Pagine di storia letteraria

Part 11

Chapter 113,784 wordsPublic domain

Pure informata alla scienza del medio evo, ma con libertà e ardire straordinario di fantasie, è l’architettura dei tre regni della morte. — L’inferno non è piú quello del popolo e dei santi padri. Per tanti gironi e cerchi, quante sono le partizioni dei peccati secondo la dottrina cristiana sottomessa all’etica di Aristotele, l’inferno si profonda come un baratro fino al centro della terra; e la origine e la ragion d’essere ne è determinata con una invenzione terribilmente meravigliosa per dinamica e morale sublimità. Quella del Lucifero; che, precipitando dall’empireo, il poeta imagina aver forato il nostro pianeta per mezzo, sí che la terra per fuggirlo lasciò un gran vuoto, poi ricorrendo in sú formò nell’emisfero australe l’isoletta e il monte del purgatorio. Il mostro a mezza la persona sta incastrato nel centro della terra, e sporge il capo nell’ultimo girone dell’inferno, quarta ghiacciaia dei traditori, voltandolo verso la parte di Gerusalemme ove visse e morì l’uomo senza pecca, Gesú, e i piedi spinge per l’altro emisfero volti al monte del purgatorio, ove il primo uomo, Adamo, peccò. Lucifero, il male, sta cosí tra i due poli, del peccato e della redenzione, e con la sua caduta originò il purgatorio che è mezzo di redenzione. — Invenzione tutta di Dante, se non quanto ricorda antiche tradizioni, nella storia e nella poesia, di terre ignote e disparse, e freschi presentimenti, nelle navigazioni italiane, di terre nuove e da scoprire, è il monte del purgatorio, che si dislaga nell’emisfero delle acque agile e diritto verso il cielo. La bella montagna, ordinata e scompartita secondo la dottrina platonica per cui la colpa è disordine d’amore, dalle sue circolari cornici manda al Signore voci di anime che pregano cantano e si raccomandano; e, quando una di quelle anime si libera a volo, la santa montagna trema tutta d’amore, e per migliaia e migliaia di voci spirituali sale un _Dio lodiamo_ tra gli spazi infiniti del mare e del cielo. Su la cima mormora e frondeggia la divina foresta del paradiso terrestre, nella quale, agli ultimi confini del nostro pianeta, apparisce la mirifica visione dell’impero e della chiesa. — Il paradiso con la sua gerarchia, secondo la dottrina di Dionigi areopagita, è distribuito nei nove cieli del sistema tolemaico. Quei nove cieli, per contrapposto ai cerchi nelle colpe, turbamento dell’anima, nell’inferno e nel purgatorio, simboleggiano, quiete dell’intelletto, le sette arti liberali del trivio e del quadrivio e la scienza naturale e la morale. In forma di sfere si contengono e abbracciano l’uno l’altro; e avendo per centro il nostro pianeta col suo inferno e purgatorio, lo vengono, per cosí dire, fasciando della lor continua rotazione, che si propaga e allarga e cresce vie piú sempre fino al nono cielo cristallino, il primo mobile, che aggirasi ineffabilmente rapido. Il primo mobile è come la divisione tra l’umano e il divino. Al di sotto, nel cielo ottavo stellato scoppia la indignazione dell’apostolo Pietro su la malvagità dei successori e la riprensione di Beatrice su i predicanti. Al di sopra, nell’empireo, nel trionfo del paradiso, sfolgora il trono dell’alto Arrigo, dell’imperatore infortunato: Beatrice lo mostra al poeta, e lascia cadere l’ultimo giudizio su ’l pontefice che gli venne meno, poi ripiglia il suo luogo appo Dio: e l’umano finisce. In contrasto alla vertiginosa rapidità del primo mobile sta in sua quiete fermo l’empireo, il cielo della teologia, ove è Dio, con attorno i nove ordini delle tre gerarchie: e ciascun degli ordini move con sua virtú informante quel cielo che a lui spetta e risponde; e quella virtú è l’amore, che raggia da Dio, e compenetra di luce tutto l’universo e vi sveglia la vita. Questo è il bene. Lucifero, il male, relegato nel centro della terra, è per ogni parte egualmente lontano da quella vita, da quella luce, da quell’amore, che egli né vede né sente né partecipa.

Tale è il sacro poema di Dante. E come avanza di gran lunga le altre opere del poeta e del secolo, cosí ne tiene pur sempre certe proprietà che l’età nostra non intende. Nella Vita nuova le apparizioni e gli atti di Beatrice sono tuttora intorno il numero nove: onde, siccome del nove la radice è tre, Beatrice è un miracolo, e il suo principio è la mirabile Trinità. E il tre e il nove regolano tutta la visione e la poesia della Commedia. La Trinità in mezzo i nove ordini delle tre gerarchie regge i tre regni, ciascun dei quali distribuito per nove scompartimenti è cantato in trentatre canti a strofi di tre versi, e i canti sommati insieme fanno novantanove, però che il primo dell’inferno non è che prologo a tutti. E pure questa cabala fu il freno dell’arte, che fece cosí proporzionata, armonica, quasi matematica, la esecuzione formale dell’immensa epopea.

La quale è popolare. Il poeta cominciò a esser fedele al genio del popolo fin nella scelta del metro, che è il sirventese della poesia narrativa cantata su le piazze d’Italia. E per ottenere la intelligenza immediata di ciò che piú gli premeva rinunziò alla dottrina del volgare illustre, contentandosi, fortunatamente per l’arte, allo stile ch’egli chiamò comico e intendeva mezzano, e non è altro che la varietà della verità. Tutta popolare è la primordiale materia fantastica della Commedia. La vita futura, di cui questa presente è a pena una falsa adombrazione e può meglio essere una pia preparazione, era stata il sommo pensiero, tutto il pensiero, del popolo del medio evo, anzi di tutto il popolo cristiano da dodici secoli. Dante fu la voce di dodici secoli cristiani, che davanti alle visioni intravedute nelle allucinazioni di lor mescolate memorie ed origini, elleniche, italiche, semitiche, druidiche, odiniche, rimasti erano muti e allibiti di terrore e d’ignoranza. A tale alto officio egli fu il portato sublime e supremo della gente latina, che poesia originalmente propria non avea fin allora resa nell’arte, e durante il lungo verno della barbarie aveva negli strati delle alluvioni de’ popoli maturato questo germe della sua primavera.

Alla intuizione, alla percezione, alla rappresentazione fantastica del misto mondo cristiano Dante uscí da quella certa contemperanza di sangui e razze che fece la nuova nobiltà del popolo italiano. I lineamenti del viso attestano in lui il tipo etrusco, quel tipo che dura ostinato per tutta Toscana mescolandosi al romano e sopraffacendolo. Di sangue romano vantavasi egli; e il presentarsi della sua famiglia, come fiorentina vecchia, senza titoli di nobiltà castellana e senza nomi fino a certo tempo d’altra lingua, fa credibile una continuità dai coloni conservatisi in città e regione men frequente d’affluenze germaniche. Ma germanico sangue gli colò per avventura nelle vene dalla donna che venne a Cacciaguida di val di Po, dall’Aldighiera ferrarese, di nobil famiglia antica in città rifiorita di stirpi longobarde, e che diè a’ nepoti il cognome di radice germanica. E cosí nell’opera artistica della visione cristiana l’Allighieri avrebbe recato l’abitudine al mistero d’oltre tomba da una razza sacerdotale, che pare vivesse per le tombe e nelle tombe, l’etrusca; la dirittura e tenacità alla vita da una gran razza civile, cui fu poesia il _jus_, la romana; la balda freschezza e franchezza da una razza nuova guerriera, la germanica.

Indi la profondità della sua visione nella sincerità, la intensità della rappresentazione nella lucidezza, la sicurtà del cogliere il punto essenziale nella rassomiglianza fantastica, il tono interiore nell’imaginazion passionata, il senso musicale nel pensiero creatore. E in quella poesia la ingenuità del canto popolare, come allodola che dagli umidi seminati d’autunno si leva trillando fin che s’incontra e perde, ebbra di gioia, nel sole: è la tensione dell’inno profetico discendente dall’alto a invader la terra, come aquila tra l’addensarsi dei nembi; è la varietà graziosa e robusta, spiccata e raccolta, di aspetti, di colori e di suoni, come nel paesaggio delle colline di Toscana e d’Emilia: è l’ombra caliginosa, entro cui la formazione del grottesco pauroso si designa vaporosamente scabra, come nell’aere febbricoso dei sughereti delle vecchie maremme: è lo splendore diffuso per la vastità serena del canto intellettivo e cordiale, come giorno di primavera su ’l mare Tirreno: è la letizia virginea del riso spirituale nella lucidità dell’idea, alta, pura, determinata, tranquilla, come giorno d’estate su l’alpe.

VI.

Tale nel crepuscolo estremo del medio evo o nel crepuscolo mattutino del rinascimento esce Dante Allighieri, primo poeta personale, e già potentissimo, come piú verun altro. E a pena uscito ricongiunge la dottrina all’arte, e l’arte al sentimento, e l’arte antica nel sentimento suo e popolare rinfresca e tramanda vitalmente nuova. E tutto quello ch’è piú eccelso e nobile e umano nella poesia delle genti è in lui; ma egli ha certi suoi tócchi che nessuno ebbe prima né ha poi avuto. E canta le piú alte cose della vita, i piú alti pensieri degli uomini, i piú alti segreti delle anime, e non dell’anima sua, e non di queste e quelle anime, ma di tutte le anime; e li canta cosí profondamente, cosí sinceramente, cosí superiormente, che, quando del suo mistico prodigioso canto l’aura sacerdotale è vanita, la significazione dottrinale è venuta meno, rimane meravigliosa e insuperabile al mondo la poesia civile ed umana; e il nome del poeta divino di nostra gente vola e s’infutura nei secoli, come la gloria del Campidoglio e il nome di Roma.

PRIMI PASSI DI DANTE

[Dallo studio _Delle Rime di Dante — Opere_, VIII, 14-23].

..... Ma dimentichiamo la città moderna, la città delle grazie e dei fiori, secondo la frase arcadica trita. Firenze nel secolo decimoterzo coronata di torri tiene ancora della gravità etrusca: qualche alito della grandezza Romana spira in petto a quegli uomini che ordinando ad Arnolfo la rinnovazione di Santa Reparata affermavano «non potersi intraprendere le cose del comune, se il concetto non è di farle corrispondenti ad un cuore che vien fatto grandissimo perché composto dell’animo di piú cittadini uniti insieme in un sol volere»[6]; a quegli uomini che tra pochi anni manderan rispondendo all’imperatore (non importa se per bocca d’uno di parte nera) «mai per niun signore i fiorentini inchinarono le corna»[7]. Non ancora le molli fogge di Francia han trasformato affatto le sembianze della città _sobria e pudica_: rimane piú d’un vestigio del _buon popolo vecchio_. Fermiamoci un poco ad ammirare cotesti popolani che seduti assieme in San Giovanni fermano la costituzione democratica del 1282: vediamoli, posando dai pubblici negozi, trattare non solamente il braccio e lo staio, ma il pennello e lo scalpello, la penna e la squadra: seguitiamone i figliuoli alla scuola di Brunetto Latini, ove apprendono a ben parlare e a ben guidare il comune su le opere di Sallustio e di Cicerone, ove accolgono il tesoro dell’enciclopedia contemporanea. Guardiamo bene, e scorgeremo non pur Giovanni Villani e Dino Compagni, l’Erodoto e il Tucidide della piccola repubblica, ma e lo sdegnoso figliuolo del cavalier Cavalcanti ed un giovinetto a cui nella quiete serena del profilo etrusco spira il raccoglimento della contemplazione pensosa. Egli ha sotto il braccio un volume e un fior nella mano: amore e sapienza si partono soli il regno di quell’anima che non sa ancora dolore e rabbia che sieno. Povero Dante! se, ora che passa la Beatrice Portinari vestita di colore bianchissimo e volge gli occhi verso quella parte ove egli è molto pauroso e per la sua ineffabile cortesia lo saluta virtuosamente[8], se ora alcuno gli proponesse: — O giovinetto, tu d’ingegno e di gloria sarai grande come nessuno in terra latina: ma innanzi ti vedrai morta nell’età piú fiorita la donna tua; e bandito dalla tua terra per barattiere ti sentirai condannato, ove tu venga in forza de’ tuoi nemici, ciò sono i tuoi cittadini e parenti, ad esser arso fin che tu muoia: e non basta, ché dovrai vergognarti de’ tuoi compagni d’esilio, dovrà rincrescerti la tua parte, e molti odieranno te e tu odierai molti; e mendicando la vita salirai e scenderai per l’altrui scale a chiedere un pane che tal volta ti negheranno e sempre ti sarà amaro; e apparrai vile agli occhi dei cortigiani e dei savi superbi, e príncipi e buffoni ti motteggeranno, te sangue romano e degli onorevoli cittadini del primo cerchio; fin che raccolto a gran pietà da un signor romagnolo morrai, tu che pure speravi riposare l’animo stanco e la tua gloria in Firenze, tu che pensavi agli onorati sepolcri che biancheggiano intorno al bel San Giovanni, morrai senza che ti suoni presso al letto il dolce eloquio onde ti parlavano madonna Bella e Beatrice, e vedendo dispersa la tua famiglia, e sentendo irreparabilmente svanir con te tutti i tuoi desideri tutti i tuoi voti —: se alcuno, dico, in questo punto gli proponesse ciò, accetterebbe egli il partito? E pure bisogna che i fati si compiano. Questa bella poesia, sbocciata a un punto con la costituzione del 1282, questa scuola fiorentina, che incominciata dal Cavalcanti e da Dante si fa a poco a poco scuola toscana di parte bianca, bisogna che divenga, mercé la sventura e l’esilio, letteratura italiana e nazionale. Come ella ha di molto avanzato tutte le scuole che la precederono, cosí i termini di lei devono esser trapassati a volo da un uomo:

Cosí ha tolto l’uno all’altro Guido La gloria della lingua, e forse è nato Chi l’uno e l’altro caccerà di nido[9].

* * *

Ma «nemo fit repente summus, et alta aedificia paullatim aedificantur» diceva Gregorio settimo[10], che di alti edifizi doveva conoscersi un poco. Quando l’Allighieri cominciò a rimare, viveva ancora in Toscana una tal quale poesia di transizione. L’abbiamo già notato: ora dichiariamo meglio la cosa. Alcuni v’erano, Dante da Maiano per esempio, i quali, come se nulla fosse mutato, seguitavano l’opera dei provenzali e de’ siciliani. Altri, e alla lor fronte Guittone, sentendo che cotesta maniera di poesia era o finita o su ’l finire, crederono poter rinnovarla con allargarne le facoltà, con modificarne le forme. A costoro Dante procedé forse troppo severo: perocché un senso vago dell’italianità essi lo ebbero, avvertirono che a constringere la poesia entro un solo argomento si risicava non tanto di mortificarla quanto anche di snaturarla e rivolgerla dall’officio suo; ond’è ch’e’ tolsero piú d’una volta argomenti religiosi e morali alle lor canzoni, e Guittone e Pannuccio pisano segnatamente indirizzarono primi alle città d’Italia e a’ lor grandi parole nobili e ispirate veramente dall’amor della patria e del bene. Ciò non toglie che e’ non esagerassero il già esagerato linguaggio di moda, ch’e’ non iscambiassero per novità i concetti sforzati le frasi oscure e contorte, ch’e’ non fossero e nella sostanza e negli esterni adornamenti fastosamente meschini. Plebei, secondo ne li taccia Dante, intieramente non furono. Vero è che accettavano liberamente forme e cadenze da vari dialetti, e vi andavan mescolando provenzalismi e francesismi in buon dato. Ma il principale e piú fastidioso lor vizio sta anzi nella ricercatezza e nella pretensione: essi abbondano d’iperbati e di modi latini. Si vede che già con le idee della ristorazione romana il latinismo filtrava nelle vene della nuova letteratura; ma, non essendo ella ancora tanto robusta quanto bastasse ad assorbirlo e assimilarselo, ne seguitò come un’indigestione, che dimagrava e chiazzava di lividore e di pustole il bel viso della giovane figliuola di Roma. Aggiungasi a ciò la smania del difficile, propria d’ogni letteratura di transizione che non può conseguire la grandezza vera dell’arte; smania che suggeriva a quei rimatori l’accozzo de’ metri men consenzienti e certe lungaggini di stanze con la monotona e trista ripetizione dei medesimi suoni; che li spingeva a intrudere la rima al mezzo fin due o tre volte nel corpo d’un verso e con lontanissime combinazioni, a scomporre il logico ordine del sonetto e triplicarlo e quadruplicarlo con versi minori; aggiungasi insomma i soliti mezzucci, che vengono ad essere soli argomenti di singolarità in certi periodi dell’arte, ed avremo l’idea della scuola di transizione del secolo decimoterzo, mezzo provenzale e mezzo latina, mezzo cavalleresca e mezzo civile, mezzo monastica e mezzo sensuale, mezzo aristocratica e mezzo plebea. Al di sotto della quale altri rimatori v’erano, come Rustico di Filippo in Firenze, Cecco Angiolieri in Siena, Cene della Chitarra in Arezzo e Folgore da San Gimignano, che scorrazzavano pel campo della poesia a quel modo che avrebbero corso una gualdana: costoro o versificavano avvertimenti di morale e di cortesia, o cantavan d’amore alla buona, o si berteggiavano tra loro, o trattavano già la satira familiare e politica: erano in somma gli avi o gli atavi del Pucci, del Burchiello, del Pistoja, del Berni; un po’ troppo semplici alle volte, ma candidi; un po’ grossolani, ma vivi; un po’ villani, ma forti; meglio a ogni modo che le caricature della scuola di transizione.

Ora l’Allighieri, che doveva poi cosí superbamente fastidire Guittone e i seguaci di lui e disprezzare con gravità di critico dottrinale i rimatori plebei, l’Allighieri in principio tenne un po’ degli uni e non isdegnò d’accostarsi agli altri. Ed è naturale: niun ingegno, per grande che sia, può declinare la forza influente delle circostanze, massime nella giovinezza. Chi considerasse Dante come un poeta primitivo, nel significato un po’ incerto e vaporoso che si dà a quell’aggiunto; chi lo chiamasse piú determinatamente il creatore della nostra poesia e venisse ripetendo la ricantata imagine della lingua italiana uscita tutt’armata dal capo di lui come Pallade da quel di Giove: quegli mostrerebbe di non intendere né Dante né l’età di lui né la maniera di svolgersi d’una letteratura. Né una lingua né un sistema di poesia si trova o si crea da un uomo, e imaginatelo quanto volete grande e potente: come l’accozzo degli atomi nel sistema di Epicuro, una infinità di elementi a pena percettibili, e combinazioni variatissime, ed esperimenti e mutazioni e innovazioni succedentisi per lo piú senza nome e senza storia, compongono la prima età d’una letteratura; ma le forme ci sono già tutte, quando viene l’uomo fatale che, sebbene non le abbia create egli, perché nulla si crea, pur le fa immortali nella sua gloria. L’esametro e l’_epos_ esistevano prima di Omero: prima di Dante esisteva anche di piú, perocchè il medio evo, tempo di civiltà (dico cosí perché non ricordo altro vocabolo piú speciale e confacentesi a questo caso) fermentata dalla corruzione, abonda di produzioni spirituali od artistiche complicatissime e nella esuberanza della forma grottesche e mostruose.

O non tiene egli, per venire agli esempi, della maniera di que’ rimatori che trattavano l’amore alla buona e la poesia con una tal quale natural facilità il vaghissimo sonetto a Guido Cavalcanti, ove son nominati ed egli e Lapo e _monna Vanna_ e _monna Bice_ cosí familiarmente e contro alla legge cavalleresca, che poi s’impose per alcun tempo il poeta, di tacere il nome della donna sua? Vero è che Dante ha pur sempre rialzato e rinsanguato la maniera de’ suoi predecessori e coetanei un po’ piana e pedestre, un po’ smorta: col fervore del cuor suo meditabondo egli ha dato al realismo un colorito quasi magico e alla famigliarità un afflato lirico, ha dato al verso semplicissimo un’ala come di colomba, in quelle due quartine, cosí lontane dall’alta intonatura e dal fare sostenuto di lui, cosí uniche nella poesia italiana, in quelle due quartine le quali favellano e cantano e sognano e volano tutt’a un tempo:

Guido, vorrei che tu e Lapo ed io Fossimo presi per incantamento, E messi in un vascel ch’ad ogni vento Per mare andasse a voler vostro e mio; Sicché fortuna od altro tempo rio Non ci potesse dare impedimento, Anzi, vivendo sempre in un talento, Di stare insieme crescesse il disio.

Divina ebrietà, nella quale il giovane sfugge alla vita per meglio sentire la vita! divino sogno di Dante quello di sperdersi con l’amore e la felicità su l’oceano immenso, sempre avanti, sempre avanti, e per il sereno e per la tempesta, fuori dalle vicende della natura e dalla società umana, nell’oblio del tempo, in immortal gioventú! Come rimpiccioliscono al paragone questi versi del Monti, che rendono il sentimento nostro moderno, il sentimento di quando adolescenti leggevamo i romanzi! e pur son versi assai belli, imitati, parmi, da un luogo del Werther:

Oh se lontano dalle ree cittadi In solitario lido i giorni miei Teco mi fosse trapassar concesso! Oh se me ’l fosse! Tu sorella e sposa, Tu mia ricchezza, mia grandezza e regno, Tu mi saresti il ciel, la terra, e tutto. Io ne’ tuoi sguardi e tu ne’ miei felice. Come di schietto rivo onda soave Scorrer gli anni vedremmo; e fonte in noi Di perenne gioir fôra la vita[11].

Come perde, non ostante il suo giardino rosso e i colloqui delle rose e delle viole, anche l’aspirazione indiana di Arrigo Heine![12]

Lungi, lungi, su l’ali del canto Di qui lungi recare io ti vo’; Là, ne’ campi fioriti del santo Gange, un luogo bellissimo io so...

Oh che sensi d’amore e di calma Beveremo ne l’aure colà! Sogneremo, seduti a una palma, Lunghi sogni di felicità.

Altra cosa è l’oceano! Ma nei terzetti Dante ritorna al fare del tempo suo:

E monna Vanna e monna Bice poi Con quella ch’è su ’l numero del trenta Con noi ponesse il buono incantatore:

E quivi ragionar sempre d’amore: E ciascuna di lor fosse contenta Siccom’io credo che sariamo noi.

L’un di questi versi, e propriamente il secondo del primo terzetto, accenna a quella epistola sotto forma di sirventese che Dante compose nella prima gioventú e dove raccolse i nomi delle sessanta piú belle donne di Firenze, tra le quali la donna amata da Lapo Gianni era, a quel che nel sonetto dicesi, la trentesima e Beatrice la nona. Ora anche cotesto sirventese, non ostante la sua denominazione cavalleresca, non doveva, egualmente che gli altri sirventesi italiani, uscire dal genere della poesia borghese o popolare.

LE «NUOVE RIME»

[Dallo studio _Delle Rime di Dante — Opere_, VIII, 45-47].

Tra le anime che espiano nel sesto cerchio del purgatorio la colpa della gola una dà a divedere a Dante piú forte il desiderio di parlargli. È Bonagiunta da Lucca, rimatore della scuola di transizione, e gli domanda:

Ma di’ s’io veggio qui colui che fuore Trasse le nuove rime cominciando «Donne ch’avete intelletto d’amore?»

Ed io a lui: Io mi son un che, quando Amore spira noto, ed a quel modo Che detta dentro vo significando.

O frate, issa vegg’io, diss’egli, il nodo Che il Notaio e Guittone e me ritenne Di qua dal dolce stil nuovo ch’i’ odo.

Io veggio ben come le vostre penne Di retro al dittator se ’n vanno strette, Che delle nostre certo non avvenne:

E qual piú a gradire oltre si mette Non vede piú dall’uno all’altro stilo. E quasi contentato si tacette[13].

Argomento questo, che non potrebbe desiderarsi il maggiore, a provar due cose: che Dante operò un vero rinnovamento nella lirica italiana, e l’operò con sua consapevolezza e anche di quelli contro i quali era fatto: che questo rinnovamento segna un periodo nella storia dell’ingegno e del canzoniere di lui. Egli _trasse fuori le nuove rime_, pubblicando la canzone che incomincia _Donne che avete_: fin allora aveva dal piú al meno tenuto la maniera de’ contemporanei; con quella canzone mise avanti il manifesto d’un rivolgimento poetico, si chiarí capo d’una nova scuola.