Part 10
In tali circostanze e sotto tali influenze la prima manifestazione dell’ingegno di Dante si svolse nell’opera del «dolce stil nuovo», la lirica di Beatrice. Il poeta italiano move ancora da quella poesia che effettuò un dei concetti della civiltà cavalleresca con la sublimazione della donna. La castellana feudale, di cui già Bernardo di Ventadorn cantò che per lei Dio fa virtú, ma sempre nella conversazione piacevole della corte, era di recente assurta nella lirica di Bologna, la città della scuola e della libertà, a un tipo superiore di virtú umana e civile. Quando questa imagine di donna batté alla porta del cuore di Dante, dall’ardenza d’ideali che fervea in quella pura e forte giovinezza ell’attinse anima nuova e ne uscí colorata d’altra vita che parve e fu miracolo. Le forme di tradizione già usate si squagliarono al tócco di quel gran cuore appassionato ed austero; in quella profonda intimità di affetto la idealità indeterminata delle corti e delle scuole si fuse; e nella Vita nuova di Dante, in conspetto alla primavera dei colli d’Arno, alla primavera di chiese che sorgevano bianche a Maria, alla primavera della libertà che pur allora liberava li schiavi, surse la impassibile, l’aerea, l’angelicata Beatrice. Surse e passò, come un sorriso della bontà di Dio su la terra; e ogni passo, ogni atto e fatto di lei era dimostrazione e disposizione della divinità; e l’effetto dell’apparizione di lei era che nella terra delle vendette ereditarie nessun nemico rimaneva, e che tra le battaglie da contrada a contrada, da torre a torre, da casa a casa, a ogni dimanda rispondevasi amore. Si direbbe che la natura e Dio volessero con tanta esaltazione d’amore, con sí profonda estasi di pace, consolare e rafforzare quell’anima grande in presenza ai dolori, alle sventure, agli urti degli avvenimenti, alla guerra del mondo che l’aspettavano.
E quella esaltazione apparisce piú profonda, piú attraente e pietosa per questo, che si accompagna tuttavia a un presentimento, anzi a un sentimento continuo della morte. Con una visione di morte prossima incomincia la Vita nuova e l’amore e la poesia di Dante, una visione di morte presente n’è in mezzo la emanazione piú fantasticamente appassionata, una visione di dopo morte termina l’amor suo terreno e il libro giovenile, per aprirne un altro di miracolo e di eternità. E già per Dante, in quel primo severo commovimento della sua gioventú, per i casi stessi che quel commovimento fecero, la morte era divenuta l’idea fissa non pure, ma l’idea cara: _Morte, assai dolce ti tegno_. La morte nelle sembianze della giovine amata è la pace: la morte è il richiamo del signore degli angeli alla sua gloria: la morte è il passaggio veracemente alla gloria eterna. La morte (se a me sia lecito imaginare come il divino poeta) è l’ancella e il messo di Dio su la terra agli eroi: ella viene a tempo per ammonirli e avviarli al loro fine. Cosí, rapendosi via tra i vapori e i profumi del maggio, ravvolta nel bianco velo della mistica poesia, la giovine fiorentina, la morte parve intimare all’Allighieri: — Assai di pace, assai di estasi e sogni, o poeta! La vita ai forti è prova, è milizia. Sú, alla vigilia del pensiero, al combattimento con gli uomini e con le cose, alla vittoria su ’l mondo! —
E cosí con Beatrice finisce il romanticismo di Dante. Differente in ciò dal romanticismo del nostro secolo: che questo, movendo dalla considerazione della vita nell’aspetto piú triste cioè dallo scetticismo morale, fu termine d’una età anzi che principio di arte nuova, fu estenuazione ed evaporazione delle anime nell’egoismo; e quello in vece di Dante, fondato in vera fede e in sincerità di sentimento, assurse e fu assórto in un piú alto concetto della utilità e serietà della vita, del dovere e della missione dell’uomo sopra la terra.
IV.
Di Dante rinnovatore in Firenze della lirica d’amore, gli studi e i tempi, le prove e i dolori fecero per un ventennio di poi, dal 1293 al 1313, il primo filosofo laico del popolo italiano.
Ne’ quali anni, entro i termini d’una città e nello spazio del cristianesimo, l’Italia ebbe e Dante vide di quelli avvenimenti che mutano corso alle vite degli uomini e alle idee dei secoli: la nuova constituzione popolare che attrasse il poeta al reggimento, i torbidi mutamenti del comune guelfo che lo sbalzarono nell’esilio; gli ultimi tentativi politici del papato, e la captività di Avignone; la prima apparizione, dopo sessant’anni d’invocazioni, della maestà dell’impero, e la morte di Enrico settimo imperatore. Tra questi urti di generose e vitali fidanze e di rudi e funerei disinganni, tra queste ascensioni e cadute, è la via del pensiero di Dante nella seconda stagione di sua vita, operosa e meditativa, politica e dottrinale. Della prima vita, la «vita nuova», della prima poesia, la poesia del «dolce stil nuovo», non rimane che una parola, la _donna gentile_; ed è la succedente e la rivale di Beatrice, la filosofia. Con essa l’allegoria, cioè l’anima mistica della forma estetica nella chiesa nella scuola nelle arti del medio evo, sale a signoreggiare il pensiero di Dante; ed egli primo e con piú sollecitudine la congiunge poi sempre alla poesia volgare, nella quale dall’amore cavalleresco, il solo argomento fin allora concessole, passa arditamente alle meditazioni filosofiche e morali. Questo, in che fu scritto l’Amoroso Convivio e le canzoni che gli appartengono e i trattati che ne procedono, è il tempo del classicismo medievale di Dante.
Con l’Amoroso Convivio l’esule intese svelare agli spregianti o incuriosi la grandezza sua, ch’era ottenebrata dalla dolorosa povertà; e, con nobile disdegno dei mestieranti che le lettere acquistano per guadagno di denaro e di onori, egli protesta di scrivere solo per quelli che hanno bontà d’animo, príncipi, cavalieri, gentili donne. E l’importanza dell’opera è, per la storia della coltura, in questo, che un laico osò trarre la filosofia dalle scuole religiose e introdurla alla vita civile; il valore, per la storia del pensiero del poeta e d’Italia, in questo, che Dante nella scienza portò la sua conscienza e un quasi entusiasmo civile, e alla scolastica impersonale, cosa rimorta, diè la eloquenza sua, magnifica a volte e solenne come il suo pensiero, a volte ingenua e sincera come la sua passione. Nel resto la filosofia del convivio è teologica. Anche per Dante, come per i greci, ella è amoroso uso di sapienza; ma la sapienza, come per Tommaso e Bonaventura, è ordinata da eterno ad aiutare e dimostrare la fede; e innanzi le dimostrazioni della fede la divina, come il poeta la saluta, opinione d’Aristotile s’arresta; se non quando egli congiunge le teorie aristoteliche ai dogmi del cristianesimo, come nella dottrina spirituale circa l’anima umana. Ma in generale, della filosofia l’Allighieri, come già i romani, preferisce la parte pratica, cioè la morale e la storica. E in questa tre luoghi del Convivio risplendono insigni per l’affermazione e la divinazione alla gente latina ed al mondo. E sono: dove il poeta, oltre e sopra gl’intendimenti del tempo suo e del rinascimento, glorifica il volgare, cioè la lingua del popolo, quasi annunziando il regno della pubblica opinione nella filosofia e nelle lettere: «Questo sarà sole nuovo, il quale darà luce a coloro che sono in tenebre e in oscurità»: dove della nobiltà, seguendo il concetto di Guido Guinicelli, avanzando la definizione di Bartolo da Sassoferrato, prenunziando la maggior conquista dell’Ottantanove, dice, ch’è idea di perfezione qualunque sia il soggetto, procede da un abito ch’è possibile in ogni individuo, non conviene a chi è disceso dal buono ed è malvagio: dove del primato e dei destini di Roma scrive con accesa eloquenza nobilissime cose, le quali furono seme di filosofia storica a tempi piú dotti, e seme d’ardore in piú nobili tempi ai magnanimi che pensarono o combatterono pe ’l risorgimento d’Italia.
Dall’Amoroso Convivio dipendono i trattati di Vulgare Eloquenza e di Monarchia; in quanto la filosofia morale applicata alle ragioni del rimare diviene, secondo le opinioni del medio evo, scienza poetica; applicata, secondo le opinioni e del medio evo e dei greci, alla ragion degli stati, diviene politica.
La Vulgare Eloquenza svolge e compie per dottrina ciò che del volgare era toccato nel Convivio per affezione, ed è il primo trattato di filologia e poetica nelle lingue romanze. Come filologia, affermando la comune origine e unità di famiglia delle nuove lingue latine, e distinguendo i termini dei dialetti italici, avanzò i tempi: come poetica, avanzò i tempi e anche le anteriori opinioni di esso il poeta, perchè, dove nella Vita nuova egli non dava alle rime volgari altra materia che d’amore, qui le allargava a cantare le armi e la rettitudine, a sé tra gl’italiani asserendo la parte di cantore della rettitudine. Oltre di che, con la massima del volgare illustre, che è questione di stile anzi che di lingua, l’Allighieri intimava la fine della poesia di dialetto e delle scuole di regione, siciliana, pugliese, bolognese, fiorentina, annunziando, araldo egli stesso della sua gloria, il cominciamento della poesia e della letteratura italiana. E in ultimo per lo intendimento dei fini, delle ragioni e della pratica della poesia, levandosi sopra quanti avean da tre secoli composto rime nelle Gallie in Germania in Italia, egli poneva i fondamenti dell’arte nuova nella individualità conscia e iniziatrice, con tradizioni e regole che temperando accordassero i due motivi ed elementi, popolare ed aulico, cittadino ed ecclesiastico, romanzo e classico.
Nella «Monarchia» la dottrina morale circa l’anima umana e le due guise di perfezione e felicità per cui ella è creata, la dottrina politica circa il reggimento della civiltà cristiana, la dottrina storica circa i destini provvidenzialmente assegnati al popolo romano, dottrine i cui primi germi e cenni erano nel Convivio, ricevono la piú ampia e rigorosa trattazione in tre libri, che sono il piú perfetto dei trattati di Dante, e intorno al quale tutte si raccolgono le idee di lui politiche.
L’uomo, come solo tra gli esseri partecipe di corruttibilità e incorruttibilità, cosí intende con doppio fine a doppia perfezione e felicità, temporale in questa vita, eterna in un’altra: a quella perviene con l’esercizio delle virtú intellettuali, a questa con l’esercizio delle teologiche. Tali fini e mezzi sono dimostrati e dati all’uomo dalla ragione e dalla filosofia, dalla fede e dalla teologia: ma l’uomo per infirmità e cupidigia può mancare e deviare: onde la necessità di lume, di duce e di freno: e questo è per l’una parte nella potestà temporale dell’imperatore romano, per l’altra nella potestà spirituale del romano pontefice. Perché i due duci guidino dirittamente al fine, bisogna che nel mondo sia concordia, bisogna che alla beatitudine nel cielo risponda in terra la pace agli uomini di buona volontà. Ma su la terra la cupidigia induce discordia, e questa non può esser composta se non da un monarca unico: il quale, avendo soggetti a sé tutti e non avendo a desiderare per sé nulla, avvii e regga giustamente principi popoli e comuni secondo gli ammaestramenti della filosofia. Non che regni nazioni e città non abbiano certe proprietà loro per le quali bisognano con differenti leggi ciascun governarsi; ma le leggi comuni che a tutta l’umana generazione convengono e secondo le quali ella è condotta alla pace, quelle i principi e rettori particolari debbono dal monarca ricevere, come l’intelletto pratico a fine di operare riceve la proposizione maggiore dall’intelletto speculativo e sotto quello aggiunge la particolare ch’è opera sua. La dignità di tal monarchia universale, necessaria alla salute del mondo, sorgente unica d’ogni potestà terrena, pose Iddio nel popolo romano preparato a ciò con la venuta di Enea in Italia proprio al tempo in cui nella propagine di Maria era preparata l’opera della redenzione, e con la conquista del mondo, legittima perché giudizio di Dio tra Roma e gli altri popoli, abilitato. L’impero romano Iddio stesso lo pose e lo riconobbe, in quanto ei volle prendere umana carne sott’esso, assoggettandosi nella nascita al censo di Cesare Ottaviano, nella morte al giudizio di Ponzio Pilato. Significando l’impero il dominio del popolo romano sopra la terra, nell’imperatore, di qualunque nazione siasi, è trasferita la maestà del popolo romano. Giardino dell’impero è l’Italia, non la Germania; e di qui il principe romano distende lo scettro su tutte le altre monarchie e su tutt’i popoli, intendendo a fare del mondo una cristiana repubblica, della quale siano membra tutti gli stati, sí il regno di Francia come il piú piccolo comune italiano. L’autorità dell’impero viene direttamente da Dio, né la chiesa può pretendervi supremazia o dargli essa l’autorità, come quella che non ebbe parte al suo stabilimento che fu innanzi lei; né v’ha figure del vecchio o nuovo testamento che provino né concessioni che valgano. La stessa persona dell’imperatore è posta da Dio, né altro che instrumenti in mano di Dio son gli elettori. Indipendente cosí l’imperatore dal papa per l’impero suo su la terra, gli resta subordinato in questo, che la felicità secolare a cui l’imperatore è guida sia mezzo per la felicità eterna a cui il pontefice è scorta. Cesare dunque ha da venerare Pietro, come figlio primogenito il padre, a ciò che illuminato dalla grazia paterna rischiari meglio la terra. Ma i pontefici, asserendosi e usurpando il primato su ’l potere civile degl’imperatori; ma il papato, attuando in sé il principio guelfo contrario alla monarchia universale; ma il governo degli ecclesiastici, non osservando le leggi dell’impero, impedendone la legittima autorità, incitando co ’l mal esempio a cercare i beni della terra: sono cagione che il mondo è fatto reo. E quel mescolato governo conviene che vada e cada male, perché l’una autorità, ove trascorre, non può esser frenata dall’altra; e quindi è cagione della corruttela ed anarchia universale.
Negare la grandezza di questo ideale concepimento della pace del mondo in una quasi alleanza di stati uniti cristiani dei quali in fine l’imperatore non fosse che il presidente, è impossibile: com’è per avventura difficile ammirare in esso altro che la visione d’un gran poeta già allora umanitario, il quale risogna il passato, riflettendolo benignamente illuminato nello specchio dell’immenso ingegno. E già questi grandi poeti che vengono come a integrare le nazioni rinnovando le età, par forza di natura ch’e’ trovino o ripongano il loro ideale nell’età finiente. Anche Omero cantava quello che non esistea piú e piú non poté esistere in Grecia. Forse che gli dèi e gli eroi giganteggiano meglio nel passato, e la morte è solo un crepuscolo nei mondi della poesia?
A ogni modo non è il caso di cercare nelle massime monarchiche dell’Allighieri un principio all’unificazione d’Italia, se non in quanto questa fosse compresa nell’unità del cristianesimo. L’amor patrio e l’idea nazionale fiammeggiano nel sentimento che il poeta ebbe profondissimo delle glorie e delle miserie d’Italia, nel sentimento dell’impero come instituzione romana, come diritto italico. Ma già dopo il mille nella eredità romana gl’imperatori cercavano uno svincolamento dalla soggezione alla chiesa, e Federico secondo mandava appendere in Campidoglio le spoglie del carroccio preso in battaglia ai milanesi. Ben egli Federico aveva inteso a trasportare e fermare nella penisola la sede dell’impero e far dell’impero uno stato italiano, ma perì nella grande impresa; e richiamarla può parere un vóto anticato quando le signorie, in via di farsi monarchie dinastiche, crescevano gelose d’ogni potenza sopraffacente, e, fallito Enrico settimo, lo mostrarono nelle calate di Ludovico il bavaro e di Carlo quarto. Né anche la indipendenza, fortemente affermata e ragionata dall’Allighieri, dell’impero dalla chiesa, la storia permette di trarre a sensi troppo moderni. Già fin dal mille gl’imperatori o volevano fare i papi o almeno non volevano esser fatti essi dai papi; e tale indipendenza non fu mai piú altamente proclamata che nelle lettere di Pier della Vigna. Il libro di Monarchia è l’ultima scolastica espressione del classicismo politico medievale; e cercarvi ciò che oggi dicesi lo stato pagano e lo stato ateo sarebbe fare ingiuria all’Allighieri, secondo le sue idee. Ma gloriamoci, — e non è poco, — altamente, sinceramente e securamente gloriamoci, che Dante è il maestro nostro ed il padre nella conservazione della tradizion romana al rinnovamento d’Italia, ch’egli fu il testimone e giudice nei secoli, il piú puro e tremendo giudice e testimone, del mal governo della gente di chiesa e della necessità morale di averlo abbattuto.
E ciò fece come poeta. Poiché Dante anzi tutto è un grandissimo poeta; e grandissimo poeta è perché grand’uomo; e grand’uomo, perché ebbe una grande conscienza. Nessun poeta altro nel mondo (a te sia anche questa gloria, o patria, o Italia) ebbe la conscienza eroica di Dante. Senza mai un’ombra d’interesse privato, questo mendico superbo va pensoso e sdegnoso per le terre d’Italia, cercando non pane o riposo, ma il bene di tutti. Vero è che il solo bene è quello che trova egli: sia un’opinione filosofica, sia l’uso del volgare italico, sia la fede di Cristo, sia la maestà dell’Impero, egli discende terribile nell’ira sua su quelli che si attentin negare. E ora grida che a certe ragioni vorrebbesi rispondere con i coltelli, e ora chiama meretrici le bocche dei vili adulteri d’Italia che dispregiano il nostro volgare, ora maledice le vili bestiuole che pretendono contro nostra fede parlare, ora mette al bando del genere umano la vipera maligna, la pecora ammorbata, la scellerata Mirra, Firenze, perchè minaccia di non aprire le porte all’imperatore. E quando la patria gli fa grazia della morte e dell’esilio sotto condizione, egli povero, errante, presso a vecchiaia sconsolata, risponde: «Non è cotesta, o padre, la via di ritornare alla patria. Ma se da voi o da altri se ne troverà di poi che all’onore e alla fama di Dante non déroghi, io per quella mi metterò a passi non lenti. Che se per niuna tale strada si entra in Firenze, ed io in Firenze non rientrerò mai. E che? Non potrò io da per tutto vedere gli specchi del sole e delle stelle? Non potrò io sotto qualunque cielo speculare i dolcissimi veri?».
V.
Con la morte di Enrico settimo Dante sentí spezzarsi nel cuore l’ultima fidanza di questo mondo; né a Firenze per oltraggioso perdono dei guelfi si poteva tornare. Anche questa volta il dolore gli fu cagione a mirare piú alto, dove mente umana non aveva mirato ancor mai. Dai silenzi dell’età barbara gli occorse per la selva selvaggia Virgilio, accennandogli al monte della virtú e della gloria: Beatrice, la sempre amata nella solitudine dell’alto pensiero, lo richiamava dal cielo. La morte e l’eternità l’attraevano. Dinanzi alla sublime fantasia si aprì l’infinito, e nell’infinito, con l’ombra della religione, della storia, della poesia, si proiettavano il passato, il presente, il futuro. Dante cercò la patria nell’altro mondo: fissò, ad allogarvi il suo ideale, il cielo piú alto, dove né oltraggio di guelfi né veleno di monaci pervenisse.
Tra le due morti, di Beatrice e d’Enrico, fu maturato in idea il poema della morte: alla morte del poeta era compiuto in esecuzione. Tutto ciò che il poeta ha scritto ha pensato ha fatto fin ora, si appunta nella Commedia: la quale è la figurazione della visione ultima della Vita nuova, è l’attuazione del sistema morale e allegorico dell’Amoroso Convivio, è la glorificazione della Vulgare Eloquenza, è la consecrazione della Monarchia. Nelle rime del «dolce stil nuovo» Dante rivolgevasi ai fedeli d’amore, nel Convivio ai signori d’Italia, nei trattati latini ai chierici e dottori: nella Commedia il poeta canta al popolo, a tutto il popolo, a tutti i popoli. Nelle rime era il fiorentino, primo lirico del medio evo; nei trattati, l’italiano, primo filosofo laico del medio evo; nella Commedia, pur rimanendo il sommo poeta del medio evo, è piú largamente il poeta per eccellenza della gente latina e del cristianesimo, è, piú ancora, il poeta, nel sovrano senso della parola, di tutt’i tempi.
I protagonisti di quella che il poeta chiamò Commedia e il mondo epopea divina, sono tre. Dante, Virgilio, Beatrice: l’azione è il mondo presente, attivo, morale, intellettivo, riflesso e campato, con potenza smisurata di fantasia, nella scena d’oltre vita, dove il pensiero non ha limiti se non quelli che il poeta-creatore con armonica mente vuole. Beatrice procede dalla Vita nuova e dalla poesia cavalleresca e mistica; ma nella visione in vetta del Purgatorio il culto della donna diviene apoteosi, e Beatrice trasfigurata è la suprema rappresentazione della civiltà del medio evo. Virgilio procede dalla dottrina classica del Convivio: non è piú il mago del medio evo, ma né anche è soltanto il poeta delle scuole; egli è divenuto la rappresentazione della civiltà antica. Tra l’antichità e il medio evo, tra Virgilio e Beatrice, Dante è l’uomo, il genere umano, che passa con le sue passioni, che ama e odia, erra e cade, si pente e si leva, e purgato e rigenerato è degno di salire alla perfezione dell’essere.
Con che la Commedia è, come il poeta la qualificò, opera dottrinale; perchè reca in atto la filosofia morale del Convivio, e specialmente la dottrina circa l’anima umana come disposta e tendente alla perfezione e alla felicità per due vie e per due guise. Ha per soggetto l’uomo in quanto per il libero arbitrio è sommesso alla giustizia che premia e punisce, ha per oggetto rimovere i viventi in questa terra dallo stato di miseria e avviarli alla perfezione e felicità temporale con l’esercizio delle virtú filosofiche e alla perfezione e beatitudine eterna con l’esercizio delle teologiche. Tale dottrina, per la fede dell’autore e dei tempi, poteva mettersi in opera poetica soltanto secondo le credenze religiose del popolo cristiano. Onde la visione, nell’altro mondo, delle anime dannate, penitenti, beate: visione sotto la cui allegoria la morale vede intende e dimostra i tre stati delle anime in questa vita, il vizio, la conversione, la virtú. E, in riguardo alla tendenza dell’anima verso la perfezione e felicità per due vie, temporale ed eterna, l’allegoria è di due sensi: l’uno, tropologico, in quanto essa dal fantasma poetico disasconde la regola della vita umana, secondo morale: l’altro anagogico, in quanto dal fantasma poetico essa trae un riferimento alla vita eterna, secondo teologia. E quindi alla base terrena del poema, nella selva, offresi primo Virgilio, simbolo della ragione, della filosofia, dell’impero, a scorgere Dante, l’uomo, alla temporale perfezione e felicità nel paradiso terrestre: a mezzo il poema, nel paradiso terrestre, scende Beatrice, simbolo della fede, della teologia, della chiesa, a levar Dante alla perfezione e beatitudine eterna nell’empireo.
La Commedia dunque mette in atto un concetto morale, sotto la forma religiosa della visione, con allegoria, a fine parenetico. Quindi: in quanto la concezione organica dell’opera è per visione, la poesia risulta epica e lirica: in quanto è azione di persone umane e di spiriti e di simboli personeggiati in relazione tra loro e co ’l poeta, la poesia risulta drammatica: in quanto ha un intendimento parenetico, la poesia risulta didascalica. Però fu bene affermato che la Commedia contiene della poetica ogni varietà di generi e forme: la quale universalità solo il medio evo potè portare, solo l’ingegno di Dante asseguire.