Storia degli Italiani, vol. 08 (di 15)

Part 17

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Le discordie fra i despoti del Peloponneso offrirongli pretesto d’intervenirvi, e Tommaso Paleologo fuggendone portò i suoi lamenti e la testa di sant’Andrea al papa, al duca di Milano, ad altri, per eccitarli a redimere la Grecia; ma morì di crepacuore, malattia degli esuli. Davide Comneno, ultimo imperatore di Trebisonda, andò a finire in esigilo.

Nell’Epiro rimpetto all’Italia si era con gloriosa imprudenza ribellato Giorgio Castrioto, detto Scanderbeg; e incorati i marziali Albanesi a resistere alla luna ottomana, vide fuggire innanzi a sè il vittorioso Amurat. Maometto II propose soggiogarlo, e Scanderbeg nel nuovo pericolo scrisse ad Alfonso re di Napoli chiedendogli soccorsi; e n’ebbe viveri ed ausiliarj, condotti da Raimondo d’Orlaffa. Per rimeritarlo de’ quali Scanderbeg venne poi in Italia a soccorrere re Ferdinando figlio di lui, e n’ebbe in compenso San Pietro a Galatina, piccola città della provincia d’Otranto, ove si fondò la prima colonia albanese, cui ne tennero dietro altre a Siponto, a Trani, e là intorno del promontorio Gargáno, e ne’ monti che separano la Daunia dall’antico Sannio. Perocchè, al morire di Scanderbeg (1467), l’Epiro ricadde in servitù; ma i suoi nella lunga guerra aveano acquistato molta perizia, e su cavalli leggerissimi, con sopravvesta corta senza maniche e imbottita per rintuzzare i colpi, bacinetto di ferro in testa, in mano una zagaglia ferrata talvolta fin di dodici piedi, lunga spada, piccolo scudo, mazza agli arcioni, si esercitavano al corso e al rapido volteggiare, opportunissimi ad inseguire, ardere, spiare il nemico, predare.

Dal doge Pietro Mocenigo furono assoldati quando volle tentare l’impresa di Delo e Mitilene; poi presero servizio in Italia, ove divennero terribili col nome di Stradiotti (στρατιώται). e fin agli ultimi tempi v’ebbe sempre negli eserciti napoletani uno squadrone reale macedone. Altri Cristiani, che non vollero piegarsi al giogo turco, passarono a noi, chiedendo pane e sicurezza di culto, ottennero terre nel Regno, le domesticarono, e ancora conservano la lingua nativa e il rito greco e il vestire e i costumi, ancora gemono il loro sangue disperso (_giaca in sprirus!_), ancora _danzano_ le miserie dell’antica lor patria, ed essi, _sangue purissimo di Scanderbeg_, dispregiano il sangue nero, sangue di volpi o di nottole degl’Italiani, dai quali insegnano in proverbio dover guardarsi come il _falegname dall’ascia_[90].

Alquanti Mainotti o Spartani giunsero a Genova, che li collocò nell’isola di Corsica, ed obbligandoli alla decima de’ frutti e cinque lire per fuoco, gl’investì delle terre incolte di Paoncia, Recida e Piassologna, che a breve andare si videro colte e popolate. Costoro si mantennero fedeli a Genova quando i Corsi le si rivoltarono, e dalla forza superiore degl’insorgenti costretti ad imbarcarsi per Ajaccio, lasciarono chiusi nella fortezza d’Uncivia ventisette dei loro, i quali per cinque giorni respinsero duemila cinquecento Corsi, e alfine si ritirarono in Ajaccio anch’essi. Le reliquie di tale colonia incontransi oggi a Cargese ed Ajaccio, coi costumi, le usanze, i canti patrj[91].

Ragusi si rassegnò a tributare mille ducati l’anno alla Porta per conservare il proprio governo; diede ricovero a molti fuggiaschi da Costantinopoli, poi alla stampa la prima tragedia regolare, e il primo libro di commercio[92]; e fu come l’Atene del paese serbo, arricchendo le lingue latina, italiana e slava.

Maometto, risoluto di far riconoscere un solo Dio in cielo, un solo signore in terra, proseguiva le vittorie, e conquistata la Bosnia e la Servia, minacciava di correre a Vienna e a Roma. In que’ frangenti non tacque la voce dei papi contro i Turchi. Già Clemente VI avea bandita la crociata che conquistò Smirne; un’altra Urbano V per guerreggiare fra i Serviani; una terza Bonifazio IX, che fu scompigliata a Nicopoli; una quarta sotto Eugenio IV, andata a ruina nella giornata di Varna. L’infelice successo non iscoraggiava Nicola V, che di nuovo bandì la croce, ma senza effetto. Calisto III ordinò per tutta cristianità si sonasse a mezzogiorno la campana dei Turchi; e sollecitava la Germania, che nelle diete decretava denari ed uomini, ma non si vedevano mai.

Giovanni da Capistrano, nativo della provincia d’Aquila, dedicatosi al fôro, da re Ladislao fu assunto giudice della grancorte della Vicaria. Essendo condannato nel capo un poderoso barone, il re non solo approvò la sentenza, ma la estese al primogenito di esso. I giudici si piegavano alla reale volontà, ma Giovanni gli animò ad opporsi; e avendo il re, non ostante, comandato l’esecuzione, Giovanni chiese congedo da un impiego che non poteva esercitarsi senza ingiustizia e andò francescano. Accompagnatosi a san Bernardino da Siena, missionava, finchè, visto il pericolo sovrastante alla cristianità, corse esortando alla guerra santa. A Vienna mostrasi ancora sul sagrato di Santo Stefano il pulpito da cui egli predicò: il popolo veneravalo qual taumaturgo, portava a lui carte e dadi da bruciare e riducevasi a penitenza. Gli venne fatto di mettere insieme una quinta crociata contro gli Ottomani, composta non di nobili e cavalieri, ma di vulgo, studenti, frati, contadini armati di mazze e fronde. Frà Giovanni, solo confidente quando tutta Europa dispera, procede adottando per grido di guerra Gesù, e ridesta Giovanni Uniade, il quale, memore delle vittorie e delle sconfitte antiche, assume il comando di quell’esercito, che incomposto avanzasi contro i Turchi (1456), ed obbliga Maometto ad allargare Belgrado, che assediava con trecento cannoni, lasciando ventiquattromila uomini sul campo. In memoria, il papa istituì la festa della Trasfigurazione al 6 agosto. Quasi fosse compiuta la loro missione, l’Uniade muore dopo due settimane, e dopo tre mesi il Capistrano[93]. Maometto occupa il resto della Serbia, menandone via ducentomila prigionieri; nè più altri che la flotta pontifizia soccorre le isole assalite.

Pio II volle assumersi la parte di Pietro Eremita (1458), esortando tutta cristianità ad armarsi di conserva contro il Turco; e logica e dialettica e retorica usava, troppo meno potenti che non quell’eloquenza impreparata, la quale sgorgando dal cuore, strascina irresistibilmente. Istituì l’ordine della madonna di Betlem, che presto cadde colla presa di Lemno ove tenea sede. Raccolta poi in Mantova la cristianità a concilio, proclamò la crociata (1458); v’assisteano quasi tutti i principi d’Europa, e gli ambasciadori degli altri, e di Rodi, Cipro, Lesbo, dell’Epiro, dell’Illiria, minacciati così da vicino. Il papa vi sfoggiò eloquenza; altrettanto Francesco Filelfo, portando la parola a nome del duca di Milano: i deputati della Morea dipinsero gli orrori commessi dai Turchi e a schiavitù dei Greci. Chi non ricorda con quanto fervore ai dì nostri le donne favorissero la causa dei Greci insorti? non altrimenti fu allora, e a quell’assemblea perorarono Ippolita Sforza e Isotta Nogarola. La prima, figlia di Francesco Sforza e moglie di re Alfonso II, avea trascritto di suo pugno quasi tutti i classici latini: l’altra, filosofessa, teologante, letterata, lasciò moltissimi discorsi e lettere, e un singolare dialogo per difendere Eva contro Adamo.

Le parole furon molte, e in conseguenza pochi i fatti. L’imperatore Federico III era troppo inetto sicchè volesse affidarsegli il comando; il re di Francia doveva badare alle cose domestiche: onde l’onore di comandare la cristianità fu attribuito al duca di Borgogna; l’esercito si leverebbe in Germania, verrebbe stipendiato da Francia, Spagna, Italia a proporzione della ricchezza; Borso d’Este esibiva ben trecentomila fiorini, forse sì generoso perchè prevedeva non verrebbe l’occasione di sborsarli. Di fatto la pace tanto necessaria fu guasta, e le armi raccolte si ritorsero dall’un contro l’altro. Il papa se ne lagnava, e scriveva; — Dove ci possiamo voltare? a chi ricorrere? Gridiamo soccorso ai principi cristiani, e non ci s’ascolta: imponiamo decime al clero, e non le paga: pubblichiamo indulgenze, e ci accusano di farne traffico».

Ogni dissiparsi di tali imprese aggiungeva orgoglio a Maometto, che le conquiste sue accompagnava colla ferocia e l’oscenità. A’ Veneziani vedemmo garantiti per patto alcuni privilegi in Costantinopoli e i possessi: ma questi coll’estendersi dei Musulmani restavano quasi isole in vasta inondazione, vicine ad essere assorte. Lievissima cagione destò in fatto le ostilità. Uno schiavo ruba al bascià d’Atene centomila aspri (1463), e fugge a Corone, terra veneta; i Turchi lo ridomandano, e i Veneziani ricusano consegnarlo perchè fattosi cristiano, nè tampoco restituiscono il denaro. Ostinatisi gli uni e gli altri, ne venne guerra, ove il procuratore Loredano assicurava che ventimila Greci non vedevano l’ora d’impugnar l’armi per San Marco, sicchè facilmente si conquisterebbe tutta Morea: solite e facili confidenze di chi crede che, per un popolo oppresso, l’esecrare il giogo equivalga a saperselo scuotere dal collo. Ivi in fatto si portò un esercito sotto Bertoldo d’Este, che vi morì gloriosamente: lo capitanò poi Sigismondo Malatesta, ma le fazioni non riuscirono mai decisive, e si sfoggiava più atrocità che strategia.

I Veneziani chiesero ajuti al papa; il quale, all’annunzio delle prime loro vittorie, in concistoro esclamò: — Vedete come Dio suscitò il fedele suo popolo, i figli nostri diletti, il senato e la nazione veneta. Vedete come quelli che tutti tacciavano d’indifferenza e pigrizia, prima degli altri abbiano prese le armi in onore di Dio. Si sparlava de’ Veneziani; additavansi i soli che, in tanta pressura de’ Cristiani, negassero ajuto: ma ecco che soli essi vigilano, soli si affaticano, soccorrono i Cristiani, si accingono a far vendetta sul nemico di Cristo». Vedendo che la parola _Andate_ facea poco effetto, il papa volle dire _Venite_, e risolse crociarsi egli stesso, non già per combattere, ma per orare come Mosè sull’Oreb, coll’Eucaristia sugli occhi, affinchè Dio concedesse vittoria: — Forse quando vedranno il padre loro, il romano pontefice, il vicario di Cristo, vecchio e infermo partire per la guerra sacra, arrossiranno di rimanersi a casa, e abbracceranno con coraggio la difesa della santa nostra religione»[94].

Generale parve l’impeto degl’Italiani alla santa impresa; due navi esibiva il duca di Modena, una Bologna, una Lucca, cinque i cardinali, oltre quelle del papa; Venezia darebbe la ciurma e i sopracomiti; poi per le spese il pontefice si tassò in centomila fiorini, ripromettendoseli dalle limosine di tutta cristianità; in altrettanti Venezia, il re di Napoli ottantamila, settanta Milano, cinquanta Firenze, venti il duca di Modena, metà tanti il marchese di Mantova, quindicimila Siena, un terzo il marchese di Monferrato, ottomila Lucca. Queste cifre possono designare l’importanza relativa de’ potentati italiani; ma ad Ancona, dove il papa avea dato la posta ai Crociati, poc’altri comparvero (1463) che Ungheresi e Veneziani, oltre una turba senza viveri nè denaro nè robustezza. Quando gli astrologi assicurarono benefica la guardatura de’ pianeti, si salparono le ancore; ma la morte del papa[95] e le sconcordie degli Italiani mandarono in fumo la spedizione, del resto troppo sproporzionata all’intento.

Al nuovo pontefice Paolo II (1464) fu imposto dal conclave proseguisse l’impresa, consacrandovi il prodotto delle cave dell’allume. Paolo adunò a tal uopo un congresso di ambasciadori, e fu assegnata la quota di ciascuno; ma non venne pagata, e la lega svanì. Ben egli aveva accolto onorevolmente Scanderbeg, e regalatolo del cappello e dello stocco benedetti e di qualche denaro; ma non potè che raccomandarlo ai principi d’Europa.

Del resto Venezia, considerando le colonie per nulla meglio che un campo da mietere, non aveva provveduto a incivilire e nazionalizzare la costa d’Istria e Dalmazia; non vedeva come salute pubblica la conservazione di esse, mostrando maggior ressa nell’acquisto d’una provincia sul continente italiano; e mentre accampava diciottomila cavalli pesanti contro il duca di Milano, non n’avea duemila nella Morea, a vicenda presa e devastata dai nostri e dai Turchi. Coriolano Cippico, che militava come sopracomito d’una galera veneta, e ci lasciò il racconto di que’ fatti con curiose particolarità, ci mostra come i Veneziani per antica consuetudine spartissero il bottino in modo, che al generale toccava il decimo, al provveditore e agli uffiziali una quota proporzionale al grado, il resto ai soldati, lo che doveva incoraggiare al saccheggio: ai soldati retribuivansi tre ducati per ogni prigioniero che menassero al campo, e ogni tratto si vedeva vendere uomini e donne turchi all’incanto.

Maometto, stanco di veder guastate terre che riguardava come sue, giurò di «mandar Venezia a consumare il suo sposalizio in fondo al mare» e bandita la guerra sacra, diceva: — Giuro a Dio, unico, creatore d’ogni cosa, non accorderò sonno ai miei occhi, non mangerò leccornie, non cercherò cosa gradevole, non toccherò cosa bella, non volgerò la fronte da occidente a oriente, se non rovescio e non fo calpestare da’ miei cavalli gli Dei di legno, di rame, d’argento, d’oro o di pittura, che i discepoli di Cristo sonosi fatti colle loro mani; giuro che sterminerò la loro iniquità dalla faccia della terra, da levante a ponente, per la gloria del Dio Sabaoth e del gran profeta Maometto. Fo dunque sapere a tutti i circoncisi miei sudditi, credenti in Maometto, ai loro capi ed ausiliari, s’essi hanno timor di Dio creatore del cielo e della terra, e timore dell’invincibile mia potenza, che tutti devano recarsi presso di me».

Con quattrocento navi e trecentomila guerrieri, se il terrore non esagerò il numero, si difilò sovra Negroponte: sbarcatovi, cinque volte assalì la città (1470 giugno), e Nicolò Canale ammiraglio veneto non seppe abbastanza coraggiosamente adoperare le sue artiglierie, che furono guardate come un prodigio perchè tiravano cinquantacinque colpi il giorno; e fu presa sotto i suoi occhi la città, benchè ostinatissima si difendesse via per via. Maometto aveva intimato la morte a chi risparmiasse un solo prigioniero maggiore di vent’anni; e Paolo Erizzo, che tenea la cittadella, essendosi reso a patto d’aver _salva la testa_, Maometto gliela salvò, ma lo fece segare in due per espiazione dei settantasettemila Turchi che si dissero periti sotto l’eroica città. La flotta veneta, la migliore del mondo, aveva a fare colla turca, inesperta, e composta di legni mercantili e di trasporto; onde fu attribuito all’indecisione del Canale se non si trionfò, ed egli fu mandato in catene a Venezia, surrogandogli Piero Mocenigo.

Quale spavento per l’Europa al conoscere che i Turchi erano formidabili anche per mare, e che potevano portar le loro minaccie a tutti i porti! Paolo II, secondato dal cardinale Bessarione e da altri greci profughi, eccitava gl’italiani a sospendere le guerricciuole e rinnovare la lega italiana del 1454, che di fatto si combinò (1470) tra Ferdinando di Napoli più da vicino minacciato, re Giovanni di Aragona e di Sicilia, le repubbliche di Venezia e Firenze, i duchi di Milano, di Modena, di Ferrara, i marchesi di Mantova e Monferrato, il duca di Savoja, e le repubbliche di Siena e Lucca: si spedì ad eccitare la Germania, e Paolo Morosini ambasciator veneto a quella dieta diceva: — Van più di due secoli che la nostra repubblica cominciò guerra coi Turchi; e sola, massimamente in questi ultimi anni, ne sostenne gli attacchi continui, nella Tracia e nell’Illiria. Comune è il pericolo della cristianità, eppure i Veneziani sono lasciati soli a difenderla: il sonno dell’Europa aggiunge baldanza ai nemici, che già si avanzano per l’Illiria, per la Pannonia e per l’Adriatico, togliendo sicurezza per terra e per mare. La speranza non è ancora perduta se i Tedeschi spieghino quel valore, con cui si vuol difendere la casa e la libertà. Venezia ha numerosa flotta, guarnigioni sulle coste, e venticinquemila combattenti; re Ferdinando aggiungerà ventitre galee alle sessanta nostre; colle altre d’Italia si sommerà alle cento; sicchè, dove i Tedeschi ci assecondino per terra, non tarderà ad essere assicurata tutta la cristianità»[96]. Altrettanto insistevano gli Ungheresi, sentinella morta sull’altro adito de’ Turchi; ma l’imperatore era inerte, la Germania pigra, l’Ungheria stessa e la Boemia straziavansi nella guerra eccitata per le eresie degli Ussiti.

Piero Mocenigo manda a ferro e fuoco le isole e le coste, quantunque abitate le più da Cristiani, promettendo un ducato ogni testa di Musulmano portatagli; barbaro contro barbari. Con lui presero poi conserva navi napoletane e papaline, e seguitarono i guasti senza alcun onore di vittoria; mentre in ricambio i Turchi desolavano i possedimenti veneziani. Hassan Bey rinnegato, bascià della Bosnia, chiamato in Croazia (1469) con ventimila cavalli, dopo menato stragi, passò per la Carniola, scese le Alpi che ivi si dibassano, e spinse i suoi cavalli fino a tre miglia da Udine. Fortunatamente vi si arrestò dopo uccisi diciottomila Cristiani, menatine quindicimila in ischiavitù, distrutte le messi e gli armenti.

Un giovane siciliano, di nome Antonio, rimasto prigione a Costantinopoli, riuscì a fuggire, e presentatosi al Mocenigo, gli chiese una barca, promettendo incendiare la flotta turca. L’ebbe con coraggiosi compagni, e fingendo vender frutte, si pose fra i Turchi, e riuscì a mettere il fuoco ai bastimenti; ma s’apprese anche alla sua barca, e nel fuggire fu côlto. Il gransignore volle vederlo, e lo interrogò se avesse ricevuto qualche ingiuria di cui vendicarsi. — Nessuna; ma voi siete nemici implacabili della cristianità, e me fortunato se avessi potuto bruciar te come bruciai la tua flotta». Il granturco lo fece segare co’ suoi compagni, e Venezia beneficò la famiglia di esso[97].

Sisto IV riuscì ancora a raccozzare alcune forze (1471), e cercando l’amicizia de’ nemici de’ Turchi, ad Ussum Cassan scià di Persia inviò frà Luigi di Bologna e Catarino Zeno, poi Giosafat Barbaro con vasi d’oro e stoffe di Verona, il quale però non giunse alla sua destinazione, per quanto pressato dal senato veneto. Cassan, stretta alleanza coi nostri, aveva di fatto (1473) invasa l’Asia Minore; ma sfornito d’artiglierie e di coraggio, presto si ritirò, lasciando quasi soli al tremendo ballo i Veneziani, che non mancarono alla riputazione di valore. All’assedio di Scutari, Antonio Loredano si ostina alla difesa, e perchè popolo e soldati chiedeano di rendersi per mancanza di cibo, si presenta collo stendardo di san Marco, e snudando il petto, — Ecco le mie carni; saziatevene, ma continuate a resistere». Emulava così Paolo Erizzo e sua figlia Anna, Alvise, Calbo, Giovanni Bondumier, caduti martiri della religione e della patria a Negroponte. Pure i Turchi prevalgono, e recano fra l’Isonzo e il Tagliamento la schiavitù e la peste, diffusasi anche in Venezia, ove mieteva da cencinquanta persone al giorno, e il maggior consiglio si trovò ridotto a non più di ottanta persone.

Consunta da quindici anni di fierissima guerra, Venezia chiede pace (1479), cedendo Scutari, Stalimene e quanto aveva in quella campagna acquistato, conservando giurisdizione propria in Costantinopoli, ed esenzione dalle dogane pel compenso di annui diecimila ducati. La cristianità, accidiosa a soccorrere i Veneziani, sentendo crescere la minaccia, gli accusa di viltà; il papa protesta che non aveano diritto di terminar la guerra senza assenso di lui, e li pronunzia disertori; i principotti italiani s’ingelosiscono che la Signoria, la quale fin là gli aveva carezzati, potesse voltare contro di loro le armi.

Posto avanzato contro i Turchi stavano ancora i cavalieri di San Giovanni, che, dopo perduta Acri, s’erano assisi a Cipro, dominata dai Lusignano, continuando da Limisco ad osteggiare gl’infedeli: poi turbati da continue risse coi Lusignano, si prefissero (1310) conquistare l’isola di Rodi. Sorpresala colle isole adjacenti, vi si fortificarono, di là bersagliando i Turchi, e dando mano a chiunque gli osteggiasse. Indarno Orcano l’aveva assediata nel 1315; anzi i cavalieri presero Smirne, e la tennero dal 1343 al 1401, quando gliela strappò Tamerlano.

Sentì Maometto l’importanza di Rodi, e appena ebbe disimpacciata la flotta, la drizzò contro quell’isola. Giambattista Orsini, che n’era il trentesimottavo granmaestro, appellò i cavalieri d’ogni lingua, e si fece conferire assoluto arbitrio sopra i beni e le forze quanto la guerra durasse. Mescid bascià approdò (1480) con censessanta vascelli, e sbarcati centomila uomini, assediò la capitale; ma i cavalieri si valsero dell’opportunità e della forza dei posti con sì prodigioso valore, che i Turchi dovettero levarsene d’attorno dopo ottantanove giorni, lasciando novemila morti, e recando tredicimila feriti.

Diremo altrove come l’infame politica de’ tempi nuovi inducesse lo Sforza, il re di Napoli, Firenze e il papa a istigare il granturco contro Venezia. Nella guerra derivatane, Anton Grimani che comandava restò vinto, e Venezia lo punì col mandarlo a confine: suo figlio volle ostentare amor di patria collo stringergli egli stesso i ceppi ai piedi. Allora fu che tutte le città a mare della Morea furono sottratte a Venezia, la quale aveva cessato di ricuperar nella pace quel che avesse perduto nelle battaglie.

Essa a vicenda, insidiata dal re di Napoli (agosto), istigò contro di lui Maometto: sicchè dalla Vallona i Turchi sbarcati in Italia, assalsero Otranto, che magnanimamente si difese; e prevalsi mercè dell’artiglieria, vi uccisero l’arcivescovo Stefano Pendinello, i canonici, i frati, violarono le monache, scannarono diecimila abitanti, altrettanti ne mandarono schiavi, e vi posero forte guarnigione.

La nequizia de’ principi può sin diminuire l’orrore pel nome turco, e Maometto faceva proclamare terrebbe esenti per dieci anni da ogni imposta i paesi italiani che gli si dessero, dappoi non li taglierebbe che d’una piastra per testa, e libertà di seguir le leggi e la religione propria come facevasi a Costantinopoli. In fatto millecinquecento soldati di re Ferdinando disertarono al granturco, e si temè che Terra d’Otranto si desse tutta a lui; onde l’Italia fu invasa da sgomento, e il papa si preparava a fuggire oltremonte. Se non che il nembo parve dissipato allorchè Maometto a cinquantun anno morì (1481), ripetendo: — Io voleva conquistar Rodi e l’Italia». Quanto egli fosse temuto l’attestò il tripudio de’ Cristiani; papa Sisto IV ordinò di far festa come in domenica, e solennizzare tre giorni fra continui spari d’artiglieria, e processioni generali.

Buono per l’Italia che l’impeto de’ Turchi non tardò a rallentarsi, e il despotismo non meno che il clima svigorì una potenza, che nuova barbarie minacciava, e che mescolatasi all’Europa con trattati e ambascerie, intepidiva quel suo fiero e micidiale fanatismo.