Racconti di guerra

Part 12

Chapter 123,787 wordsPublic domain

Questo accadeva il 15 luglio del primo anno di guerra. Da allora sull’immenso ghiacciaio non apparve più l’ombra di un soldato nemico.

S’entrava nella grande estate e il massiccio dell’Adamello mutava forme e colori. Le pareti dei picchi si spogliavano delle nevi; ai soffi del vento caldo scrollavano a lembo a lembo la candida pelliccia. Nelle anfrattuosità delle selle, nelle fenditure riposte restavano lucide striature e sparsi candori. Il nero e il bianco s’avvicendavano, la roccia erompeva dallo scintillio monotono dell’inverno. E le vedrette, sul cui piano s’erano sciolte le nevi, si tingevano di azzurro, balenavano alla luce. Apparivano qua e là, in forma di risucchi in una gran distesa d’acqua, i nudi vitrei gorghi dei crepacci.

La stagione e il terreno invitavano alle escursioni alpine, e le ricognizioni che si fecero ebbero questo carattere di _sport_ arrischiato. Il còmpito era di esplorare i luoghi e riconoscerli punto per punto. La guerra era ancora all’inizio, l’inverno relativamente vicino, e nessuno pensava a una occupazione del ghiacciaio. Pareva che lo stesso nemico ne rifuggisse, poichè non si faceva vedere, ci abbandonava tutto il deserto.

In perfetta quiete trascorse tutta l’estate e l’autunno. Alla fine dell’anno le condizioni della montagna erano tali che l’occupazione nostra del Passo Brizio, difficile e piena di sacrifizio, rappresentava un còmpito per se stesso mirabile.

* * *

Ma un altro, anche più grave e complesso, ci attendeva al basso. S’era venuti nel proposito di aumentare il presidio che teneva il rifugio. Nuove reclute arrivarono, giunsero alpini delle classi richiamate, si deliberò di costituire un nucleo di sciatori.

Ne fu affidata l’istruzione a un giovane capitano, e tutto l’inverno le nuove truppe lo passarono in esercitazioni. Squadre volanti partivano dal rifugio, si sparpagliavano sulle nevi, risalivano i costoni intorno, a destra e a manca del passo che rappresentava l’estrema occupazione nostra; si allenavano. Erano un pugno di uomini, ma la guerra di montagna non si fa con le grandi masse.

Molte più braccia occorrevano pei servizi di rifornimento. Si richiedevano lavori e fatiche immense, date le distanze dal piano, le strade solo fino a un certo punto praticabili, poi i sentieri che la neve aveva ricoperti, le ardue pendenze, le valanghe.

Si dovettero costituire colonne di portatori, vere cordate umane per le quali salivano i viveri, le provvigioni, gli indumenti, le coperte, le lane, le munizioni, le armi, i materiali per le baracche. Rifornimenti enormi erano accumulati al piano. L’amministrazione militare mandava roba, giungevano ogni settimana offerte di privati, centinaia di pacchi, di sacchi, di scatole, di casse: ogni tanto perveniva una serie di nuovi oggetti, tipi di scarpe più solide, _stoks_ di occhiali, di passamontagne, di sacchi a pelo. Si preparava la ripresa d’estate.

Soldati cadevano malati, bisognava trasportarli agli ospedali; c’erano casi di congelamento; bisognava organizzare i soccorsi e i trasporti solleciti. Anche i poveri morti bisognava caricare sulle barelle, portarli in ispalla a seppellire giù nella valle, dov’è il cimitero, la terra. Lassù non era che neve e ghiaccio.

Truppe territoriali, uomini sopra i trent’anni che non avevano còmpiti di prima linea, vennero a dare la mano agli alpini. Con le lunghe catene ricongiunsero giorno per giorno i posti avanzati alla sottostante vita dei villaggi e dei paesi. Centinaia di uomini andavano e venivano nel più crudo inverno, sulla neve, fra la neve, nella tormenta, pei valichi stretti e rischiosi, su per le falde impervie come muraglie, strapiombanti l’una sull’altra. Erano giornate intere di marcia; notti trascorse alla meglio, dopo le fatiche del giorno, ritorni lenti e guardinghi giù pei pendii diroccati verso le sedi più comode, che anche a valle s’andavano costruendo per opera d’altri innumerevoli lavoratori.

* * *

Non appena fu possibile si provvide a una teleferica. Si trasportarono le macchine, migliaia di metri di corda di ferro, l’altro necessario. Alpini e territoriali si aiutarono a vicenda. Tonnellate d’acciaio furono così trasportate passo per passo, si portarono su gli appoggi e le travature: la macchina ancora smontata, pezzo per pezzo, chilogramma per chilogramma, fu fatta salire: in pochi giorni la prima teleferica funzionò. Abbreviava di circa tre ore il cammino.

Si provvide alla costruzione della seconda. I Comandi non perdevano un giorno, l’Amministrazione mandava quel che si chiedeva, tutte le autorità agivano con energia anche sugli ingegneri borghesi. Si fissò il numero dei giorni nei quali la seconda linea doveva essere pronta. Il trasporto dei materiali fu facilitato dal funzionamento della prima e in pochissimo tempo la seconda teleferica funzionò.

Senza indugio si iniziarono i lavori per una terza, la più lunga di tutte. Un altro motore salì, salirono le corde e i carrelli, furono costruiti altri due capannoni, e la terza linea era pronta quando già si cominciava a provvedere per la quarta.

La guerra usciva anche lassù dal puro sforzo muscolare, dalla rudimentale fatica umana, per assumere il suo aspetto di organizzazione e di lotta meccanica. Era la guerra ordinata e precisa, macchinosa, agglomeratrice di trovati, di produzioni, di capitali, quale si svolge per tutta l’Europa. Noi la facevamo in alta montagna, la spingevamo audacemente verso le creste che si perdono nel tumulto caliginoso delle nubi.

* * *

Ci rivediamo ancora in cammino, per un sentiero che s’inerpica da prima in mezzo a boscaglie, contro il corso di un torrente. Poco fa erano prati verdi intorno a noi: la primavera sta salendo dal fondo della valle. Poi l’erba muore, la vegetazione dirada; i muletti scalpitano sul suolo fangoso, nevoso. A un tratto l’ondata d’una valanga ci ferma il cammino. Si abbandonano le cavalcature, si prosegue a piedi, lenti lenti, per raggiungere la prima teleferica.

Il carrello sale ondeggiando, quasi mordendo con la ruota il filo. Sotto di noi si spalanca un abisso vertiginoso, s’apre l’occhio candido di un lago incrostato dal gelo. Tutto rimpicciolisce, si perde lontano. La rotella della teleferica stride, manda un respiro sforzato, affannato. Pare che si debba arrestare ogni poco, e qualche volta accade che ci si fermi a mezza via per una lieve stanchezza del motore. Il sottostante vuoto assume allora proporzioni più paurose e vaste, si soffre un attimo la tentazione di saltare fuori.

Quando il vento soffia impetuoso, le corde di ferro stridono e sibilano, il carrello ondeggia follemente nel vuoto, come un sughero nella tempesta. Eppure lungo la guida aerea salgono senza interruzione viveri e rifornimenti d’ogni sorta, quintali di legno e di ferro, di arnesi, di sci, di maglie, pellicce, pale, zappe, piccozze. E discendono i feriti e i malati rapidamente, che prima bisognava portare in ispalla per decine di ore di cammino.

Le _corvées_ continuano a salire per i sentieri, a svolgersi lente e faticose. Ne vediamo una dall’alto: una fila nera di formiche nel bianco, carica ognuna del suo fuscello e del suo granello. È una vista che induce nell’animo una commozione senza parole.

Ci si sente diventare più modesti quassù, più pensosi e più buoni. Un sentimento di devozione, di rispetto, di riconoscenza devota cresce nell’animo verso i nostri fratelli. Non è il tramonto grigio e malinconico che induce questi pensieri, ma la scena che abbiamo d’intorno.

La seconda teleferica ci attende. Il carrello è partito poc’anzi, carico di viveri. Si allontana verso le nubi, scompare. Piano, piano, un rettangolo nero spunta giù dalla nebbia, si avvicina quasi col moto strano d’un grosso ragno appeso ad un filo. Reca un carico strano, allungato. Quando il carrello si ferma compaiono le aste gialle di una barella, sulla quale un corpo umano è avviluppato.

La barella affidata a due sci è deposta sulla neve. Gli scarponi ferrati, d’un colore bruno, di cuoio tutto bagnato, sporgono fuori delle coperte. La faccia è velata: nessuno la scopre. Le mani chiuse nei guanti sono composte sul petto in un segno di croce. Due giri di corda passano attorno al cadavere, lo fermano alla barella. Un biglietto sotto la corda reca nome, cognome, qualità del caduto. È un alpino di Edolo andato volontario. Ha compiuto dieci mesi di guerra, ha offerto alla patria tutta la sua anima, tutta la sua fatica mortale; ora riposa, raccolto in poco spazio come quando si sta per lasciare il mondo e cercare la quiete dentro la terra.

Quattro soldati, senza parlare, prendono in mano le funicelle; a passi lenti, sulla neve, trascinano la slitta, scendono verso la stazione dell’altra teleferica.

Lo stesso carrello ci prende e ci solleva. Noi seguiamo dall’alto in silenzio il convoglio dell’oscuro eroe che scende verso la valle.

* * *

Il primo nucleo di sciatori fu pronto verso la metà di marzo — che a quelle altezze è fitto inverno.

Era, sul terreno quanto mai duro a praticare, una truppa leggerissima, uno stormo di gente volante: i cavalleggeri della montagna. (Avevano ai piedi le alette gialle o nere dei volatori del Nord: i legnetti sottili e lunghi, dal becco ricurvo, di tempra fine come il più nobile acciaio. A mezzo la stretta assicella s’imposta lo scarpone chiodato, massiccio come uno zoccolo: le stringhe allacciano il collo del piede, il peso della persona va leggero sulla neve). Erano alpini scelti, bergamaschi e bresciani.

Fu dunque ordinata per il venti di marzo una ricognizione in forze su tutta la zona del ghiacciaio: la traversata di quella ampia terrazza polare che la neve copriva ancora: dalla prima cancellata di monti, cioè dal Passo Brizio, alla seconda, cioè al Passo della Lobbia Alta, e di là alla terza, dove s’apre il Passo di Fargorida, che mena alla nemica Valle di Genova. La sera avanti, al Rifugio, si apprestarono alla partenza.

Tempo meraviglioso, cielo puro, freschezza luminosa di stelle, aria calmissima. Attorno alle baracche, centocinquanta uomini, chiusi negli scafandri di tela bianca, i cappucci sul capo, le mani inguantate, i volti cotti dal freddo, s’aggiravano come fantasmi. Era lo stormo che voleva alzarsi.

La partenza fu data dopo la mezzanotte. Si salì a Passo Brizio, sulla neve gelata, che sotto i pattini crocchiava. E raggiunto il Passo, calarono giù pel ghiacciaio, sul pendio dolce, quasi in una sospensione di volo. Lievi pattuglie di sicurezza precedevano, ed esploravano il campo, che appariva deserto. Si sapeva che nella prima vedretta non si sarebbe incontrato il nemico. Si dubitava che fosse annidato al termine della seconda. E come si giunse alla Lobbia Alta, primo obbiettivo della ricognizione, fu dato l’_alt_: le forze si divisero in tre colonne, che puntarono a ventaglio sul Passo di Lares e Cavento, sul Crozzon di Lares, sul Passo di Fargorida.

S’era fatto giorno, il luogo appariva in tutta la sua miracolosa bellezza, ampio, solenne, come un paese nuovo, vergine d’ogni traccia; scenario luminoso, fantastico, teatro aperto alle voci sonore del vento, alle orchestre immani delle bufere: che ora un gruppo di uomini occupava, infinitamente piccolo nella solitudine e nel silenzio.

La guerra si presentava lassù diversa da tutte le altre parti. Gli uomini lottano per la terra, si battono per questa crosta lavorata e scavata, per i suoi campi recinti di siepi, arati e seminati, popolati d’alberi e di erbe, carichi della secolare fatica umana, gravi dei segni della nostra passione. Lassù, nulla. Il luogo non è di nessuno, l’uomo ci passa ma non ci si radica; tutto è dimenticanza e sterminio. Non una traccia, un segno che duri: soli i nomi delle vette, delle vedrette, dei passi, dànno l’illusione che anche quel lembo di mondo sia nostro, che l’uomo lo popoli. L’uomo ci passa con la sua anima, solo, e cerca un suo simile per suscitare la guerra dalla stessa fraternità comune.

Giunti che fummo alla terza catena, senza intoppi, senza trovare nessuno, ci affacciammo alla sottostante valle, vedemmo in quel fondo i segni della vita: sentieri che si perdevano lontano, macchie nere di boschi d’abeti, un lembo di terra ancora nevosa, ma che recava le malghe disperse, le piccole solitarie abitazioni umane, attorno alle quali la primavera avrebbe presto scoperto i prati novelli, i pascoli fioriti. Era uno degli angoli della cara terra del Trentino, che pareva ci attendesse.

Il mezzogiorno era alto, e frugava coi raggi nella valle, stretta alla testata, dominata dalla vetta impervia della Presanella, come da una scolta; una valle tacita e povera, dove cercando con l’occhio non si scopriva un solo nemico.

Il ritorno fu come l’andata, tranquillo. Il tempo si mantenne sereno. E tuttavia, volgendo l’occhio da cima a cima, si aveva l’impressione della difficoltà di una azione a quelle smisurate altezze, dove le sorprese del cattivo tempo s’annidano quasi in ogni punto, e balzano fuori d’un tratto, per assumere proporzioni e forme terribili.

Le nubi stagnano pigre in qualche seno riposto, sono acquattate nei bacini profondi quasi dormissero, torpide. Si vedono i loro crini bianchi, le code tortuose che il vento solleva in furia. Si mischiano le nubi alle nebbie, le nevicate piovono improvvise, la tormenta flagella intere zone, ammucchia l’oscurità sul massiccio. La montagna si rattrappisce in un chiarore smorto, crepuscolare.

Gli austriaci conoscevano il luogo, e non avevano osato violarlo, ma la nostra ricognizione li fece reagire.

Qualche giorno dopo, la parte del ghiacciaio dove c’eravamo avventurati lanciò i primi segni di vita, offrì le prove d’una recente occupazione. Dal Passo di Tòpete, imminente su Val di Genova, fu visto salire nell’aria un filo di fumo. Movimenti minuscoli di pattuglie si svolgevano anche sulla seconda linea, specie a Lobbia Alta: si videro sulla neve numerose piste.

Attraverso il deserto i due nemici cominciavano veramente a fronteggiarsi: si avvicinavano, si osservavano: s’iniziava un contatto che avrebbe ben presto suscitato un’azione.

* * *

Da parte loro essa era più facile. Più rapidi e brevi sono i rifornimenti per Val di Genova. La via più lunga, più aspra è la nostra. Ma questo è il proprio della guerra italiana: non ci spaventò altrove, non ci fermò sull’Adamello. Anzi, poichè il nemico usciva dai ricoveri, meglio farglisi incontro, azzuffarsi.

La prima linea fu rafforzata, fu studiata ed eseguita l’impostazione di alcuni pezzi. Si accrebbero i depositi delle armi e dei viveri; munite le truppe d’ogni conforto, si equipaggiarono splendidamente, e fu decisa pel 12 aprile la prima vera azione: la conquista della linea di mezzo, che sarebbe stata battuta dai più alti cannoni d’Europa.

Le truppe non erano mai state così belle. La presenza del nemico le infervorava: non si sentivano più sole: non si trattava più di avanzare nel deserto. La montagna era un campo di azione.

L’11 aprile, a sera, dal rifugio muove una grossa colonna di sciatori, per portarsi al Passo di Brizio. Il tempo era coperto, ma poichè bisognava operare di sorpresa, nessuno desiderava il sereno.

Al Passo di Brizio, quando i primi si affacciarono alla cresta rocciosa, nella notte buia, furono schiaffeggiati dal vento. Fu un trapasso brusco, una specie di assalto improvviso. Questa volta il ghiacciaio non ci voleva. Il suo saluto non poteva giungerci più ostile.

Gli uomini stentarono a valicare quel punto. La bufera ci s’ingolfava, ributtava addietro come per furia di ondate. Pareva di scendere dal vertice di uno scoglio in un mare burrascoso. Il terreno diroccia a picco, frana, come una sponda a perpendicolo. La neve, i ghiacci, le pietre fanno impasto, e si sdrucciolava, bisognava aggrapparsi con le mani, calarsi adagio; a ogni passo si rischiava di rotolare.

Si calò, e ci si raccolse più a basso, dove il piano del ghiaccio comincia a distendersi. Ma lo sguardo si perdeva in un rammulinamento furioso. Si dovettero subito abbassare gli occhiali per non avere gli occhi feriti dagli aghi della tormenta. I ghiaccioli schiaffeggiavano la pelle, come manate di pezzi di vetro lanciate con forza da tutte le parti.

In queste difficoltà si formarono tre colonne, che da quel punto si mossero, divergendo, affidate all’istinto delle guide. Era passata la mezzanotte.

Andarono per qualche tempo ognuno per avvicinarsi al punto convenuto. Non era possibile orizzontarsi se non palpando il terreno, seguendone i molli ondulamenti che dànno la fisionomia alla vedretta. Ma la tormenta operava con stordimento sui sensi. Gli uccelli si perdono nella tempesta, si persero anche i nostri. Le tre colonne, dopo avere piegato a destra, forse nella direzione più forte del vento, andate per un lungo tratto alla deriva, giravano su se stesse. All’alba, schiaritosi il tempo, i nostri si ritrovarono vicini.

Fu dato l’ordine di comporre quattro colonne e di riacquistare il tempo trascorso. Tornava il sereno. La sorpresa veniva a mancare, ma si andò avanti ugualmente. Il nemico forse allora cominciava a vederci, ma non tirava ancora. Si profilavano le loro sentinelle sul Passo di Lobbia Alta; e noi avanzavamo bianchi nel bianco, gli zaini e i fucili chiusi nelle fodere di tela, perchè non facessero macchia, cogli scafandri ingannatori.

Una prima colonna sale per Monte Fumo, un’altra pel Dosson di Genova, una terza tenta la Cresta della Croce; una quarta la Lobbia Alta. Questi reparti salendo dovevano biforcarsi, espandersi, per procedere verso la vetta all’aggiramento dei nuclei nemici. Questi come ci videro salire aprirono il fuoco. Erano acquattati alti fra le rocce, scaricavano giù fucilate e raffiche su raffiche di mitragliatrici.

Fu allora che le nostre artiglierie cominciarono a batterli, aprendo la strada ai nostri che si inerpicavano cogli sci. Approfittavano dell’aria limpida a nostro vantaggio.

Inerpicati com’erano a ventaglio su per i vari crostoni, i nostri s’andavano stringendo a tenaglia addosso al nemico. Andavano su così: una raffica di fucileria e uno sbalzo. Un’altra raffica e un altro sbalzo. La conquista delle quattro posizioni progrediva uniforme, pareva regolata sul cronometro.

I pezzi spostavano i tiri da punta a punta, battendo la resistenza nemica più dura, facendo volare qualche mitragliatrice.

Sul Dosson di Genova fu intimata ai nemici la resa a tre metri di distanza: si invitarono a darsi prigionieri. Ma un colpo partì dalla loro parte a bruciapelo, e allora con una scarica pulimmo la posizione.

Uno sciatore che precedeva di qualche metro la pattuglia si trovò di fronte, improvvisamente, tre o quattro austriaci. Vedendosi solo, gridò: “Avanti la compagnia!” colla baionetta innastata. I nemici sorpresi alzarono le mani e gli si diedero prigionieri.

Sulla Cresta della Croce, un caporale avendo avvistato un punto adatto per impostarci una mitragliatrice, fattosi avanti con le bombe a mano, le gittò su coloro che lo occupavano, li uccise e disperse, fece piazzare l’arma, e la mise in azione.

Prima di sera tutta la linea assalita, che oggi teniamo saldamente, era in nostro potere.

* * *

Si sono prese a occhio le misure, non sono venti metri quadrati. Bisognerà dormire qui in sei.

Per la cena si sono dovute disporre due serie, come nei _Wagons-Restaurants_, poichè tutti non ci si stava. Ora portano fuori la tavola e mettono su i letti. Non si dormirà certo bene come al Rifugio.

Che dormita al Rifugio, in quella cuccetta di legno, che veniva fuori dalla parete, come una cabina di bastimento! Ce n’erano altre otto attorno a noi, e vaporava un calduccio che ristorava. Un professore di greco, che ai bei tempi della scuola batteva i più grossi filologi tedeschi sul campo della restaurazione dei testi monchi, allungato nel suo rettangolo pareva una di quelle statue che si posano sui sarcofaghi: gli occhietti semichiusi, il volto soffuso del sorriso serafico del pedante ingegnoso e fine, filava a mezza voce esametri su esametri di Omero. Avevamo assaporato, anzi c’eravamo nutriti di uno di quei sonni ristoratori che tolgono dieci anni di sulle spalle e venti dall’anima. E di buon mattino s’era ripresa la salita verso il ghiacciaio; attraversata la prima vedretta, eravamo giunti nel mezzo del teatro della guerra.

I letti che ora si apprestano sono questi: tante barelle, coi pattini sotto. Le stanno infilando di traverso per l’uscio, a una a una, le distendono sul pavimento di tavole. Come le tele erano ricoperte di neve, l’hanno dovute scrollare: c’è rimasta l’incrostatura del ghiaccio, ma per raschiare che si faccia col paletto, non vuole andarsene. Si stenderanno due coperte sopra, in vece del materasso, e delle nostre giunture sarà quel che Dio vuole.

Pensiamo un po’! Gli alpini che ci hanno fornita questa sontuosa baracca di legno tolta a un Comando austriaco, sono là, nella notte piena di nevischio, entro grotte, aperte nella neve. Dormono impacchettati nelle coperte umide. Sono quindici giorni che salgono, che combattono, che vigilano. Sono quelli che hanno preso la seconda linea, quasi tutta la terza. Gli attacchi nostri del 29 aprile e del 30 ci hanno dato in mano quasi intero il terzo ed ultimo sbarramento del ghiacciaio. Restano alcuni posti nemici nel mezzo della linea, che andremo a prendere fra cinque o sei giorni.

Ora ch’hanno distese le barelle sul tavolato ci si può anche distendere. Ma uno alla volta, perchè tutti dentro non ci si sta.

Vestiti, s’intende; tolti i soli scarponi che la marcia nella neve ha inzuppati; e due soldati ci rinfagottano fra le coperte, come tante mummie grottesche, col passamontagna in capo, le mani nei guantoni di lana. Verso il mattino, se non fa freddo, sono sempre quei dieci gradi sotto zero. Quando gli alpini escono dalle loro buche, trovano la coperta distesa la sera sulla bocca della caverna, dura come un lastrone di zinco.

— Soldato, fammi il piacere di stendere anche l’impermeabile sulle coperte. Mi piove addosso.

Sul tetto della baracca il tepore scioglieva la neve: era uno stillicidio sulle mie spalle.

— E voi come state?

— Così, così.

— Io ho le estremità gelate.

— L’umido della tela della barella comincia a passare le coperte.

— Buona notte.

— Non sarà una buona notte.

Per fortuna, ai nostri piedi ardeva una stufetta portatile, a petrolio. Aveva certi quadretti di vetro rossi, pareva una lanterna e diffondeva nel dormitorio un mite chiarore.

* * *

Dopo un po’: _cr cr cr cr cr cr_..... Il telefono.

Ci eravamo allogati nella baracca del centralino (voglio dire che in quei venti metri quadrati si facevano i pasti, si dormiva e si raccoglievano tutte le comunicazioni telefoniche del vasto settore).

_Cr cr cr cr cr cr_; chioccio chioccio.

Il soldato telefonista stava per prendere sonno, s’era allungato sulla branda.

_Cr cr cr cr cr cr_.....

— Pronti! Pronti! Centralino. Chi sei? Scuoti il microfono, non si capisce un accidente. Prontiiiii! Comando?, sta bene. Ti metto in comunicazione. No. Sì. “La compagnia ha avuto questa notte il cambio”..... Nevica..... virgola..... La terza teleferica ha avuto una interruzione di circa un’ora. Punto. Ciao. _Cr cr cr cr cr cr cr cr_.....

Il telefonista torna alla sua branda. La stufa borbotta, come una pentola in bollore, ripiena di fagiuoli.

Dove siamo? in Russia? Al Polo Nord? Che siamo? Esploratori dell’Artico o dell’Antartico? Ma! Senti quello come russa! Beato lui! Sull’impermeabile piove, piove. Le gocce cadono l’una dopo l’altra, ritmicamente, come da una grondaia. Fuori s’ode l’urlo della tormenta, che scorrazza sulla vedretta e viene a sbattere contro la baracca. Qualche spiritello maligno zufola alle fessure. Quando ancora la baracca era senza uscio, si doveva stare molto peggio. Allora la tormenta entrava dentro, la mattina ci si trovava con le coperte tutte bianche, impaccati nel gelo. La situazione è migliore assai.

— Dormi tu?

— Io no.

— Hai visto l’onorevole come resiste, a queste fatiche?

— Come è andato via e come è venuto qui a balzi, dalla Lobbia Alta!

— Un vecchio alpino, quello!

— Un bel sergente.