Racconti di guerra

Part 10

Chapter 103,879 wordsPublic domain

Avevano lasciato a sera i posti della morte, quando il bombardamento nostro durava da quarantott’ore; per dare il cambio a un reggimento fresco, che trovava nei reticolati antistanti qualche breccia aperta. Avevan passato lassù, fra prima, seconda linea e posti di riserva una ventina di giorni sotto l’acqua incessante. Non s’era più veduta una stagione simile. I muretti delle trincee bisognava ogni notte rimetterli a posto, perchè l’acqua sgretolava, rovinava, portando via tutto, correndo a ruscelli pei camminamenti che si sfaldavano. Si stentava a tenersi in piedi, camminare era un’impresa. Nelle grotte s’entrava a schiena curva, a capo basso, per non urtare nelle travi, e si camminava nell’acqua, come nei corridoi di cantine allagate.

Il sottotenente, dietro le lenti a staffa, moveva lo sguardo vago, intontito dal lungo cammino: le mani terrose, intirizzite, spezzavano il pane con stento. Ma il volto imberbe, di studente, era d’una serenità tranquilla, in cui affiorava il sorriso. A fianco dell’ufficiale, in silenzio, in atto di devozione stava l’ordinanza. Si capiva che s’erano trovati tante volte insieme al pericolo; una comunanza di pensieri e d’affetti s’era stabilita fra loro.

All’altro tavolino tre siciliani, occhi neri, lucenti, volti vivaci di saraceni, razza vergine ancora, belle fisonomie argute. Dicevano motteggiando, che con questi tempi da ladri, deve per forza esserci la guerra. “_Lu Signore si mise a pi_...”. Avevano sulle labbra arguzie aristofanesche, quei contadini siracusani, che fino a ieri scassavano la terra attorno ai ruderi della civiltà magno-greca. Mangiavano di gusto, inaffiando il pasto con sorsate di vin bianco, aspretto, cavato dai vigneti austriaci. “Mangiamo, chè la pelle tirata vuol essere!” Tutti e tre sopra i trent’anni, si motteggiavano come fanciulli. Uno di essi diceva di avere una lotta col proprio zaino: “L’uno vuol fare f... l’altro. Vedremo chi vince dei due!” Si sarebbe stati lì a sentirli parlare: incantavano.

Che curiosa varietà di sentimenti, di fantasie, quanta poesia di anime in queste masse grige di uomini, che paiono l’uno uguale all’altro, quando si vedono passare in colonne lungo le strade! Chi ce la ridirà questa poesia, chi ce lo scriverà il romanzo vero della guerra nostra, il poema di questa italica unità discorde, della Nazione in cui le stirpi diverse non sono ancora perdute, in cui le regioni più lontane si ritrovano ognuna coi propri accenti, coi canti e i lazzi della propria terra?

Come usciamo all’aperto, ritroviamo sulla strada, che giungono, che vanno oltre, o si soffermano soldati e soldati ancora, con lo stesso numero sopra la visiera, che vengono dalle stesse buche, che vanno verso lo stesso riposo: che hanno gavette, fucili, vanghette, zappe, coperte, zaini, elmetti, tutto accatastato sulle spalle, e vanno sotto la pioggia, specchiando i volti sulla strada bagnata, lucida al biancicare del giorno.

Sull’uscio d’una bottega, un gruppetto s’accalca dinanzi a una cesta di frutta. Hanno comperato gli aranci; mordono coi denti bianchi la polpa dolce, succosa, che sanguina dalla buccia rossastra. Li riconosciamo siciliani all’accento. E tengono in mano quei frutti del sole, come una cosa cara, un prezioso dono. Non c’è che grigio colore intorno, su cui spiccano i rossi dischi rotondi, e pare che se ne riscaldino il cavo delle mani i buoni figli della Sicilia lontana, che hanno tenuto per tanti giorni filati il tristo Podgora!

* * *

Filiamo verso un osservatorio di artiglieria.

Come l’aria schiarisce, i tiri delle batterie nostre rinforzano. Andiamo a vedere i fumacchi delle granate sui baluardi del Sabotino, se è possibile, e sul S. Michele. Bisogna cercarla così, da punto a punto, questa battaglia, che si distende in proporzioni vaste come l’orizzonte, e dilaga per tanti panorami.

Questa notte, verso l’una e verso le quattro, hanno tirato sulla stazione di Cormons. Ce lo dicono all’osservatorio, aprendo gli sportelli per dove si contempla il duello lontano dei grossi e medi calibri sulle posizioni del San Michele. Podgora, Sabotino, Monte Santo sono nascosti dalla nebbia. Ci dicono anche che finora le batterie austriache hanno controbattuto debolmente. Ma qualche cosa accade sul S. Michele verso il Bosco del Cappuccio. L’azione si orienta verso il Carso. I nostri devono essere usciti, e a quest’ora attaccano, non v’ha dubbio. Sul Bosco del Cappuccio gli _shrapnel_ nemici scoppiano l’uno dopo l’altro, c’è un lampeggio continuo, un ballo di scintille elettriche che scoccano, in furia. Il nostro fuoco è concentrato ora sul rovescio del San Michele: si battono i camminamenti nemici che menano alle trincee.

E nulla è più sorprendente della pace che regna attorno a noi, attorno a questo buco donde si spazia con l’occhio su tanta distesa di orizzonte, su un quadro mattutino di battaglia. Non s’ode che la pioggia scrosciare sulla terra molle, rimbalzare con un suono dolce; strepere tepida nella giornata sciroccale, con un invito alle radici e alle fronde di scuotere il sonno dell’inverno, chè la primavera già viene, coi quadratini verdi di grano, coi prati che germinano.

Andiamo a vedere un po’ più da vicino quel che succede laggiù. Sono le otto della mattina.

* * *

Per via ci soffermiamo a un ufficio di collegamento, dove affluiscono notizie dal fronte per telefono e per mezzo di staffette. Abbiamo: che verso Zagora, nella giornata di ieri, è stato segnalato un gran movimento di truppe nemiche e di feriti. Da tutta altra parte, verso Monfalcone, pattuglie nostre sono uscite ad assaggiare il terreno. Alcune azioni di varia importanza paiono in corso sul San Michele. Verso la chiesa di San Martino abbiamo provocato incendi. Si tratta, in sostanza, di una ripresa offensiva, che di ora in ora prende maggiore sviluppo. Il nemico impressionato, ha ricominciato a tirare coi più grossi calibri, che da un pezzo dormivano. Riserve numerose sono state portate avanti, le trincee loro sono piene di truppa, come si arguisce dalla vivacità della fucileria, e come hanno constatato ardite esplorazioni e irruzioni di piccoli nostri riparti.

Sfortuna vuole che il terreno sia così molle, che le granate si smorzano nel fango e non tutte possono scoppiare come quando picchiano sull’asciutto e sul sodo.

Procedendo verso Gradisca il tempo accenna a schiarire. Le quattro cime del S. Michele si disegnano fuori della nebbia, come le gobbe di un mostro accovacciato sulla sponda sinistra dell’Isonzo, e rivolto col muso basso verso Gorizia.

Sotto ognuna di quelle quattro cime che il nemico tiene corrono le linee dei nostri. Dagli osservatori delle creste l’occhio della difesa spazia giù sul costone, e sul fiume sempre ineguale, ora gonfio d’acqua gialla, ora striato da venature di smeraldo, e sul piano nostro che si allarga alla destra dell’Isonzo.

Dall’alto il nemico contempla tutte le nostre vie, batte col cannone i paesi, i villaggi, le case sole, le solitarie rovine.

Gradisca è ancora a tiro dei suoi fucili.

* * *

Gradisca era un giorno un’amena villeggiatura Oggi è una vittima squallida della guerra; porta i segni di una devastazione più impressionante ancora di quel che potrebbe essere la distruzione completa. Una borgata rasata al suolo, senza più una casa in piedi, ha perso tutte le sue proporzioni, non esiste veramente più. Una città come Gradisca, la quale ancora si tiene su, fa meglio vedere la rovina, la solitudine, l’abbandono, lo strazio che ha sofferto e che soffre, ed è piena di accorata tristezza. I giardini, le piazze, le strade, le case, le ville, sono ancora lì, come un tempo, ma il luogo è spopolato, deserto, gli usci spalancati, le finestre a pian terreno vi lasciano guardare negli interni, oltre le cancellate vedete aiole verdeggiare e fiorire. Tutto non è morto, non tutto è abbattuto, ma appunto per questo il contrasto è duro per il ridente abitato di un tempo e la sconquassata solitudine attuale.

Vedete le facciate scrostate dalla fucileria, come picchiettate da tanti schizzi; le pallottole cadono con un tonfo tra il folto dei bossi, o passano sibilando fra i rami, picchiano nei tronchi, rimbalzano sui marciapiedi. A notte il tiro rincalza: si cammina con sospetto sotto i viali, rasente i muri; non si è mai sicuri di arrivare di qui a lì. Ogni tanto un ferito, un morto. Ogni tanto una granata va a cadere su una casa, sfonda un tetto, sbreccia una finestra, squarcia un muro, storce un tratto di cancellata, butta in aria tavolini e credenze di un caffè, fra un rovinìo di legname, di vetri, di bicchieri. Un silenzio profondo tien dietro a quegli scoppi di collera cieca.

Se ne possono essere viste di rovine, ma ogni volta stringono il cuore. La insistenza nella distruzione ogni volta vi colpisce e vi fa male. C’è sempre qualche abitazione intatta, o che non mostra i segni della rovina: soffrite per il suo strazio, che il nemico persegue metodicamente ogni giorno e ogni notte.

Come le città resistono a questo martirio! Come stentano a morire, a finire tutte in polvere e frantumi; come continuano, dopo mesi e mesi di bombardamento a opporsi alla propria fine, come si erigono al cielo anche con le rovine, ora con la vetta di un campanile, ora con la punta di un comignolo di fabbrica, ora con le pareti scheletriche di una casa. Le città hanno una vita tenace, come le foreste, come tutte le cose cresciute a poco a poco, con somme di lavoro e di fatiche, col tempo, l’industria e la pazienza: la furia della guerra le martirizza per mesi e mesi, le fa agonizare, ma si direbbe non riesca mai a ucciderle, ad abbatterle, a sprofondarle in una sepoltura quieta.

Quando libereremo Gradisca?

Solo quando la testa di ponte di Gorizia sarà caduta. Caduto il Podgora, il Sabotino, il San Michele; e caduta tutta la prima linea nemica da San Michele al mare, liberato l’Isonzo da una parte e dall’altra.

Oggi si sta con l’unghie e coi denti ancora aggrappati al primo ciglione del Carso: ed è guerra ingrata, terribile. Siamo al di là dell’Isonzo come naufraghi usciti dall’acqua sbattuti contro lo scoglio, attaccati alla pietra. Sui camminamenti, sulle baracche, sui cimiteri piove il ferro e la morte, incombe la molestia quotidiana, continua. Ogni metro di terra fu intriso del sangue dei nostri.

Ora si ode il crepitare della fucileria, e la voce roca delle mitragliatrici: segni d’attacco.

Si lotta e si muore: per una trincea, per un elemento di trincea. Quando si sfonderà tutta la linea, quando si caccerà il nemico; a quando il balzo in avanti e la vittoria?

. . . . . . .

ALLE TRINCEE DI SELZ

Aprile 1916.

_Alla memoria di Gigi De Prosperi._

Fummo alle cave di Selz un pomeriggio dello scorso marzo. Visitammo le posizioni e facemmo la conoscenza di un generale che ebbe dal Re la medaglia d’oro.

Una giornata di sole. Cominciava la primavera. C’era ancora molta acqua nei fossi e un po’ di polvere sulle strade: un cielo pazzerello, a enormi spazi turchini, dove giocherellavano bioccoli leggeri di nuvole. Oltre il ponte di Pieris udimmo qualche cannonata, rada, come dispersa: le batterie parevano annoiate e stanche quel giorno. Quiete sul fronte, quasi indolenza da una parte e dall’altra.

Era uno di quei pomeriggi di primavera che insonnoliscono gli uomini e la terra, quando le palpebre scendono sulle pupille al riflesso delle strade bianche, e gli occhi delle gemme buttano le prime fogliette, coprono i rami neri di vivide ciglia. Mazzi di fiori di pesco spiccavano su macchie verdi di prati punteggiati da ranuncoli d’oro. Non pareva e non era una giornata di guerra; spaziava nel dramma una parentesi d’idillio, s’era fatta una sosta di pace. Una calma enorme, una tranquillità profonda, appena turbata da qualche sparo, era sulla terra e nell’aria.

Andavamo verso il Carso. La vettura levava nella corsa un traino di polvere. Vedevamo le creste occupate dal nemico, le sue vedette ci vedevano.

Eravamo di fronte a quel primo ciglio del Carso che gira verso il mare, e che è il più basso. Da Gorizia a Monfalcone si inarca a ferro di cavallo questo gradino gibboso, che al S. Michele raggiunge i 275 metri e alle cave di Selz scende sotto i cento. È come il cerchio di una balconata, alla quale siamo aggrappati: il monte Sei Busi ne è quasi il centro. E da Sei Busi vediamo Doberdò, al di là delle linee nemiche, come dal S. Michele gli altri vedono Cormons e Gradisca, al di qua dell’Isonzo. Fra Sei Busi e la rocca di Monfalcone, sotto l’ondata della roccia sono le cave di Selz, dove andavamo.

Come la strada corre alle radici di queste rosse gobbe carsiche, poche centinaia di metri lontana dai muriccioli nostri e nemici, vedevamo tutte le difese, il labirinto delle trincee nostre e nemiche.

Immaginate sulla sponda di un fiume un sistema di canalotti e di ripari fatti con la mota e coi sassi da un branco di fanciulli che giocano. Se ne fanno tanti d’estate sulla spiaggia del mare. Durano un mattino, viene un po’ di maretta e spazza tutto.

Questa guerra formidabile, che occupa milioni di uomini, fa di questi giochi, disegna di queste tracce labili, che pare debbano durare un giorno, sul terreno tutto intorno devastato.

Vedute di lontano le linee, che si guatano, si fronteggiano, si rincorrono, si cercano, paiono minuscole cose, effetti di un capriccio, stranezze di una mente inferma. Sembrano proprio linee tracciate da bambini o da folli. Ma vedute da presso hanno un’aria brutta, sudicia e feroce, la perversità tortuosa dei reticolati, le punte offensive delle armi e le lame taglienti, e son fatte per offendere, per sorprendere, per sovrastare, per incunearsi nel cuore delle linee nemiche, per tagliarne fuori i lembi sporgenti, per ributtarle indietro, per rovesciarle tutte. Seguono il terreno nelle sue scabrosità, nella sua crosta sassosa, si acquattano negli avvallamenti, risalgono i costoni, si nascondono e rispuntano, hanno nella loro immobilità una vicenda strana di intenzioni, di mosse.

Ogni tratto di muricciolo è una vita di uomo; dietro ogni pietra è un fucile, fra sacchetto e sacchetto s’appiatta un elmetto e una testa. La difesa di terra, di sacchi, di pietra è mobile, viva, animata, tortuosa come un serpente. Gli uomini stanno fermi, le trincee non si movono, un manipolo irrompe, la trincea si apre, i sacchetti si spostano avanti: avviene il balzo da una posizione all’altra, s’accende la mischia, le trincee si congiungono anch’esse, si abbrancano, si addentano, s’avviluppano, e così in lunghi mesi il disegno si corregge, le linee s’intricano e districano, i salienti s’allungano o si smussano, gli archi si ampliano: sono gli episodi della lotta, le vicende della guerra, segnate metro per metro con gocce di sangue.

Questo il romanzo e il poema, il dramma inverosimile della guerra di posizione, che ha lunghi, enormi intermezzi, e atti rapidi, fulminei, nei quali centinaia di personaggi cadono e scompaiono attorno al protagonista, che è un pezzo di muro, un lembo di reticolato, un osservatorio blindato. È una guerra d’assedio, una lotta d’approcci: rotolando le proprie difese le due schiere opposte s’incontrano, cozzano come gli avari e i prodighi nell’inferno dantesco.

* * *

Trovammo il generale nei suoi ricoveri. Che ha il generale nell’occhio? Che ha nello sguardo quell’uomo? Un sorriso dolce è sul volto giovane, ma lo inquadrano due rughe, intorno alla bocca, profonde. La carne è segnata come una maschera, uno spirito mite la illumina. La volontà è maschia, assidua, tenace: l’animo ha un che di vago e pio, a tratti intimamente mesto. È di quegli uomini raccolti, che ascoltano parlare più che non parlino. I suoi silenzi hanno non so che di musicale al paro delle parole. Tutta la figura piccola, armoniosa, gentile, è come i tratti del suo volto, come i gesti parchi della mano, accomodata alla misura dell’anima, che è senza orgogli e depressioni, calma, limpida, vereconda. Il nastrino della medaglia d’oro brilla al suo petto, quasi non come il premio di una giornata eroica, ma come segno e riconoscimento di un che di puro e di aureo che è nella sua natura e umanità perfetta.

Figlio schietto dell’Abruzzo, rampollo di una razza antica e giovane sempre, robusta e vergine ancora, il generale che parla poco offre nello sguardo e nella voce una effusa mitezza, una perpetua poesia di fanciullo. Il braccio destro sente ancora le ferite di novembre; camminando, il generale s’appoggia sul bastoncino, come un pastore della sua terra lontana; non porta armi. Nei giorni d’azione, dove è più vicino il pericolo, è la sua persona; sulle trincee, fuori delle trincee dove passa l’assalto è il suo occhio che guarda, la punta del bastoncino che accenna.

Quante altre cose avrebbe potuto fare questo uomo se non fosse soldato! Forse l’agricoltore nelle terre di Popoli, sua patria; forse il pastore pei monti, se fosse nato povero; forse il maestro di fanciulli in una piccola scuola. Altre circostanze avrebbero potuto volgere l’animo suo ad altre cure.

Tra i fanciulli non sarebbe stato diverso da quello che è fra i soldati. Avrebbe voluto bene, si sarebbe fatto amare dai piccoli, come si fa dai grandi, da questi nostri soldati fanciulloni di vent’anni. Egli è lì, in uno dei settori più aspri del fronte, pacato, sorridente, buono, come sarebbe fra i banchi. Loderebbe i suoi piccoli come loda i grandi, si compiacerebbe dei loro progressi nel leggere e nello scrivere, come si compiace con un sorriso, con una carezza, con un groppo alla gola delle bravure, degli eroismi e sacrifizi delle truppe dei suoi reggimenti. I soldati sono i suoi ragazzi. La loro scuola comune è quella del quotidiano dovere: non della violenza o dell’aggressione o dell’odio, ma del lavoro e della serenità nella fatica e nel sacrifizio.

Tutti i rischi delle truppe sono anche i suoi. Egli visita i soldati in trincea ogni giorno, una o due volte, parla con loro, assaggia il loro rancio, si occupa e si preoccupa dei particolari minuti della loro vita. Li ascolta e li consiglia, li guarda e li segue, li conosce e li pensa; all’ora dell’attacco non li sospinge, non li manda; va verso le loro baracche, passa in mezzo alle loro file, butta giù i sacchetti, esce dalle trincee, li precede, e quelli si scagliano di qua e di là dove egli accenna. Gli sono passati avanti molti che non hanno fatto ritorno, molti gli sono caduti morti o feriti accanto; fu ferito anche lui come gli altri, portò la sua ferita in silenzio, finchè gli mancarono le forze, non l’animo. Allora disse: “Ragazzi, vado a prendere rinforzi, voi continuate”. I rinforzi non c’erano, ma si vinse ugualmente. Il generale fu portato via in barella, curato in un ospedale, dove il Re andò a trovarlo, gli mise la medaglia sul petto e gli disse: “Generale, sono sicuro che Ella guarirà”. E il generale è tornato.

* * *

Fu condiscepolo di Gabriele D’Annunzio nel collegio Cicognini, a Prato. E ci parlò quel giorno del “suo conterraneo glorioso”.

“Eravamo compagni di scuola, me lo ricordo benissimo. Era un bel ragazzo, un po’ effeminato. Non studiava molto, era tuttavia il primo in greco e latino. Scriveva allora le prime poesie. Noi veramente credevamo che le copiasse. Lo avevamo in gran concetto, ma non avremmo potuto presagire la gloria che ebbe. Di matematica mi pare non intendesse nulla. E, se ricordo bene, quella lampada votiva che egli celebrò in una delle sue prose, era una fiammella sulla quale mettevamo a cocere la farina di castagne.

“Aveva grande fantasia e si appartava da noi sovente, faceva vita piuttosto ritirata, leggeva molto. Da allora non ci siamo più veduti. Egli è salito e mi ha dimenticato. Oggi ho letto che gli hanno dato la medaglia d’argento. Gli voglio scrivere, per congratularmi”.

Anch’egli era salito molto alto, il generale. Ma a sentire lui non pareva. Non si sale mai abbastanza per la via del dovere. Non ci sono cime oltre le quali non si possa andare. È una via di tutti i giorni, di tutte le ore, di tutti i minuti. Da quando la guerra è cominciata, la via non fa che allungarsi. Quando la guerra sarà finita, sarà ancora quella, e sempre aperta, per gli uomini di buona volontà, fino al giorno del riposo, che non è in questa vita.

E si capiva che il generale non pensava mai, non aveva mai pensato a se stesso, nè alla sua gloria, nè alla sua salvezza.

Nel suo sorriso era come la punta di una malinconia pensosa d’altrui, quasi il ricordo mesto di quelli che gli erano morti accanto, che avevano chiuso le pupille per dargli la vittoria. Egli li ricorda tutti, i suoi caduti; li porta nel cuore. E con poche parole ci fece l’elogio dei propri soldati. Ci disse che abbiamo dei grandi soldati: perchè abbiamo dei veri uomini, dei quali si fa quello che si vuole, che si portano dove si vuole. “Forse — egli ci disse — il nemico non ci è inferiore nella resistenza fisica: ma noi abbiamo riserve e risorse morali mirabili. Con queste vinceremo la guerra”.

Queste cose ci diceva un uomo nel quale sentivamo di poter credere. Poichè egli ci appariva pieno di fede e insieme di ragione e di buon senso, e la sua vita era di nobili fatti. Uno di quegli uomini di razza, che hanno l’antichità dei padri nelle vene, l’esperienza e l’istinto di molte generazioni sane. L’Abruzzo non ha politici, ma tradizioni di poesia, di arte, di cultura e di agricoltura, antichissime che si perdono nei tempi; e di guerra. Quell’uomo era antico come la sua terra.

Come fummo all’aperto lo vedemmo guardare le piante d’un giardinetto che fiorivano attorno alla sua casa. Le piante del giardino, là dentro, e poi come fummo sulla strada, le piante degli orti e i mandorli fioriti, le siepi, i campi.

— “Peccato che queste belle campagne siano tutte in abbandono”.

Avevamo le trincee nemiche a poche centinaia di metri, camminavamo lungo la strada scoperta. E gli occhi del generale spaziavano sui campi dove la primavera spargeva i suoi ciuffi di verde e i suoi grumi di fiori.

* * *

Per salire alle posizioni infilammo un camminamento. Chi mai loderà abbastanza i camminamenti nella guerra di trincea? Essi sono quel che i grandi viali alberati, ombreggiati in una città avvampata, percossa dal sole di un mezzogiorno di agosto. Ci si respira qualche boccata d’aria fresca.

Camminamenti sono i sentieri che menano alle trincee. Nei più dei casi ai loro fianchi sono due muriccioli di sacchetti, levati ad altezza d’uomo. È già una buona protezione contro i tiri di fianco. Ma certi camminamenti possono essere presi d’infilata, che è il tiro più pericoloso; allora nei tratti bersagliati si posano tronchi d’albero o travature spazieggiate, per sbarrare il tiro della fucileria e delle mitragliatrici. I camminamenti più sicuri sono tuttavia quelli scavati a fossato, con rivestitura completa e potente, o addirittura a cunicolo, addentrati nella terra o nella pietra. Si è relativamente al riparo anche dalle grosse artiglierie.

L’utilità di questi lavori è palmare. È proprio sulle zone immediatamente retrostanti alle trincee, che batte quotidianamente quella parte della artiglieria nemica che non ha il compito di cercare i pezzi dell’artiglieria avversaria. Su queste zone le truppe vanno e vengono per i cambi: passano a ogni ora del giorno le _corvées_, col rancio, le munizioni, i carichi di materiale.

Le trincee, nei giorni di calma, godono d’una certa immunità. La stessa vicinanza in cui sono verso le trincee nemiche le protegge. L’avversario non tira sulle trincee nemiche per non colpire le proprie, che distano in alcuni punti dieci, quindici, venti metri. Per lo meno non tira con le artiglierie. Fra trincea e trincea la lotta si fa a colpi di fucile, a scariche di mitragliatrice, a lancio di bombe. Gli _shrapnel_ e le granate cadono sulle zone retrostanti, sulle strade, sui sentieri, sui villaggi, dove si dubita siano truppe accantonate, insomma sulle retrovie, dove l’occhio del nemico è in grado di individuare una quantità di bersagli, colonne in marcia, carri, uomini isolati.