Part 14
E a un passaggio a livello la cancellata chiusa arrestò per alcuni minuti tutto il movimento. Transitavano a poca distanza l’uno dall’altro treni anch’essi carichi di soldati, poi uno carico di cannoni. I pezzi, i cassoni erano velati di fronde e di erbe.
Veniva da un tanto movimento, da un tale flusso di forze, di macchine, di mezzi, un senso di energia e di sicurezza. Di contro l’offensiva nemica, sorgeva naturalmente, a poco a poco per molte vie, per le più oscure vie, l’entusiasmo della ripresa, la febbre della rivincita, l’allegro impeto della vendetta.
Le notizie dei nostri ripiegamenti erano giunte molto vaghe a quelle truppe, spostate dalle retrovie lontane, e che non conoscevano il fronte. I più credevano ancora che in poche ore la situazione si sarebbe capovolta; il fatto è che non chiedevano nulla, non volevano saper nulla, andavano cantando là dove c’era bisogno di loro, a formare il nuovo argine, a segnare i nuovi confini.
Si respirava un’atmosfera di riscossa attorno a quelle decine di migliaia di uomini, che il fronte diverso rinnovava, come andassero allora per la prima volta alla guerra.
La colonna giunse il mattino alla prima destinazione, e i conduttori ebbero un’ora di tempo per rifocillare se stessi e rifornire le macchine, prima di caricare le truppe.
* * *
La lunga colonna, come fu carica, ebbe ordine di ripartire senza indugio. I conduttori, al volante da più di dodici ore, avevano gli occhi sbarrati dal sonno e dalla fissità, calcarono il piede sull’acceleratore e il treno uscì di sotto il viale alberato, le cui fronde dovevano celare agli aeroplani nemici i nostri concentramenti.
Centinaia di cittadini acclamavano ai partenti. La bella città veneta non dormiva da più notti, era tutta una attesa e una passione. Ma gli animi fidavano nella sorte; persuasi che si sarebbe fermato il nemico. Il suo primo balzo in avanti era certamente dato, ma la guerra è fatta di alterne vicende. Si erano vedute andare su tante migliaia di uomini che le speranze avevano una ragione d’essere più solida dei facili dubbi, degli scoramenti vili. Del ripiegamento delle truppe sui due settori vicini, d’Arsiero e d’Asiago, non erano giunte al piano che notizie contraddittorie. Ora tutta la massa umana si rinnovava, andavano su contingenti freschi, bei volti sereni di soldati, artiglierie di diversi calibri. Sui treni ferveva una mobilitazione grandiosa, si parlava di centinaia di convogli arrivati e ripartiti, tutti destinati al trasporto delle forze.
Le strade che dalla pianura conducono all’altipiano e ai valichi aperti nella barriera montana che separa l’Italia dalle fortificazioni di Lavarone a destra e più a sinistra da quelle di Rovereto, man mano che le colonne coi rincalzi procedevano, rigurgitavano sempre più di movimento. S’era nelle retrovie immediate della guerra, e il flusso e riflusso delle truppe e dei borghesi riempivano da un capo all’altro i larghi nastri candidi, sui quali picchiava il sole, dai quali fumava la polvere sollevata da un tanto traffico.
Il ritorno dei reggimenti che avevano avuto il comando di ripiegare avveniva in ordine.
Lassù nei boschi fervevano ancora mischie disperate, lotte di piccoli nuclei per difendere i pezzi e i convogli fino all’ultimo minuto, cannoni fatti saltare quando la fanteria nemica era a poche centinaia o decine di metri, calibri difesi con le mitragliatrici, coi fucili, colle baionette: ci si batteva ormai più per i pezzi che non per la vita, più per proteggere i compagni che ripiegavano che non per aprire un varco a sè stessi.
Gli avvallamenti del terreno, gli infiniti tronchi degli abeti, le innumerevoli trune di pietra che avevano servito di ricovero agli operai borghesi, le trincee costrutte dietro le linee principali, le casette, le baracche di legno, tutto serviva di riparo, di punto provvisorio d’arresto, di difesa. Nei boschi ululava una caccia selvaggia di uomini e di cannoni. Dal Lavarone entravano nella foresta migliaia di proiettili a lacerare, a squarciare, a schiacciare le piante, il terreno. Gli immensi gentili abeti che noi avevamo rispettati sempre, la cara profonda foresta nella quale avevamo portato la guerra, ma senza guasti e senza rovine, scrosciava tutta come d’inverno sotto le valanghe, presa ora sotto una valanga strepitosa, senza posa, immane, che rovesciava giù gli alberi dalle cime, che li svelleva come fuscelli, che li piegava gli uni addosso agli altri come giganti feriti; e i tronchi divelti formavano nel fondo delle valli ponticelli improvvisati, sbarravano con le loro membra enormi le strade e i sentieri. Gli uomini ripiegavano ordinatamente e sullo straziato cadavere della foresta.
La ritirata continuava. Sezioni stupende d’artiglieria nuova, montata su autocarri, spiccavano tra le file degli uomini a piedi, tra le colonne dei muletti, tra i carrozzini e le carrette che trasportavano la roba delle popolazioni fuggiasche. Era questa forse la nota più mesta del gran quadro di guerra.
S’era dovuto dare l’ordine di sgomberare i paesi. Quel che non s’era mai fatto in un anno di guerra, s’imponeva da qualche giorno come una necessità. La settimana avanti l’offensiva, il nemico aveva lanciato su Asiago qualche grossa granata, aveva tuonato di lontano, dal di là del confine, la prima sua feroce minaccia. C’era stata in paese qualche vittima e qualche ferito. L’esodo era cominciato subito. Non era più possibile la vita in un paese di qualche migliaio di anime, ormai sotto il tiro di un pezzo della marina austriaca. S’aggiunga che il paese non avrebbe potuto resistere a un altro bombardamento anche per la struttura leggera e pronta all’incendio della maggior parte delle sue abitazioni. Una bomba lanciata da qualche areoplano, che avesse appiccicato il fuoco a una casa avrebbe facilmente provocato un incendio generale. Le abitazioni sono contigue e le fiamme camminano sui tetti di legno e di paglia. Cominciò dunque l’esodo da Asiago e a un tempo dagli altri comuni dell’altipiano. Scendevano a una a una le famiglie, calavano in una corrente continua le singole popolazioni a occidente dell’Assa. L’altipiano si sgombrava. Verso Val d’Astico fluiva la stessa processione.
Vecchi, fanciulli, donne e qualche malato; erano, anzi tutto le vite che cercavano scampo. Poi, i piccoli beni che l’uomo non abbandona se non con la morte. Si vedevano sui carrettini stracarichi gli avanzi delle abitazioni domestiche: i materassi senza i letti, qualche arnese da cucina, qualche rame lucente, qualche sacco pieno di abiti o di oggetti confusi. Non erano le caratteristiche processioni dei nomadi che non hanno casa, che hanno sempre organizzata e pronta la piccola dimora su quattro ruote; era l’esodo di una gente che aveva sconvolto e abbandonato le proprie dimore e recava fuggendo le testimonianze della fretta, della confusione e dell’abbandono.
Traevano seco l’innumerevole bestiame che i pascoli fini, molli come tappeti, alimentano attorno alle case d’ogni comune. Le mucche da latte venivano dietro i carretti, procedevano a due a due, o a mandrie folte. Le mammelle gialle apparivano talmente gonfie che le bestie procedevano lente, scansandosi a fatica, intoppando la strada. Le colonne degli autocarri subivano lunghi arresti, le mucche istupidite dal cammino, dal frastuono andavano a urtare contro i radiatori delle macchine, pareva non avessero la forza di trarsi in disparte. Branchi di pecore venivano anche giù, trotterellando nel polverone. Centinaia di vitellini, legati entro le ceste, o sprofondati tra le masserizie, guatavano, le gambe in aria, e il muso rivolto al cielo, le strane cose che accadevano nel mondo proprio nei giorni ch’essi erano nati. Volti rosei di fanciulli guardavano senza nulla capire, e si passava accanto a donne e bambini grandicelli distesi sui veicoli, sprofondati in un sonno più forte d’ogni ansia, tranquillo, riparatore.
Non una faccia in pianto: una fermezza e pacatezza tutta campagnola, di gente nostra che non grida, non bestemmia, non mormora. Pareva veder passare in un gran sogno calmo, senza voci, le migrazioni usuali dei tempi remoti. Si assisteva a uno spettacolo senza apparente dolore, non si udiva un lagno, non si riusciva a sorprendere nemmeno sui volti femminili un segno di sgomento o di paura. Reggeva gli animi una forza immensa, pacata, che serviva d’esempio e conforto a noi, che salivamo con l’animo sospeso, e il pianto alla gola.
Era la forza inesausta, inesauribile del popolo, che resta sempre la sorgente più ricca d’energie di una nazione: qualche cosa di duro e fermo insieme e tranquillo come la terra che si stendeva all’intorno, come le vallate e i pascoli che non mutavano forma, e restavano uguali, e lasciavano passare la gente tacita che scendeva, e lasciavano passare la truppa che saliva festosa, e reggevano sulle proprie groppe i reggimenti che cominciavano ad accampare sul verde.
Ricordo che il primo giorno si incontrò un vecchio solo che scendeva passo passo, col proprio maiale. L’uomo aveva la barba bianca, come una figura antica, dai tratti duri, senza eloquenza, un volto tagliato nel legno, le scarpe grosse, i panni polverulenti, le ciglia, le labbra polverulente, le mani, quelle aduste mani che hanno i vecchi con le floscie rughe giallognole e le vene grosse e turchine. Veniva giù dietro il maiale bassotto e grasso, ricascante di grasso da tutte le parti, la testa pesante, i fianchi rotondi, le natiche sballonzolanti sui garretti fiaccati; avanzava zoppicando, a stento, lo si sentiva soffiare, lo si vedeva patire. Si soffermavano ogni tanto. Lo perdemmo di vista. Quel giorno stesso al ritorno li trovammo qualche centinaio di metri più sotto. Il giorno dopo, come risalivamo, li rivedemmo ancora non molto lontano dal punto in cui s’erano incontrati la prima volta, al piede di un albero, fermi tutti e due, l’uno accanto all’altro, la bestiola distesa col muso sul margine della strada, accosciata sul fianco, il vecchio candido seduto, solo, in silenzio.
Ma tali episodi che toccavano l’animo, man mano che si saliva sprofondavano nel vasto quadro della guerra.
Una meravigliosa energia di uomini, l’esercito splendido e sereno saliva all’arginatura dell’altipiano.
E la strada fremeva, tumultuava a quel passaggio d’armi, di uomini e di canti; su per le infinite volute della salita fumava un polverone bianco che dava imagine di un incendio diffuso nella vaporosità avvampata del mezzogiorno di maggio.
E pareva vedere i volti accesi dal riflesso di una gran fiamma che ardeva lassù dappertutto: che era come il fuoco dell’immensa fornace crepitante e divoratrice.
GIUGNO VICENTINO
Vicenza, giugno 1916.
_A Roberto Cantalupo._
Ieri, nel pomeriggio domenicale, tutto festante di sole, pieno della placida gaiezza di tutta una popolazione uscita all’aperto, disseminata pei ridenti giardini, pei magnifici viali, pei verdi passeggi sereni che si distendono sulla pianura, che si inerpicano sui colli berici di storiche memorie, vivi oggi più che mai di reminiscenze gloriose, cominciarono a diffondersi le prime ancora incerte vaghissime notizie del ripiegamento nemico sulla regione dell’altipiano, su tutta la regione dell’altipiano.
Giungevano da fonti non ancora ufficiali, serpeggiavano come sussurrii indefinibili, come annunzi scoccati nel rapido suono di poche parole, nella concitazione di un dialogo breve, fra gente che giungeva di là e taluno che qui attendeva, si propagavano poi di bocca in bocca, di crocchio in crocchio, con le inevitabili amplificazioni della fantasia e con le innocue esagerazioni dell’animo incapace di calma, ugualmente eccitato dai timori e dalle speranze.
Tante voci si propagano in tempo di guerra, tante invenzioni mettono radice facilmente, tanto ondeggiare di notizie buone e di facili sconforti aveva nelle passate settimane colpito i vicentini, che i più si afferravano quasi ostentatamente al dubbio, alla incredulità, come a un’àncora che dovesse conferire un po’ di stabilità agli animi e alle menti prese nel vortice di una corrente che se veramente reale, continua e profonda avrebbe fatto delirare di gioia la cittadinanza.
* * *
Intanto le informazioni continuavano a giungere. E da più parti giungevano; nomi di luoghi lontani si univano nella confusione concitata dei discorsi, si parlava di una nostra azione vittoriosa sul Cengio, di una riconquista della vetta imminente, di una pressione fortissima verso Busibollo che avrebbe tagliato fuori le difese nemiche già affrante da troppi giorni di combattimento; si parlava di una nostra avanzata verso Campiello, si rivedeva con gli occhi della mente il bel luogo così caro ai vicentini, dove la cremagliera fa ugualmente la sua sosta, quasi a mezzo il cammino dell’altipiano, si ripensavano i giorni tristi, ma non sconsolati dell’abbandono, della ritirata sanguinosa, di borra in borra della regione; e di notte si giunse perfino a parlare di Conca e Treschè e più tardi di Asiago ripresa, rioccupata, ritenuta saldamente dai nostri. Un automobilista giunto dopo la mezzanotte fu circondato da un crocchio di cittadini, interrogato, premuto, quasi soffocato da una folla crescente di nottambuli, che voleva sapere, voleva notizie certe, precise, indiscutibili; e il soldato disse di essere arrivato veramente ad Asiago alle quattro del pomeriggio, col proprio autocarro.
— Con questo?
— Sì, con questo.
Allora si dovè credere al testimonio semplice, all’araldo che non poteva mentire, al soldatino che veniva proprio di là con la sua macchina polverosa, che aveva dovuto da circa un mese abbreviare le sue corse quotidiane, correndo sotto il fuoco nemico che precipitava strepitoso insolente giù per le retrovie in declivio e pretendeva di imporre con la propria violenza il timore e lo sconforto alle popolazioni del piano. Dunque era vero quello che era stato per tutti i vicentini e per tutti i nostri gloriosi soldati un sogno di tutte le notti, un vagheggiato e fremente desiderio di tutti i giorni da un mese a questa parte, ora, finalmente, era la verità, la verità semplice e vera, quella che si ode con l’orecchio, che si diffonde con la voce della parola, che si percepisce con la pupilla aperta, sciolta dai veli.
Ed ecco stamane fin dalle prime ore la notizia riprese il suo corso, e tutta la città, pel centro e pei borghi pieni di popolo disceso sulle soglie, raccolto per le vie a domandare, a narrare, a fantasticare, a ripetere, e finalmente a gridare di gioia, a improvvisare dimostrazioni di entusiasmo, a urlare: _Viva l’Italia! Viva Cadorna!_
Una folla di centinaia di persone si assembrò in piazza, e la gioia di tutta una popolazione, diciamo meglio, di tutto un popolo esplose nel sole, nel sorriso della città ridesta a una nuova sensazione di vita, chiamata a vivere e a godere un’ora indimenticabile di gloria.
Era proprio tutta Vicenza gaudiosa, paziente, fidente e gloriosa che esultava stamane per le vie e per le piazze, sul limitare delle povere case operaie e per le finestre dei palazzi meravigliosi, per le bifore marmoree che vedono da secoli il flutto della storia passare.
* * *
Attraversiamo Vicenza che s’orna, s’addobba, letteralmente si riveste di bandiere. È una fioritura fulminea, uno scampanìo di colori che dondolano dai balconi, dalle finestre: grandi e ricche bandiere che palpitano come vele fresche al sole, piccole, povere bandiere di stoffa stinta e gualcita dal tempo, che mettono una nota di popolo minuto di piccola e buona gente, di borghesia modesta nel coro dell’esultanza civile, italiana.
Mai Vicenza fu più esultante e bella, mai più prodigio di luci e colori, di quadri e di sfondi d’arte, di archi e di colonne, di palagi e di torri si offerse all’occhio del sole. Pareva che i ciuffi dei gerani dalle bifore del 300, dalle cornici di vecchio rosso mattone, tutto caldo di glorie gittassero nell’aria voci acute di giubilo, squilli alti di vittoria, zampilli di giovine sangue glorioso. Su Piazza dei Signori il mezzogiorno di giugno batteva la pietra di bianco e grigio color freddo, scoteva l’impassibilità marmorea di quell’enorme sala scoperta, e la vecchia torre dei Bissaro, altissima puntava al cielo come una fiamma.
Tutte le glorie architettoniche di Vicenza, le balaustre, i balconi, le logge, i portali, gli spaziosi cortili luminosi e armoniosi come vani di teatri, parean corsi da un palpito di rinascenza civile, da un fremito di umanità nuova, che rievocava tutte le grandezze d’un tempo, tutte le lotte magnifiche e sanguigne, tutti gli splendori, le fedi, le forze del tempo antico, guerriero e politico, artistico e signorile. Tutto rivive nei grandi giorni, tutto ritorna l’immortale passato. Questa è nella storia l’ora in cui si rifiacca anche una volta l’orgoglio e la rabbia tedesca: contro questi emergenti lavori dell’arte, contro queste rimanenze eterne della nobiltà nostra perenne, contro queste cose che nacquero dalle anime dei nostri padri, che furono e sono il retaggio delle loro menti, il capolavoro delle loro mani, la loro stessa anima dalle molte vite, contro questa italianità sacra e squillante, sempre giovane e sempre vera, dei marmi e dei mattoni, delle linee e dei colori, dell’arte e dello spirito nostro; proprio contro questi baluardi, contro questi segni di spiritualità che più ci appartengono, che furono e sono e saranno la nostra forza più franca, la ragion d’essere più profonda e più pura, contro questi limiti divini, che non sono trincee, che non sono reticolati, nè cavalli di frisia, nè bocche di lupo, nè altre cose orride dai più orridi nomi, si è fermato il flutto iroso nemico, come contro una scogliera che non si frange, che nessuna alluvione potrebbe sommergere.
Noi lo scrivemmo: verrà il giorno in cui la cieca furibonda violenza austriaca cederà il campo al ritorno felice, alla ripresa sicura del nostro vigore, del nostro slancio, della fede e volontà di resistere e vincere, per difendere le nostre città e i nostri tesori, i campi e le case, i luoghi del lavoro e della preghiera; i nostri solchi sudati, le nostre piazze, i nostri quadri, i nostri vicoli, le nostre strade candide fra il verde, i nostri paesi più avanti, i pascoli dei nostri armenti più in alto, le terrazze dei nostri panorami più in alto ancora, i nostri fiumi, la nostra acqua e la nostra terra e anche il nostro cielo. A ogni muro, a ogni zolla abbiamo dato le radici dei nostri germogli, qui per tutto lo spazio che appare è passo per passo una pianticella e una pianta, un arbusto e un colosso, un fiore ed un tronco, uno stelo e una branca della nostra crescenza, lenta, folta, forestale di popolo. Tutto voleva abbattere il nemico, con qualche centinaio di bocche da fuoco; tutto voleva dirompere, stroncare, invadere, incenerire la meravigliosa foresta: ed essa era piena di spiriti, ogni tronco era una vita viva, ogni memoria è diventata una forza strenua, ogni cosa è tornata un’anima; non i soli generali, non i soli soldati, non quelli unicamente che combattono, non i viventi, non quelli che sono caduti, ma tutto il popolo, ma tutta l’anima del popolo, ma tutta la storia del popolo ha resistito e vinto, ha fatto impeto e breccia, ha temprato le spade, ha rifucinato i cannoni, ha rovesciato tutta la nostra infinita anima addosso al nemico.
* * *
Faccio un rapido giro per i quartieri popolari. Voglio rivedere i luoghi dove prima conobbi la povera gente cui non si oscurò l’animo nei giorni più bui, che accese nel suo cuore tutte le luci e tutte le fiamme, sotto quello che ai senza fede poteva sembrare il vento della disfatta.
Chi dimenticherà mai quelle visioni, quegli istanti, mentre le truppe giungevano a folate di migliaia di uomini dai lontanissimi punti di concentramento, da altri tratti del fronte, sugli autocarri squassati e polverulenti, e traversavano questi quartieri, lambivano questi borghi per portare soccorso ai combattenti dell’altipiano, e la popolazione che oggi vedo sparsa per le strade in festa e rumore prima le accolse e le coprì di fiori, di auguri, di grida di fede e di vittoria? Come non ripensare ora, come non rivedere nella fantasia accesa le scene memorande che allora il popolo compose a se stesso e per se stesso nell’intrico delle sue viuzze, fra i muri di queste casupole che oggi riecheggiano di interiezioni di gioia. In quei giorni, in quei momenti di trepidazione si gittò la sementa che oggi fiorisce e fruttifica.
Di qui passavano le truppe che venivano dalla pianura; entravano, dapprima per Porta Borgo Padova, traversavano la città per ponte degli Angeli, imboccavano il corso famoso. Poi si fece fare alle colonne degli autocarri il giro di circonvallazione, e venivano a Porta Santa Lucia, a Porta S. Bortolo o Bartolomeo, e a Porta Santa Croce. Le altre provenienti da Treviso passavano per Borgo Scrofe e il Viale dell’Astichello, tra il profumo dei tigli. Tutte si congiungevano a Santa Lucia, e i carri correvano rapidi sotto le piccole mura del 300. Questa porta S. Bortolo è un avanzo delle vecchie mura aggiunte nel 1508 per fare argine contro le truppe di Massimiliano. Anche allora si erano calate giù per le vie naturali dell’altipiano e del Brenta e cozzarono contro i nostri nella battaglia del Rastello. Proprio qui, dove comincia la fila delle case più popolari, su questa porta erano i cannoni che respinsero, nel ’48, il 20 maggio, gli austriaci che facevano impeto dalla strada di Bassano. E coi vicentini erano romani e svizzeri. Ora non si vedono più, ma che lungo ammonimento lasciarono quelle vecchie bombarde, che spinsero gli austriaci verso Verona, e quelli tornarono il 24 a ritentare da Porta Felice, e invano, e allora Radetzskj organizzò la famosa spedizione che venne da Montagnano e prese Vicenza dall’alto.
Per queste stesse strade l’invasione nemica fu fermata un mese fa, con la forza degli animi. Qui vivono famiglie di artigiani, ecco botteguccie di falegnami, di fabbri, di calzolai, di stiratrici, di cucitrici, di piccoli sarti. La grande industria non ha ancora messo le sue radici qui. E gli uomini non emigravano. Lasciarono poi la casa e la famiglia, il desco e la bottega, quando furono chiamati in guerra. E non tutti la volevano quella partenza. Ma un anno più tardi, come si seppe che l’altipiano stava per essere invaso fino al ciglio suo estremo, quando si videro le cannonate balenare nella notte sulle cime che guardano il piano; quando accorsero i soldati alla salvezza, una improvvisa commozione umana, uno slancio trattenuto di affetto, un sorriso e una lacrima sola si accesero su tutti i volti, al passare delle truppe, rapido, incessante, incalzante.
Dalle casette rimaste quasi vuote di uomini validi, le donne, le giovinette, i vecchi, i bambini si rovesciarono fuori sulle strade: rifiorirono per le truppe tutti i giardini e i prati del maggio. Queste donne che ora accorrono a strappare dalle mani del rivenditore la copia del giornale che reca la laconica _Stefani_, che tirano fuori il soldino e si raccolgono a crocchio per leggere o compitare le poche linee dell’annunzio fausto e felice; questa gente che non aveva mai gridato guerra, gridava ora, in una sublime anticipazione degli eventi, vittoria!
— Bravi, bravi i nostri figlioli! Siete tutti nostri figlioli!
Era un clamore di voci, la folla accorreva attorno ai carri, li fermava.
— Benedetti da Dio!
E quelli di rimando:
— Adesso andiamo su noi, non li lasceremo passare. Vi giuriamo che non passeranno. Contate su noi.
— Figli nostri, benedetti, benedetti!
Le fanciulle correvano verso i prati verdi lì intorno, strappavano a furia le margherite, le erbe, tornavano sulla strada, i grembiuli pieni di primavera, i pugni ricolmi dei più semplici colori del maggio e infioravano i carri e i capi dei soldati: _Evviva, evviva!_