Part 11
I camminamenti sono dunque opere di protezione e di difesa; indispensabili anche all’offensiva, per poter fare accorrere rincalzi, per poter sgombrare il terreno dei feriti. Base di una grande offensiva saranno sempre le solide e abbondanti opere di difesa.
Tutto ciò è intuitivo, fa parte, più ancora che dell’arte o scienza militare, del buon senso.
Di fatto, le mitragliatrici, i cannoncini, i lanciabombe, armi che si collocano nelle trincee stesse o nei tratti adiacenti, non possono esplicare la loro funzione se non sono esse stesse abilmente e solidamente coperte. Il loro fuoco essendo facile a individuare, provoca un tiro concentrato, sotto il quale non si potrebbe reggere se mancassero difese adeguate.
Solo un esercito che abbia condotto a termine grandi opere difensive può ragionevolmente volgersi all’offensiva. Ecco anche perchè la guerra moderna richiede periodi così lunghi, mesi e mesi, di sosta apparente e di silenziosa preparazione, ecco perchè essa è fatta di lavoro e di fatica, ecco come i nemici che abbiamo di fronte, gente dura e metodica, che occupa in lavori gran parte del tempo, riesce ad opporsi al nostro slancio, sminuzza le nostre avanzate, delimita e frastaglia i nostri progressi. Ed ecco il punto in cui il soldato italiano ha dovuto subire necessità del tutto nuove, e assoggettarsi a una disciplina che pare aliena dalla sua natura.
Il nostro soldato era, specie nei primi tempi, sprezzante del pericolo. Molti dei nostri giovani ufficiali credevano ancora alla guerra brillante, alla lotta aperta dell’uomo contro l’uomo; erano garibaldini. Contro il garibaldinismo il nemico usava poco gli uomini e molto usava le artiglierie e le mitragliatrici.
Più noi ci scoprivamo, più egli si copriva; ai nostri balzi rispondeva con altrettanti appiattamenti e interramenti. Noi cercavamo la vittoria nella luce, nel sole, egli preparava la difesa e l’offesa nell’ombra, nei camminamenti, nelle caverne. Non si fiaccava, ma ci massaggiava duramente. Egli aveva su noi il vantaggio di un anno di guerra europea. Per noi tutto era novità, per lui tutto era esperienza. Si impara sempre qualche cosa dal peggiore dei nemici: noi abbiamo imparato molto dal nostro.
* * *
Scendemmo dunque nei camminamenti a fossato che dovevano condurci su alle trincee. Dopo le grandi piogge di marzo l’acqua stagnava ancora lungo certi tratti. Pareva di camminare nel letto di un ruscello. Diguazzammo prima con le scarpe, poi fino ai polpacci. Il pomeriggio era caldo, assolato, uno di quei pomeriggi di primavera che vi dànno il senso della piena estate; e l’avventura era piacevole. Dieci giorni prima avremmo detto altrimenti; le nostre calzature avrebbero dovuto impegnare un’altra lotta.
Tuttavia in guerra ci si avvezza a tutto. L’uomo sarà sempre l’animale più adattabile dell’universo. Vive sulla terra e sotto terra, sull’acqua e sotto l’acqua, con qualunque tempo, a qualunque temperatura. L’altra mattina, sul Pal Grande un ufficiale degli alpini, in mutandine, faceva il bagno sulla neve, mentre sul capo gli sfioccavano gli _shrapnel_. La guerra non fu mai così piatta: tuttavia ha i suoi momenti e i suoi episodi fantastici. E nulla era più fantastico in quel marzo radioso, fiorito di mandorli, del nostro procedere al buio, curvi, nell’acqua, sotto le cannonate.
Raggiungevamo pel camminamento soldati che procedevano carichi di sacchetti e di tavole: passavamo innanzi a gruppetti di sterratori; davamo il passo ad altri che scendevano dalle trincee. Erano andati su con gli asinelli ed ora tornavano. Le bestiole, piccole, grigie, nerastre, facevano la loro strada tranquillamente al di sopra del camminamento, o ai suoi lati, su un sentiero scoperto. Frustavano le mosche col mozzicone della coda; soffiavano sulla polvere nuova, che metteva loro nelle narici il gusto dolce della primavera, spiccavano coi denti cespi di erbetta. Il loro fatalismo era sublime, di quella sublimità esemplare, filosofica, che l’asino rivela in ogni sua faccenda e che lo rende spesso di tanto superiore all’uomo, il quale si è sempre vendicato delle sue virtù proverbiando i suoi difetti. L’asino non è impressionabile, come prova la lentezza dei suoi placidi orecchi. Non capisce perchè in una bella giornata si debba lasciare la strada buona per la cattiva. Passando loro accanto ci accorgemmo di essere guardati con indifferenza.
Ho veduto molte volte gli asinelli in terreno battutissimo, bersagliati da una tempesta di medi calibri. Non movevano neppure la coda. A differenza del cavallo, l’asino non si interessa affatto alla guerra, non prende la più piccola parte alle battaglie, non ha slanci di generosità e di odio per nessuno; delle lotte più accanite, delle mischie più furibonde rimane sino all’ultimo spettatore impassibile, inerte. È grande perchè è semplice, è eroico perchè mite, serve perchè è buono, è buono perchè è sobrio.
* * *
Ai baraccamenti trovammo i soldati che si asciugavano al sole. Tutto asciugava al sole, quel giorno: la terra, gli uomini, le baracche, il piccolo cimitero che raccoglie i nostri morti. Forse anche quelli asciugavano; ci deve essere molto umido laggiù. Si mettono le croci sui tumuli, le tavolette coi nomi, le lodi brevi, i fiori, ma non si può fare di più. Si ricordano, si tengono vicini, si dice la messa su un piccolo altare improvvisato sulla piana di una macchina da cucire, portata via da una casa diruta, ma l’aria, la luce, il sole, la primavera non arrivano fino ai morti, sono il lusso dei vivi. Tuttavia, quando piove fa ancora più pena saperli laggiù. E come il tempo si rasserena si pensa che essi non lo vedranno, che hanno gli occhi chiusi, sono distesi, coperti, e questo pensiero è triste.
Bene: dopo un poco non ci si pensa: la vita è piena di questi mutamenti: tutti si deve o prima o poi morire. E intanto ritorna la stagione buona, si può uscir fuori delle baracche senza avere sulla pelle i vestiti umidi incollati, senza avere l’acqua nelle scarpe e nelle ossa. È il piacere delle lucertole che si sdraiano al sole, la terra fuma, l’orizzonte s’apre, si vedono le strade bianche lontano, un occhio azzurro, aperto, che è quello del mare, distese di campi, coi canapugli gialli, strisce brune di siepi, braccia di alberi che si stirano al caldo, scossi dal torpore, le groppe del Carso, la schiena del Sei Busi, con le nostre linee e le nemiche accanto, il padule, i vigneti incolti, abbandonati, i canali irrigatori, la rocca di Monfalcone, i frammenti intatti di boscaglie, tutto il paese fertile e deserto, teatro della guerra e della solitudine, che va verso il mare da un lato, verso l’Isonzo dall’altro, disseminato di paesi altra volta popolosi e ridenti, ridotti a cumuli di macerie, a bersagli di batterie, a ricoveri perigliosi di sentinelle o di truppe.
Sopra i baraccamenti, via via per la traccia bizzarra delle trincee, quali siano le posizioni nostre non si può dire, non si può fare intendere a chi non ha visto, a chi non c’è stato. Descrivere, non è la parola; non si riesce a descrivere. Abbiamo fatto tante fotografie di questi luoghi e di altri, ma le fotografie non rendono che particolari minuti della scena; la scena nella sua larghezza, nel suo tutto insieme, nel suo groviglio e confusione inestricabile di muri, di fossi, di ridotti, di scavi, di grotte è quella che conta. E con mezzi meccanici non si rende.
Bisogna esserci stati, bisogna tornarci, bisogna averci vissuto. Allora l’occhio, la mente, l’animo s’accasano in questi luoghi, ognuno di essi diventa un mondo; in essi si vive da quattro, da cinque, da sei mesi; si conosce ogni sentiero e ogni pietra, ogni parapetto e ogni cuccia, ogni passaggio mortale e ogni riparo; questa è una tomba recente, quella è un avanzo di vecchia trincea espugnata il tale giorno, dal tale battaglione, che ebbe i tali morti, i tali feriti; quello è il punto dove il generale fu ferito in novembre, dove il maggiore Embabi morì. Adesso ci si passa, ci si cammina, ci si sofferma; allora era tutto terreno scoperto, qui era l’inferno, là era l’inferno, più oltre era l’inferno. I feriti imploravano, i morti imbarazzavano, i vivi urlavano, erano attacchi, contrattacchi, progressi, regressi, spiegamenti di truppe, irruzioni violente, assalti alla baionetta, colonne di prigionieri, barelle che passavano, l’inferno, l’inferno.
Ma ci volevano ributtare dalle cave di Selz, come dal Sei Busi, come dal San Michele, e più oltre dal Sabotino, dal Podgora, dal Kuk; e non ci riuscirono, lasciarono morti su morti a centinaia, armi, feriti dappertutto, e andarono indietro. Gli strappammo di sotto i piedi la terra passo per passo, ci affacciammo qui sulla cresta delle cave, fino a vedere la loro conca mortifera, pestifera di morti, quella tragica conca di Doberdò che pare un vaso in cui le artiglierie nostre da mesi maciullano il nemico come con un pestello che non ha tregua.
Verso il mare essi hanno il Cosich, il monte a cono, con ciuffi di alberi senza foglie, da cui tirano con le batterie e cercano di tagliarci ogni avanzata.
* * *
Eppure abbiamo fatto un passo avanti anche di questi giorni su questi crostoni del Carso. In una settimana abbiamo messo fuori combattimento più di mille nemici, abbiamo espugnato un lungo tratto di trincea. Cominciammo col dare l’assalto a circa centocinquanta metri di trinceramento nemico. Fermati nel primo sbalzo, ne demmo un secondo. Contrattaccati, mandammo avanti nuove truppe; assalite anche queste di notte, ci ributtammo avanti di pieno giorno. I centocinquanta metri divennero circa seicento; i prigionieri salirono a più di duecento. I morti non si sono contati. Si calcola che il nemico ne abbia lasciato almeno uno per ogni metro di difese perduto.
Venivano avanti come demoni. Prima a masse dense, poi a colonne serrate, alfine a piccole squadre. Si può vedere anche adesso come cadevano, le file addosso alle file, i mucchi accanto ai mucchi. Le mitragliatrici li falciavano come si falcia il grano, l’erba. Cadevano a decine sulle gambe stroncate, coi petti e le teste che buttavano zampilli di sangue. I colpi dei nostri cannoni prendevano su gli uomini, li buttavano in aria, le braccia e le gambe divaricate, li rammulinavano a venti o trenta metri dal suolo insieme coi fucili, le pietre. Era uno spettacolo di orrore, di follia, di strage indescrivibile.
Quella di Selz è stata una lezione. Ma poichè tutto è possibile, potrebbe anche darsi l’assurdo: che gli austriaci non l’avessero capita.
SUI GHIACCI DELL’ADAMELLO
Maggio 1916.
_Alla memoria del Generale Carlo Giordana._
Siamo saliti sull’Adamello a trovare i nostri soldati. Abbiamo seguìto le loro strade fin dove si perdono in sentieri, abbiamo battuto i sentieri fin dove la neve li copre, siamo andati da capanna a capanna, di pesta in pesta, dall’uno all’altro paletto lasciato a indicazione del cammino nella desolata solitudine dei ghiacci, su fino alle grotte candide dove si annidano a guardia delle linee recenti gli ultimi nostri garibaldini delle Alpi.
Che scrive il _Berliner Tageblatt_ delle nostre azioni recenti sull’Adamello? Che sono un miracolo della guerra moderna.
Siamo saliti a 3200 metri. Abbiamo portato cannoni anche più in alto. Tutto il massiccio dell’Adamello, meno un tratto di poche centinaia di metri, è in nostro possesso. Siamo attendati su un ghiacciaio che ha più di sessanta chilometri quadrati d’estensione. Cercate in Francia, in Russia, in Asia un campo di battaglia più inverosimile. Cercatelo nella storia. Cercatelo nei racconti di Wells o di Verne. Non è mai stato immaginato.
Neanche noi, all’inizio della guerra avevamo in mente che ci fosse qualche cosa da fare lassù. I tratti del fronte nei quali avremmo dovuto prendere l’offensiva erano scelti. Erano anche noti i punti dove ci saremmo organizzati alla difensiva. Il massiccio dell’Adamello non apparteneva nè a questi, nè a quelli. Rappresentava, per così dire, la non-guerra. “_Di qui non si passa_” era lassù il motto della natura.
Negli orrori di quella solitudine neanche i camosci si spingono. D’inverno è uno spento mondo, in cui vivono solo le nevi, in cui le acque correnti si polverizzano o cristallizzano. Come viene l’estate, il ghiacciaio si scioglie alla superficie, rivoletti d’argento corrono per il piano vitreo, sgorgano dalle spaccature di cristallo, precipitano nei crepacci, decine di metri profondi, azzurri come le onde di un cupo mare, ricche di riflessi mutevoli, di scintillii, di bagliori. Allora il ghiaccio vive, palpita e guarda dai mille occhi mobili, fantastici, insidiosi: disteso con le sue vaste branche dall’una all’altra cresta del massiccio, come un immane essere prensile, una specie di mostruoso polipo, che avvolge di amplessi possenti i granitici fianchi delle montagne che si denudano al sole. La materia si agita in occulti misteriosi amori. Sono le nozze della materia, gli incontri folli delle molecole, il ballo degli atomi, la giovinezza del mondo, che rinasce da un sonno di morte, e ripartecipa al travaglio della vita perenne.
Non era dunque l’Adamello un punto del fronte contro il quale dovessimo pur pensare di premere, o dal quale potessimo attenderci una pressione nemica. Esso non unisce, ma separa Val Camonica dal Trentino. Non era una porta che si dovesse aprire od abbattere. Anche dinanzi alla violenza delle armi, che sforza ogni resistenza, che rovescia ogni opposizione, che si accanisce contro ogni tenacia, il gruppo dell’Adamello rimaneva come qualche cosa di troppo elevato, di troppo superiore ed estraneo a tutte le lotte, i tentativi e le competizioni: ostile egualmente ai due avversari, che teneva fra loro lontani, recinto di orrore e di silenzio, con le molte vette all’intorno e coi passi dai nomi inesplicabili e maliosi: Tòpete e Fargorida, Veneròcolo e Brizio, Mandrone e Carè Alto, Pisgana, e Crozzon di Lares.
Solo un appellativo squillava quasi come invito e incitamento ardimentoso, incalzante: quello di Punta Garibaldi. E fu nel nome eroico, che i nostri primi soldati diedero all’Adamello il battesimo della guerra.
* * *
Alle falde del massiccio, sul versante italiano, fu costruito anni or sono un rifugio.
Scoppiata la guerra, i nostri soldati vi presero stanza e cominciarono a costrurre qualche baracca. Il contingente di uomini era piccolo, le masse affluivano altrove.
Il confine correva a mezzo il massiccio, e noi sostammo al di qua. Affidammo al ghiacciaio la prima e migliore difesa. Contro quel baluardo ciclopico il nemico non aveva forze da lanciare. Nessuno dei suoi piani d’invasione contemplava la traversata di quel mare di ghiaccio, costituente una specie di angolo morto della gran guerra che divampava su tutto il resto del fronte.
Eppure i nostri si mossero. Benchè il rifugio fosse un posto avanzatissimo, gli alpini ne fecero il centro di una intensa attività. Ogni mattina partivano di là pattuglie e compagnie in ricognizione. Stavano fuori buona parte della giornata, tornavano a sera; talvolta perlustravano le montagne circostanti di piena notte. Studiavano il terreno, si allenavano alle più aspre fatiche, alle più rischiose ascensioni. E come sul rifugio pendeva la cresta più occidentale del ghiacciaio, su per il petrame della gradinata che conduceva a quella, s’inerpicavano, in vista alla prima vitrea distesa, la vedretta del Mandrone.
Passo Brizio segna quella imboccatura del ghiacciaio, ed è come un cancello aperto in una rastrelliera di vette, formata dall’allineamento dell’Adamello propriamente detto (3554), di Monte Veneròcolo (3325), di Monte Venezia e di Corno Bèdole: linea che digradando s’innesta alla difesa del Tonale. Di fronte a questa specie di cancello la vedretta del Mandrone si distende fino al secondo allineamento montano, costituito da Monte Fumo (3478), dal Dosson di Genova, o anche Crozzon di Genova (3441), dalla Cresta della Croce (3373), dalla Lobbia Alta (3196), dalla Lobbia di mezzo (3002), dalla Lobbia Bassa (2959): linea le cui depressioni formano i passi di Monte Fumo (3402) e della Lobbia Alta (3036).
Oltre questa seconda cancellata, il ghiacciaio prende il nome di vedretta della Lobbia, con uno sviluppo di circa due chilometri e mezzo, mentre quella del Mandrone ne ha quattro all’incirca. E la vedretta Lobbia è chiusa a sua volta da una terza serie di alture, prolungamento del versante orientale dell’Alta Valle del Chiese. Nei riguardi dell’azione nostra, queste ultime alture, con andamento quasi parallelo alla precedente linea, culminano nel Corno di Cavento (3400), nel Crozzon di Lares (3354), e nel Crozzon di Fargorida (3082), e si deprimono ai rispettivi passi di Cavento (3195), di Lares (3256) e di Fargorida (2923). Oltre la quale catena numerosi valloni scoscesi conducono nella Valle di Genova, dove nel primo maggio della guerra erano i posti avanzati del nemico, molto al di là del confine.
A guardia del rifugio ponemmo dunque in maggio alcuni piccoli posti sul Passo di Brizio: lievissime pattuglie, che erano come l’occhio del ghiacciaio. Nel mese seguente, approssimando l’estate, la prima linea fu occupata con posti d’avviso di carattere stabile. Fra i sassi e le nevi sorsero alcune tende.
L’osservatorio era stupendo. Pareva un nido di aquile. Tutta la vedretta del Mandrone gli era sottoposta, un piano immenso di lago gelato, una calotta polare, che andava a urtare contro lo sbarramento della seconda linea montana, contro la piramide della Lobbia Alta, per piegare alla destra e ridistendersi in ampiezza fino alla terza ed ultima linea, precipite su Val di Genova.
Punta Garibaldi si leva alla sinistra del passo Brizio, come il torrione d’una fortezza medievale a guardia del ponte. È una mole di blocchi rettangolari, di color bruno, sovrapposti l’uno all’altro in tante stratificazioni. Dalla parte della vedretta, esso scende a picco sul tavoliere dei ghiacci: ed è senza neve, tutto essicato, scavato, screpolato dal vento. L’aria lavora la pietra come l’acqua il fondo dei torrenti, la rode, la morde, la lima, la spacca. La parete orientale del picco ha le rughe profonde, le ferite, gli squarci di una vecchia faccia di gigante alpino. La furia degli elementi ha tagliato nella roccia le sue pagine levigate, sulle quali ha scritto la storia delle sue lotte, dei suoi assalti. La tormenta che infuria sovente sulla vedretta, viene a ingolfarsi in quella specie di forra e sbatte contro l’ostacolo dell’immane pilastro.
Le nostre scolte avevano dovuto celare le tende entro i triangoli aperti fra i blocchi granitici, perchè non fossero strappate dall’uragano. Le avevano legate con corde, inchiodate alla roccia. Non un filo d’erba cresce lassù, non un seme sbattuto dal vento riesce a metter radice.
* * *
Settimane e settimane trascorsero lassù, dandosi cambi frequenti, attendendo un nemico che non si faceva vivo. I giorni di tormenta trascorrevano bui come le notti, sotto le tende senza paglia era un’oscurità completa. Allo scoperto, quando la tormenta saliva dalla vedretta, o irrompeva dalle gole, avvolgendo tutto in un pulviscolo grigio, in un nebbione pungente, che feriva a sangue la faccia e tagliava le mani, le scolte soffocavano.
Le notti di tempesta erano atroci. Nessun lume reggeva, non si riusciva neanche sotto la tenda ad accendere un sigaro. Le mani, i piedi gelavano. Bisognava ravvolgersi nelle coperte umide o incrostate di ghiaccio. Erano ore indescrivibili di attesa, di pazienza, di resistenza, di passione. La consegna era più dura della roccia. Gli animi più duri della consegna.
Soldati e ufficiali aggrappati alla pietra vivevano di quella profonda, semplice, tenace vita che l’uomo porta dentro di sè, sotto l’apparenza della vita consueta, fatta d’immaginazione, di convenzioni, di desiderî, di capricci. In ognuno di noi sono queste riserve elementari di energia, queste possibilità fisiche di resistenza, delle quali in tempi comuni ignoriamo la portata. Sono forse gli avanzi dell’antica vita selvaggia, ferina, che la fatica, la lotta per l’esistenza, la guerra, risollevano entro di noi.
E tuttavia la resistenza lassù era tanto più dura, quanto meno poteva volgersi contro il nemico, quanto più era contro le cose. Non la guerra, ma la solitudine, la pietra, il freddo, la tormenta lottavano contro i nostri. Gli uomini si dovevano misurare con le cose enormi, impassibili, eterne, fatte per superarci nello spazio e nel tempo; che prima o poi ci vincono tutte, perchè noi passiamo e quelle rimangono, l’uomo soffre e quelle non sentono, l’uomo si consuma e quelle si rinnovano o si succedono sempre.
Le nostre scolte rimasero. Si doveva rimanere lassù fermi, soli, perchè l’ordine era questo. Non di avanzare, ma di attendere. Si doveva obbedire.
Un giorno molto lontano, quando lo avevano fermato, quando più che fermato, gli avevano imposto di tornare, il Generale non aveva scritto su un foglio di carta, sul modulo di un telegramma questa parola: Obbedisco?
Le oscure scolte dell’Adamello riconsacravano il luminoso esempio.
* * *
Un giorno, verso la metà di luglio, uno degli alpini di scolta a Passo Brizio credette vedere una pattuglia sbucare dal fondo della vedretta di Mandrone. Era un mattino chiaro, il lastrone lucido del ghiacciaio mandava lampi abbaglianti, che ingannavano l’occhio. Ma non c’era dubbio: il nemico avanzava in ricognizione. La pattuglia, in fila indiana, era di una quarantina di uomini. I nostri erano quattro.
Nessuno descriverà la gioia, l’esultanza, l’allegrezza irrattenuta, sfrenata che si impadronì dei nostri a quella vista improvvisa. Erano soldati soli, senza ufficiali; comandavano se stessi. Scorgevano il nemico per la prima volta, lo vedevano avanzare su per la crosta liscia, venir sotto tiro passo per passo, senza sospetto.
Poteva essere l’avanguardia di un nucleo più numeroso: non sarebbe stato inopportuno mandare qualcuno al rifugio per avvertire il Comando. Nessuno volle andare, nessuno volle muoversi dal posto.
Di balzo i quattro si sparpagliarono su per il crostone di Punta Garibaldi, ognuno si acquattò dietro un ronciglio, col fucile fra le ginocchia, i pacchi delle cartucce a portata di mano, per terra. Erano tutti tiratori scelti, sicuri del fatto loro.
Quando ebbero misurata a occhio la distanza aprirono un fuoco calmo, avvicendato. Tirava l’uno e taceva, poi tirava l’altro da un altro punto, poi il terzo, poi il quarto. Non c’era fretta, e non bisognava neanche spaventare il nemico, facendogli credere che molti fossero alla difesa del passo: nel qual caso la colonna avrebbe forse ripiegato rapidamente. Si doveva capire che si trattava solo di quattro fucili contro quaranta. Gli assalitori dovevano essere attirati dalla scarsità numerica dei difensori, nella speranza di sopraffarli e di giungere al passo dall’alto del quale avrebbero potuto esplorare la nostra zona circostante al rifugio.
Ecco, le prime pallottole fischiarono sul passo, andarono a schiacciarsi con un tonfo chioccio contro le rocce. Cercavano i nostri.
Dalle buche del torrione questi aggiustavano il tiro in tutta calma, dandosi la voce, cominciando a contare quelli che si vedevano cadere. Furono quattro, poi altri quattro, poi altri quattro ancora che si afflosciarono sul ghiaccio, e non si mossero più. Allora i superstiti cominciarono a indietreggiare. A un tratto uno si mise a fuggire, un altro lo seguì, gli altri tennero dietro. Alcuni erano feriti, camminavano zoppicando, senza più volgersi, senza più sparare.
E i nostri cominciarono a bersagliarli di grida e di urla. Pur scaricando i fucili, li chiamavano indietro, li sfidavano a salire, a venire a prendersi il passo.
Quelli, a uno a uno scomparvero donde erano saliti. I compagni caduti rimasero sul ghiaccio; strane apparizioni di morte in un quadro di fulgori abbaglianti, divini, che nessun episodio di strage aveva mai turbato.
Solo allora le quattro scolte, scendendo per le scalinate della roccia, si accorsero di perdere sangue. Erano state tutte e quattro ferite.
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