Pagine di storia letteraria

Part 8

Chapter 83,791 wordsPublic domain

L’anno 1282 fu, nelle debite proporzioni, per il popolo di Firenze quel che il 1789 per la borghesia di Francia: sterpate già al di fuori le piú prossime piante dell’aristocrazia feudale, fu in cotesto anno con la instituzione de’ priori estirpato anche ogni germe interno dell’aristocrazia di nascita, e assicurato il governo nelle mani del popolo grasso. L’anno 1293 fu per Firenze quel che il 1793 per la Francia: allargò i termini del governo popolare, lo corroborò con la istituzione dei gonfalonieri capi della milizia civica, e con gli ordinamenti di giustizia che furono, senza sangue, la legge dei sospetti contro le famiglie grandi. La rivoluzione del 1301, a cui seguitò la cacciata dei Bianchi, non fu che un colpo di stato di Corso Donati e di alcuni oligarchi borghesi, non contro la constituzione, ma contro parte bianca, che aveva allora il potere e lo esercitava con molto rispetto alla legge, se bene non con efficacia democratica. Da quell’avvenimento alla cacciata del Duca d’Atene, dal 1301 al 1343, in un continuo alternare di oligarchie sofferte o rovesciate, di signorie invocate o cacciate, di guerre grosse vigorosamente sostenute dalla borghesia, il governo e la città sono dal piú al meno in mano di essa, che dilaga e compenetra di sé tutte le instituzioni, tutti i fatti e le idee. Dal 1343 al 1378 la borghesia, pur seguitando a battere i grandi dentro la città e fuori per tutta la Toscana e a controbilanciare minacciosa le signorie crescenti nella penisola, si divide sempre piú tra sé, e cosí porge il fianco al popolo minuto; il quale fin dalla cacciata del duca d’Atene aveva cominciato a numerarsi e a paragonarsi, e che in fine piglia lo stato ed irrompe nel tumulto sociale, succeduto alla rivoluzione del 18 luglio 1376 fatta da Salvestro de’ Medici contro la borghesia, come le giornate del giugno 1848 successero alla rivoluzione di febbraio.

Cosí tre generazioni diverse, tre diversi popoli, con origini con sentimenti con intendimenti diversi, passano su la scena del comune: il popolo vecchio, dei cittadini e grandi antichi, i quali avevano stabilita o accettata la constituzione dell’82: il popolo nuovo, la borghesia piú piccola e l’avventizia del contado, che tiene il campo dopo il 93 e specialmente dopo il 1301: il popolo minuto, o la plebe, che si fa avanti dal 1343 al 78. Ora Dante, il Petrarca, il Boccaccio, per una ventura che non è tutta caso, ne si prestano a darne la storia dello svolgersi l’ideale artistico e civile nelle diverse fasi, negli strati, per cosí dire, diversi del comune fiorentino, che del resto raccoglie e riflette in sé la vita degli altri comuni italiani che non ebbero letteratura.

V.

Dante rappresenta il popolo vecchio. Gli Elisei, ceppo di sua gente, vantavano sangue romano, un cavaliere di Carlomagno, un gentiluomo di compagnia d’Arrigo secondo, un crociato cavaliere di Corrado terzo e martire della fede; tennero parte ghibellina, e aveano castella in contado e torri in città. Gli Alighieri, diramatine al tempo dei consoli, seguitarono in vece parte guelfa, e furono della nobiltà del primo popolo: Brunetto, zio di Dante, era guardia al carroccio nella battaglia di Montaperto contro i ghibellini cesarei, come Dante combatté a Campaldino contro i ghibellini feudali. Cresciuto cosí tra memorie gentilizie e tradizioni guelfe, egli difese con le armi il governo del 1282 e l’ornò con gli studii.

In quella primavera della storia fiorentina che durò dall’82 al 93 e anche al 1300, quando tra il popolo nuovo e le vecchie famiglie che avevano accettato la constituzione borghese era tregua che pareva pace, era accordo che pareva fusione; quando la vita repubblicana abbellivasi ancora di fogge cavalleresche e per le fosche vie non piú asserragliate passava la «festa del dio d’amore», Dante prese dalla parte piú severa dell’anterior generazione la poesia lirica, quella poesia che, provenuta dall’elemento cavalleresco, cantava già civilmente l’amore come principio di gentilezza e salute, come instrumento e forma in somma di perfezionamento morale; la prese e compenetrò di dottrine scolastiche per sollevarla a un ideale immateriato di meditazione e contemplazione mistica. Egli «trasse fuori le nuove rime» contro gli antichi trovatori: cioè l’opera sua giovanile, che consiste nel recare l’astrazione e la spiritualità dell’amore e della poesia al piú alto punto che mai toccassero, fu anch’ella un’opera di reazione intellettuale e morale del nuovo comune contro la corruzione monarchica e aristocratica dell’impero di Federico secondo, contro l’averroismo della corte sveva, l’epicureismo di Farinata e dei ghibellini toscani, la sensualità della poesia siciliana e di parte imperiale: Dante scriveva le rime della Vita nuova in quegli anni stessi che l’una dopo l’altra, e l’una a canto all’altra, quasi per incanto, sorgevano le chiese bellissime di Firenze, Santa Maria Novella, Santa Croce, Santa Maria del Fiore.

Ma a rompere quella processione di visioni ove tutto è sovrumano, a fugare quelle forme angeliche ondeggianti nell’azzurro infinito, a richiudere il cielo, sopravvenne non tanto la morte di Beatrice quanto Giano della Bella con gli Ordinamenti di giustizia, i quali escludevano dallo stato tutte le antiche famiglie che non lavorassero o non inscrivessero i loro nomi alle arti. Dante si segnò speziale, e diedesi a studi piú gravi di filosofia e di arte civile sempre negl’intendimenti di ristaurazione e progresso a un tempo, del comune. Cosí il Convito è la prima opera italiana, ove l’elemento nazionale si manifesti con un ben determinato concetto sí della scienza sí delle forme antiche, e con la trattazione per volgare delle materie scolastiche segna a un’ora il primo passo alla secolarizzazione della scienza e alla confermazione classica dell’arte nuova. E il poeta aveva dalla parte sua fatto di tutto per seguitare il rapido corso della democrazia, si era adoperato del suo meglio per entrare come nella civiltà del comune cosí nella vita pratica del popolo nuovo: egli ambasciatore, egli priore, egli fin sindaco su le strade: quando venne d’un tratto il colpo di stato di Corso Donati e degli oligarchi alleati di parte guelfa a spazzar via il partito bianco, che fu come la Gironda della repubblica fiorentina.

Dante esule sentí finalmente che ogni rivendicazione pacifica e legale tornava oramai impossibile, che il popolo vecchio aveva finito, che le antiche famiglie, le quali obliando tutto il glorioso passato non iscendessero a patti prima co’ tiranni del momento poi col nuovo ordine di cose, erano destinate inesorabilmente a consumarsi rabbiose nell’esilio o a languire innominate in domestiche relegazioni entro quella patria che piú non le conosceva. Le memorie soavi della giovinezza, le nobili ambizioni della virilità, le speranze di un bello e riposato vivere tra le vecchie tradizioni e le glorie nuove nella patria felice: tutto era perduto. E in lui risorse l’antico aristocratico: dimenticò suo zio Brunetto e il carroccio, dimenticò Campaldino e il priorato, per ricordare soltanto gli avi suoi romani, gli avi suoi crociati, gli avi suoi cavalieri di Carlomagno, di Arrigo secondo, di Corrado terzo. Nella espansione vertiginosa del comune non vide che anarchia; nella esuberanza della vita economica e commerciale non vide che corruzione; nell’affollarsi della plebe al conquisto dei diritti politici non vide che villani puzzolenti d’Aguglione e di Signa, che villan rifatti figliuoli di padri accattoni, i quali andavano già alla cerca in Semifonte e ora chiudevano le porte della patria su ’l petto a lui, sangue romano, che per amor della patria si era fatto speziale. E al comune toscano incanagliato preferì le corti dell’alta Italia: «S’io son fatto romano e tu lombardo», rinfacciavagli sin da quei giorni l’Angiolieri senese, e Giuseppe Ferrari ben qualificò da questo lato la Divina Commedia per il poema della tirannia italiana. Perocché Dante per dispetto del presente ritornò non tanto al tempo di Federico secondo, da cui, pur ammirando egli quel diffuso splendore di civiltà profana, le credenze sue religiose e le opinioni filosofiche e l’indirizzo de’ suoi studii e i ricordi de’ suoi giovenili sentimenti aborrivano, ma al tempo del buon Federico primo, sotto il cui imperial protettorato il popolo vecchio delle città italiane avrebbe dopo la pace di Costanza con miglior senno potuto ordinarsi a regolata aristocrazia; tornò anche piú a dietro, e invidiò i tempi beati di Cacciaguida, quando Firenze aveva confine il Galluzzo. Da ciò all’unità d’Italia ci corre.

E pure come smisuratamente, nel rimpicciolimento de’ concetti politici e delle passioni di parte, come smisuratamente si svolse e crebbe oltre i termini nostri quell’animo e quell’ingegno! Quanto mai devono l’Italia e l’arte e il mondo a quell’esilio, che d’un priore fiorentino, d’un poeta elegiaco, d’un trattatista scolastico, fece l’uomo fatale, il cui severo profilo, nel quale disegnasi tutta un’epoca della storia umana, domina i secoli, ne fece, dico, il profeta non nazionale, ma europeo, ma cristiano, dell’evo medio. Profeta, ho detto; e Dante in vero, come i profeti del popolo ebreo, ebbe un ideale del passato: quanti passi innanzi avea fatti l’Italia comunale nelle idee politiche e sociali, tanti egli ne fece per indietro: la sua Roma, «che il buon tempo feo» con i suoi due soli (perocchè è un degli ardimenti di Dante di aver sollevato l’imperatore dal grado di luna, a cui il medio evo l’avea confinato, a quel di sole, per agguagliarlo al pontefice), la sua Roma è la Roma di Costantino e di Giustiniano: quel paradiso, che con i suoi nove cieli concentrici quasi con altrettanti cerchi di adamante racchiude e sòffoca la terra, ha la sembianza d’una cupola bizantina, sotto la cui stretta volta smaltata ad oro e azzurro il poeta contempli, figurato in rigido musaico, lo aggreggiarsi pacifico, uniforme, monotono, dei regni e dei popoli, dei signori e dei comuni, nella monarchia di Dio, sotto lo scettro dell’imperatore, sotto il pastorale del papa. E ciò quando i mercanti fiorentini segnavano schernevolmente nei loro libri di banco le partite inesigibili a conto d’Arrigo di Lucimburgo imperator di Lamagna, quando del papa il re di Francia aveva fatto un suo cappellano, quando l’uman pensiero cominciava già ad irrompere nel sacrario della teologia e della scolastica dietro la scienza e la libertà, a quel modo onde un de’ contemporanei antisegnani di quelle, Raimondo Lullo, aveva, essendo ancor cavaliere, seguito galoppando a cavallo la dama de’ suoi pensieri entro la chiesa di Maiorca.

E all’idea sociale e politica risponde nella maggiore opera di Dante il concepimento estetico. Egli giunse a tempo a raccogliere in sé i riverberi delle mille e mille visioni del medio evo e a rispecchiarli potentemente uniti su ’l mondo; giunse a tempo a chiudere con un monumento gigantesco l’età dell’allegoria. Egli, in quel secolo stesso che le cattedrali di Germania e d’Italia rimanevano interrotte per non essere riprese piú mai; egli, come per uno di quegl’incanti o di quei miracoli de’ quali intorno alla fabbrica di quelle cattedrali favoleggiavasi; egli, nella solitudine dell’esilio, in una notte di dolore, imaginò, disegnò, distribuí, adornò, dipinse, finí in tutti i minimi particolari, il suo monumento gigantesco, il domo e la tomba del medio evo. Havvi momenti storici in che le nazioni, dopo lente e lunghe modificazioni che per una parte hanno operato su la religione e per l’altra hanno dalla religione ricevuto, giungono quasi a identificarsi con essa religione nei sentimenti e nelle idee, nei costumi e nelle instituzioni: allora la religione prende quasi il carattere della nazione, e la nazione quel della religione alla sua volta: in codesti momenti solo è possibile la epopea religiosa a un tempo e politica. Ciò dopo Pier Damiano, Francesco d’Assisi, Tommaso d’Aquino, Bonaventura da Bagnorea, dopo Gregorio settimo ed Innocenzo terzo, vivente Bonifazio ottavo, in quegli ultimi dieci anni del secolo decimoterzo che furono la primavera della democrazia e dell’arte toscana e dell’anima di Dante, era avvenuto del cattolicismo rispetto all’Italia. Ora Dante, com’è natura de’ poeti veramente grandi di rappresentare e conchiudere un grande passato, Dante fu l’Omero di cotesto momento di civiltà. Ma son momenti che presto passano; e i diversi elementi, dopo incontratisi nelle loro correnti, riprendono ognun la sua via. Per ciò avvenne che della Divina Commedia rimanendo vivo tutto che è concezione e rappresentazione individuale, fosse già antica fin nel trecento la forma primigenia, la visione teologica: per ciò Dante non ebbe successori in integro. Egli discese di paradiso portando seco le chiavi dell’altro mondo, e le gettò nell’abisso del passato: niuno le ha piú ritrovate.

VI.

Il Petrarca, figliuolo d’un notaio venuto dall’Incisa, rappresenta quella parte piú eletta del popolo nuovo che sorse intorno a Giano della Bella o poco dopo lui; ritrae moralmente dai Bianchi, de’ quali il padre suo partecipò gli affetti politici e la sorte, meglio di Dante, che tratto fra loro dal corso degli avvenimenti se ne distaccò poi bruscamente; e ciò tutto rappresenta e ritrae con tanto piú nobile e piú pura astrazione, quanto egli visse lontano da Firenze e dagli affari e dai turbamenti delle parti. E come quegli che vide sol da lontano e senza passioni la vita dei Comuni d’Italia, allargò il nome e l’affetto di patria: per lui l’Italia non è il giardino dell’impero né la polledra indomita che il Cesare tedesco ha da inforcare, ella è la gloriosa nazione romana che si stende dall’Alpi al mare e che dee sterminare da sé ogni straniero, ogni barbaro: egli creò il concetto o l’ideale letterario d’un’Italia. Ancora: come quegli che secondo gl’instinti suoi nobili rappresentò l’elemento italico del popolo nuovo, specialmente nella tendenza alla ristorazione delle instituzioni e della civiltà antica, cosí egli sollevò l’idea del comune fino alla repubblica degli Scipioni. Per l’impero fu freddissimo, senza amore e senza odio; sebbene qualche volta sentí e confessò riciso esser nome vano senza soggetto; sebbene altra volta, dopo la mala prova della repubblica di Cola, alle lusinghe di Carlo di Lussemburgo rispose con un omaggio da antiquario inviandogli certe monete romane (il povero imperatore avrebbe tolto invece fiorini) e molti conforti a venir in Italia e ricalcar le orme degli Augusti e de’ Traiani, non senza rampogne d’inerzia e d’inettitudine. Odiò la corte romana e assalse la chiesa corrotta con tanta ira che parve poi ribellione; sebbene egli rimanesse intimamente devoto, ma non, come Dante, religioso essenzialmente. Con queste affezioni e con questi istinti affrettò l’uscita dal medio evo.

Come il popolo, di cui era nato, invocava di quando in quando la balia di un re o di un signore, cosí egli rigettò le grazie de’ principi, alla cui protezione del resto anche Dante erasi male affidato; e, se vi lasciaste ingannare alle brutte forme della sua retorica latina, parrebbe che gli adulasse. Non è vero: niuno senti cosí fieramente l’eguaglianza democratica e la dignità umana in conspetto agli ordini privilegiati e prepossenti. Il Petrarca nella vita letteraria prosegue a modo suo l’opera di Giano della Bella: che anzi nella esortatoria a Cola di Rienzo l’odio suo contro i grandi oltrepassa gli ordinamenti di giustizia, e in quel bando di persecuzione e di sterminio diresti che il «dolce testor degli amorosi detti» rasentasse alcuna volta la feroce eloquenza dell’«Amico del Popolo». Letterato, si lasciò richiedere e desiderare ai principi, li trattò graziosamente da pari a pari, fe’ sentire ai tiranni guelfi e ghibellini, ai re di Napoli e d’Ungheria, all’imperatore e al papa esservi al mondo oramai un’altra potenza, crescente ogni dí piú e tendente a cacciar di luogo quella della nascita e della spada, la potenza del pensiero. Niuno onorò in sé e fece onorata da popoli e principi l’arte e la dottrina meglio e piú del Petrarca: niuno fece rispettare e ammirare il popolo d’Italia, che dalle sue città piene di gloria e lavoro chiedeva i titoli di nobiltà non ai secoli passati ma agli avvenire, non all’imperatore ma al mondo, niuno, dico, fece riverire e ammirare all’Europa feudale cotesto popolo di borghesi ribelli meglio e piú del Petrarca, di questo figliuolo d’un notaio fiorentino, al quale i re s’inchinavano. La incoronazione di lui in Campidoglio, tra il popolo plaudente, con la fortunata assenza del papa e dell’imperatore, fu come la sacra del Rinascimento in mezzo all’Europa del medio evo; su la quale, a grande augumento della civiltà, egli esercitò nel tempo suo quella medesima dittatura, anzi legislazione dell’ingegno e dell’arte, che esercitarono poi su ’l secolo decimosesto Erasmo di Rotterdam e sul decimottavo il Voltaire.

Come artista, egli uscito di un popolo che faceva constituzioni e commerci, non comprese il mondo fantastico e avventuriere del medio evo, e sentí che era finito co’ poemi francesi; sentí che anche il mondo soprannaturale cristiano era chiuso con Dante, e non avea certo l’intuizione universale di lui; del mondo antico non sentí che le forme, e non le migliori. Ma sentí in sé l’uomo; e mentre gl’infiniti lirici del medio evo, francesi, tedeschi, italiani dei quali è mal vezzo di critici superficiali e ripetitori l’accusarlo imitatore, lui originalissimo e che deve agli antecessori suoi solo qualche frase di cattivo gusto, mentre quei lirici cantarono o il senso ben limitato o l’idea molto indeterminata, egli scoprí in sé e rivelò l’uomo; l’uomo del medio evo, a cui la natura ha cominciato a rifavellare da’ libri de’ poeti antichi, l’uomo del medio evo in contrasto tra la materia e la forma, tra il senso e lo spirito, tra il cristiano e il pagano. E questo contrasto ei lo prese ad analizzare e a svolgere sottilmente, finamente, profondamente, per ogni verso, con tutta leggerezza di tócco, con tutta delicatezza di ombreggiamento, con tutta misura, senza lasciarsi vincer la mano alla passione inestetica. Riprese l’opera giovanile di Dante, movendo anch’egli dall’antecedente lirica cavalleresca: ma Dante risalí o si smarrí nel misticismo, il Petrarca ritornò al naturalismo ideale, e anche per questa parte apre l’età del Rinascimento.

VII.

Dante e il Petrarca avevan mosso ambedue dal medio evo e dal principio cavalleresco: Dante poi erasi fermato al principio ecclesiastico e alle sue forme, la visione e l’allegoria. Contro l’uno e l’altro di quei principii insorge ora il piú fervido ammiratore di Dante, l’amico piú affettuoso del Petrarca, Giovanni Boccaccio, cittadin fiorentino. Il Boccaccio era nipote a un Chellino venuto a città dal contado di Val d’Elsa, da Certaldo che allora aveva nome soltanto dalle cipolle che produce in copia; apparteneva dunque a quella cittadinanza che Dante spregiava di cuore, «la cittadinanza ch’è or mista, Di Campi, di Certaldo e di Figghine»; e la nobil donna, de’ cui fastidi il certaldese si vendicò nel Corbaccio, poteva bene mandargli a dire «Torni a sarchiar le cipolle e lasci star le gentildonne». Piú: egli era nato a Parigi dagli amori non consecrati di suo padre mercante con una donna francese. Plebeo, bastardo, e con sangue parigino dentro le vene, il gran distruttore dell’amore cavalleresco e dell’ideale monastico è il piú sicuro rappresentante di quel popolo grasso del secolo decimoquarto, che finí di ricoprire con la sua alluvione il popolo vecchio e l’Italia del secolo decimoterzo. Egli è il vero borghese italiano del trecento; se non quanto, non ostante la pompa delle sue allusioni, delle sue erudizioni, del suo stile, non ostante l’ammirazione e devozione sua all’aristocrazia dell’ingegno, egli piega inconsciamente verso i Ciompi; però che anch’egli intende a distruggere ciò ch’era stato venerato fin allora.

Come uomo e cittadino, è repubblicano piú francamente del Petrarca: piú francamente e finamente di lui deride l’imperatore e l’impero: anche rimprovera l’amico del frequentare ch’ei fa i tiranni lombardi: non fioretta panegirici ai re, poco usa a corte, se non da giovane e per amoreggiarne le figliuole: al suo comune e ai cittadini dice aspre verità, ma quello serve e con questi si trova a suo agio: non gli odia come Dante, non gli sfugge come il Petrarca, ne studia il ridicolo. Una sola grandezza v’è, della quale egli si fa volentieri cortigiano, che egli ama di amor piú tenero che non le donne: la grandezza dell’ingegno. L’ideale suo è tutto soggettivo: l’arte. E per ciò, riproduttore largo e indifferente, diresti ch’e’ cercasse di fondare come il Goethe una letteratura eclettica: certo, fece anche egli le sue prove in tutt’i generi, nella visione allegorica di Dante, nella lirica amorosa del Petrarca, nella epopea antica, nella epopea cavalleresca, nel romanzo d’avventura, nel racconto mitologico, nella leggenda, nella satira, nell’orazione, nell’ecloga e nell’idillio, nella geografia, nella mitologia, nella filologia e nella erudizione: e riesce solo quando scende al reale, quando rappresenta il sensuale, il sensuale, dico, nel migliore e peggior significato: del reale è veramente pittore, anzi scultore miracoloso.

Ma, se pone l’arte in cima d’ogni idea, non per ciò egli è scrittore ozioso, non per ciò egli sbizzarrisce soltanto. Il Decameron non fu scritto, come una ignorante e parzial critica afferma, per trarre l’Italia al bordello: il Decameron fu opera d’opposizione contro il principio cavalleresco ed ecclesiastico. Ricordiamo che le cento novelle s’incoronano con la Griselda, stupenda rappresentazione della donna del dovere, glorioso trionfo della donna moglie e madre, come cavalieri e frati non volevano che la donna fosse. Contro cavalieri e frati, e contro borghesi in parte, il ridicolo, il grottesco, il triviale e il sublime, sí, anche il sublime, sono in cotesta grande commedia umana del plebeo certaldese adoperati come niuno gli adoperò dopo Aristofane e avanti il Molière. Il Decameron, la commedia umana di Giovanni Boccaccio, è la sola opera comparabile per universalità alla Commedia divina di Dante. Due grandi artisti, con intendimenti diversi, da opposti lati, sorpresero e abbracciarono tutt’insieme con un olimpico sguardo due mondi antipodi, e gl’improntarono vivi e spiranti in tale una materia e forma, che è marmo per lo splendore e la durata, cristallo per la trasparenza.

VIII.

Cosí in Dante nel Petrarca nel Boccaccio si raccoglie la somma della letteratura del secolo decimoquarto, del periodo del comune; nel quale il principio nazionale con i suoi due elementi romano ed italico s’equilibrò da prima e poi prevalse agli altri principii: s’equilibrò nell’opera di Dante al principio ecclesiastico, trasformò in quella del Petrarca il principio cavalleresco, e all’uno e all’altro prevalse in quella del Boccaccio. Cosí Dante, il Petrarca, il Boccaccio, accogliendo in sé il secolo decimoquarto, quel secolo, cioè, nel quale il movimento democratico de’ comuni attinse l’ultima velocità e pienezza, diedero ancora alla letteratura nazionale la materia e gl’instrumenti e le forme che meglio fiorirono nell’età migliori e che durano ancora: Dante, la lingua lo stile e gli animi a tutta la poesia; il Petrarca, i metri e le forme alla lirica; il Boccaccio, l’ottava e il periodo alla epopea e alla prosa del Rinascimento. E come il Rinascimento muove da essi, cosí nelle opere loro è in germe il fiore lussureggiante dell’arte del cinquecento: v’è quel carattere speciale che fu proprio della nostra letteratura e pe ’l quale ella è quasi mezzo tra l’arte antica e l’arte del medio evo, tra la Grecia e la Germania; quel, come uno scrittor tedesco lo chiama, non pure presentimento, nato da affinità, del bello classico, ma vera affinità elettiva con quello spirito intelligente e discreta proporzione in tutte cose che è l’essenza fondamentale di esso bello, con quella _sofrosine_ in opposizione alla stravaganza senza forma e senza misura che domina le rappresentazioni medioevali.