Part 7
Piú efficace opera, e di piú durevole impressione, almeno in parte, aveva fatto il principio ecclesiastico. Lasciamo stare i suoi cicli leggendarii accumulati nelle età grosse del medio evo e tramandati di secolo in secolo; i cicli orientali e bizantini dei martiri, dei solitari e dei contemplanti; i cicli latini cominciati da Gregorio Magno col Dialogo e chiusi con l’Aurea leggenda del Da Varagine; lasciamoli stare, sebbene e’ sien qui tutti pronti su le soglie dell’età nuova a fornire materia ed argomento ai raccontatori ed ai mistici del secolo decimoquarto, alla poesia drammatica del secolo decimoquinto, alla pittura dal duecento a tutto quasi il cinquecento. La Chiesa aveva fatto assai di piú. Su ’l principio del secolo decimoterzo, contro le eresie della ragione e del sentimento d’ogni dove irrompenti e favoreggiate piú o meno apertamente, secondo le occasioni, da Federico secondo e dalla parte imperiale, la Chiesa avea commesso il suo verbo a due potenti milizie; e queste si erano sparse tra le genti rinnovando su ’l mondo il suggello della fede. Intorno al capo di San Francesco, frate innamorato di tutte le creature, socialista cristiano, volano le colombe, e i lupi gli lambiscon la mano; e il popolo gl’intesse una ghirlanda lucida e serena che si riflette su l’arte della parola e del disegno. Intorno al capo di san Domenico rugghiano le fiamme dei roghi e sibila come fionda di piombo il sillogismo del definitore teologo: egli brandisce una facella, che vorrebbe esser di luce, ma che vapora d’inferno per la via dei secoli. E due famiglie, due eserciti, seguitano quei padri e quei duci. In mezzo all’una procede contemplando e inneggiando il serafico autore dell’Itinerario della mente verso Dio, in mezzo all’altra, tutto chiuso e concludendo in forma, l’«Angelo delle scuole». Gli uni si rivolgono al sentimento col misticismo, gli altri all’intelletto con la scolastica. Letterati e artisti, gli uni fanno miglior prova nella leggenda nella lirica nell’architettura, gli altri nel trattato e nella pittura. Ribelli all’autorità, gli uni si chiameranno fraticelli della povera vita, specie di quaqueri, e daranno, vittima ignota, un fra’ Michele; gli altri produrranno fra’ Girolamo Savonarola e i piagnoni, tendenti a una democrazia monastica. Per intanto due forme d’arte mistica rifioriscono intorno a loro, la visione e la meditazione. E in cima alla Somma di Tommaso d’Aquino la teologia s’abbraccia con la scienza; e in cima alla ontologia di Bonaventura la fede s’abbraccia con l’arte; e tutte quattro paion d’alto irraggiare le belle cattedrali sorgenti nell’Italia di mezzo e i timidi colori dell’arte che aspetta Giotto. Dante sta ritto in piedi tra i colonnati solenni e leggiadri, e guarda, rapito in contemplazione.
DELLO SVOLGIMENTO DELLA LETTERATURA NAZIONALE
DISCORSO TERZO
[Opere, I, 83-117].
Del periodo toscano: affermarsi della letteratura nazionale: Firenze e il gran triumvirato.
I.
Diamo ora uno sguardo a tutto insieme il fluire maestoso di questo fiume divino, come avrebbe detto Omero, della letteratura italiana nel secolo decimoterzo e nel decimoquarto. Incominciata dalla poesia individuale, seguitò, come letteratura di popolo libero, segnando la superbia del nome latino rivendicato e i fasti della nuova libertà nelle croniche, descrivendo le tradizioni e i costumi nelle leggende e novelle; abbracciò, come ne’ suoi principii ogni letteratura non primitiva, tutta la scienza e del passato e del presente nelle enciclopedie; attestò nei volgarizzamenti la conservazione dell’arte e della scienza antica. Altrove si scherzò con versi leggeri, ma nell’Italia del mezzo e tra la cittadinanza fiorentina nacque la prosa del trecento, gentile ed elevata, forte ed elegante, come poi l’architettura di Santo Spirito; qui prese moto e colore quella poesia che nelle luminose visioni della Vita nuova sembra rendere al cielo come i due angeli dipinti da Giotto nella cattedrale d’Assisi, o che sorge come Santa Maria del Fiore gigantesca e solitaria nella Divina Commedia. Sublime spettacolo, il popolo italiano, raffermo e assodato, porre il fondamento e dare proprissime alla sua civiltà la forza e l’azione, le figure e le sembianze, con un acconcio temperamento dell’antico e del nuovo, del cristiano e dell’etnico, del latino e del medievale, tanto ne’ reggimenti e negl’instituti, quanto nella scienza e nell’arte; certo per quella facoltà di sapiente eclettismo o di artistica assimilazione che fu della gente nostra, degli elleni e latini. Ma il popolo d’Italia, piú simiglievole in ciò a’ greci che non a’ romani, questi mezzi di ravvicinamento gli ebbe in se stesso; come quello che si aveva connaturato, pur riadattandolo estrinsecamente a sé, il cristianesimo, e che ne’ forzati mescolamenti delle genti settentrionali qualche cosa aveva attinto di loro. E come il popolo d’Italia, a quella guisa che i romani con le armi e i greci con le colonie e le dinastie, si stese con i commerci per tutto il levante e a settentrione; cosí le lettere ed arti sue, a guisa di chi sentesi ricco di dottrina ed esperienza propria e pur gli giova guardare all’altrui e profittarne, attinse largamente non che dal francese e dal germanico, ma e dal bizantino e dall’orientale. E come la nuova plebe latina aveva co ’l lavoro di secoli contemperato a sé artisticamente il cristianesimo anzi che essersi lasciata ritemperare da quello; e come ella, piú presto che non distrusse, assorbì in sé molta parte di feudalismo e d’aristocrazia, facendo cittadini e artigiani i suoi antichi signori; e come lasciò poi sorgere di sé il popolo grasso e la nobiltà popolana, non restando ella veramente in soggezione de’ nuovi ordini, ma piuttosto partecipando con quelli il reggimento; cosí la primitiva letteratura italiana, incominciata dal popolo e promossa e aiutata dal sentimento religioso e dal principio ecclesiastico, prese poi della feudale ed ecclesiastica quello che le conveniva, rinnovandola per altro a maggior durata col temperarne l’essenza e le forme; quindi lasciò sviluppare di sé una letteratura piú dotta, alla quale seguitò ella a porger del suo, perché riuscisse piú che altro una sua necessaria prosecuzione e un perfezionamento.
Adunque, ricollegare pazientemente l’antico col nuovo, la imitazione allargare, accomodare la scienza a tale arte che pur rimanesse popolana e sopra tutto guardar sempre al popolo e alla nazione; furono i caratteri della prima letteratura d’Italia. Quindi volgarizzamenti di scrittori greci e latini, sacri e profani; vite di santi e leggende bizantine e orientali, e trattati e poemi di origine provenzale ed arabica; quindi il re Artú e Tristano ed Isotta la bionda per una parte, e Alessandro e Cesare e Catilina per un’altra; e novelle che la materia pigliano da ogni paese; e nella poesia la canzon filosofica accanto al sirventese politico e alla gaia ballata, e le ire di municipio con la carità di cristiano, e l’erudizione classica col genio paesano d’Italia e con gli spiriti cavallereschi di Provenza; e l’elegia che fiorisce d’onde spunta la satira, e l’entusiasmo lirico col sillogismo delle scuole; e negli spazi della visione popolati di mille fantasie le arduità matematiche: il che tutto raccoglie in sé, rappresentatore supremo di questa universalità della prima arte italiana, Orfeo, Omero ed Esiodo a un tempo, Dante Allighieri. E in questa varietà è tuttavia da notare la potenza, che quei nostri vecchi ebbero mirabile, di dare l’aria del paese e l’atteggiamento di famiglia cosí alle erudizioni diverse e alle difficili astrazioni della scienza come alle fantasie che pigliavano di lontano. I romanzatori de’ Reali di Francia attinsero certo d’oltre monte la materia e parte anche delle forme; ma quei romanzi divennero accettissimi alla nazione, e tuttora rimangono lettura tradizionale di questo popolo, che dei moderni imitatori di Francia e di Germania non sa pure il nome. Ritraggono dall’oriente le leggende cristiane; ma sono ad un’ora di quelle cose dove piú cara fiorisce la favella toscana e dove il sentimento popolano fiammeggia piú limpido. Il Cavalcanti poeteggia sottili filosofemi nelle gravi stanze della canzone; ma le sue ballate furono certo intese e cantate dalle donne e dai giovani. E non erano elleno popolari le fantasie della Divina Commedia? e anche l’allegoria che la domina non era il popolo d’allora avvezzo a contemplarla e meditarla nelle leggende nelle pitture e fin negli ornamenti architettonici delle chiese? in fine, non era egli tutto avvivato dalle ricordanze del popolo italiano il poema dell’aristocratico fiorentino? Onde il popolo e lo cantò, come poi udì cantare nelle piazze versi del Petrarca, e volle che glie ne fosse dichiarata nelle chiese ai dí di festa la parte scientifica. E dal popolo desunse il Boccaccio non poco della materia al suo Decameron, e delle forme le piú belle e durature. Allora Dante, il Petrarca, il Boccaccio, ingegni sovrani, parlavano al popolo d’alte cose e di leggiadre con alti ed ornati sensi e parole; e n’erano compresi ed ammirati. Oggi ingegni mezzanissimi fanno prova d’imitare il popolo; e le sono smorfie; e il popolo non bada a loro. Degnamente. Il popolo vuolsi rialzare; non rimpiccolir noi né bamboleggiare senilmente, per mantenerlo sempre in condizion di minore.
II.
Del resto la letteratura del trecento è toscana quasi tutta, sí per gli scrittori e la lingua, come per le esterne cagioni che la informarono e condizionarono via via. Dei volgarizzamenti, che tanto conferirono a scozzonare la favella e scaltrirla agli stili diversi, i piú e i maggiori, in tutte le direzioni dello spirito e in tutte le culture, la religiosa, la classica, la cavalleresca sono opera di toscani: toscani i predicatori e gli autori spirituali, tanta parte allora della educazione e lettura popolare: toscani i meglio dei cronisti e novellatori: toscani poi tutti gli scrittori che piú fedelmente e largamente comprendono e rendono nelle opere loro il movimento il sentimento il colorito del tempo: Brunetto Latini, il Giamboni, Giordano da Rivalta, il Cavalcanti, Dante, Dino, il Cavalca, Bartolomeo da San Concordio, il Villani, il Petrarca, Fazio degli Uberti, il Passavanti, il Boccaccio, Caterina da Siena, Giovanni dalle Celle, Franco Sacchetti. Dinanzi a tali nomi ed opere perdono ogni importanza quegli alcuni o rimatori o volgarizzatori o cronisti di altre regioni italiane, i quali del resto, se scrivono con intenzione di arte, seguono con piú o meno d’incertezza i toscani, o vero nella rozzezza loro tradiscono la niuna cultura del dialetto nativo; quando invece dal volgare delle domestiche e private scritture fiorentine pisane e senesi al volgare del Villani del Calvalca di Caterina non corre divario, o ben poco. Insomma, nella prima età della letteratura italiana, il soggetto è nazionale e toscana l’impronta. Toscana ho detto e doveva dir fiorentina. Perocché Arezzo Pistoia Lucca tacciono ben presto; un poco piú tardi, e onoratamente, ma pur anche Siena e Pisa cedon del campo; che Firenze occupa e tiene, sempre, sola, gloriosa.
III.
Per quel che concerne la materia e l’istrumento letterario; piú puro, piú elegante, piú regolare degli altri italici apparisce dalle scritture private che di quei tempi ci avanzano il dialetto che si parlava in Firenze. Non che si voglia o debbasi con ciò dare il vanto della lingua a lei tutta sola; ché italiano erasi già scritto a Palermo, erasi scritto a Bologna. E fu notato che i primi tentativi per sollevare a dignità letteraria i varii dialetti riuscivano come al ritrovamento di una lingua comune. Il che non parrà strano, quando si ripensi che quei dialetti, reliquie dei vecchi linguaggi italici passati per il crogiuolo del latino, erano allora per la piú parte men lontani tra loro e men diversi che oggi non siano: e la prova veniva sempre facendosi allo specchio del latino da uomini ingegnosi, nelle città piú colte d’Italia. Con tali condizioni e con sí fatta norma era naturale che ad una lingua comune, stabile e regolare, si arrivasse ben presto, quando la letteratura da benigna necessità storica fu condotta a fiorire nel bel mezzo dell’Italia centrale, nel bel mezzo della famiglia de’ dialetti piú veramente latini, dove piú omogeneamente tenevasi raccolto l’elemento antico e men turbato da misture straniere.
Ma veramente per solo il dialetto non avrebbe Firenze potuto esercitare quella gran parte che ebbe nello svolgimento della letteratura nazionale e della coltura moderna. Altre e piú forti ragioni vi sono per le quali il comune che occupava poche miglia d’un territorio non fertile dovesse occupare del suo nome l’Europa. Nello scorcio del secolo decimoterzo gli angioini di Napoli, non avendo pié fermo né diritti sovrani su le parti piú vitali della penisola, non ebbero piú dopo Carlo primo vera potenza, e l’opera loro non fu che d’intrighi piú o meno avveduti e ambiziosi: al settentrione, i signori pullulavano da per tutto, rappresentanti, è vero, del popolo contro i nobili e i grandi, ma non amici di libertà, e i comuni, esauste le forze, si accasciavano omai sotto il giogo civile di uno piú volentieri che non combattessero contro cento: le repubbliche marittime attendevano a’ lor commerci e conquisti e a contenderseli fra loro: nel centro, Roma, dopo l’esilio de’ papi e negli scismi che lo accompagnarono e nella debolezza che da quelli conseguitò al ponteficato, travagliava nell’anarchia sé e le province che le erano addette di diritto o di fatto. Ecco, parmi, le cagioni piú apparenti per che focolare proprio alla nuova civiltà fu per gran parte Toscana, e per grandissima parte Firenze.
Quando le altre repubbliche allentavano il corso e sostavano in una quiete che era stanchezza, ella, l’ultima nata delle grandi sorelle, aveva a pena preso le mosse: con lei era la gioventú e la freschezza delle forze, e per lei l’avvenire. In Firenze, il comune, o, meglio, la cittadinanza popolaresca che fu il nòcciolo vero del comune, di mezzo alle schiatte nobili, tedesche e feudali, partite in guelfe e ghibelline, aveva con rigoroso ordinamento civile e militare saputo e potuto constituirsi in modo da acquistare un’azione propria e indipendente, da infrenare le due parti, o, all’occasione, abbatter l’una collegandosi all’altra. Guelfo il comune di Firenze fu, come in fondo ogni comune italiano, per rispetto a quel certo favoreggiamento che le libertà civili ebbero, nel loro primo contendere ad affermarsi, dalla politica dei papi improvvida delle conseguenze; fu guelfo in opposizione al ghibellinismo cesareo di casa sveva, al ghibellinismo tirannico e aristocratico degli aderenti suoi feudatari e nobili; ma gl’interessi dell’esistenza libera, i diritti allo svolgimento infinito della vita democratica, gli manteneva e proseguiva contro guelfi e ghibellini del pari. La cittadinanza guelfa di Firenze, o, a dir piú chiaro, la borghesia, nel contrasto dei due poteri e delle due parti, fu neutrale ad un’ora ed attiva: ella era anzi tutto fiorentina; e con questa politica venne a stabilirsi nella constituzione del 1282.
Allora, posta tra l’alta e la mediana Italia, con in mano le chiavi dell’Appennino, con un’indomita forza di espansione, con una operosità infaticabile, Firenze divenne ben presto potentato italiano, leva al movimento politico, economico, artistico della penisola. E ben presto, per ricchezza di commercio, per esuberanza di produzione materiale e intellettuale, per prosperità e civiltà interna, per influenza tutta popolare e industriale al di fuori, non ebbe pari, su ’l finire del secolo decimoterzo e nel decimoquarto; piú tardi, ebbe pari soltanto le città di Olanda. Ella era la prima potenza denaresca d’Europa; le sue banche fiorivano ad Augusta a Marsiglia a Parigi a Londra, negli scali d’Oriente: il pontefice chiamavala fonte dell’oro, il soldano ammirava i suoi fiorini, i re d’Europa ricorrevano a’ suoi banchieri o li rubavano.
Ma i fiorentini non erano solamente e grossolanamente banchieri e mercanti. Come le corporazioni delle arti venivano ad essere, piú utilmente forse che non le società politiche della rivoluzione francese, altrettante repubbliche nella repubblica, cosí ogni mercante, ogni artigiano, anche prima di prender parte al governo, anche senza prendervi parte, si addestrava nella discussione, nella conoscenza degli statuti e del reggimento, nell’amministrazione degl’interessi pubblici, non che dei grandi interessi della sua corporazione sparsi per tutta la terra civile. E per tutta la terra civile cotesti mercanti e artigiani portavano il fino ingegno, lo scòrto maneggio, l’acuta osservazione, il sentimento nobile della patria repubblicana: per essi Firenze si rispecchiava nell’Europa e nell’Asia, e l’Asia e l’Europa in Firenze: onde il detto di Bonifazio ottavo, quando nel ricevere ambasciatori di varie e strane nazioni li sentí tutti fiorentini, essere i fiorentini il quinto elemento del mondo. E certo furono nel medio evo e nel Rinascimento l’elemento essenziale della civiltà moderna. Né il commercio ammolliva loro il braccio o ne rimpiccioliva l’animo o ne fiaccava gli spiriti. Fuori, i negozi e le banche spargevano le fiorentine manifatture, moltiplicavano l’oro fiorentino: dentro, gli opificii delle sete e delle lane risuonavano del lieto strepito del lavoro: ma a un bisogno, sol che la nota insegna sventolasse dalla casa del gonfalonier di quartiere, le spole e i naspi tacevano, e quattordicimila lavoranti e capi di bottega erano in armi a difendere da ogni attentato la costituzione del popolo, a rivendicar tutti l’oltraggio fatto ad un solo. E quando l’imperatore o alcun de’ tiranni ghibellini minacciasse il comune, venticinquemila uomini portanti l’armi rassegnava la città, settantamila si raccoglievano nel contado: onde alle minacce di Arrigo settimo potevasi rispondere senza iattanza, Firenze non aver mai per niun signore abbassate le corna.
E intanto in quel reggimento che passava per tutte le fasi di uno stato a popolo, con la partizione e lo sminuzzamento all’infinito del potere e degli offici voluto dalla gelosia democratica, non che per le vive emulazioni delle parti, le forze individuali dovevano manifestarsi, esplicarsi, incontrarsi per tutti i versi. Aggiungete il sentimento generale che in paese piccolo e raccolto piú facilmente viene educato dai personaggi gloriosi per poi alla sua volta educarli. Aggiungete l’occasione, gli stimoli, l’insegnamento, che lo stato porgeva, risvegliava, forniva. Nel popolo di Firenze l’istruzione piú che elementare era diffusa come oggi nelle principali città di Germania: molti libri di compilazioni e di versioni, oggi testi di lingua, eran composti per il popolo; e il bottegaio teneva sotto il banco Livio e Sallustio, l’Eneide e la Tavola rotonda, ultimamente tradotti; leggeva e giudicava il Villani e anche Dante, e ne trascriveva ne’ suoi quaderni le cose notevoli o che piú lo toccassero. Le scuole di grammatica e di logica erano frequentate da seicento studenti, e dal fiore della gioventú popolana le prime università d’Italia e d’Europa.
Intendesi cosí come le cure del guadagno e degli utili e materiali godimenti non ottundessero il senso de’ bisogni morali, non ghiacciassero l’alito delle pure e sublimi aspirazioni, non intralciassero e impedissero lo svolgimento intimo e intellettivo: intendesi come quella libera larghezza di vivere non respingesse troppo presto le nobili usanze antiche, non rompesse cosí subito i confini dell’antica disciplina. Onde quella varietà, quella molteplicità, quel contrasto di colori nella superficie della società fiorentina: qui le feste magnifiche ed eleganti, i lieti ritrovi dei giovani con giuochi d’armi e di cavalleria, e il culto gentile della donna; là le famiglie attinenti ed avverse ragunate al corrotto de’ morti, e quindi d’intorno alla bara e dalla chiesa saltare all’armi in su la piazza: e le confraternite dalle lugubri fogge e dai lugubri canti nelle cappelle sotterranee, e le rappresentazioni dei misteri della vita oltremondana su i ponti e le piazze; e in mezzo a tutto questo i tentativi severi nel campo della verità e della bellezza, della scienza e dell’arte, salutati come una gioia e come una gloria del comune: la tradizione della Madonna dipinta da Cimabue e del popolo che trae raggiante di letizia a vederla, onde il nome di Borgo Allegri, quante mai cose dimostra, quanti secreti rivela!
Tutti i diversi elementi della vita nuova italiana; la fantasia religiosa etrusca, l’intelletto sociale romano, il sentimento individuale germanico, lo spirito leggiadro provenzale e francese, l’istinto pratico e progressivo dei comuni lombardi; tutto ciò ne si presenta in Firenze in meravigliosa varietà di fenomeni; in Firenze che vede presso su ’l monte le ruine etrusche di Fiesole, in Firenze colonia romana e di romane memorie superba, in Firenze ove i tedeschi venuti con Ottone costituiscono la nobiltà piú armigera e irrequieta, in Firenze il cui giglio ama fiorire co ’l giglio di Francia e che sormonta coll’avvenimento degli angioini. Ma tutto ciò Firenze lo trasforma a nuova e originale unità. Arnolfo e Giotto dalla durezza dalla rigidità dall’inceppamento dell’arte bizantina e tedesca passano alle serene e liete forme italiane: il Cavalcanti e Dante appianano e arrotondano le asperità e la rozzezza della scolastica in quello stesso che sollevano nel dotto edificio della strofe la leggera canzone provenzale. Lo slancio degli animi e degli ingegni in cosí breve spazio, entro sí angusti termini, fu miracoloso, e non ha pari nella storia che quel d’Atene dopo Maratona: co ’l quale ha pur questa essenzial somiglianza, che in tanto ardimento, in tanta realità di vita, non fu deposto quel quasi senso fanciullesco, nel significato migliore della parola, d’un’arte nuova, il tremore l’orrore l’amore dinanzi al soprannaturale all’infinito al divino; orrore e tremore che è lo stesso in Eschilo e in Dante, amore che è in Sofocle e nel Petrarca.
IV.
Per le quali cose tutte, Firenze su ’l finire del medio evo fu all’Europa dal lato della coltura e della civiltà secolare quel che era Roma per la religione, Parigi per la scolastica. Per la letteratura nazionale poi, i termini del primo originale periodo si riscontrano agevolmente e naturalmente nella storia fiorentina: dal 1282, quando il reggimento si rinnovò con la istituzione de’ priori delle arti e di libertà, nel quale anno o nell’appresso Dante scrisse il primo sonetto della Vita nuova, al 1378, quando la democrazia fiorentina passata per tutte le rivoluzioni precipitò nel tumulto sociale dei Ciompi: quattro anni avanti erano morti il Petrarca e il Boccaccio.