Part 9
Se non che mentre il Petrarca e il Boccaccio furono subito fatti famigliari alla lontana Inghilterra dallo Chaucer, ed ebbero poco di poi la cittadinanza in tutte le nuove letterature; mentre il Petrarca restò lungamente modello alla lirica non pure italiana ma francese e spagnola, ma tedesca e inglese; mentre non pur le forme del Boccaccio si perennarono nei novellatori italiani e francesi del secolo decimoquinto e decimosesto, ma ne rivissero gli spiriti nel Machiavelli e nell’Ariosto comici, nel Rabelais, nel Molière, nel Voltaire, nel Lessing; scarso per contro e debole fu l’influsso di Dante, sebbene la singolar grandezza sua fosse, massime in Italia, riconosciuta sempre. Anche il suo metro, la mistica terzina, ch’egli creò veramente quasi risonante segno della sua venerazione al cabalistico tre continuamente rintrecciantesi nel nove, non ebbe quella splendida posterità che la ottava limitata del novellatore: non ebbe la Divina Commedia tra noi altro che pallide imitazioni nella parte dottrinale e allegorica, il Dittamondo e il Quadriregio; al di fuori appena una traduzione francese di quel secolo stesso, che, per trovarsi in solo un codice, è da credere fosse piú che altro uno studio individuale; ebbe invece ben presto, e in poco piú che cent’anni, tre versioni nella cattolica Spagna e imitatore valente un baron castigliano. Or vengano i soliti critici a rimproverare all’Italia l’abbandono delle tradizioni dantesche. E già, se non intendano delle tradizioni di stile e di forma e di pura poesia, che non sarebbe vero; se per avventura non pretendano che tutta la nostra letteratura fosse una continua e fedel ripetizione della Commedia; che cosa sono allora coteste tradizioni dantesche? la filosofia di san Tommaso? la mistica di Dionigi Areopagita e d’Ugo o di Riccardo da San Vittore? la visione teologica? l’allegoria? l’impero del buon Barbarossa o di Giustiniano santo? l’età dell’oro di Cacciaguida? il concerto di maledizioni a tutt’i comuni d’Italia? Dante stesso ci narra come egli dopo la morte di Beatrice si lasciasse movere ai segni di pietà che scórse in viso di una donna gentile, e tanto se ne lasciasse poi attrarre da darsi per qualche tempo in signoria di lei, dimenticando la gentilissima Beatrice passata al reame ove gli angeli hanno pace. Quella nuova donna gentile era, com’egli stesso ci afferma, la filosofia, e gli toccò poi smarrirsi nella selva e ruinare in basso loco, e gli bisognò attraversare il centro della terra per ritornare alla sua Beatrice _beata_, alla Beatrice trasfigurata, alla Beatrice teologale. Egli dunque, l’uomo del medio evo, ritornò a Beatrice; ma l’Italia non piú.
IX.
Un’ultima osservazione resta a fare. La poesia delle altre genti d’Europa, divenute nazioni molto prima della italiana, ebbe anche oltre le forme un contenuto nazionale: i Nibelunghi rappresentano i Germani delle migrazioni, i romanzi francesi cantano le glorie dell’impero di Carlomagno e la lotta della feudalità co’ discendenti di lui, quelli spagnoli la guerra continuata con gli invasori. La poesia italiana, tardiva come la nazione, non ha un fondo nazionale: la Commedia, il Canzoniere, il Decameron sono per il contenuto piú presto europei, cristiani o umani, che non italiani.
Ricordiamo che l’elemento popolare risorse nella penisola come romano, e che l’Italia appariva a Dante come il giardino dell’impero, al Petrarca come la sede della repubblica degli Scipioni. Di qui avvenne che i nostri cercassero le loro tradizioni nazionali nell’antichità, e la parte epica della storia italiana consista nelle origini troiane o romane delle città e nella derivazione delle famiglie nobili dagli ultimi romani che contrastarono ai barbari: Virgilio, Lucano, Claudiano erano sempre i poeti di nostra gente; Cesare, Livio, Sallustio, gli storici. E l’Italia, in quello stesso che non aveva la conscienza di nazione moderna, sentivasi, nella sua continuazione romana, la capitale d’Europa. I nostri poeti quindi vennero a compiere e a nobilitare il medio evo con le forme antiche, come poeti dell’Europa cristiana, dell’occidente latino. Ecco: Dante dà la consecrazione cattolica e classica a tutte le visioni dell’oltremondo smarrite per le isole britanniche, per la Germania e la Francia: il Petrarca chiude il ciclo dei poeti d’amore provenzali, francesi, tedeschi, nel suo virgiliano «bosco degli ombrosi mirti»: il Boccaccio raccoglie le pietruzze dai conti dai favolelli dalle leggende di tutti i giullari e menestrelli per istoriarne il suo musaico romano. Quel che le altre nazioni produssero singolo, staccato, informe, in Italia è uno, armonico, vivo. La terra dei comuni non può restringersi troppo tosto nella esclusività di nazione: come i suoi padri con le armi, ella conquista con l’arte tutti i paesi: come l’impero e la chiesa cattolica, onde ella eredita, diedero la cittadinanza romana a tutti i corpi e a tutte le anime, cosí ella la dà a tutte le tradizioni, a tutte le idee: dà alla turbolenta rappresentanza del medio evo germanico la forma artistica antica e lo spirito nuovo sociale, creando la letteratura universale del Rinascimento.
E tutto ciò fu fatto nello spazio di tre generazioni da tre uomini di Firenze: cosí il comune specchia l’umanità.
LA POESIA POPOLARE NEL SECOLO XIII
[Dallo studio _Di alcune poesie popolari bolognesi del secolo XIII inedite_ — _Opere_, XVIII, 97-100].
Io ho sempre creduto che della poesia italiana del secolo XIII quella parte che precede il 1250 manifesti nelle sue forme cavalleresche una imitazione troppo crudamente straniera, sí che potesse mai essere la poesia della nazione e del popolo italiano. Le canzoni intonate su la mandola negli imperiali palagi di Sicilia vennero forse ripetute e imitate nei castelli nelle torri nei fortilizii urbani dei signori ghibellini di Lombardia o dell’Italia centrale; non discesero mai nelle logge nelle piazze e nelle case civili fra i lieti intertenimenti e le danze dei cittadini e del popolo. Ell’era cotesta la poesia d’un ordine della società, poesia feudale, e, per imitazione, di parte ghibellina. Non sarebbe difficile scorgere e notare anche nel fondo stagnante dell’arte siciliana qualche piú viva corrente che rivela sotto la gromma verdastra una piú pura sorgiva. Ma generalmente la poesia divenne nazionale e di popolo solo quando ebbe toccato il libero suolo delle città mediane «ov’è piú sacra Italia». Vero è che allora con Guittone in Toscana e piú artisticamente co ’l Guinicelli in Bologna (a cui i vecchi trovatori rimproveravano
. . . . . benché il senno venga da Bologna, Traier canzon per forza di scrittura)
ella assunse tale abito di scienza e tanto s’intricò ne’ gineprai della scuola che n’ebbe a patire alcun poco la franchezza dei suoi movimenti. Ad ogni modo, quando la poesia fu passata nell’Italia di mezzo, allora primieramente apparí la ballata come metro determinato; la ballata che a punto è la forma della poesia popolare antica. Il sonetto è la forma dell’arte dei fedeli d’amore: la canzone è la veste che piglia la trattazione scientifica ed allegorica: la ballata è la propria espressione del sentimento vivo e naturale, che può essere intesa e ripetuta dai borghesi e dai popolani nel giro della danza. Casella, è vero, musicava e cantava la canzone di Dante _Amor che nella mente mi ragiona_: e certo applaudiva a quel canto e ne ripeteva le note Guido Cavalcanti: ma non so se lo gustassero tutto madonna Primavera, la donna di Guido, e madonna Vanna, la donna di Lapo Gianni: l’avrebbe inteso la Beatrice del _Convivio_ se mai avesse vestito sembianze umane. Ma le ballate di Guido che celebrano la Mandetta di Tolosa (soave tipo della poesia sensibile, come Beatrice è della intellettiva), quegli armonici e coloritissimi canti che incominciano _Fresca rosa novella_ e _In un boschetto trovai pastorella_, quelli, dico, tutte le donne gentili e anche le popolane potevano e gustarli e cantarli. Scommetto quasi che li sapeva canticchiare anche l’_amorosetta forosella_ bolognese cui Guido mandava a salutare e che a Guido rispondeva per mezzo di ser Bernardo da Bologna. Tant’è vero che il notaro Antolino Rolandino de’ Tedaldi ricopiava nel suo memoriale la ballata della _Pastorella_; o, meglio, ricopiava la prima stanza, e lí rimanevasi: forse l’aveva udita cantare, e ne trascrisse quella sola parte che ne aveva a mente. E dopo riattaccava co ’l primo verso d’una canzonetta di popolare andatura: _Fuor della bella caiba Fuge lo lusignolo_.
Ma cotesta forma della ballata l’avevano trovata i letterati? No. I letterati non trovano essi mai le forme organiche della poesia; e se credono di trovarle, guai a loro! corrono il pericolo di non essere letti. Ogni autorità procede primitivamente e legittimamente dal popolo, anche in poesia. I letterati ritoccano, ripuliscono, riordinano; quando son grandi, ricreano la creazion popolare; quando son piccoli, la scimmiotteggiano; quando son nati d’una generazion decaduta che ha smarrito il sentimento e la norma della lingua dello stile dell’arte, l’abborrono e la fuggono. «Odi profanum vulgus et arceo» ripetono anch’essi, e non nel senso religioso dell’antico poeta, ma allungando con gesto d’orrore la mano o contornata dal _jabot_ o munita del guanto _glacé_, secondo porta la moda. Nel secolo XIII non era cosí: i letterati allora, con tale un commercio che tornava a vantaggio dell’una parte e dell’altra, prendevano dal popolo la materia greggia e la rendevano finamente lavorata: prezzo della mano d’opera era la popolarità:
. . . . . Carmina possumus Donare et praetium dicere muneris.
Conchiudo: fin da’ primi tempi che la nostra lingua fu accettevole all’arte dovettero correre fra il popolo tali canti che fossero esempio primitivo e porgessero, per cosí dire, la stampa della ballata a’ poeti letterati. Me lo persuade il gran numero di canzoni a ballo non letterarie, e (lo dirò con un vocabolo greco che in questo caso dice piú e meglio che non l’_anonimo_ nostro) _adespote_, le quali rinvengonsi poi nel secolo XIV e XV: me lo persuade la forma affatto popolare di molte fra le laude di fra’ Jacopone: me lo persuadono parecchi accenni e frammenti che si leggono qua e là nei cronisti, ed in fine altri argomenti di fatto che esporrò ed ordinerò a suo tempo, se potrò far pubblica una raccolta delle antiche canzoni a ballo a cui attendo.
L’OPERA DI DANTE
[Discorso tenuto nell’Università di Roma, il dí VIII Gennaio MDCCCLXXXVIII — _Opere_, I, 205-236].
I.
Dalla rupe ove pochi ruderi a fior del suolo ricordano che fu Canossa, da quella bianca, brulla, erma rupe, cui né ombre di boschi né canti di uccelli né mormorii d’acque cadenti rallegrano, chi volga attorno lo sguardo al monte e alla valle, scorge da un lato, vedetta dell’Appennino, la pietra di Bismantua, su cui Dante salí; dinanzi, nella gioconda Emilia, su la riva destra dell’Enza, la solitudine di Selvapiana, onde sonarono le canzoni del Petrarca piú belle; lungi, da un altro lato, Reggio, lieto soggiorno alla gioventú dell’Ariosto, e bassa verso il Po Guastalla, la cortesia de’ cui prìncipi fu sollievo alle tristezze del Tasso. E avviene di pensare che non senza fato quelle memorie della poetica gloria d’Italia si raccolgano intorno alla rupe e su ’l piano ov’ebbe apparenze di dramma fatale il dissidio tra la chiesa e l’impero, il dissidio onde con la libertà dei comuni uscí la forza del popolo d’Italia, il cui fiore fu nelle arti e nella poesia. Ben due secoli combatté quel popolo per la esistenza e per lo stato, prima che gli nascesse l’uomo che doveva essere la sua voce e insegna nei tempi, che dovea far salire alle piú alte cime del pensiero la lingua italiana e d’italiana gloria improntare il mondo piú saldo e duraturo, il mondo degli spiriti. Papato e impero, e la discordia e la potenza loro, trascorrevano, quando Dante nacque: Dante, che non passa.
II.
Quelle due grandi instituzioni su ’l finire del secolo decimoterzo declinavano o si tramutavano a un modo di essere altro da quello onde era stato forma il medio evo, e questa età si oscurava.
Dell’impero, quando nacque Dante, era già caduta la forza morale consistente nella idealità sua di dittatura cristiana, cadeva la forza politica co ’l cesarismo feudale. L’apparizione, dopo l’interregno, de’ due Habsbourg, fu cosí veramente scenica, che papa Nicolò terzo poté proporre al primo Rodolfo lo spartimento tra loro dell’impero in quattro regni. La prevalenza in Italia della casa angioina aduggiava il papato. In vano Bonifazio ottavo, l’ultimo dei pontefici di quella età politicamente grandi, mostravasi alla città e al mondo negli adornamenti d’imperatore, facendosi recare innanzi la spada lo scettro ed il globo. Filippo il Bello, che, sôrto re di Francia mentre questa andava perdendo la supremazia cavalleresca, alle costumanze feudali sostituí la legge reale e a’ pari cavalieri i legisti, e distrusse i templari; Filippo, il re odiato e spregiato da Dante, quel nuovo orgoglio del papato reprimeva con lo schiaffo d’Anagni, e il papa traevasi dietro come cane in lassa nella servitú d’Avignone. Cosí papato e impero erano sopravanzati e battuti dalle monarchie, che, cessando d’essere feudali e cavalleresche, si avviavano a despotismi dinastici e amministrativi.
E, con lo scadere e il trasformarsi dell’impero e del papato, la poesia, la coltura, la civiltà, che da quelli avea preso spiriti e forme, non pure si trasformava, ma venía meno e periva. La poesia provenzale, in cui s’era attuata la piú lieta civiltà della cavalleria, già rauca nelle stragi e tra i roghi della crociata contro gli Albigesi, era stata, venti anni prima che Dante nascesse, fugata del suo nido nativo dal tetro aspetto del nuovo conte Carlo d’Anjou: raminga ora per le terre d’Italia non riavea piú la voce che pe’ compianti su i morti signori della vecchia generazione e pe’ rimbrotti ai signori novelli. Con Luigi nono, il re santo morto sotto il padiglione della crociata tra le ruine di Cartagine cinque anni dopo nato Dante, finiva in Francia la primitiva e vera epopea cavalleresca: le severe canzoni franche di gesta, campando a stento dinanzi la parodia sghignazzante, cadevano sotto il travestimento della prosa letteraria; e i romanzi celtici d’avventura impallidivan ne’ lai. Succedeva il Romanzo della rosa: la cui prima parte, dove la cavalleria era estenuata in galanteria e questa rinfantocciata d’allegoria, fu interrotta colla morte del suo poeta, Guglielmo di Lorris, cinque anni avanti la nascita di Dante; la seconda, che si rivolge sarcastica contro tutto che il medio evo avea piú venerato, i preti, i signori ed il re, e conchiude il culto della donna con la triviale carnalità, fu terminata da Giovanni di Meung prima del 1305, quando Dante maturava il concetto della Commedia. E mentre il prodigioso infante ancora vagiva, co ’l sangue dell’ultimo Hohenstaufen sparso sur una piazza di Napoli era sfiorita la primavera dei cantor d’amore nei boschi di Turingia e di Svevia, taceano le canzoni dei Nibelunghi e di Gudrun, e i fantasmi di Parzival e di Titurel si dileguavano nell’ombra misteriosa. E come finiva la produzione epica e lirica della cavalleria, cosí aveva ormai dato i piú maturi frutti la dottrina del chiericato. Nel 1264, un anno prima che Dante nascesse, moriva Vincenzo di Beauvais, l’autore dello «Speculum maius», che fu l’ultimo e massimo tentativo della scienza medievale a congiungere nelle lor varie attenenze le cognizioni umane. Dieci anni di poi, nel 1274, nella stagione del puerile incontro di Dante e Beatrice, morivano Tommaso d’Aquino e Bonaventura di Bagnorea, gli atleti de’ due ordini sórti nel principio del secolo a sostegno del papato e della chiesa, i due maggiori lumi della scolastica e della mistica; ché l’uno aveva misurato co ’l triangolo del sillogismo l’uomo, il mondo, Dio, l’altro l’ansietà di tanti secoli oppressi sotto la paura del peccato e della morte aveva finalmente sollevato a una splendida visione della misericordia di Gesú, in un inno di passione alla grazia di Maria.
In questo mezzo l’Italia che da due secoli intesa al conquisto e allo svolgimento della sua libertà, erasi dimostrata meno operosa nelle cose dello spirito che animosa nei travagli dei commerci e delle colonie, nei lavori delle industrie e delle arti, nella produzione della ricchezza, nella provvisione delle leggi; l’Italia, che fin allora altra letteratura non avea avuto se non in latino la ecclesiastica e in volgare la cavalleresca di Provenza e di Francia; l’Italia, venuta ora al punto di procedere alla piú spirituale manifestazione dell’essere suo, la estrinsecazione della potenza meditativa e affettiva e fantastica, cioè della vita interiore, nell’arte della parola, venuta al punto di sostituire alla recente ispirazione germanica la permanente ispirazione romana, alla dottrina ecclesiastica e cavalleresca la letteratura civile e popolare; l’Italia, dico, venuta a questo punto, era travagliata da un processo di trasformazione che sembrava disorganamento. La rivoluzione politica e sociale dei comuni nell’ultimo grado d’energia pareva come distrugger se stessa. Da una parte, la contesa primordiale delle città tra loro per comporre il nòcciolo dello stato erasi convertita in combattimento di vita e di morte, massime per quelle divenute potenti su ’l mare e oltre mare: quindi Pisa contro Genova, Genova contro Venezia. Da un’altra parte, al di dentro, la plebe della città e della campagna, gli artigiani e i contadini, premevano contro la nobiltà e il popolo vecchio: onde o la democrazia incerta con gli ordinamenti di giustizia in Firenze, o l’aristocrazia prepossente con la serrata del consiglio grande in Venezia, o, tra i due estremi, le signorie, militari e venturiere nell’Italia mediana, dinastiche e conquistatrici nell’alta Italia. Intanto l’operosità civile cresceva, e con le arti il lusso e l’istruzione; ma i costumi guastavansi e l’ideale della vita abbassava. E la parte conservativa del popolo vecchio, tra l’eclissi dell’impero omai ridotto a un’avventura e del papato a una capellania del re di Francia, vide nel comune l’imbroglio, nelle signorie la tirannide; e tutto il trecento parve, e fu veramente, anarchia.
Da tali contingenze di tempi, non che dai casi della vita e della tempra dell’animo e dell’ingegno, Dante Allighieri fu indótto, diciamolo súbito, a cercare o riporre l’ideale suo nel passato.
III.
Anche Dante fu giovine: e alla fantasia di lui e della generazione a lui coetanea, a quelle fantasie di giovini, figliuoli di padri travagliatisi nelle guerre civili e negli esilii, risplendevano, tra la meraviglia e il terrore, in quel baglior di leggenda onde la prossima passionata tradizione vela i fatti che furono poco avanti fossimo noi, l’impero di Federico secondo e il cancellierato di Pier della Vigna tra gli emuli ponteficati d’Innocenzo terzo e Gregorio nono; risplendevano dall’Inghilterra le tragiche sventure dei Plantageneti onde sorgeva la libertà dei signori, e dalla Francia l’epica gloria dei regni di Filippo Augusto e San Luigi. E, urgendo piú da presso le memorie, ei partecipavano ancora ai vanti delle vittorie guelfe di Parma e Bologna e al dolore della vendetta di Montaperti; e su i campi sanguinosi di Lombardia, di Toscana, di Puglia vedevano e sentivano levarsi il biondo e bello e gentile inimico Manfredi, e la ferocia di Ezelino e la magnanimità di Farinata, e poi tutto ricoprire del suono della sua ruina Benevento, e dinanzi alla vecchiezza di Carlo, disperditore de’ poeti e traditore della cavalleria, disparire la eroica puerizia di Corradino, l’ultimo dei cavalieri e dei cantori di Soavia e del duecento.
Tra cotali memorie, a cui la vittoria della parte popolare, e la libertà che solleva gli animi, e l’orgoglio dei cittadini a voler gareggiare di prodezza e gentilezza co’ i cavalieri, permettevano essere d’ammirazione e simpatia, tra cotali memorie e affezioni, che diedero poi il maggior motivo di commozione alla parte drammatica del poema, cresceva la generazione coetanea di Dante e la gioventú del poeta. E l’effetto non fu per avventura dissimile nell’efficacia a quello delle memorie della rivoluzione e dell’impero su la giovine Europa dopo il 1815, alla stagione del romanticismo. Nelle condizioni e nelle cause, negli spiriti e nelle forme, è in fatti una evidente affinità tra il romanticismo e la poesia del «dolce stil nuovo» di cui Dante tra il 1283 e il 1300 fu il massimo autore. Il fenomeno nei sentimenti fu a’ due tempi lo stesso. A un’età tempestosa per grandi audacie di pensieri e azioni, per iscontri di animi e avvenimenti grandi, per disperate catastrofi, parea succedere un intervallo di quiete con isperanza di passaggio a tempi piú fermi di pace, di libertà, di civiltà superiore. E in tali condizioni era negli animi un bisogno di spirituale riazione contro gli eccessi della forza, contro il materialismo, il dubbio filosofico, la carnalità dell’età anteriore, rappresentata negli averroisti e paterini di Federico secondo, negli epicurei imperiali; un bisogno di riazione spirituale e di sottomissione alla fede, alla fede accolta nel sentimento, da custodire nell’intelletto. In contrasto all’empietà dei vecchi ghibellini, dei tiranni feudali, dei cavalieri delle case grandi, dalle aureole dei nuovi santi nazionali, ancor vivi o morti di poco, la fede parea piovere fiammelle di fuoco su gli spiriti e i cuori del popolo nuovo.
Tali disposizioni degli animi giovini erano in quel mezzo favorite da altre circostanze e cagioni. Se del medio evo veniva meno la società anticata, sentiva crescersi in vece la vita quel popolo nuovo che doveva poi produrre il rinascimento. E nella espansione di questa vita le città romane palpitando aspiravano all’avvenire, e in quel palpito e in quel sospiro si allargavano a cerchie nuove di mura. Le chiese romanze onde l’occidente cristiano erasi rivestito a festa nel secolo undecimo parevano oramai anguste ed oscure: altro aere voleva alle preghiere la fede ravvivata, altro spazio la devozione non piú d’ordini privilegiati ma d’un popolo di cittadini. E i templi di Maria e di Francesco sorgevano per le città d’Italia spingendo al cielo le arcate le guglie i campanili come aspirazioni delle anime all’infinito. E nelle chiese, e nei palagi del popolo succedenti ai castelli, e nelle logge aperte dove sorgevan le torri, un’arte nuova rideva, come l’amore e la gioventú, la pittura.