Part 8
Come sempre la più tenace resistenza ci si opponeva dalla Casa diruta e dal villaggio di Zagora. Le nostre truppe, riuscite ancora una volta ad avanzare fin sotto i reticolati, erano state fermate dall’accorrere di truppe nemiche in cordone lungo tutta la striscia delle trincee. Si dovette nuovamente ricorrere a tiri violenti di artiglieria per arrestare una offensiva incipiente della fanteria austriaca e per tentare di obbligarla all’abbandono del trincerone. Verso il tramonto si tentò un nuovo risoluto assalto, che ebbe per effetto di portar nuove truppe sotto le posizioni nemiche, ma la nostra linea non potè essere mutata. Si decise di tenerla durante la notte, per appoggiare durante l’oscurità l’indispensabile lavoro dei guastatori contro i fili e le reti. Si era notato che alcune di queste avevano il particolarissimo còmpito di parare il nemico dalle schegge di rimbalzo. Avevamo dinanzi un sistema di difesa la cui potenza complessiva era forse superata da una incredibile abbondanza di risorse e scaltrezze minute.
Si giunse adunque, con tali risultati parziali e dopo tante fatiche, al mattino del 24: dinanzi a difese complessivamente solide, benchè non più intatte; di fronte a un nemico che, in forze sempre crescenti, attendeva da tre giorni al grande assalto risolutivo, a truppe non ancora logore nè di animo nè di forze, benchè provate da un succedersi di azioni difficili e sanguinose.
Rinnovato l’assalto alla Casa diruta, tale fu l’impeto e così imminente la minaccia che il nemico per frustrarla ricorse all’astuzia, e gridava parole di resa. “Buoni italiani, veniamo con voi”. I nostri, sorpresi, ebbero un attimo di sosta, di indecisione. Bastò perchè le mitragliatrici nemiche, cresciute di numero durante la notte, con scariche furibonde fermassero dall’alto la carica che stava per irrompere. Un battaglione rimase con due soli ufficiali. Un maggiore e un sergente, presi di mira ripetutamente, dovettero buttarsi a terra dietro il muricciolo di una delle tante terrazze che dovevano risalire. Le canne di alcuni fucili rimasero tutto il giorno puntate al ciglio sotto il quale le loro teste erano state viste calare. Tentarono più di una volta di strisciare carponi verso il ritorno. Ma come il nemico vedeva spuntare una mano o una scarpa, li batteva col fuoco. La terra intorno a loro era tutta bucherellata, smossa dalle pallottole; un cerchio di morte li chiudeva come in una tana. Essi decisero di attendere la notte per muoversi. Il sergente stanco prese sonno. Ma come si levò la luna, pareva fosse il giorno. Ogni più piccolo movimento era visto. Ogni movere di frasca, là dove altri erano rimasti acquattati o feriti, erano miagolii di pallottole, che pareva radessero i capelli sul capo. Le ore passavano ormai senza speranza. Quando la salvezza venne dalla improvvisa oscurità fatta da una nuvola. I due si mossero insieme, carponi; strisciarono in silenzio, ora soffermandosi, ora affrettandosi, e poterono rientrare incolumi nelle vecchie trincee, abbracciati dai nostri che avevano seguìto con ansia le fasi dell’avventura.
Un episodio simile era occorso in quello stesso settore due giorni prima al capitano Viglione, che doveva morire in uno degli attacchi del 28. Pattuglie nostre uscite all’assalto il pomeriggio del 21, avevano trovato per terra il suo cappotto e il capitano non essendo rientrato la sera fu dato per morto. Più tardi lo si vide tornare sano e salvo tenendo per le cocche il fazzoletto colmo di grappoli d’uva. Costretto a ripararsi durante il giorno sotto un tralcio di vigna, aveva passato il tempo vendemmiando.
La sera del 24, non potè ancora annunziarsi la presa della Casa diruta, ma solo l’espugnazione del trinceramento a quella antistante, dove reparti nostri erano riusciti ad irrompere nel pomeriggio, e avevano respinto un primo contrattacco, infliggendo perdite e prendendo prigionieri.
Poichè il nemico si disponeva ormai a controattaccare. Ci assalì di fatto, in forze e d’improvviso la mattina del 25, piombando con elementi freschi sulle truppe esauste da un giorno continuo di assalti e da una notte agitata di vigilia e di lavoro. La sera del 25, il trincerone davanti alla Casa diruta tornava in mano al nemico. Tutto il terreno guadagnato con non poco sacrificio nella giornata del 24 era perduto nella seguente.
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Come le onde susseguentesi e incalzantisi in un piano rendono meravigliosamente bene, secondo il concetto del Comando, l’imagine di un esercito vittorioso ed invasore; così le onde che urtano contro un lembo di roccia, e sono destinate a frangersi e a dare un balzo indietro per riprendere slancio e ritentare l’assalto, dànno altrettanto chiara l’idea del lento, fatale andare e venire d’ogni qualunque forza d’uomini sospinta ad abbattere una organizzata resistenza d’arte e di terreno, e a superare l’opposizione di un nemico che scaglia anch’esso e rovescia a tempo sugli assalitori i suoi successivi rincalzi. C’è nella guerra di posizione una specie di fissità sostanziale di ostacoli, che la rendono pochissimo mobile e moltissimo dura; e una episodica mobilità e quasi flusso e riflusso alterno di ondate, con tutte le sorprese, i giuochi, i capricci e i sobbalzi, i vortici, i risucchi, le spume di una qualunque massa liquida, lavorata da correnti che s’urtano e si affaticano, turbata e sbattuta da un fondo irregolare e insidioso, ricco di abissi, di secche e di scogli.
Che se in teoria le ondate di uomini debbono susseguirsi e rincorrersi l’una l’altra dappresso, senza soste e interruzioni forzate, altro, di necessità, avviene in settori come quelli nei quali allora si combatteva: aspri a tenersi anche da un esercito immobile, se il nemico avesse potuto assumere un’attitudine di vigorosa offensiva; con comunicazioni difficili e ripari relativamente affrettati; con camminamenti ancora quasi tutti scoperti; con molti passaggi obbligati, battuti da molti fuochi; senza possibilità di cambi rapidi e sicuri. Rinforzi fatti partire la mattina per tempo dai ricoveri lungo il fiume, non sempre potevano giungere alle vecchie trincee prima del tramonto: tanto preciso e nutrito era il tiro d’interdizione nemico, su un terreno ancora povero di opere di approccio, nel quale dovevamo finalmente allargarci per poterci consolidare e proteggere.
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Il giorno 26 si prende, dopo il villaggio di Globna, il fortino. All’alba alcuni volontari avevano fatto brillare due tubi di gelatina nel reticolato antistante alla piccola opera nemica. Alle 13 si diede il segnale dell’assalto, e prima di sera reparti di un reggimento di valorosi avevano conquistato il ridotto, facendovi prigionieri 75 soldati e 3 ufficiali.
L’azione era stata così brillantemente condotta, da due battaglioni mossi da due parti all’attacco, che verso sera un plotone muove di là con tre ufficiali per spingersi fino alla chiesetta di Paljevo, alta sulle falde del Kuk, nella speranza di incunearsi fra le linee nemiche, vittoriosamente, sì da spezzarne a destra ed a sinistra la tenace difesa.
Ma le truppe nostre operanti nel vallone di Paljevo, più in basso, avevano ritentato in quel giorno inutilmente la solita irruzione contro le trincee nemiche di quota 383, guadagnando non più che un centinaio di metri.
E a Zagora la situazione era rimasta invariata, facendo il nemico un fuoco fitto di fucileria.
Ma ormai si avevano dai prigionieri notizie più ampie e relativamente attendibili sugli effetti di tanti giorni di combattimento. Onde si diedero istruzioni di non dar tregua e di non cedere mai più un solo palmo di terreno conquistato. L’offensiva si venne consolidando a poco a poco, abbreviava così le sue pause, eliminava i proprî arresti. C’eravamo oramai avvicinati e addentati al nemico; cominciavano i sussulti dell’ultima lotta feroce corpo a corpo, quando anche gli assaliti messi alle strette e afferrati vigorosamente, debbono farsi assalitori per tentar di scrollare il nemico di dosso.
Di fatto, nella notte stessa del 27, un violento controattacco si manifesta a Globna. Sulla mezzanotte artiglierie di grosso calibro iniziano un fortissimo bombardamento contro il villaggio e le vecchie trincee nostre di quota 383. Al cannoneggiamento segue un attacco disperato di fanterie, alla baionetta, con ufficiali alle spalle che rivoltellavano senza pietà i dubitosi, con squilli di tromba rianimatori. Dietro i pochi e deboli ripari le nostre truppe resistettero, e sventarono un minacciato avvolgimento della loro ala sinistra. Solo in qualche piccolo punto del centro, pei vuoti lasciati dai caduti, deboli nuclei nemici riuscirono ad infiltrarsi; ma la linea della fanteria rimase salda, nessuno dei nostri indietreggiò di un passo. Le perdite non furono poche nè da una parte nè dall’altra; qualche compagnia rimase al comando di ufficiali subalterni, finchè tutta la linea non fu rimpolpata e rinsanguata con nuovi elementi.
Ma se all’impeto delle fanterie eravamo riusciti ad opporci, nuove perdite ci inflisse durante il giorno l’artiglieria: che pioveva proiettili sulle posizioni sparse di uomini ormai stanchi, di cadaveri e di feriti, che chiedevano soccorso e che non era agevole trasportare.
Anche in quel punto il tiro di intimidazione e d’interdizione era feroce; impossibile riprendere l’azione; pericolosissimo defilarsi; e per quanto ufficiali e soldati, aggrappati al terreno, non dessero segno di volersi ritrarre, si ordina l’abbandono di tutta la valletta di Globna, ma in modo da costituirla zona neutra, impedendo al nemico di rioccupare la posizione del fortino sovrastante alle case. Sopra di essa il nemico aveva in antecedenza aggiustato i suoi tiri.
Mentre a sera i nostri ripiegavano, giunsero tra loro gli avanzi del plotone che avevano tentato di raggiungere la chiesetta di Paljevo, e che avevano combattuto per tutto il giorno, soli, avanzati, scoperti, minacciati di accerchiamento e di distruzione. Gli ufficiali tornarono incolumi, recando avviso di perdite enormi del nemico, e cacciandosi innanzi alcuni prigionieri.
Quanto a Zagora, si lavorò alacremente per tutto il giorno ad opere di approccio. Una vera trincea fu improvvisata dinanzi alla Casa diruta.
Il 28, con truppe riposate, si fece irruzione contro i reticolati antistanti a Zagora. Un primo contrattacco alla nostra sinistra fu sventato; un altro alla destra, battuto dalla nostra artiglieria, semina il terreno di morti: possiamo allargare l’occupazione fino sotto al margine del paese, mentre ci rassodiamo a sinistra oltre la Casa diruta facciamo una ventina di prigionieri.
Dagli interrogatori che si fanno a questi soldati presi, si viene a sapere che il nemico sta ricevendo notevoli rinforzi, e si prepara a un attacco imminente. Verso le 4,30 del mattino, questo si sviluppa con tale inaudita violenza, che ancora una volta si impone il ritorno dentro le vecchie e solide trincee. In poche ore la situazione torna quale era il mattino del giorno innanzi. Occorrevano assolutamente nuove truppe, e si decise di non tentare altra azione prima che fossero giunte.
Si eseguì dunque il cambio la notte del 30, si riposò tutto il 31, e il 1º di novembre, alle 6 del mattino, con battaglioni freschi si tornò fuori: in pochi minuti si riprese tutta la trincea della Casa diruta, e i primi più fortunati reparti spintisi su verso il paese, penetrarono nel caseggiato. Altre forze seguirono, fu dato l’assalto alle case diroccate, furono invase le stradicciole e le stanze squarciate, furono come in una gran retata avviluppati e raccolti ben 202 prigionieri di truppa e 5 ufficiali, che tanti non erano bastati in un groviglio di ruderi, profondo e sovrastante a tutte le posizioni dei nostri, con un arsenale di mitragliatrici, bombe, fucili, a fermare, dopo una settimana di sforzi continui, inauditi, l’impeto assalitore dei fanti italiani. I quali più di altri cento prigionieri fecero nel pomeriggio, allargando l’occupazione a sinistra per le pendici del Kuk.
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Chi scende oggi nel vallone di Plava e visita passo passo i vari settori, si sofferma dinanzi alle piccole croci di legno che disseminano qua e là il terreno combattuto.
Ma nelle trincee molto è mutato da quei giorni oramai lontani di ottobre e di novembre. Molti lavori furono eseguiti durante l’inverno, lunghi camminamenti coperti, sicuri, conducono alle posizioni avanzate, ai ridottini estremi. Da Plava a Lozice si cammina per un sentiero nascosto, non veduti mai, e si trova il paesello abbandonato e tranquillo, con le piccole case solitarie fra gli orti e i giardini. Una scoletta deserta apre le sue finestrelle sulla riva destra del fiume e dai piccoli banchi neri si vede la corrente dell’Isonzo passare limpida, smeraldina. Si ripensa ai giorni quando questo era un nido di fanciulli biondi, di azzurri sloveni. Sui banchi e per terra, sparsi come le foglie della Sibilla, sono i minuscoli evangeli della sapienza infantile, sillabari e quaderni.
Nel ridottino di Globna i nostri stanno saldamente afforzati: e i muletti calano sul ciglio di un valloncello, che in tempo di pioggia scarica le sue acque nell’Isonzo. Più oltre, nel terreno sgombro per un tratto di nemici, si sporgono sulla carrozzabile gli avanzi delle casette di Globna, grigiastre, e al di là della strada un orticello erboso, abbandonato, par che coltivi da solo una piantagione lussuosa di cavoli, alti, grassi, abbondanti. In un mattino limpido di febbraio, tutto spira un senso idillico di pace campestre.
Solo lassù, nel settore di Zagora, gli avanzi della lotta feroce rimangono fra la terra smossa, sconvolta, seminata di paletti rovesciati, di fili e spranghe di ferro, di cavalli di frisia buttati all’aria, fracassati. Poche piante da frutta, qualche raro tralcio di vite è ancora abbarbicato al terreno, come sperduto nella convulsione.
E le case di Zagora, quelle più basse nelle quali siamo noi, e le più alte nelle quali si annida a muro a muro coi nostri il nemico, sembrano nel loro stretto abbraccio, nel loro inviluppo tenace, nel nodoso intrico delle viuzze perpetuare il ricordo dell’antica lotta degli uomini nella materia petrosa, che resiste dopo tanti mesi al crollo e alla distruzione.
IL “DIARIO DI TRINCEA”
DI RENATO SERRA
_Nello zaino di Renato Serra, insieme con la rivoltella — della quale non fu sparato neanche un colpo — era un taccuino di piccola mole, con alcune pagine piene della sua sottile scrittura: il diario della sua breve vita di trincea._
_Nella edizione milanese dell’_Esame di coscienza, _dove pur avrebbe trovato posto al seguito di quelle che sono senza dubbio le pagine più belle che da penna di scrittore europeo siano uscite sull’argomento della guerra, non demmo di questo diario neanche la notizia; per ragioni che è inutile dire._
_Per la prima volta se ne trascrivono qui le pagine intere, segnando con tratti punteggiati alcune brevi lacune della trascrizione._
_Il diario va dal 6 luglio 1915, giorno dell’arrivo davanti al Podgora, al 19 luglio, vigilia della morte del grande e caro amico._
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“6-VII, ore 14,40. — Nel bosco davanti Podgora: cuccie nel terreno sconvolto: dopo un sonno sotto i primi _shrapnel_. Stanotte che bella dormita sui cuscini dell’autom. accanto a F. Alle 5 via: per Palmanova in cerca di Cormons: dalle pinete e dai canali neri sotto i colonnati alle colline di terra rossa e di sassi — Incontri, schiene d’asino — Da C. a Mossa: scarico presso il Comando di Div. Di lì al com. di brigata. Torno a prendere la borsa zaino, faccio l’ultima scelta di cose necessarie; entro in campagna — Le guide nel bosco. Arrivo al regg.to — A mensa — A posto — Istinto che fa batter le ciglia al passaggio dello _shrapnel_.
“Ripenso all’arrivo: entrando nel campo, incrocio la barella del cap. D. G.: una forma sotto una coperta, una mano increspata fuori della coperta, magra, esangue, verde — Segno? Tante cose.
“Caldo sotto il tavolato. Mi chiamano per dare il cambio alla 3ª in trincea di 2ª linea — Vado a percorrere la trincea — Si mangia in fretta aspettando il buio. E. non può lasciare le mitragliatrici. Mi chiamano ancora: un ordine di operaz. è arrivato — a bassa voce — cambio sospeso — tenga la comp. pronta per appoggiare l’avanzata. Il cap. che mi ha fatto festa prima cambia voce: parla a uno che va per un’altra strada — Bene — in un giorno solo, tutto. Il circolo si chiuderà? curioso — Raccolgo la comp. (M. dà gli ordini per me), due plotoni sul ciglio: a sedere per terra, aspettiamo: la sera scende assorta, sulle membra indolenzite — Si parla a voce sommessa, parole più rade: gli occhi fissi: si vede sempre il cielo e il bosco, nelle ore lunghe. Sul materasso, ad aspettare che mi chiamino, senza pensarci più.
“7 — Notte di fuoco e di lampi, razzi fin sopra noi — Mi persuado che non ci chiameranno, dormo tranquillo, lungamente — Sveglia del mattino, e giorno chiaro: la vita del campo che si riprende, lavarsi, pulirsi... Sto in piedi un po’ a stento, traballando — La ferita. Mi passa per la testa che potrei benissimo ammalarmi, tornare in licenza: per un secondo mi son già accomodato. Ma so che non sarà per più di un secondo. Sorrido, come quando una granata scoppiandomi sulla testa me la fa abbassare — Giornata senza novità — Il mio caporale ferito alle dita, Manoni: lo proporremo per la ricompensa. Si mangia; coi miei compagni, sudati, sotto le tavole basse: bisogna aggiungere Mensozzi, e gli altri attendenti fuori presso l’apertura, pronti: e la nostra famiglia — Riposo — Le ore passano — Vado in trincea a parlare dei bisogni della comp. e poi col colonnello: faccio uno specchio, sorveglio i lavori per spianare la strada alla batteria — Non daremo cambio ancora stanotte. Forse domani tutto il battaglione sarà ritirato — sento le notizie della giornata — il tentativo della brigata Perugia alla destra. Come si vede e si sente diversa la guerra, a esserci in mezzo. Si fa. Ma è ormai come la vita. È tutto, non è più una passione, nè una speranza. E, come la vita è piuttosto triste e rassegnata: ha un volto stanco, pieno di rughe e di usura, come noi — Questo non toglie tanta forza nascosta, insospettata — quasi inesauribile malgrado tutte le stanchezze. Scrivo guardando i monti intorno e il cielo velato di vapori di calore che si stanca. Vicino, i soldati gridano come scolari per rimettersi a posto nelle trincee più basse — Sopra è arrivata l’artiglieria — Che cosa si prepara per stanotte? Aspettiamo la mensa e il giornale — La cresta di fronte è coperta di alberi, bassi, un verde cupo, arricciato e velato come nella lama di uno specchio — Le acacie del mio bosco hanno un fogliame tenero, chiaro e fermo nella luce che vien meno — Sento i panni attaccati alla pelle da un resto di sudore. Le figure di Battase: un altro che prenderà posto in questa compagnia.
“Si fa scuro, chiacchierando: cose militari — A dormire — La sinfonia notturna — Scroscio di pallette sul tavolato: palle di fucile tra gli alberi — Il cuore un po’ in sospeso: attaccano? attaccheremo?
“8 — Sveglia: sacchi per la terza: visite alle trincee — Visi rossi alla luce del mattino di chi non ha dormito — Seguito a girare — Desiderio di fare un giro per le trincee avanzate — Non mi sono ancora sentito sparare addosso, non ho ancora fatto una traversata di terreno veramente battuto! — come una puntura — con Pipietto — che bel viso arrossato dal sole, ma fresco e fiorente di 20 anni: tranquillo, ridente: così bisogna essere: soldato, fanciullesco.
“Arrivo alla 1ª sotto il monte, tutto ansante, sudato: neanche un colpo si è sentito: la cresta di fronte, a 300 metri, con le sue tavole sottosopra, la terra un po’ scavata e rivoltata negli squarci brulli, e il bosco fermo, pieno di silenzio — la pendice circolare alla base, tagliata come una parete sul fondo: e i soldati appoggiati rintanati tutto intorno — Lì appoggiati si sta al sicuro: si vede solo la parete e il cielo azzurro brillare sopra; dietro un rivoletto tra le frasche, prato, filari vigne immobili — di un verde chiaro, intrecciato di fili lucenti al sole — L’areoplano che non vedo — Dall’angolo della trincea i reticolati a cento metri; paletti e fili in croce: che aspetto inoffensivo!
“Visite alle trincee del 131, sulla destra. Il pozzo, le case annerite di Lucinico abbandonate in mezzo al verde — Ritorno più adagio: sempre il silenzio e il cielo immobile caldo, sospeso sulle brevi corse. E nulla — Il comando per la comp. — La vallata di dietro a noi; il sole sul bosco sempre arricciato, ma fresco, molle — Ritorno: la salita stanca; grondando di sudore. Da Borla, distesi sotto il blindamento; scrosciano gli _shrapnel_ da montagna: due feriti a pochi metri. Passano laggiù per la radura: un lamento napoletano “Povera mamma, povera mamma” — Mensa, riposo. Gli scoppi periodici oramai e consueti — Come passa il pomeriggio vuoto e lento — Scrivere qualche cartolina, lavarsi, mettere in ordine lo zaino; e poi sulla cassetta rovesciata, col sole pallido che piove sulle mani di tra i rubini — Il boschetto intorno; cinereo, azzurrino di dietro su lembi di un cielo di perla: verde spento, quasi di carta chiara e fragile a sinistra; tenero e bagnato di sole stanco, frastagliato tra la nebbia calda.
“9 — È già buio. Non vedo il lapis — In trincea agli avamposti, in luogo della 2ª — Giornata calma — E la notte?
“Ricapitolo. Nottata dell’8 — La solita grandinata di colpi. Fuochi a comando, a scroscio; fuoco individuale, scoppiettio ininterrotto — Le pallottole tra il bosco, schiantano i rami, cadono a fasci, con piccolo tonfo secco, sul terreno — Bisogno d’alzarsi dalla cuccia e sporgere la testa dall’apertura — Sonno del mattino, nella luce scialba — Un’ombra sulla soglia la interrompe — Mi chiamano. Sostituire la 2ª — A vedere i luoghi — Discesa dalle trincee della 3ª, per la vigna, cammino non ancora percorso — Sbalzi di corsa, per seguire il compagno che si fa piccino ma non si ferma; soste a scrutare fra l’erba e le pannocchie di stipa la strada buona — Si tira a indovinare, e via, avanti. Fiato grosso — arrivo — perlustrazione, stato dei lavori — Ritorno da sinistra in cerca di un cammino più coperto — Per il camminamento sotto le case della Morte, tra l’argilla viscida d’acqua e per il bosco — irritazione, che sudata e che fatica.
“Preparativi e partenza — si sfila per uno; Cinque va a fare il giro lungo per le posizioni del 12º — Si sale, si scende; è una delle manie solite di soldati — Il tratto scoperto — 15 metri in pendio; a gruppi, di corsa — Sono sfilati tutti — Qualche sparo — Una pallottola fracassa la scatola serbatoio di un fucile; curiosità, chiasso — Siamo in trincea — Ci si accomoda come per starci sempre — Dopo un po’ di tempo si scoprono delle piccole fortune ignorate ancora: sedersi sulla proda del filare davanti alla buca arrostita dal sole, nel ronzio delle mosche — Un po’ d’acqua e par già d’esser contenti — Sistemaz. delle trincee; giro intorno a vedere gli altri lavori, alla 1ª, all’8ª, che è già su, sotto la volta del bosco — Si fa sera — Arrivano delle granate da 210 — Mangiamo i biscotti con quelli della 1ª.
“Notte — che stellato — Vedette a posto colla baionetta inastata — Ci mettiamo a dormire — Qualche colpo raro. A mezzanotte giro d’ispezione — Tutto quieto — Si torna a riposare — Dormiveglia, scariche, le pallottole fitte proprio sopra noi — Scoppi d’artiglieria nel buio, attraverso a un velo languido, fino alla mattina.
“10 — Son qui a scrivere, nella mattina ancor fresca — Qualche colpo, un canto sottile di uccelli qui presso, parlare sommesso di soldati — Vita di trincea — Lavato, una tazza di latte; come par di star bene — Fatte le scritture per le comp., dati gli ordini, si lascia passare il tempo — Ora finiremo di far pulizia, e poi s’andrà a trovar gli zappatori. Ci dovevano essere 3 ore di tregua per seppellire i morti su un fronte vicino (del 1º fant.). Poi l’hanno sospeso — Areoplani — Mortaretti di _shrapnel_ e fiocchi bianchi che restano sospesi nel cielo lucido — (di seta).