Part 9
“Avanti — Giornate spaziose, piene — Calma del nemico — I soliti convogli oscillanti sbuffanti gravi alti sul capo: colpi rabbiosi tesi dei nostri 75 che gettano i frantumi roventi indietro fra noi — Qualche colpo di Cecchino — uno anche a me, vicino, mi è sembrato. Ma nessuna impressione — Vo al comando a riscotere quasi tutti gli arretrati e ne spedisco via due vaglia — Si torna, per le case diroccate: le api e il merdaio — Si mangia e si prova a riposare: ma il sole entra obliquo e preciso — Mi siedo a scrivere — Poi ordini alla compagnia per i lavori e per la notte — avanti adagio: comincio ad adattarmi all’animo degli altri — A visitare le trincee; si manda un plotone a cercare i teli e le mantelline — Unica novità, i pennacchi di fumo biancastro a lungo cacciati dal vento là di fronte sulle colline — selvose — brulle — dell’altra riva: verso S. Michele. I nostri che avanzano — Presto Podgora sarà presa a rovescio — Comincio a capire come si troverà la forza e la voglia di andare all’assalto; è un cerchio che si stringe, irresistibilmente. Ci troveremo anche noi a far parte dell’ondata che sale — Partecipo ancora al brontolare e allo scontento — legittimo — dei miei vicini; ma capisco che a un certo momento saremo portati via tutti. Non penso a me: non mi faccio ancora il caso mio personale, il problema del mio morire.
“Infine, il temporale che s’addensava; gonfiezza umida lucente del cielo sulla ricchezza sorda fresca del verde — Le nubi gonfie brillanti di luce; zone d’ombra disciolte e lavate, a stracci caldi sul freddo — colore magnifico.
“E adesso non c’è più nè luci nè colori — Il vento fa le foglie scure in basso, in alto l’aria celestina — I primi spari.
“11 — Ricomincio: accoccolato presso la spalliera di sacchi che ripara una vedetta — di destra; col sole a piombo, sole tardo del pomeriggio, cocente dopo il temporale.
“Si prepara la partenza: il cambio — In mezzo a una pioggia di bombe — C’è dei feriti nel bilancio di oggi; un po’ di scompiglio tra i soldati; ma si comincia anche ad averli in mano — io — un po’ di più. Poco da aggiungere, ricapitolando.
“Notizie del nemico che ha preso posto sullo sperone di destra, quello scoperto e sconvolto dalle nostre granate — Feriti e morti sul tratto di strada dopo la casa del pozzo e lungo la trincea della 3ª — La strada che faccio io — presa d’infilata — Sparano anche sopra noi, vicinissimi: battono la nostra destra. Due feriti.
“Il primo dei miei che vedo con un fianco lacerato da una palla (esplosiva?) viso di Guidi (quello del naso mancante a virgola). I compagni vicini — Bisogno di spingermi sul posto preciso dove son caduti: silenzio di quelli che son lì quatti; le pallottole piovono ancora. E bombe-bottiglie. Una dopo l’altra. Fragore e scompiglio.
“Stamattina, lo svegliarsi dopo il temporale: cielo grigio, che si scioglie in uno sgocciolamento autunnale — Tutta la notte ha piovuto, prima violento, a raffiche di bufera: vento e spari: le mie gite alla trincea superiore: nel buio sferzato dall’acqua, e fischio e crepitìo di palle vicine, croscianti — Una volta devo tornare indietro, mollo d’acqua; non trovavo la strada tra il fango e la tenebra — Ma non son contento finchè non son tornato a sedermi lassù, vicino all’ultima vedetta: i nervi rallentano la tensione delle ultime scariche che non finivano mai — Guardo la notte fosca, di un lividore che comincia a scialbarsi. Verrà il sole? Come si desidera! Ci si ribella alla prospettiva di una giornata come questa notte. — C’è fango e acqua per tutto, nei camminamenti, nelle buche: sacchi, coperte, vestiti brutti di mota, che si secca nelle mani, si incrosta.
“Venne il sole, ma ha tardato — Pioggia a scosse e poi acqua minuta, perpetua sul far dell’alba, si guarda il grigiore dal fondo della fossa, rassegnati indifferenti — Resto lì, chiudendo gli occhi volontariamente: ho visto qualche squarcio di chiaro, — ma freddo, sporco — fra gli stracci di nuvole e non voglio muovermi finchè non sia tutto un po’ schiarito — Sereno come d’autunno — E poi il sole prima pallido; e poi vivo, caldo, brillante, sull’umidore che non si asciuga. Torna la voglia di pulirsi, di lavorare — Istantanee — Il sole fra i pampani, di un verdiccio vergine — E la ricchezza dei verdi, per tutta la valle e sui monti, dai viticci ai castagni, alle querci fredde e fosche lassù: quanti toni e risonanze nella luce fresca — Poi viene il cambio — di Raggi — Marcia di ritorno, dentro il bosco; si mangia laggiù al posto di medicazione, nel crepuscolo — E poi a Vallisella.
“12 — Scrivo che è già buio — Dopo l’arrivo penoso, irritante di stanotte e il brancolare nel bosco, sulla terra dura, in cerca di riposo, pieni di sonno e di stanchezza, oggi niente di nuovo — Riposo — Aggiungo: l’entrata nel bosco, dopo la marcia notturna — come torna fuori — Ma anche sotto il fuoco si ritrovava — il solito meccanismo della vita militare:....... — Ci mettono in marcia....... — Uno dietro l’altro; per la via rotta, fra muri calcinati e buche di granate — Ogni tanto qualche indicante. Ma non a tutti i bivii. Cerchiamo di non serrare addosso agli altri: ma si finisce per raggiungere la colonna — Il solito andare, allungarsi e poi premersi alle fermate — Il movimento della testa che si comunica alla coda, come attraverso un corpo senza vertebre con sussulti e riprese strascicate, spossanti. Si arriva abbastanza presto per fortuna. — I plotoni si formano, si affiancano: (sono un po’ perduto in quel buio, con quella stanchezza, ordini, contrordini, gente che brontola, voci di comandanti che minacciano: ripetizione eterna, monotona — Niente dunque cambierà mai?); si abbattono giù sul prato umido.
“Il comando di battaglione ci chiama: i soliti ordini, entrare nel bosco, ognuno nella sua zona, non lasciare uscire nessuno (gli areoplani!); una comp. darà la guardia — sempre alla 4ª tocca! — mandare la _corvée_ per il rancio su, prima dell’alba; domattina si fisseranno i settori, le consegne, le sentinelle — Avevamo sperato di riposare..... È sempre la stessa cosa...... — Attraverso un fosso e un pantano: bisogna sfilare per uno lungamente — E poi su per il pendio imbrattato di mota viscida dai piedi dei primi, sdrucciolando e incespicando nelle scheggie d’alberi e nei tronconi — Il terreno solito degli accampamenti dove han vissuto i soldati; orribile terreno nudo, battuto, indurito — Si intravedeva il folto degli alberi; e ci si buttava sperando l’erba, il terriccio soffice, il musco intorno alle zocche e il seccume. Si trova questo — E tutto il pendio è arduo, gobbo. Andiamo a finire giù nello spiazzo; giù in un sonno di piombo. Manca Mont. che ha raccolto le _corvées_ e alle 2-1/2 le deve accompagnare — Lo sentiamo tornare sul far del giorno: la luce pallida attraverso le palpebre calate; voci che passano dietro il velo — Poi bisogna alzarsi, ancora con le ossa peste. Mettere a posto la comp.; ecc. Si trova il luogo per la nostra capanna; un po’ d’acqua sugli occhi — Si comincia a andare — Servizio interno, l’acqua, le latrine, la cinquina — avvisi al comando — La giornata passa con una lunga, profonda riposata dormita pomeridiana — si fa sera — Mont. smonta — La sua malattia....... Cinque porta la comp. a Capriva per gli zaini — Noi restiamo, nella trincea mezzo vuota si conversa un poco sotto il nostro tetto di frasche nel crepuscolo. Di là dal colle giunge un suono strano, insistente; musica di negri — L’artiglieria ha fatto le trombette con la scorza di fico — Qualche bomba di areoplano, qualche granata — Scoppiano e dileguano.
“M’addormento senza aver nemmeno data un’occhiata al cielo, se si vedan le stelle.
“13 — Mi sveglio tardi, ristorato, tranquillo — sono le 6 — M’ha preparato di Marco acqua e tirato fuori calze, mutande: ce n’andiamo in un altro boschetto laggiù, tacito e fresco, con qualche filo di sole che piove sull’erba pulita, e mi lavo e mi cambio. Torno. Mattinata quasi senza sole, sereno a zone d’ombra, ora tepida ora fredda — Scrivo rapporti, note; e il tempo passa — scorrevole, uguale — Riprendo. Come sono superficiali queste note! Colori, apparenze, minuzie materiali.... par di aver fatto quasi un tacito compromesso con sè stessi per sorvolare, per lasciare in sospeso tutti i problemi ansiosi, le parti oscure. Si tira via, forse è necessario far così, per conservare forza e voglia di vivere, questa facilità, questa disinvoltura che passa sopra a tutto; e se non ci fosse. Istinto del vivere, irresistibile — Non mi son fermato sul primo incontro del 20º per la via di Chiopris. Colonna d’uomini curvi rassegnati sui due lati della strada polverosa: panni rossastri, colle pieghe del giacere per terra e la crosta di polvere e fango che non s’ha più la forza di sbatterci il rosso della terra del Carso sugli abiti e sui volti, sulle mani scure e stanche, sulla pelle rugginosa; albe delle notti passate su una strada, quando t’alzi senza una goccia d’acqua da lavarti la polvere: occhi brucianti sotto le palpebre che tirano, occhi spenti, atoni; volti invecchiati e infossati — Il riposo tetro, l’andare inesorabile. Il volto della guerra.
“È l’altro volto — quello a cui nessuno vuol guardare — Ma tutti lo fissano muti,.......: non è malcontento, non è sfiducia, non è stanchezza soltanto, è abitudine superficiale di individualismo (che non impedirà il sacrificio e lo star fermi e il correre avanti): è l’istinto della vita che si ribella sordamente, che non vuol vedere, che non sa accettare.....
“Anch’io: come quando andavo in bicicletta, su per una salita, col sangue che mi scoppiava martellando nelle arterie; ancora un paracarro e poi mi fermerò — E seguitavo — Così dico di fermarmi — Ma so che non mi fermerò. Tirerò avanti, ogni tanto, trasportato da qualche ondata improvvisa che non so donde sorga.
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“Finiamo la cronaca. Dormire, scrivere — Passeggiata sul cocuzzolo, dove il bosco ha una radura: e si vedono tutte le cime circostanti affollarsi, dense di macchie e di verdura ondeggiante, scura, riccioluta: schiuma di castagni fresca, verdezza chiara e fragile di rubini tra il fosco dei querceti: e di là dalle gobbe e per le insellature, la pianura che s’intravede come un velo di cenere sotto la caldura — E il cielo.
“La notte ci risveglia dolorosamente, si lotta per trovare una posizione meno incomoda — La terra è dura, le membra informicolate — S’arriva al mattino con una pena lunga — e ci si trova riposati, lieti.
“Sempre così.
“14 — Al solito — davanti alla capanna — Scritto un monte di cartoline.
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“Note della giornata — Minaccia di temporale; il cielo gonfio che si scioglie in acqua: una parete color di lavagna a destra: vento per l’accampamento, che rovista tra le frasche e le immondizie: i primi goccioloni, e il vento che li porta via.
“Crepuscolo fresco, frizzante; con un grigio d’autunno; e i riflessi di tramonto caldi sui volti — Mi scordavo: un quarto d’ora nell’altro boschetto, dietro il cocuzzolo: intrico di rovi e di piante sottili fra cui danza il sole umido e cocente........ cose insignificanti — Dormita breve (appena mi sposto o mi abbasso come sento la testa che non ha ancora ripreso l’equilibrio fisico!) — Notte lunga. Un po’ di dolore alle gengive. E poi queste giornate senza muoversi, rintanati in un buco, stancano l’appetito e il sonno.
“15 — Giornate pigre, senza mangiare, senza scrivere — Sdraiato per terra in un torpore su cui (come sono metallici gli scoppi degli _shrapnel_ stasera) galleggia il senso di qualche malessere: denti, ventre.
“Due quercie che ho guardato a mezzogiorno dal basso, tra la macchia di rubini, accovacciato — Due quercie si profilavano sul cielo: che fogliame duro, cupo, fresco: che calma e che silenzio: cupo argento sull’azzurro brillante profondo e limpido senza fine...
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“Si fa sera — Granate che passano — Prima gli areoplani: uno dei nostri colpito, o minacciato.
“16 — Niente novità — Malessere.
“Pareva che si dovesse partire stasera, e quasi era meglio. Oramai che si sta a fare? Il riposo si sente bene che è finito. Non ho detto niente dell’acqua di stanotte. Siamo ancora infangati. Ma oramai — son cose che bisogna parlarne intanto che avvengono: tutta notte lotta col sonno, coll’umido, coll’acqua che filtra — E poi, è passata — E via.
“17 — Notte penosa, mattinata brutta; senza mangiare da ieri, dissenteria, mal di capo, la parete dell’orecchio sempre più ottusa, s’ingrossa e pesa — le gambe che traballano, caldo e sudore quasi di febbre in pelle in pelle — Giù sulle foglie, spossato.
“Arriva l’ordine di partire, per questa sera — il 3º Battagl. viene a darci il cambio qui — Inasprimento e stanchezza: — Farò una morte oscura e sciupata! Una morte che non mi dispiace. Ma non ne ho coscienza _reale_ nessuna in questo momento — (Prima sì, laggiù disteso nell’afa della capanna) — Meno male che si lascia questo campo che m’è divenuto intollerabile: Riposo! — su questa terra cattiva, pestata, indurita, con queste buche malfatte e questi sentieri a casaccio, che non puoi guardare senza sentire in tutte le membra la noia ingrata e inevitabile del giaciglio insufficiente, che non ti lascia stendere, colle disuguaglianze ti rompe la schiena — degli sdruccioloni e del cammino a zig-zag — a strapponi, che ti snerva senza scopo — tutte le difficoltà e le asprezze delle cose malfatte, provvisorie, che ti tolgono il cuore di provare a raddrizzarle.
“E poi tutti i segni dell’agglomeramento di uomini, che passano e sanno di non restare, e lasciano il peggio di sè, le traccie del vivere abbandonato, bestiale: brani di carta che s’ammucchiano in tutti gli angoli coi resti, e gli stracci, biancheria sporca buttata sui cespugli secchi e sui rami scortecciati, avanzi di cibo tra il fango, pasta che si macera e mescola la sua acredine al puzzo degli escrementi e delle lordure disseminate per tutto; tutti i detriti di un campo, dove si è bevuto e vociato come all’osteria, paglia, ovatta, fiaschi, latte interrate e ammucchiate su questo terreno spelato, in questo sottobosco rado dove il sole che filtra tra i riflessi del verde pare un’ironia sulla terra gibbosa, nuda e tetra, dove non trovi più un filo d’erba, e anche di là dai termini del campo, dove ricomincia la macchia e l’intrico delle fronde, non un angolo, non un ramo, non una zolla, che non conservi la pesta e la sporcizia dell’uomo — E dire che non si può pensare a un bosco, senza l’impressione del riposo nell’ombra, su cui danza il sole, nell’ombra piena di cose secche e molli, verdi e fresche, erba e musco, foglie secche affondate nel terriccio — O una proda di erba vera, vivace, non toccata ancora se non dalla luce — erba per camminarci a piedi scalzi e per dormire distesi, fra il silenzio e il cielo!
“S’accosta il tramonto — Sto meglio.
“Arriva il pacchetto-campione della mamma — Povera mamma! Non parlo mai di lei in queste note — Ma come è possibile! È nel cuore, nel respiro, nel vivere: così naturalmente e continuamente che non si sente il bisogno di parlarne. Se non a urti, a certe scosse che riempiono di commozione dolorosa — Come quando incontrai quella donna vestita di nero con un ragazzo pallido, stretto al braccio — soli loro due uniti e silenziosi nel vasto mondo — E come quando mi arriva questa roba: chi sa quanto impazzire e crucciarsi nel prepararla, e scordare un poco le sue pene senza perderle.
“18-VII: 1915 — Podgora. (Il giorno dell’avanzata?) ore 16...... mentre si aspetta (l’assalto?) — dopo, il bombardamento che dura da stanotte — Odore di esplosivi nell’aria — Poca voglia di scrivere — finchè non si possa fare un po’ di bilancio: o chiusura.
“19 — ore 11. — È cominciato l’attacco.
“In riserva:
“Ore 19 — Sommario di ieri e di oggi — perchè non posso scrivere — Arrivo nella notte, dopo la marcia — Snervamento — La compagnia a posto (ore 2-1/4) — La baracca per noi — Nel posto degli altri — Sveglia, stanchi — Ordine di operazioni. 2ª e 4ª — Bombardamento — Sonno — Fotografie — Dalla parte di S. Michele — Arrivo di granate — Per le 4? — Un plotone che avanza, bombardieri, zappatori — La giornata passa — Il temporale — uragano; poi pioggia fina — Il cambio della guardia — Impressioni — Notte, coi piedi nell’acqua — Posta.
“Dormo fino alle 8 — Alle 9 riprende il bombardamento — Notizie dal Carso — Disposizioni — 12 plotoni della guardia pronti per un bisogno. I primi feriti — Raggi — Notizie di soldati — sotto la tettoia del Comando — Raffica di _shrapnel_ che sfiorano il campo — A vedere l’azione, con Genta, poi alle batterie — La mensa — Altri feriti (E i morti) — I prigionieri: prima 3 — Il caporale preso per ufficiale: notizie — Passaggio di 305 — Riposo.
“L’azione che procede: a vedere: i nostri che avanzano. Notizie. Al Comando: Tassinari (il vol.): italiani eroici — sui 4 prigionieri — La 2ª e la 3ª sfilano per pigliar posizione — Toccherebbe a noi dopo — Il povero Combi — Stelluti e gli altri, feriti e feriti — La trincea rioccupata e perduta: le bombe — Genta mi porta la notizia — Scoramento — Da ricominciare — Che cosa resterà da fare a me? Esame di coscienza; triste — Si fa sera, tra le nuvole e la luna fresca”.
MATTINO DI BATTAGLIA
Marzo 1916.
_Ad Achille Benedetti._
Eravamo due corrispondenti di guerra, partiti a notte dal Quartier generale. Avevamo scrutato il cielo partendo, per sorprendere un accenno di tempo sereno. Ma in aperta campagna si vedevano uscire dalle profondità oscure dell’orizzonte i fasci dei riflettori, pallidi fra la pioggia e affondare in alto nella nuvolaglia sporca che lo scirocco da venti giorni non faceva che sciogliere in pioggia su tutta la pianura friulana. Parea di viaggiare in canotto lungo le strade, con le ruote che giravano nell’acqua come quelle dei vecchi bastimenti a vapore, gettando di qua e di là, oltre i fossi, nei campi, immense spruzzate giallastre, a ventaglio.
In queste fiumane torbide, che allagano le carreggiate, il transito caotico delle retrovie non ha più tregua nè giorno nè notte. Il movimento ha preso un ritmo continuo e rapido, s’incanala, si dirama, si intensifica, si allarga. Le colonne munizioni, più lunghe del solito, al trotto serrato delle pariglie, vanno verso le batterie avanzate; gli uomini a cavallo, incrostati sulle selle, i lembi dei pastrani madidi, senza più colore, si raggricchiano sulle groppe. Paiono strane teorie di fantasmi, alti, grossi, corpulenti, che cavalcando si suscitino dietro un fragore stridente di legname duro, di cassoni carichi di metalli. Ogni tanto su un cavallo di timone spazia un arcione vuoto: lunghi sputi di mota chiazzano il cuoio dei cuscinetti. Gli autocarri succedono agli autocarri, macchinosi, pesanti come vagoni di un treno sgranato, che maciulla le massicciate. Le sirene delle automobili sibilano per gli stradoni, lungo interi chilometri; le vetture si aprono in alcuni punti varchi angusti, e si perdono lontane. Reggimenti che vanno, reggimenti che tornano, un movimento in grande di unità che cambiano sede, che debbono raggiungere il posto di combattimento, di riserva, o di riposo. E su questo tramestìo accelerato di uomini e di carri, di staffette e di generali, spiccano, come gli annunciatori della tempesta, i grigi trasporti della Croce Rossa, che si mobilitano verso il fronte, e in parte ritornano recando i primi feriti, volti fasciati di garza, braccia fissate al collo nei triangoli di tela. Il bombardamento dura intenso da due giorni e i proiettili piovono anche sulle nostre linee.
Queste scene nella notte si intravedono, a squarci, o ammassate, confuse; se ne afferrano i particolari solo in alcuna delle tante soste forzate, nella strozzatura di una strada, all’imbocco di un ponte, nella piazzetta d’un paese, al chiarore turchiniccio di un fanalotto proteso sopra un radiatore.
Talvolta la sosta è meno breve; una prolunga s’è accasciata sull’asse, attraverso la strada; una automobile s’è accosciata in un fosso; un enorme cannone è affondato coi cingoli nel suolo di una via campestre, e bisogna tornare addietro, voltare le macchine, spostare il traffico verso un’altra arteria stradale, rifare chilometri e chilometri, cercarsi lontano un’uscita. Dopo un’ora o due avete quasi un principio di stanchezza e di stordimento, e sentite come la guerra pesi fino nei luoghi dove il cannone non giunge che col boato smorzato, e che cosa sia la fatica che si tira dietro una linea di combattenti, alla vigilia di movere un passo fuori delle trincee. Sentite la gravità incommensurabile che incombe su operazioni anche di non vastissima portata, come forse son quelle che stanno per cominciare, quando il tempo ci è così spietatamente avverso, quando si deve lottare sulle strade come si farebbe nei pantani, e quando bisogna andare avanti nei pantani come se fossero strade; notte e giorno, sotto l’acqua che bagna, incolla i panni alla pelle, passa gli impermeabili e gli stivali, e dà dopo qualche ora la stupidità brutale della pioggia che inflaccidisce i nervi e stronca le giunture.
Procedendo per Cormons nella luce diafana dell’alba, che spuntava fra scrosci di pioggia, incontrammo, disseminati sullo stradone, alcuni soldati che tornavano dalle trincee. Le truppe che tornano dal fronte si riconoscono súbito, spiccano nella pittoresca stranezza sullo sfondo comune delle cose. Portano sulle spalle tutto il loro carico greve, e il pondo più greve della fatica. Non parlano, non cantano, procedono mute, in ordine sparso, come stupite al rivedere il mondo, le vie larghe, le case, le siepi, i campi pacifici.
I primi che ci passarono accanto nel lividore del giorno, erano ancora i più freschi, formavano la testa della lunghissima colonna. Riconoscemmo un reggimento che tiene alcune trincee del Podgora.
Venivano di là, e avevano camminato tutta la notte. Nella loro stanchezza fisica, ridotta allo stremo, erano pur da descrivere. Se pittura e scultura cercheranno mai nuove forme in questa guerra, nuove espressioni, le troveranno meravigliose in queste parvenze di uomini stracchi, sfiniti, sovraccarichi di impedimenti, di armi, che paiono usciti dai cunicoli di una miniera. Soldati e ufficiali, non riconoscibili gli uni dagli altri, procedevano insieme, uguagliati dalla sorte e dall’affanno.
Nelle immagini, che parevano fantastiche, di quei piccoli uomini stronchi, infangati, inzuppati di pioggia, riconoscemmo le colonne formidabili della nostra guerra.
Avevano i bei cappotti giallognoli striati, insozzati di belletta, striati da larghe pennellate di un colore sanguigno, tenace come vernice. Avevano trascorso nelle trincee una ventina di giorni; avevano dormito nelle tane di pietra e di terra, di tavole marce e di tela; s’erano seduti, accosciati nel fango; avevano le facce, le mani incrostate di mota. Le barbe lunghe invecchiavano i volti.
Tutte le milizie che combattono in questa terribile guerra lunga, lenta, faticosa, come tornano dai covi delle trincee per il turno di riposo, sono così. Pensavamo, guardandoli passare, che fra due o tre giorni, mutati i panni, lavati, ripuliti, quelli sarebbero i più allegri soldati del mondo.
Sotto quell’ammasso di panni, d’armi, di fango rimane, come un focherello sempre acceso, come una lampada tenace, la nostra anima di popolo cresciuto al sole nella robusta bontà della terra.
Ed ecco che alcuni compagni di quelli che avevamo veduti passare col carico greve — zaino, coperta, tascapane, bisaccia, scarpe di ricambio, giberne, fucile, baionetta — curvi e incappucciati, sotto l’acqua, o seduti per terra, sul margine di un fosso, o sdraiati sulla soglia di una casa — li ritrovammo nella bettola di un villaggio, dove s’erano fermati per rifocillarsi. Rivedo un sottotenente con l’ordinanza, soli a un tavolino; altri tre soldati a un altro, in disparte. Avevano ordinato chi caffè, chi vino, pane e salciccia; quel che la bettola dava. Avevano bisogno di buttare qualche cosa di tepido nello stomaco vuoto, infreddolito, ristretto. E, mentre mangiavano, li ascoltammo parlare.