj degli operaj. Nel 1352 una banda di ladri, fingendo dar serenate a questa o a quella signora, pregava i viandanti non passassero da quella via per non disturbare i suoni e gli amori, e intanto svaligiava le case. Scoperto l’artifizio, ed esserne capo Bordone Bordoni di famiglia primaria, il Filicaja confaloniere di giustizia volea prenderne severa punizione; ma i parenti interposero uffizj e denaro, tanto che i priori cassarono i collegi del gonfaloniere. Questo, risoluto a voler eseguita la legge, abdicossi della dignità e partì per Siena; ma il popolo cominciò ad esclamare che non rendeasi più giustizia, e tumultuò a segno che fu forza richiamare il Filicaja, il quale fece troncar la testa al Bordoni, esigliò i complici, e al fine del magistero n’ebbe un premio di duemila fiorini.
Firenze procurò riparare a que’ danni istituendo l’Università, e poco poi, ad istanza del Boccaccio, una cattedra di greco, la prima in Occidente; potè assodare il suo dominio su Prato; occupò Volterra, sottraendola alla tirannia di Bocchino Belforti. La sua sommissione a Carlo IV non ha altro valore, se non dei centomila fiorini con cui ne comprò la conferma de’ suoi privilegi; e nelle altre città non valse che a rinfocare le dissensioni interne, le quali al partire di Carlo proruppero, peggiorate dalle bande mercenarie, delle quali vedemmo come trionfasse.
Tardi era sorta a libertà, e solo al chinare degli Svevi e col favore dei papi; onde non soffrì i primi trambusti di quella gran rivoluzione nè la lotta col Barbarossa, e potè far senno dell’altrui esperienza; per forza o per trattati ridusse alle leggi comuni i signori vicini, e si spiegò francamente papale; e con tanti magistrati, tutti elettivi e di brevissima durata, otteneva che molti s’interessassero alle fortune patrie, e negli uffizj acquistassero pratica, franchezza, largo e generoso vedere.
Le proposizioni erano dalla Signoria presentate al consiglio del _popolo grasso_ di cento persone; indi passavano all’assemblea, composta del consiglio delle capitudini delle arti maggiori, e di quello di credenza d’ottanta cittadini; in terza istanza venivasi al consiglio del podestà, di ottanta membri, fra nobili e plebei: dopo di che l’assemblea generale di tutti questi consigli votava, e attribuiva forza di legge all’ordinanza. Tale forma variò nelle particolarità, ma durò nel proposito di togliere la decisione suprema al potere esecutivo, per affidarla a consigli popolari, ne’ quali erano rappresentate tutte le forze vive della nazione, impedendo la preponderanza d’un consiglio col riservare la definitiva risoluzione all’assemblea generale.
Dappertutto le prime risoluzioni comunali furono piuttosto dovute ai nobili, vale a dire della stirpe degli antichi conquistatori e possidenti, che formatisi in comune, si volevano assicurare e governare. Ma ben presto le società degli artigiani e i piccoli possidenti fecero dare alla rivoluzione un secondo passo, eguagliandosi alle antiche famiglie nella giustizia, negli uffizi, nei pesi. In qualche luogo anzi vi si sovrapposero, e questo fu il caso di Firenze, dove i nobili rimanevano esclusi da ogni impiego, le sole arti partecipandovi; sicchè le famiglie che vi aspirassero, dovevano farsi scrivere sulla matricola di qualche maestranza. Dante apparteneva a quella degli speziali, e non rifina di declamare contro i villani d’Aguglione, di Campi, di Certaldo, che erano venuti a Firenze a imbastardire la semenza santa degli originarj, discendenti dai Romani. Però nelle genti nuove non tardò a formarsi un’aristocrazia, le arti maggiori e le minori erano gerarchicamente disposte, e tutt’occhi ad escludere chi non fosse del loro numero.
Giano Della Bella represse viepiù i nobili col sancire non fosse eleggibile se non chi realmente esercitava un arte: poi la potenza collettiva de’ priori fu personificata nel gonfaloniere di giustizia, che doveva presedere alla esecuzione di questa, eletto a due gradi dal popolo, e con una guardia di mille, poi fin quattromila uomini, talchè ben presto divenne il primo magistrato, e dirigeva a suo senno gli affari pubblici.
A tutti i cittadini non nobili erano aperte le cariche; ma era _divieto_ che due dello stesso casato sedessero contemporaneamente nelle primarie. Le antiche famiglie essendo allargate in più rami, e gelose di conservare i nomi tradizionali, cadevano spesso in questa esclusione; quasi mai le nuove, le quali non conosceano tampoco due generazioni di loro parenti: sicchè il governo veniva a persone sempre meno esperte degli affari, e ai Guelfi di vecchio ceppo surrogavansi Ghibellini.
Come contro gli antichi il _divieto_, così contro i nuovi militava un altro statuto. Fin dal 1266 erasi cominciata l’amministrazione della massa guelfa, con capitani di parte, due plebei e due cavalieri, rinnovati ogni bimestre, e in continuo aumento di potenza e d’arroganza. Nel 1358 Uguccione de’ Ricci, di famiglia emula degli Albizzi, fece stanziare che, se un Ghibellino o non vero Guelfo occupasse un impiego pubblico, incorresse una pena, che poteva essere dalle cinquecento lire fin alla vita, in arbitrio del podestà, e sovra deposizione di sei testimonj, approvati dai capitani di parte e dai consoli delle arti. Questa legge, nuovo testimonio dell’esorbitare delle fazioni, tendeva ad escludere chi possedesse meno di cinquecento lire, e chiunque sgradisse ai capitani della massa guelfa. I priori se ne avvidero e la tagliarono, pure modificata passò; ai capitani ne furono aggiunti due artigiani, e portati a ventiquattro i testimonj richiesti; ai due posti de’ cavalieri potevano aspirare anche i nobili; e qualora uno, eletto ad un seggio della Signoria, fosse sospetto di pensare ghibellino, verrebbe ammonito acciocchè non si esponesse al pericolo della multa.
Era un sindacato terribile pei magistrati, e riduceva le elezioni in mano de’ capitani di parte. Questa specie di terroristi esercitavano con prepotenza l’infausto diritto di molestare i concittadini; cercavano si votasse a palla scoperta per influire più efficacemente; e una volta non riuscendo bastanti i voti, Bettino Ricasoli fece serrare il palagio, e nessuno n’uscirebbe sinchè, al dispetto di Dio e degli uomini, due non fossero dichiarati ghibellini; e da ventidue volte uscito vano il partito, finalmente per istracchezza fu votata l’ammonizione. Non era più l’antico fervore per la Chiesa e per l’Impero, ma libidine di occupare gl’impieghi, di escluderne i concorrenti, di far vendette[98]; e di tal passo viepiù restringevasi l’oligarchia. Questa, comunque ella fosse salita al potere, vi mostrava abilità e vigore; reprimeva i tentativi fatti per abbatterla, snidava gl’incomodi castellani, e cercava il prosperamento della patria.
Ma potea sperarsi di dar consistenza a un governo, dove ogni impiego era attribuito dalla sorte, e rinnovato a brevi termini? Fuor di esso formavasi un partito che realmente dirigeva la repubblica, e che divenuto robusto, ricorreva al suffragio universale onde farsi attribuire la _balìa_, cioè potere dittatorio, affidato a parecchi membri, i quali rinnovavano le borse ponendovi nomi della loro parzialità, esigliavano quei della contraria, estorcevano denari con mezzi arbitrarj, e cessando lasciavano la repubblica nella stessa altalena fra l’anarchia e l’arbitrio.
Pertanto nella città, o a dir meglio ne’ varj Comuni che la componeano, distinti per fazione, per quartiere, per arte[99], forma stabile di reggimento non aveasi; e, al contrario di Venezia, tutto parea costituito per fare che gl’individui campeggiassero, mentre illanguidivano i corpi dello Stato. Quindi il cadere dell’uno e succedere dell’altro cangiava i partiti e partoriva violazioni di diritti, ma non ne derivava mutamento alla costituzione, non alla politica esterna.
Le case antiche mettevano ogni opera a mantenere la purezza guelfa coll’applicare severamente l’_ammonizione_, e così eliminare gli uomini nuovi, inclinando perciò all’aristocratico. Le nuove pretendeano si levasse la nominale distinzione di Guelfi e Ghibellini, spalleggiando l’opinione democratica. Gli antichi plebei guelfi, che allora cominciavano a chiamarsi la nobiltà popolana, si schieravano cogli Albizzi; coi Ricci, intitolati ghibellini, parteggiavano gli Strozzi, gli Alberti e i Medici, famiglia salita in molta ricchezza col commercio, e disertata dai nobili popolani. Gli otto della guerra contro il papa addicevansi tutti a questa fazione come amici di Bernabò, e parvero farla sormontare col resistere a forza spiegata contro ai pontifizj. Gli Albizzi, forti dell’appoggio de’ vecchi nobili e di chiunque era geloso degli otto della guerra, si schermivano ammonendo, e rivalsero quando il popolo disse risolutamente: — Sono stanco dei sacrifizj e della scomunica».
Gran colpo l’interdetto a città così fedele alla Chiesa: ma non che si esacerbassero, gli animi si compunsero; «in ogni chiesa si cantavano alla sera le laude, assistendovi uomini e femmine innumerevoli, e spendendovi senza misura in cera e libri e simili occorrenze; ogni giorno processione con reliquie e canti musici, e sin fanciulli di dieci anni entravano nelle compagnie di Battuti; e più di cinquemila n’andavano talora alle processioni, e fin ventimila nelle processioni generali; e quei che assistevano alle prediche, orazioni, digiuni, erano il cento per uno di quando si dicea la messa; molti giovani nobili si ritirarono in gran penitenze a Fiesole, e convertivano peccatrici, e benchè ricchi andavano ad accattare pei convertiti» (MARCHIONNE). Poi insultavano ai fautori della guerra, e quando scendevane alcuno dal palazzo «e’ gli dicevano: _Or va, fa guerra colla Chiesa_, picchiavangli le panche dietro, facevangli le corregge colla bocca, e così infino a casa lo rimetteano». A questo universale desiderio e alle parole di santa Caterina bisognò piegarsi, presentare le scuse al papa, e conchiudere pace. Allora i Ricci si trovano a terra, ed esclusi dalla Signoria per la legge appunto che essi aveano provocata; onde diguazzarono fazioni, sinchè una balìa dei dieci della libertà per cinque anni vietò da ogni magistratura tre membri d’ambedue le famiglie.
Così la tirannide degli oligarchi montava sempre più, blanditi da tutti quelli che li temeano; finchè si trovarono alcuni buoni, che opposero coraggiosa resistenza (1378). Silvestro di Alamanno de’ Medici, rettissimo cittadino, intraprendente, e caldo avversario de’ Ricci, essendo tratto gonfaloniere, fece istituire una balìa, la quale ammaccò l’autorità dei capitani di parte, e lenì la severità contro gli ammoniti e sospetti ed esuli ghibellini, lasciando loro speranza della patria e degl’impieghi. Il popolo, che affollato sulla piazza de’ Signori, avea fatto passare queste leggi contro la stabilita oligarchia, e saccomannato le case degli Albizzi, degli Strozzi, dei Buondelmonti e d’altri guelfi[100], temette che allo sbollire cominciassero i castighi; onde, sollecitato dagli ammoniti, combinò leghe di tanta forza, che la Signoria non osò punire i capi faziosi, sebbene li conoscesse.
Ma nella democrazia la classe inferiore tramesta sempre per collocarsi a fianco alla sovrastante, per vedersi poi ella stessa invidiata e battuta da una più bassa. Quando la città si divise in arti, giudicata ciascuna da proprj capi nelle controversie civili, alcuni esercizj inferiori non formarono corpo, ma vennero considerati subalterni ad altri (1378); e per esempio, tintori, tessitori, cardatori di lana furono aggiunti ai drappieri. Ne nasceva che costoro, o quei che andavano a giornata, se si querelavano in giudizio, trovassero talvolta per giudici i proprj padroni od i consorti de’ loro avversarj. Perciò pieni di corruccio, e temendo d’essere puniti de’ passati subugli, i plebei o Ciompi cominciarono a brulicare, poi levandosi in armi (20 luglio), tolsero al bargello quelli che la Signoria avea fatti arrestare, incendiarono le case del gonfaloniere e de’ sospetti, piantarono forche sulle piazze per chi rubasse, conferirono la cavalleria a Silvestro de’ Medici e sessantaquattro altri loro prediletti, i quali per non essere uccisi accettarono l’onore pericoloso, sebbene d’alcuni fosse stata il giorno stesso bruciata la casa.
Preso il gonfalone (luglio), e assediata la Signoria in palazzo, i Ciompi domandarono che i mestieri dipendenti dai fabbricanti di panno formassero corporazione distinta, con consoli proprj, e così i tintori, barbieri, farsettaj, cimatori, cappellaj, fabbricatori di pettini; si sprigionassero tutti i rei, salvo i traditori e i ribelli; nessuno del popolo minuto potesse per due anni chiamarsi in giudizio per debito al dissotto di cinquanta fiorini. Queste ed altre minori domande furono accettate, ma crescevano a misura che soddisfatte, tanto più che i priori non seppero altro partito che abdicare. I ciompi occupano le porte della città; Michele di Lando cardatore, che trovasi fra quella folla scalzo ed in farsetto[101], vien tolto per capo, e affidatogli il gonfalone di giustizia, col quale esso li precede al palazzo pubblico, ed ivi dice alla ciurma: — Questo palazzo è vostro, vostra questa città; esprimete la vostra volontà sovrana»; e la ciurma a piena gorgia — Sii tu gonfaloniere, riforma tu il governo».
Onest’uomo, animoso al primo avventarsi e, ch’è più raro, temperante ed, assennato al regolare, il Lando pose termine alle prepotenze degli otto della guerra, e insieme colla fermezza attutì le sêtte, prevenne i saccheggi, rintegrò gli ammoniti, e bruciate le borse da cui doveano sortirsi le magistrature, nominò una nuova Signoria di tre dell’arti maggiori, tre delle minori, tre del popolo minuto, rinforzati con milleducento balestrieri. La plebe, come succede, si gridò tradita, corse al palazzo tumultuando, e stava tutto il dì in piazza armata e schiamazzante, chiedendo ora proscrizioni, ora divieti, ora concessioni, sollecitata da’ suoi piaggiatori che la chiamavano popolo di Dio: e il Lando spiegò una risolutezza che mancò spesso ad altri demagoghi, quella di negar soddisfazione a domande fatte a quel modo; e allorchè s’accinsero a far violenza, spiegò il gonfalone della giustizia, trasse la spada, ferì o disperse i ciompi, cacciò un migliajo de’ più pertinaci, di modo che la moltitudine trovossi imbrigliata dal proprio creato. Finito il suo tempo, egli depose la dignità, e fu per onoranza ricondotto a casa dai donzelli della Signoria con l’arme del popolo, targa, lancia e palafreno magnificamente bardato.
La taglia guelfa si trovò allora soccombente (1379); e i Ghibellini fattisi capipopolo, continuavano i sospetti e le provvigioni contro i ricchi e potenti, e moltissimi giudicarono ad esiglio o a morte. Giovanni Aouto mandò esibire rivelerebbe una trama ordita con Carlo di Durazzo contro la Repubblica, se questa gli desse cinquantamila fiorini e di poter salvare sei persone da morte, o ventimila fiorini se le bastasse saper il trattato, non gli uomini. Di fatto si venne in chiaro della cosa, e il popolo a furia voleva giustizia, o se la farebbe col ferro e col fuoco; e per quanto gli uffiziali ripetessero non trovare titoli bastanti contro gli accusati, fu forza uccidere Piero degli Albizzi, lungamente capo della repubblica, e i primarj suoi fautori; molti popolani furono degradati fra i nobili; e preso al soldo l’Acuto, gli esagerati dominarono, facendo insulse e impertinenti provvigioni, non solo contro i magnati, ma fin contro gli artieri meno infimi; profondeansi adulazioni al popolo di Dio, e v’avea cavalieri che faceansi tagliare gli sproni per ricevere di nuovo il cavalierato dal basso popolo. Intanto altri ciompi fuorusciti rinterzavano congiure, crescevano assassinj; e la plebe insospettita attribuiva poteri smisurati agli uffiziali, chiedea nuovi rigori fin contro tutti i parenti e consorti degli sbanditi, sempre dubitando perdere ciò che male aveva acquistato.
Alle maestranze venne lezzo di tale disonesta tirannia (1382) e degli _scorridori_ o spioni di cui si circondavano i triumviri de’ ciompi; e in occasione che voleano di nuovo violentar la giustizia, i moderati presero il sopravvento, il vulgo applaudì alla morte di quelli, dei quali aveva applaudito le uccisioni, e con bestialità li straziò, gridando _Vivano i Guelfi e le arti_; e non senza sanguinose baruffe si formò la Signoria (1382 21 genn.), componendola di quattro delle arti maggiori, cinque delle minori, esclusi nuovamente i ciompi, e abolite le tribù del popolo[102]. Maso degli Albizzi, tirata a sè la podestà, ruppe le leggi originate da quel tumulto, confinò i capipopolo, e, ciò che parve indegnissimo, fin il savio Lando, di cui era merito se tutti non erano stati uccisi; e fermò in istato i grandi, che vi durarono per trentacinque anni. I migliori uomini di Stato erano morti od esuli; gli altri, come avviene dopo le paure d’una rivoluzione, si stringeano attorno a Maso, vegliando gli umori opposti che contrariavano senza tregua e non senza tempesta. Il tumulto de’ ciompi aveva disgustato della demagogia, e fatto luogo alla riazione secondo il solito, ove la nobiltà tornava a soperchiare, giovandosi pure del sentito bisogno di riposo.
Firenze, posta nel centro d’Italia e perciò tirata in tutte le vicende di essa, si prefiggeva di tenere la bilancia fra i varj Stati, sempre nell’intento di consolidarne la libertà, e d’impedire una monarchia universale, che temeasi allora per l’Italia quanto di poi per tutta l’Europa. Sopratutto stava in occhi contro l’ingrandire di Gian Galeazzo a settentrione, e di Ladislao di Napoli, a mezzodì, perfido quanto i Visconti, e valoroso come essi non erano: e in realtà la padronanza dell’Italia non rimaneva in mano de’ forti, com’essi presumeano, ma de’ Fiorentini, che coll’accorgimento sopravvegliavano gli andamenti generali, e alla prepotenza d’un robusto opponeano la lega dei deboli.
Ebbe essa modo d’insignorirsi d’Arezzo (1398) per compra; ma a cagione di Montepulciano venuta in dissidio con Siena, questa cercò l’amicizia di Gian Galeazzo, che subillato dai fuorusciti onde la Lombardia formicolava, si obbligò a mantenere in Toscana settecento lancie per servigio de’ Senesi. Firenze ebbe dunque lungamente a temere che Gian Galeazzo s’impadronisse di Pisa e Siena e la togliesse in mezzo, nè dall’insidie or aperte or celate di lui la liberò che la costui morte. Firenze ne mena tripudio cantando col salmista, _Il laccio è rotto, e noi siam fatti liberi_; e più non temendo per la propria libertà, e gloriosa di essere sfuggita alle insidie del cardinale Albornoz, punisce i feudatarj dell’Appennino che a questo aveano dato favore.
Costoro, da capitani dei marchesi antichi, s’erano mutati in signori indipendenti, avanzo delle istituzioni germaniche; e fin allora si erano sostenuti col dare ricovero ed ajuto a’ fuorusciti: ma più nol poteano dacchè gl’imperatori trascuravano l’Italia, e l’elemento popolare e cittadino prevaleva. Principale tra essi era Pier Saccone de’ Tarlati, signore della rôcca di Pietramala, poggiata nell’Appennino che separa la Toscana dalla Romagna nel val d’Arno aretino, a cavaliere dell’antica strada mulattiera fra Arezzo ed Anghiari. Caldo ghibellino, sottopose i vicini signori, gli Ubertini, i conti di Montedoglio e Montefeltro, e i figli di Uguccione della Faggiuola spossessati di Massa Trabaria (t. VII, p. 428). Suo fratello Guido era stato fatto signore d’Arezzo, di cui era vescovo[103], e nel dominio gli successe Piero, che teneva pure Bibbiena, Castello, Borgo Sansepolcro e tutta la val Tiberina. Dappoi fu costretto cedere per dieci anni Arezzo ai Fiorentini con tutto il contado: ma quando le città si rivoltarono a Firenze dopo la cacciata del duca d’Atene, i Tarlati ne presero occasione di ripigliare i loro castelli. Piero nella guerra de’ Visconti sempre parteggiò contro Firenze, sinchè la pace di Sarzana (1353) lo ridusse in quiete.
Stando Carlo IV a Pisa, egli di novantacinque anni andò a riverirlo col vescovo d’Arezzo, Neri della Faggiuola, i Pazzi di Valdarno, e chiedeva esser ripristinato nell’antica signoria; ma non l’ottenne. Sino ai novantasei però stette capo de’ Ghibellini e formidabile a Firenze; poi venuto all’agonia, e persuaso che i suoi nemici non prenderebbero guardia contro di un moribondo, mandò per sorprendere il castello degli Ubertini; ma i suoi furono respinti, e con tal dispiacere egli morì (1356), e colla certezza che nessuno sosterrebbe la grandigia del suo casato. In fatti suo figlio fu ben presto assediato nella paterna rôcca, e costretto rassegnarla ai Fiorentini, che la demolirono. Anche i conti della Gherardesca si sommisero a Firenze, che li costituì vicarj di Bibbona e di quattordici castelli della Maremma: i Gambacorti le soggettarono Bièntina, Cerbaja i conti Alberti di Mangona, gli Spinetta Fivizzano: i Ricàsoli raccomandarono il castello di Brolio; i conti di Battifolle vendettero quei di Belforte e di Gattaja; altrettanto fecero i conti di Dovadola; il conte Jano degli Alberti dovè cedere i suoi in Mugello.