Storia degli Italiani, vol. 08 (di 15)

Part 27

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Rinfervorato l’amore degli studj, più vivo fu sentito il bisogno di qualche succedaneo alla carta di membrana e di papiro, e dai Cinesi i Tartari e gli Arabi, da questi gli Spagnuoli impararono a farla di cotone, cui dopo il Mille si surrogarono i cenci di lino. Se fosse vero che quella non si discerna da questa, come pretende il Tiraboschi, n’avremmo una prova della sua perfezione, e poco monterebbe il disputarne. Ad ogni modo erra il Cortusio differendo al 1340 l’invenzione della carta di lino, la quale chiamossi papiro, a differenza della bambagina[171]; e Pace da Fabriano, cui egli ne ascrive il merito, forse non fece che trapiantare nel Trevisano questa manifattura, già fiorente a Fabriano nella marca d’Ancona. Nè ha fondamento l’asserire che la Repubblica fiorentina invitasse con larghissimi privilegi quei di Fabriano a stabilire cartiere a Colle di val d’Elsa, poichè in una carta del 6 marzo 1377 trovasi allogata per venti anni una caduta d’acqua a favore di Michele di Colo da Colle, con gora, casalino _et gualcheriam ad faciendas cartas,_ la quale già prima era affidata a Bartolomeo di Angelo della Villa[172].

Dapprima adoperata solo per lettere ed istromenti, alla diffusione delle dottrine non contribuì che nel secolo XIV, quando vi si trascrissero libri. Dovettero questi allora rendersi men rari, e qualche mercante ne troviamo alle Università di Germania e di Parigi; a Firenze il Vespasiano nel 1446, un Melchior a Milano, Giovanni Aurispa a Venezia poco dopo negoziavano di libri.

Pare condizione vitale della società che le scoperte vengano appunto quand’essa ne ha bisogno per ispingersi con nuovo slancio. Allora dunque che l’amore per la letteratura classica volgeva a cercar con passione e riprodurre gli esemplari, e che le grandi controversie dei re e della Chiesa faceano moltiplicare scritture, comparve l’arte più mirabile fra le moderne, la stampa.

Dello scopritore si disputa. Pare i Cinesi la conoscessero da antichissimo; stampe stereotipe faceansi in Europa, non per uso letterario, bensì per figure di santi e carte da giuoco[173]; e Venezia nel 1441 dava un privilegio, atteso che _l’arte di far le carte da zugar e figure dipinte stampade era venuda a total defection_, in grazia della gran quantità che n’entrava di forestiere. A quel modo Lorenzo Coster di Harlem impresse facciate intere. Le prime stampe furono dunque xilografiche, e la maggior parte veniva occupata da figure; del che l’esempio più conosciuto è la _Bibbia de’ poveri_, di quaranta fogli stampati da un lato solo: tutti poi son poco voluminosi, eccetto i _Mirabilia Romæ_, specie d’itinerario a comodo degli oltramontani che pellegrinavano alla gran città, e che consta di centottanta facciate. Presto si avvisò potersi alle tavolette sostituire caratteri mobili: e così se ne intagliarono di legno, poi di piombo per arte di Giovanni Guttenberg da Magonza[174], cui l’orefice Giovanni Faust somministrò capitali. Pietro Schöffer di Gernsheim al piombo sostituì un metallo duro, e trovò l’inchiostro untuoso da ciò: ancor più fece inventando i punzoni, sicchè, invece d’intagliarli uno ad uno, si fusero i caratteri per mezzo di matrici. Il primo libro stampato con caratteri mobili pare la Bibbia detta Mazarina, dalla biblioteca in cui fu trovata, ed è del 1450 o 52 o più veramente 55: alcuni esemplari sono sovra pergamena; bell’inchiostro, bei caratteri, sebbene non sempre uniformi. Del 1454 si ha un opuscoletto di quattro carte per esortare i Turchi con indulti di Nicola V; poi un almanacco del 57.

Presto quell’arte giunse in Italia[175], e del 1465 abbiamo l’edizione di Lattanzio e del _Cicero de oratore_ a Subiaco per Corrado Schweinheim e Arnoldo Pannartz, coll’assistenza di Giovanni Andrea Bussi di Vigevano, poi vescovo di Aleria; ma dicesi preceduta da un _Donatus pro puerulis_. In Roma al 70 erano uscite almeno ventitre edizioni di antichi. Giovanni da Spira, collocatosi a Venezia nel 69, vi lavora quanto a Roma; e così Vindelino suo fratello, poi il francese Nicolò Jenson. Fino al 1500 s’erano stampate a Parigi settecencinquantun’opere; in Italia quattromila novecentottantasette, di cui a Firenze trecento, a Bologna ducennovantotto, a Milano seicenventinove, a Roma novecenventicinque, a Venezia duemila ottocentrentacinque; altre cinquanta città aveano stamperie. Anche borgate vollero averne, come Sant’Orso presso Schio, Polliano nel Veronese, Pieve di Sacco nel Padovano, Nonantola e Scandiano nel Modenese, Ripoli presso Firenze. Le opere di Cicerone furono delle prime; edite dallo Schweinheim a Roma e dal Jenson a Venezia; ma in un corpo non comparvero che nel 98 a Milano pel Minuciano. Un Livio imperfetto era appartenuto al Petrarca, poi l’ebbe Cristoforo Landino, e su quella forma andò la prima stampa fattane a Roma forse fin dal 69, poi nel 72; indi a Milano nel 78 dal Lavagna, e nell’80 dallo Zarotto; e già a Venezia da Vindelino nel 70, a Roma ancora nel 71 e 72 da Udalrico Gallo, a Treviso nell’80 e 83 da Michele Mazolino co’ tipi di Giovan Vercelli, a Milano di nuovo nel 95: ma completo, almeno quale ci resta, si vide solo a Magonza nel 1518. Di Vitruvio un esemplare si aveva a Montecassino, e fu stampato a Roma nell’86, e commentato nel 95 da Silvano Morosini veneziano.

I copisti a mano erano di molta valentia e credito in Genova; e temendo lo scapito che all’arte loro verrebbe dai torchi, ottennero che quella Signoria li proibisse. Pertanto Mattia il Moravo, che vi si era stabilito, passò a Napoli; e Giovan Bono tedesco, che a Savona avea stampato Boezio, si trasferì a Milano. In conseguenza maestro Filippo da Lavagna, ricco mercante innamorato di quest’arte, non potè fondarla in patria, e la pose a Milano, primo stampatore nostrale che si ricordi[176]. Gli disputa tale primato Antonio Zarotto di Parma, che a Milano nel 1471 pubblicava Festo _De verborum significatione_, e la _Cosmografia_ di Mela; l’anno dopo formava società con prete Gabriele degli Orsoni, Pier Antonio da Borgo di Castiglione, Cola Montano e Gabriele Paveri Fontana professori d’eloquenza, obbligandosi egli a fondere caratteri, tenere in ordine i torchj, far l’inchiostro, dirigere la tipografia. Fu il primo che stampasse libri liturgici col celebre messale del 1475, e intagliasse punzoni di greco per la grammatica del Lascari[177], mentre prima s’inscrivevano a mano. Vi tennero dietro la _Batracomiomachia_ nell’85, l’Omero di Firenze nell’88 a spese di Lorenzo Medici, l’Esiodo e Teocrito nel 93, l’_Antologia_ nell’84, Luciano, Apollonio, il _Lessico_ di Suida: ma al 1495 non passavano la dozzina i libri greci stampati in Italia.

Il primo stampato italiano fu l’opera del Cennino orafo. A Reggio di Calabria stamparonsi in ebraico i commenti di Jarchi sul Pentateuco nel 75; a Soncino nel Cremonese, per cura di Nathan Ismaele, il Pentateuco nell’82; nell’86 i commenti del famoso Kimcki sui Profeti; nell’88 l’intera Bibbia con bellissimi caratteri, della quale non più che cinque o sei esemplari si conoscono. A Cremona poi nel 1556 Vincenzo Conti stampava i _Toledot_ e il salterio ebraico commentato dal Kimcki; e in quella città, d’ordine dell’Inquisizione romana, si dice siano stati abbruciati dodicimila esemplari di libri talmudici. Tipografie ebraiche v’ebbe pure a Casalmaggiore e Sabbioneta. I primi caratteri arabici si adoperarono a Fano da Gregorio Giorgi nel 1514 nelle sette ore canoniche, poi da Pier Paolo Porro milanese.

A ristorare la deteriorata calligrafia sorse Aldo Manuzio di Sermoneta. Dopo il _Museo_, prima opera da lui edita in Venezia nel 1495, il dotto tipografo continuò venti anni attorno a classici latini e greci[178]; e si stupisce pensando che stampò per la prima volta Aristotele, Aristofane, Tucidide, Sofocle, Erodoto, Senofonte, Erodiano, Demostene, i Retori, gli Oratori, Platone, Ateneo, Dioscoride..... Adoprò il carattere corsivo, detto _italico_ dai Francesi, ed inciso da Francesco di Bologna, che tolse a modello la scrittura del Petrarca. Aldo stesso le più comode e men dispendiose forme del dodicesimo, ossia piccolo ottavo, sostituì alle solite in-folio: forse soltanto in Italia usavasi l’in-quarto. Via via s’introdussero i registri dei fogli, prima che si numerassero le pagine o le facciate; s’imparò a compartire gli spazj in modo che le linee riuscissero eguali, senza code alla lettera finale; poi vennero le virgole, poi le chiamate, e passo a passo la perfezione presente.

La carta doveva emulare la pecora e il vitello (_vélin_), onde si facea con cenci scelti di lino e di canapa, non imbianchita col liscivio che oggi snerva la fibra vegetale: la pasta trituravasi lentamente colle pile: ed il foglio, fatto a mano colla trecciuola, veniva incollato fortemente colla gelatina, la quale lo induriva in modo che fin ad oggi ne troviamo inalterate le qualità.

La carezza della carta e dell’inchiostro (il migliore traevasi da Parigi), la tiratura diligentissima, i lavoranti ancora scarsi, e il piccolo spaccio rendeano rischiose le imprese. Schweinheim e Pannartz nel 1472 esposero a papa Sisto IV di trovarsi ridotti a povertà per avere impresse tante opere senza esitarle; e dalla loro querela appare che di consueto si tiravano copie ducensessantacinque, il doppio per Virgilio, pe’ filosofici di Cicerone, e pei libri di teologia; in tutto essi aveano prodotto dodicimila quattrocensettantacinque esemplari. Anzichè arrischiare copiose edizioni, rinnovavansi; e quasi ogni anno furono da Paolo Manuzio riprodotte le epistole famigliari di Marco Tullio.

Presto ai libri si aggiunsero figure[179]; e già nel 1467 a Roma uscivano le _Meditazioni_ del cardinale de Turrecremata con intagli in legno, dipoi coloriti; nel 72 il _Roberti Valturii opus de re militari_ con macchine, fortificazioni, assalti. Il _Monte santo di Dio_ e la _Divina Commedia_ di Firenze nel 1481 portano disegni di Sandro Botticelli, incisi in rame da Baccio Baldini: un Tolomeo a Roma per lo Schweinheim, ha le carte in acciajo di Arnoldo Buchink, così uno a Bologna, e uno pel Berlinghieri a Firenze.

Gli stampatori in principio furono tenuti da molto, e Sisto IV conferì a Jenson il titolo di conte palatino. Facevano anche da libraj, e primamente in un libro stampato a Ferrara il 1474 si trova il nome di _bibliopola_. I Giunti, che stamparono a Firenze e Venezia, fin dal 1514 aveano estese relazioni colla Germania[180]. Proteggeasi l’interesse degli stampatori con privilegi; e il senato veneto ne concedeva uno di cinque anni a Giovan da Spira nel 1469 per le epistole di Cicerone, uno ad Ermanno di Lichtenstein nel 94 per lo _Speculum historiale_ di Vincenzo di Beauvais: l’anno seguente Lodovico Sforza lo conferiva per le opere del Campano a Michele Ferner ed Eustachio Silber: Aldo il vecchio l’ottenne pel carattere corsivo[181]. Avendo Angelo Arcimboldo trovato a Corbia cinque libri degli _Annali_ di Tacito, Leone X ne privilegiò il Beroaldo, che gl’impresse a Roma nel 1515; nè per dieci anni nessuno potea riprodurli, pena la confisca dell’edizione, ducento ducati e la scomunica.

Decreto di deporre alla pubblica biblioteca una copia d’ogni stampato non conosco prima di quello del senato veneto nel 1603. In quello Stato soprantendevano alla stampa i riformatori dello studio di Padova; e gli editori, facendo registrare le opere che metteano ai torchi, ne ottenevano privilegio per un decennio, purchè l’edizione uscisse al tempo prefisso, e commendevole. I libraj di Bologna e così quelli di Parigi e d’altri luoghi ove fosse università, dipendevano da questa, che li nominava, e che ne esigeva giuramento e cauzione, e determinava i prezzi.

I molti scrivani, rimasti scioperi, strillarono contro un’arte che li riduceva alla mendicità, e che surrogava operaj meccanici agli eruditi che dapprima collazionavano i codici onde sminuire gli errori de’ sonnacchiosi copisti; i miniatori si trovarono tolte le occasioni[182]; i possessori di biblioteche comprate a tesori, ne vedeano di colpo decimato il valore; i dotti gelosi prevedevano reso comune il sapere, che prima, costando denari e fatiche, assicurava onori e privilegi: erano altrettanti nemici della nuova invenzione, e spargeano sinistre voci, sino a tacciarla di magia, pericolosa essere cotesta divulgazione del sapere, agevolare la corruzione degl’ingegni. Anche persone di rette intenzioni se ne sgomentavano; ed Ermolao Barbaro suggeriva che, attesa la frivolezza di molti, non si lasciasse pubblicare veruno scritto se non approvato da giudici competenti. I Governi videro altri pericoli che della frivolezza, e massime in Germania, ove si parlava alto contro la Chiesa: onde ad alcuni libri troviamo apposta l’approvazione superiore, forse per istanza dell’autore o dell’editore; poi una bolla di Leone X, del 4 maggio 1515, portò che nessun libro si stampasse senza previa autorizzazione.

Frattanto i manoscritti cessarono d’aver pregio altro che di curiosità, e le opere divennero ricchezza comune. Ma per quanto si mettesse cura a cercarne, molte dovettero sfuggire all’attenzione, per colpa de’ manoscritti stessi. In questi talvolta si trovavano cucite insieme opere disparatissime, sicchè l’erudito, ingannato dal titolo del primo, i minori lasciava inosservati. Altri erano copiati colle abbreviature e note che dicemmo, talchè riusciva difficile il dicifrarle: e davvero al vederle si direbbero caratteri cinesi, a tratti verticali più o meno inclinati, connessi, traversati con altri di forma e posizione varia. Benchè Giulio II, a insinuazione del Bembo, avesse proposto un premio a chi vi riuscisse, i Benedettini nella _Scienza diplomatica_ lamentavano che sì poco si adoperasse a ottenere la chiave delle note tironiane. Quando Tritemio scoprì un Lexicon di queste e un salterio stenografato, si sperava rivelato l’arcano; ma l’effetto non rispose all’aspettazione; finchè nel 1817 Knopp pubblicò la storia della stenografia antica, l’analisi e la sintesi delle note, e un dizionario di circa dodicimila segni, disposti per alfabeto[183].

Son dunque appena cominciati i lavori sui manoscritti di tal natura, e può sperarsene frutto: ma qui non consistono tutte le difficoltà presentate dagli originali. Apprendiamo da Dioscoride che l’inchiostro degli antichi faceasi con gomma e nerofumo stemprati nell’acqua, sicchè bagnando la pergamena, facilmente si cancellava. Al tempo di Plinio, per mordente vi si aggiungeva aceto, indi vitriolo; ma nessuno di questi neri resiste al tempo, sicchè le scritture ci arrivarono sbiadite e illeggibili. Un’infusione di noce di galla ripristina il colore, e meglio nella scrittura di tempi più remoti, quando l’inchiostro teneasi denso di gomma, e grossi erano i tratti, scritti con una canna.

Difficoltà maggiori presentano i palimsesti, dove, per tornare ad altro uso il foglio, venne raschiata la scrittura anteriore. Molteplici sperimenti si fecero per ristaurare i caratteri di prima, e alfine la chimica ne trionfò. Ma qui nuovo incidente. Scomponendo i fogli del manoscritto antico onde prepararli a un nuovo, talvolta si erano allontanati due brani contigui, talaltra un foglio si adoprò ad un lavoro, e il seguente ad un tutt’altro; poi si tagliarono in due o più pezzi, o si tosarono per adattarli al sesto del nuovo libro. Dopo dunque che l’esercitato occhio con buona lente rilevò l’antico sotto al nuovo carattere, comincia la fatica del riordinare il lavoro, ravvicinare le parti scostate, supplire alle lacune, far che le sparse ossa rivivano. Son queste le pazienze intelligenti, alle quali andiamo obbligati delle recenti scoperte di molti classici[184].

Un altro meraviglioso congegno fu quello di svolgere e leggere i rotoli di papiro sepolti in Ercolano. Quando quella città venne scoperta, trovaronsi in una stanza molti cilindri, che si gettarono come carbone, finchè si avvertì essere papiri avvoltolati. Arrise dunque la speranza di recuperare altre parti della eredità intellettuale degli antichi; ma la lava gli avea carbonizzati, e solo i perseveranti studj del padre scolopio Antonio Piaggio insegnarono a svolgerli e copiarli, e con lunghissima attenzione cavarne nuove ricchezze letterarie e archeologiche. E quante ne rimangono ancora sepolte, cura e compiacenza de’ nostri nepoti!

CAPITOLO CXXIII.

Costumi cittadini, signorili e mercantili. Lusso crescente. Cultura estesa. Origini del teatro.

Tutto ci fa sentire che tocca al fine l’età sinora descritta: onde vogliamo fermarci a salutare ancora un tratto questa generazione che passa; generazione di istinto più che d’intelletto, che non avea la conoscenza compiuta della morale verità, nè seppe le passioni trasformare in principj morali.

Le città erano impresse d’un carattere monumentale, che manca alle moderne. Tutte cinte di mura, difesa pubblica; e benchè così frequenti fossero e sieno nel nostro paese, fra l’una e l’altra incontravansi spesso borgate e villaggi, la più parte fortificati, talchè intercettavano o difendevano le comunicazioni. Davanti alle città o nel cuore v’avea quasi dappertutto almeno un ponte, che offriva altri ostacoli al nemico. In ognuna vedeansi i resti delle torri, da cui aveano dominato le prische famiglie signorili, e che la libertà aveva svettate o ridotte a mero ornamento. Dove poi erasi elevato un principe, a difesa propria e offesa altrui aveva elevato una rôcca, la quale doveva incutere tanto sgomento, quanta confidenza ispiravano le chiese.

Queste non pareano mai troppe quando la religione era anima della società; e grandeggiava la cattedrale, che dall’esterno o dai luoghi di primitiva devozione era stata trasferita nel centro degli abitari. Isolarla non sarebbesi pensato, benchè davanti solesse avere una piazza, e in giro un sagrato erboso, talvolta cinto di muro e acconcio alle adunanze. Finchè durò la dominazione de’ vescovi, il palazzo di questi era distinto dalla città, munito, e spesso comprendeva vastissimi tratti; ma dappertutto dovette cedere ai Comuni, salvo Udine e poc’altri: però que’ recinti e gli amplissimi chiostri rimasero sempre luogo d’asilo. Ed ecclesiastici e monasteri possedevano la maggiore e miglior parte della campagna; e aspetto e intenzione religiosa conservavano tutti gl’istituti di pietà e di educazione, fondati e diretti dalla Chiesa o sotto i suoi auspizj.

Le case eransi congegnate malamente di legno, fango, paglia, quali ne mostra ancora tante la pulitissima Francia: non frenato da regolamenti, ognuno invadeva quel più che potesse dello spazzo pubblico, sporgeva i piani superiori e le scale e gli agiamenti sopra le vie, che ne rimanevano anguste e soffogate (Capitolo XCVIII princ.) Di buon’ora però si volle abitare meglio; e la pietra, i mattoni, i tegoli provvidero alla solidità e alla sicurezza. La regolare disposizione delle strade di Torino ne palesa l’origine principesca.

I nomi alle vie applicavansi popolarmente secondo i luoghi cui mettevano e principalmente le chiese vicine: spesso secondo l’industria che vi si esercitava, o la famiglia che v’avea casa: il che pure ci rivela una stabilità di famiglie e di botteghe, oggi svanita. Degli odierni numeri teneano vece o un motto, o uno stemma, o una insegna fabbrile, una pittura, una terra cotta, uno smalto.

Illuminazione notturna non si conosceva; solo in parte supplivano le lampade accese ai frequenti tabernacoli. Fortunate le città che avessero acque correnti per lavarsi, o spesse pioggie! altrimenti la poca cura nel gettare le immondizie, massime nelle intercapedini, i branchi di majali che razzolavano liberamente tra queste, l’abbondanza di stalle donde ogni mattina menavansi fuori le giovenche a pascere, come tuttora accade di vedere in parecchie città di Romagna, impedivano la pulitezza.

Fra le case plebee discernevansi i palazzi signorili, che talvolta abbracciavano vasti quartieri; come in Milano quel de’ Visconti, che giungeva da San Giovanni in Conca fino all’arcivescovado, e quel dei Pusterla da Sant’Alessandro fin alla Vedra. Spesso v’erano annessi portici, o prolungati tutt’al lungo delle strade, come in Bologna, in Mantova e altrove, od isolati, come il coperto de’ Figini e la loggia degli Osj a Milano, la loggia de’ Bardi e le altre di Firenze, ove convenivano i dipendenti d’una famiglia, od un’intera fazione a confabulare, spassarsi, trattare di affari. Una più grande faceva l’uffizio delle borse odierne, e spesso erano sotto alla sala del parlamento, come vedesi ancora nella piazza de’ Mercanti a Milano, nel broletto a Monza, e così a Padova, a Vicenza, altrove.

Il palazzo del Comune, oltre servire alle adunanze, era e una testimonianza della ricchezza del paese, e un deposito de’ suoi ricordi, ornandosi con cimelj antichi e con lapide e monumenti nuovi, massime cogli stemmi o cogli encomj de’ magistrati. Come la chiesa aveva campana, così volle averla il Comune succedutole; ed era vanto il farne elevata o ricca la torre. Sulla piazza stava spesso eretta la forca, feroce simbolo della podestà di sangue. Oltre l’armeria, non dovevano mancare vasti magazzini, ove un’esagerata precauzione riponea gran quantità di grano, di fieno, di vino, spesso imponendo a tutti i possessori della campagna di portarvi la metà o un terzo del ricolto.

Non che le città, ogni borgo aveva istituzioni caritatevoli, massime per infermi e pellegrini, fondate da qualche pio o da una confraternita o da un’arte. Nel secolo che descriviamo si cominciò a concentrare anche la beneficenza, che lo spirito domestico del medioevo aveva sparpagliata, e ne vennero i grandiosi ospedali nelle città, meglio amministrati per certo; se più conducenti al servizio de’ poveri, lo dica altri. Nel 1431, per opera del vescovo, gli ospedali di Palermo furono riuniti in quello di Santo Spirito; a Milano Francesco Sforza dei varj formò l’ospedal Grande, reggia dei poveri; a Como persuase altrettanto il beato Michele da Carcano nel 64; ad Asti nel 55 il vescovo Filippo Roero per quello di Santa Maria; così a Cremona nel 50, e alquanto più tardi a Messina per l’ospedale di Santa Maria della Pietà.