Racconti di guerra

Part 15

Chapter 153,814 wordsPublic domain

Le madri cercavano ansiose con sguardi fulminei il volto di un proprio figlio, che forse era là in mezzo; le spose cercavano i mariti, i fanciulli vedevano rapidamente passare il padre loro, confuso nella schiera carreggiata del reggimento. Passavano alpini, granatieri, bersaglieri, fantaccini delle vecchie e nuove Brigate, decine e decine di migliaia di uomini al giorno, decine e decine di migliaia di uomini la notte. Nel buio venivano sulle soglie coi lumi, con le candele affondate in un imbuto di carta, perchè l’aria non scotesse e non spegnesse la fiamma.

Le fiamme più belle non si spegnevano nei cuori.

Vidi io un mattino povere fruttivendole afferrare, le ceste delle frutta, il loro unico capitale, e rovesciarle entro gli autocarri, dando tutto in dono spontaneo. Vidi donnette meschine, quelle stesse che vanno al Municipio a riscotere il sussidio settimanale, mettere insieme a due a due i centesimi per comperare un _toscano_; e per offrirlo a qualche soldato; una ne vidi che nello slancio dell’offerta tanto si fece innanzi che fu urtata e rovesciata a terra da una macchina, che per poco non le passò sul corpo; un mazzo di sigari che aveva in mano le andò per la polvere sfasciato; ed ella si sollevò pronta e si curvò a raccogliere, e offrì il dono ai soldati di un altro carro sopravvenente. Chi assistendo a quelle scene di popolare pietà non ebbe le ciglia umide, non proverà più commozione.

* * *

In poco più di un mese quale e quanta mutazione di animi e di cose!

Tutto si può rendere con una parola sola: _La guerra!_ La guerra che è un’epopea e un dramma, che ha i suoi svolgimenti pacati e lenti, e le sue sorprese improvvise, i suoi rivolgimenti tragici, le sue ore di sospensione e di ansia soffocante, avviliente, e i suoi ritorni fatali, le sue conclusioni necessarie, le sue sintesi ultime, che rimangono a chiudere la vicenda alterna degli avvenimenti singoli e minuti.

Tanto quanto si è atteso bisognava soffrire, e bisognava anche temere e dubitare, e sentirsi il cuore in ferita e in sangue prima di giungere a questo. La via sassosa, spinosa, intricata, nemica, che prova le forze e gli animi bisognava percorrere e ripercorrere, cadendo, soffermandoci, disseminando la terra di nostri caduti, seppellendo i nostri santi morti; ma non seppellendo mai la fede, anzi sollevandola sopra di noi, sopra tutte le venture e le sventure, più alta di ogni caso, più splendida d’ogni luce, più terribile di ogni arma.

Mai i nostri placidi fiumi furono più pieni di storia, di destino e di santità.

LAGHETTO DI DOBERDÒ

Agosto 1916.

_Ad Arnaldo Monti._

I soldati, ora, vanno attorno allo scoperto, vengono fuori come le lucertole ai primi soli caldi. Fa un effetto curioso la gente che si muove in libertà su quel terreno di insidie mortali, d’appostamenti, fra quelle tane di accucciati e sepolti. Non s’era mai veduto.

Dal giorno in cui i primi, da una parte e dall’altra, sbucando su dalla strada di Ronchi e dal terrapieno della ferrovia, che va per S. Polo e Monfalcone a Trieste, e dalle case di Selz, s’erano scontrati con gli altri, calati da Doberdò, che li aspettavano al varco, dietro i ciglioni di pietra; da quel lontano giorno i due avversari s’erano distesi in linea, questi di fronte a quelli e non avevano fatto che ammucchiare pietre per coprirsi, empire sacchetti di terra, e scavare, scavare, con le zappe, coi badili, coi picconi, talvolta perfino colle baionette, con le bocche dei fucili e con le unghie, per ripararsi, nascondersi. Era passato un autunno, un inverno, tutta una primavera. Erano venute le settimane di pioggia continua: nelle buche ricolme d’acqua gialla si pescava. Era venuta l’estate, la pietra bolliva al sole come avesse il fuoco sotto, e le due schiere nemiche erano ancora lì, coi fucili spianati alle feritoie, con le provviste di bombe a mano sui parapetti e negli angoli, nel lezzo tremendo dei cadaveri che non si possono rimovere, che gonfiano, e fanno le mani nere, come fossero inguantate, poi calano di settimana in settimana, quasi che gli abiti si sgonfino; si spersonano, ischeletriscono dopo qualche mese e il vento li scuote. Ognuno aveva i suoi. Ognuno ne aveva davanti alcuni non della sua parte. Dopo un’azione, aprendo all’occhio un varco sottile tra sacchetto e sacchetto, si cercava lì sulla petraia gialla, bruciata qualcuno che non era tornato, si credeva di vederlo laggiù, disteso bocconi, col fucile per terra a pochi passi. Era, non era, come si sarebbe potuto sapere?

Adesso si gira liberamente, si può andare dove si vuole, sporgere il capo, camminare senza curvarsi; non s’ode più in aria il “ta-pum” che una volta scoccava la sua minaccia di morte.

Questo sole d’agosto che batte sul pianoro liberato, s’espande improvvisamente dolce come a primavera. Sulla faccia tormentata della terra, sulle sue ferite aperte dove pare rosseggino grumi di sangue, il sole comincia a risanare, a pulire, a spazzare via le sporcizie, i lerciumi, gli avanzi ripugnanti degli scomparsi abitatori del luogo.

Sole d’agosto, che tu sia benedetto! Gli ultimi morti rimasti fra queste pietre, scoperti, t’hanno veduto ancora. Tu li hai purificati. La loro presenza non si fa più sentire ai vivi. Quel nemico proteso bocconi con le braccia allargate, ha uno strano capo rossiccio, arso, bruciato dalla vampa. Ciuffi di capelli gialli scendono sulla nuca, come una strana parrucca. Non fa nessuna impressione il morto. Non è più un cadavere, non è che il ricordo lontano, scolorito di un corpo.

Ora vanno in giro per le trincee nemiche ad osservare, a frugare, a raccogliere armi, fucili, cassette di munizioni, di bombe a mano. Camminano guardinghi, con la cautela della gente di mestiere che sa da un pezzo che sia un campo di difesa. Guardano dove posano il piede, certo non vanno a rovistare nel pattume.

Ogni tanto un topolino grigio sfrugola via in silenzio, fuor d’un cencio di coperta, fuor d’una scarpa sdruscita. Anche i topi, ora faranno pulizia. E si butterà la calce su quei letamai, si darà fuoco ai mucchi di paglia, ai pagliericci lerci dove si dormiva martoriati dai pidocchi. Già si è cominciato ad appicciare l’incendio qua e là, coi fiammiferi: nella diffusa luce del pomeriggio estivo, le vampe tremolano come ombre d’oro tenui, evanescenti. Il sole e il fuoco ti ripuliranno, vecchio e tristo pianoro del Carso.

Come sembrano sformate, ora, svuotate d’ogni importanza, ridotte a qualche fosso, a qualche muretto, a mucchi sconvolti di filo di ferro, le difese della guerra atroce. Non ci voleva che una tempesta di acciaio che ci passasse sopra, per rovesciare ogni cosa, per togliere importanza a tutto. È un campo di cose morte, di rovine senza quasi più significazione di vita. Rimosso il pericolo, snidata l’insidia, cessato il bisogno di nascondersi, di ripararsi in un modo qualunque, nulla ha più alcun valore. L’istinto della difesa rimbucava la gente: ogni pietra aveva un compito; ogni ricovero, se anche colmo di pattume, serviva. I fossati profondi, pure scheggiati, abbozzati, grezzi, erano una salvazione. Lì dentro ci si viveva. Non si viveva che lì dentro. Le buche avevano le dimensioni dei corpi. I corpi s’erano accomodati, adattati alle buche. Prima, quei solchi erano colmi di gente, di seme umano; ormai non sono che rughe del terreno aride, vuote; non c’è che un guasto sterile intorno, un campo di vecchie cose, la rigattiera della guerra. Dopo un incendio, dopo un terremoto si vede pure la gente che va curva tra le rovine, le macerie. Ma le case anche più distrutte conservano un’anima, mantengono qualche linea intatta, parlano del passato come di cosa che non ha cessato la sua ragion d’essere, che in altra forma tornerà ad esistere. Queste opere che parvero grandiose, formidabili, immani, non presentano che una desolazione squallida.

* * *

Il cuore torna a quelli che sono morti, che hanno preparato la gioia e la vittoria di oggi, nel sacrificio; a tutti i santi e i poveretti caduti per fare un passo avanti, qui dove noi ora camminiamo sicuri a piedi. La più alta e durabile espressione della guerra è in questa sua somma immensa di dolore. Ciò che si è fatto par nulla al paragone di quello che si è sofferto. Ciò che si sa è nulla al paragone di tutto ciò che non si racconterà più e non si saprà mai. C’è qui una religione del dolore, più grande d’ogni storia militare.

E l’animo va verso il senso nuovo di gioia e liberazione, che non si può reprimere nè soffocare.

La strada che sale dal piano per Doberdò, si scioglie anch’essa come da un incubo. Rivede, dopo un anno, nella piena luce del giorno, ripassare carri e truppe in cammino. Non udiva da tempo che il calpestio tacito, nelle notti senza luna, di reparti nemici che andavano alle trincee e ne venivano, di compagnie e battaglioni che si davano il cambio. Di giorno le granate la bersagliavano, solo che un’ombra vi apparisse sopra, solo che una figura minuscola risaltasse sullo sfondo della sua carreggiata polverosa. Il tracciato è pieno di buche: ma centinaia di colpi non l’hanno distrutto. Appena ricominciato il movimento, la strada, con qualche carriola di pietrame, è tornata quello che era. Si svolge, corre al sole, manda fumate di polvere, tagliando a una a una le linee delle trincee, là fino alle case di Doberdò. Di là prosegue. Le nostre truppe che avanzano la scoprono passo per passo.

È una sensazione così nuova, così forte, e piena di così strano sapore che la si vuol godere mano mano che si procede. Pare di andare alla scoperta di un terreno vergine. Qui non abbiamo ricordi nè riallacciamenti col passato. Quelli di noi che in tempo di pace non ci vennero mai, ora hanno il senso di scoprire tutto, di trovare cose nuove.

Che altra cosa è la guerra quando ci si muove! Quando gli orizzonti mutano e si lasciano i morti addietro. Nella guerra di trincea quasi sempre si hanno davanti. Si cammina cantando. Odo canzoni attorno a me. Il nemico non è lontano. Si sa che si ritira, ma si sa anche che si vede ancora da qualcuna di quelle alture. Non è più sul Cosich, non è più su quota pelata; anche quota 121 è stata sgombrata stamane. Ma quota 144 è ancora sua. Dicono che la fanteria avanzi verso la cima. Al di là, dal versante opposto, s’alzano fumate bianche; effetti dei nostri tiri di sbarramento e di inseguimento. Si impedisce ai rincalzi di venire avanti, si cerca di tagliare la ritirata ai difensori.

Di quando in quando traversa l’aria un sibilo. Più si procede e più giungono. Ci battono. Ma è un fuoco senza persuasione, di truppe e di batterie in ritirata. Noi si incalza. Vengono giù di corsa alcuni autocarri della Croce Rossa: i feriti nell’azione impegnata a Oppacchiasella, e più avanti ancora. Incontriamo reparti di un reggimento che avevamo veduto l’ultima volta altrove, in un giorno d’azione. Effetti della grande manovra per le linee interne, che ha sorpreso il nemico; rinforzi venuti per la linea più breve, seguendo la corda che regge l’immenso arco del nostro fronte. Gobbe rocciose, bozze di spugna arida, secca, un velo di terra disteso dalle conche dal vento; e il tormento del caldo e della sete. Agli spinelli delle botti piene d’acqua, allineate in un campo, fanno ressa i soldati con le borracce. Il nemico tira _shrapnel_ su quei luoghi di ristoro che ha individuati.

Alle spalle delle truppe che incalzano, che i Comandi gettano nella sempre più aperta spaccatura del fronte, per premere il nemico su tutta la linea, per ributtarlo senza soste verso le sue difese a tergo, a oriente del vallone, contro le alture di Medeazza, che saranno il pernio più vicino al mare della nuova resistenza, fluisce l’ondata dei carriaggi, gli approvvigionamenti, le batterie, le munizioni. La mostruosa organizzazione tutta si sposta, dalle sedi di Comando agli osservatori di batteria, dai depositi alle pattuglie di punta. Gli uomini sono come i tentacoli più sensibili e prensili, avvolgenti e penetranti del mostro che si muove con la sua vasta mole, sulle strade, pei sentieri, pei dosserelli erbosi, attraverso la scarsa vegetazione arborea, che i tiri della nostra artiglieria hanno rasa, rotta, bruciata. Ma tutto questo fra poco ripullulerà. C’è una vegetazione folta di erba attorno alle rovine delle prime case di Doberdò.

* * *

Il paese è una desolazione. Non una casa che nasconda la propria rovina. Ci si è tirato dentro con le grosse artiglierie, come in un bersaglio. Doberdò era un luogo di concentramento e di passaggio per le truppe austriache della difesa di Sei Busi e di Selz. Molte di quelle case aperte, squarciate, sono delle tombe: sotto le macerie si ritroveranno delle ossa, delle armi, forse anche qualche pezzo d’artiglieria. Dalla chiesa il nemico tirava con un medio calibro. La facciata è crollata, la chiesa s’apre come il vano d’un palcoscenico. Nel mezzo è un cumulo di rovine alto molti metri.

Le case scoperchiate, sventrate, afflosciate su sè stesse, senza più il sostegno di una parete valida. È la insulsa tristezza degli abbandoni remoti che non hanno più colore. Un tritume, un seccume di avanzi tormentati all’infinito da nuove esplosioni, coperti, soffocati da sempre nuove ricadute di pietre, di sassi, di mattoni, di calcinacci, di polvere. Vecchie tombe di case scoperchiate e inaridite, senza episodi. Silenzio. Non s’ode che il cigolìo di un fanale arrugginito rimasto appeso al suo braccio, all’angolo di una casa. L’ultimo avanzo della illuminazione stradale di Doberdò. Una granata ha colpito anche quello, lo ha dimezzato, non è rimasta che una porzione dello scheletro lieve: cigola ai buffi del vento che viene dall’Adriatico.

Di tutto il paese di una volta, che aveva da essere ridente, non restano che gli alberi. Gli abitanti sono stati i primi ad essere spazzati via: poi se ne sono andate a una a una le case; ora se ne sono andate le truppe loro. Ma i gelsi sono ancora qui, quasi tutti in piedi. Hanno resistito all’abbandono degli uomini; un po’ intristiti dall’incuria di quattordici mesi; hanno resistito ai bombardamenti che facevano crollare le case attorno ai loro tronchi; si sono salvati. Allargano le fronde, un po’ scarne, di un verde malato, sui resti bassi delle dimore umane. Ci vuole più furia di ferro e di fuoco a distruggere un filare di gelsi che a polverizzare un paese.

* * *

A oriente di Doberdò le tre groppe del Crni Hrib, uno dei punti di appoggio della seconda linea nemica, anch’esso crollato. La battaglia infuria più oltre, al di là di Oppacchiasella, e a sud sulle alture di quota 144, che il nemico difende da alcuni elementi di trincee a mezza costa. Fra quota 144 e il paese, s’apre come una pupilla il laghetto, orlato di rive flaccide, pantanose. Qualche batteria avversaria manda rari _shrapnel_ a sfiaccarsi fra i molli canneti.

Paiono gli ultimi radi fumacchi di un incendio, le cui vampate hanno ormai attraversato il vallone.

PRIGIONIERI AUSTRIACI

Novembre 1916.

_A Mario Missiroli._

Erano circa duecento, stesi per terra, falciati l’uno accanto all’altro da un sonno più pesante della morte. Parevano cadaveri. L’abbandono, il rilasso dei loro corpi non mostravano più nulla di volontario, di mosso, di vivo. Ci sono posture nel sonno che rivelano ancora il pensiero, o qualche cruccio della veglia, o la serenità del riposo, o la quiete dolce, il sogno. Quelli erano corpi inanimati, senza più nessun appiglio alla vita, nessun ricordo e nessuna plastica, allineati per quattro o cinque lunghe file, tutti voltati sullo stesso fianco, gli uni agli altri accostati, aderenti, stretti come salme deposte in poco spazio per essere inumate in una fossa comune. Certo non l’ala di un sogno affiorava dai giacenti; non si udiva un respiro levarsi di sotto quei cenci che li avviluppavano, li fasciavano come corpi induriti di mummie. Erano i loro cappotti turchini, dai baveroni rialzati, che li coprivano fin sopra la testa: qualche mento con la barba lunga veniva fuori qua e là, qualche pezzo di faccia dalla carne pallida, cerea, o il giallore di una calvizie untuosa, o le occhiaie profonde intorno alle palpebre chiuse, scavate sotto la fronte come in un defunto. Le gambe s’allineavano come tronchetti di legno, ingrossate dalle fasce fangose; e sporgevano i piedi chiusi negli scarponi di cuoio buono che hanno i nostri nemici e che durano addosso ai cadaveri per mesi e mesi: talvolta sui terreni dove i morti non si sono mai potuti seppellire, rimangono a calzare agli scheletri le ossa dei piedi.

C’era una umanità immensa, dantesca, in tutta quella carne prosternata al suolo in attesa di una occulta remota resurrezione. E nella notte, gli alberi a torno apparivano anch’essi senza vita e senza nome, forme imprecise, nere, levate come scheletri su quella specie di umano strame. E dentro il recinto non era che quella miseria, e l’odore del branco putrido e l’albore della pacifica luna. Era un rilievo degno della mente di Dante. Erano anime che venivano dall’inferno, scampate alle bolge e alle doline del Carso, sfuggite al fuoco che piove lassù a larghe falde sulla landa della nostra caccia selvaggia e della loro condanna e del martirio. Erano lì come in un vestibolo di pace, sulla terra che è l’avanzo di un parco, disseminata di paglia, di stracci, di scatolette di carne in conserva. C’erano dei fanali azzurri appesi agli alberi, fiochi come i lumicini che vegliano i malati, inutili, che si perdevano nella chiarità lunare.

E quelli erano i prigionieri del giorno stesso, che avevano addosso la cappa ferrea della fatica, sotto la quale non si potevano più muovere. S’erano lasciati cadere lì allo scoperto, meccanicamente addossati come per non soffrire il freddo pungente dell’alba, con le teste posate sulla terra, come si trovano i morti. Non s’erano nè fatto nè cercato un giaciglio, avrebbero preso sonno sulle più dure pietre, avevano lo sfinimento, l’abbrutimento come capezzale, come materasso e coperta. Si vedeva ch’erano affondati in un sonno cupo, senza risentimento e senza intoppo, quasi presi in braccio dalla terra materna, che è la genitrice eterna, dalla quale si esce, alla quale si ritorna, nella quale si rimane poi per sempre quando ogni altro appoggio e abbraccio e consolazione umana è finita per sempre. La terra che era per la loro infinita stanchezza come il pane solo per la loro fame, come l’acqua sola per la loro sete.

Quelli erano i combattenti di ventiquattr’ore prima, che avevano sparato sui nostri soldati usciti fuori dalle trincee, che ne avevano anche ucciso qualcuno, che avevano preparato dolore e lagrime alle nostre madri. Erano lì, riposavano. Avevano salva la vita che è ancora un bene sulla terra. Taluno di loro interrogato appena preso intorno a quel che pensasse della guerra, aveva risposto: Per noi la guerra è finita. Tutto quel che sarebbe accaduto dopo la loro partenza dalle linee perdute, non li riguardava affatto: diventava una faccenda per gli altri. E nella totale assenza di ogni altro sentimento che non fosse di questa liberazione intera, suprema, avevano parlato.

* * *

Scampavano chi da uno, chi da due anni di guerra. Non avevano più altre memorie che di guerra. Chi aveva fatto tre campagne, chi quattro: parlavano della Serbia e della Galizia, dei Carpazi e del Trentino, dove i loro battaglioni erano stati richiamati e sbattuti, dove erano stati decimati e rifatti, donde erano tornati, come onde di un mare in tempesta. Avevano corso tutte le linee ferroviarie dell’Impero, nei lunghi treni che portano di qua e di là il nerbo delle offensive, e poi i soccorsi febbrili sulle retrovie dei fronti rotti o minacciati. Avevano combattuto d’inverno e d’estate, s’erano trovati di fronte sempre nuovi nemici, s’erano trovati di fianco commilitoni sempre nuovi, dalle favelle incomprese. Erano la storia viaggiante di tutte le spedizioni militari dell’Austria. Avevano combattuto in Serbia senza trincee, riparando il capo dietro un sasso qualunque: avevano combattuto sui Carpazi nevosi nei rigidi inverni, con la morte nelle carni, nelle ossa; erano stati mandati ora sul Carso, nella bolgia più orrida di tutta la loro guerra.

Alcuni di costoro erano stati veduti e descritti da Wiegand mentre tornavano dai trinceroni di Sei Busi, di Selz e del Cosich: gente che aveva incrostata sul volto la maschera di terrore della guerra: la carne dei loro compagni aveva appestato la conca di Doberdò, aveva riempito i cimiteri sparsi sui luoghi dove oggi sono i nostri soldati. Erano i testimoni della nostra guerra terribile, dicevano senza esitazione che di tutti i fronti il nostro è quello dove si vive e si muore più tragicamente di tutti. Parlando delle campagne sul fronte russo, i contadini accennavano con poche parole alle terre distese, su cui marciando avevano posato il piede, in cui avevano potuto scavare le trincee con la vanghetta, su cui i proiettili affondano nella mollezza del terriccio e dei solchi. Ma qui sul Carso avevano trovato la pietra che vola in schegge sotto gli scoppi e dissemina e centuplica la strage, come se ogni lastra d’acciaio riscoppiasse a mitraglia.

E avevano narrato il martirio della resistenza su linee che non erano ancora pronte e finite: specie le più avanzate, contro le quali le nostre fanterie avevano sferrato l’assalto, dopo due giorni di bombardamento distruggitore. Chi aveva potuto trovare una caverna vi si era imbucato, e non se ne era più mosso: era stato fatto prigioniero dai nostri. Altri avevano avuto ordine di non arrendersi, di lottare fino alla morte, così com’erano, allo scoperto o quasi, dietro alcuni muretti di divisione tra campo e campo. Altri assicuravano che gli ufficiali li avevano abbandonati in massa il giorno prima, lasciando l’ordine di ripiegare lentissimamente, passo per passo, ricostruendo difese improvvisate ad ogni opportunità che offrisse il terreno. Ad alcuni era stato detto che le loro retrovie erano bombardate da nostre granate asfissianti, e che perciò non pensassero nemmeno a fuggire, perchè avrebbero trovato nella fuga la più atroce delle morti. Ad altri erano state affidate le mitragliatrici, con l’ordine di scaricarle non appena si mostrassero le nostre truppe: la grande arma con la quale il nemico cerca di controbilanciare l’effetto spaventoso delle bombarde italiane.

Interrogato in quali condizioni si trovasse Comen, un prigioniero aveva dichiarato che tutti i Comandi n’erano scappati, cacciati dal nostro fuoco. Altri parlavano della linea di Kostanjevica, come della vera linea loro di difesa, senza interruzioni, ricca di caverne, munita di saldi punti d’appoggio, in complesso durissima. Ma annunciavano anche che i nostri calibri la tormentavano intensamente. Alla domanda se avessero sofferto la fame, rispondevano che da qualche tempo nell’esercito austriaco si gode del buon raccolto fatto quest’anno in Ungheria. Ma negli ultimi due giorni moltissimi non avevano più ricevuto il pane nè il rancio perchè il nostro fuoco d’interdizione aveva impedito tutti i rifornimenti. E finalmente interrogati su quel che si dice e pensa nel campo avversario della nostra continua pressione e della nostra attuale offensiva, alcuni avevano risposto che ogni giorno si attende una ripresa a fondo delle nostre operazioni, che le preoccupazioni sono molte e vive, che l’animo delle truppe è incerto, e che se noi fossimo giunti a Kostanjevica, essi avrebbero dovuto poi ritirarsi su Adelsberg. Insistevano specialmente sulla gravità delle perdite subíte sotto i nostri bombardamenti furibondi.

* * *