Part 6
Mentre i cavalieri angioini si spartivano co’ piedi i tesori di casa sveva, e un ribaldo dell’esercito di Carlo gittava il corpo del re di Sicilia, del re dei poeti e delle belle, ignudo e sozzo di polvere e sangue, a traverso un asino, gridando pe ’l campo — Chi compra Manfredi? —; mentre de’ suoi baroni un solo, il prigioniere conte Giordano Lancia, osava riconoscere il suo re e lacrimando e piangendo abbracciarne il cadavere; mentre niuno dei rimatori cortigiani di Sicilia e di Puglia aveva un accento di dolore per il nipote di tanti imperatori caduto con la sua casa e co ’l suo regno in battaglia; un povero trovatore straniero, Americo di Peguilhan, si ricordò di lui, di lui che ne’ bei dí della gloria avrà a pena fatto un cenno di grazia al poeta. E — Tutti gli onori, cantava, tutte le azioni gloriose furono guaste e messe in fondo il giorno che morte uccise colui che meglio le pregiava, il piú piacente che nascesse mai di madre umana, il valente re Manfredi che fu capitano di valore e di ogni virtú. Ora l’onore se ne va solo e piangendo, ché non è uomo né cosa che a sé lo chiami, non è conte né marchese né re che si faccia innanzi e lo inviti. Ora il disonore fa tutto ciò che mai volle fare. Per tutto il mondo e per tutt’i mari voglio che vada questo mio sirventese, se potesse trovar uomo che gli sapesse dir nuove del re Artú e quando dee rivenire. — Re Arturo, o poeta, dorme ben forte nelle grotte armoricane di sua sorella Morgana, e non torna piú: i cavalieri e i trovatori della dolce Provenza giacciono per sempre schiacciati sotto le ruine dei loro castelli messi a fuoco dai gentiluomini francesi e dai frati spagnuoli: il re Manfredi non ode, sotto la «grave mora» degli Angioini, il tuo compianto. I re se ne vanno, o poeta, ma l’onore rimane, e la poesia alla loro morte rinasce. La cavalleria è morta, ben veramente morta; ma le succede il popolo. Firenze, ove è già nato Dante, ove stan per nascere il Petrarca e il Boccaccio, non ha per suo grido di guerra nome alcuno d’imperatore o di re o di barone; ella «in poca piazza fa mirabil cose» con due parole plebee, Popolo e Libertà.
V.
La poesia cavalleresca finisce dunque in Lombardia e in Sicilia senza eredi. Quelle piante esotiche menavano frutti, perché il favore principesco le annaffiava: tolto cotesto, appassiscono e in terreno non suo vengono meno. Ma in lor vece è ella fiorita per avventura la letteratura nazionale?
Dante nasce poco men d’un anno prima che si combatta a Benevento. Intanto tra la vecchia poesia che rappresentava il principio caduto in Benevento e la poesia nuova che sgorgherà gloriosa dal petto di questo fanciullo intercede un momento d’inerzia e incertezza. Col sormontare di parte guelfa conseguente a quella battaglia, spostato una terza volta il centro politico dell’Italia, il primato civile che non poteva esser piú ripreso dalle città lombarde rifinite omai di forze dalla difesa lunga contro l’impero e già sottomesse a tiranni domestici o vicine ad essere, il primato civile, dico, passa alle città del mezzo, che se lo contendon tra loro fin che lo prende tutto Firenze. Allora quasi ognuna di quelle città e di quelle terre ebbe poeti e scrittori; ma l’arte non si levò súbito a nuove altezze. Tra due età che differiscono di spiriti e forme havvi sempre, chi sappia scorgerlo, un limite nel quale vengono a combaciarsi, trasmutandosi a grado a grado il vecchio nel nuovo. Ma degli autori che segnano nell’età letterarie questo passaggio è destino esser poi sopraffatti dai successori, e obliati, quando non disprezzati; se pure alcuno dei piú grandi che mosse i primi passi sotto la loro scorta non gli salvi con un benigno riguardo di gratitudine. L’oblio e lo spregio toccò per gran parte a Guittone d’Arezzo, che pur s’ingegnò primo di far passare la poesia dal principio cavalleresco al nazionale, dalle forme trovadoriche alle latine; a Guittone, che aspirò a quella poesia politica concionatrice levata di poi sí alto dal Petrarca; a Guittone, che diede il primo esempio della prosa dotta italiana. Lo sguardo benigno d’un gran poeta toccò a Guido Guinicelli e alla scuola bolognese. Bologna, posta fra Lombardia e Toscana, raccolse in sé le tradizioni delle due piú gloriose popolazioni italiane; gloriosa la prima nel cominciare, gloriosa la seconda nel continuare il movimento nazionale. E non poteva non essere che l’arte della parola, tócco a pena il suolo santificato dalla libertà, non ne attignesse forze nuove e altra vita. In Bologna, Guidotto, accomodando primo tra i nostri i precetti dell’antica eloquenza alla lingua nuova, trovava modo, pur dedicando il suo libro a Manfredi re, trovava modo a designare l’officio di parlator cittadino in comune libero. E nella canzone del Guinicelli la fredda affettazione dei siculi cede luogo all’imaginoso sentimento lirico, la dovizia misera del ritmo provenzale all’ondeggiamento armonioso e solenne della stanza italica, le forme convenute agl’intelletti della scienza. Per amore del Guinicelli, riconosciuto novatore solenne fin da’ coetanei e salutato padre da Dante, a questo quarto periodo della nascente letteratura, che è periodo di passaggio e che si estese ad altre regioni dell’Italia mediana, rimane e rimarrà l’aggiunto di bolognese. Bologna, la madre degli studi, prima sentí l’arte e prima all’arte sposò la scienza, divinando gli spiriti e le forme della grande letteratura che era per venire.
VI.
Dalle prime croniche del mille, ove l’elemento nazionale incomincia a dare indizio di vitalità, fino alla morte del Guinicelli avvenuta nel 1276, è tutto dunque un contrasto fra i diversi elementi o principii che informar dovevano la letteratura novella. Come i quattro periodi letterari finora segnati s’incrociano e incastrano l’uno nell’altro; cosí i principii moventi s’intrecciano ed avviluppano nell’azion letteraria, e la materia soggetta si agita e si rimesce senza posarsi in una forma determinata. Nel periodo latino l’elemento nazionale apparisce in potenza, ma sotto l’azione prevalente del principio ecclesiastico e cavalleresco: nel periodo lombardo l’elemento cavalleresco si mescola al nazionale, e questo per la parte sua piú popolana al religioso: nel periodo siculo il principio cavalleresco informa un’arte puramente feudale e di corte: il periodo bolognese, in fine, serbando del contenuto e delle forme anteriori discuopre gl’intendimenti e i lineamenti primi di un’arte nazionale e dotta.
E quando in Italia sta per sorgere questa letteratura, nazionale ad un tempo ed europea; quando cominciano ad apparire nella penisola i pensatori, gli scrittori, gli artisti, per i quali la patria nostra esercitò il glorioso officio di conciliatrice tra l’antichità e l’età di mezzo, tra l’età di mezzo e la moderna; quando si determina tra noi il proprio e vero rinascimento letterario, considerato come ideale ed artistica manifestazione del risvegliato e ritemperato elemento romano: in quel tempo, dico, la nativa e legittima arte del medio evo va scadendo cosí nella feudale Germania come nella Francia cavalleresca.
In Germania, il decadimento ha principio col finire della imperial casa sveva; con quella stessa ruina che segnò un mutamento essenziale e un rinnovamento letterario per l’Italia. Sotto gli Absburghi le grandi epopee intisichiscono, svaporano le sottili fantasie e i tenui sentimenti dei minnesingheri; e invano Ulrico di Lichtenstein tenta di ravvivare con l’esagerazione, come in simili casi suol farsi, la tradizione dell’amore cavalleresco, ché Hadlaub di Zurigo volta in parodia i canti dei trovatori. Succede il poema didattico prosaico e pedantesco; e la poesia piattamente borghese dei maestri artigiani tiene il campo per lunghi anni.
Anche in Francia la gloriosa età letteraria del medio evo finisce press’a poco in quel medesimo tempo, col regno di Luigi nono: nata con le crociate, quell’arte non sopravvive al santo re che muore in potere degli infedeli. Suo fido vassallo e storico, il signor di Joinville, della partenza per oltremare scrive con la solita potente semplicità: «Io non volli rivolger mai gli occhi verso Joinville, perchè il cuore non mi s’intenerisse del bel castello che io lasciava e de’ miei due fanciulli». Questo sentimento cosí umano di rincrescimento pe’ i beni terreni che si lasciano alle spalle, quando s’ha dinanzi alla vista dell’anima Terra Santa, è già ben lontano dal furor sacro che spingeva le turbe della prima crociata, guerrieri e vecchi, donne e fanciulli, a gridare: Dio lo vuole! Il succhio di quella superba vegetazione di cento e cento epopee, la fede e l’entusiasmo, s’è dunque esaurito: anche qui è la volta dei poemi d’imitazione, e, peggio, delle contraffazioni e delle parodie. Perocché con Filippo il bello, col re odiato da Dante, in Francia, nella terra dei cavalieri, comincia una letteratura borghese. Di tal mutamento la prova piú parlante è nelle due parti, distinte cosí per l’autore come per gli spiriti, del Romanzo della Rosa. Nella prima parte, composta sotto il regno di Luigi nono da Guglielmo di Lorris, spira l’ultimo anelito dell’amore cavalleresco: ella è una mummia che mostra i lineamenti disfatti dell’Arte d’amare di Ovidio, raffazzonata con gli stracci a piú colori delle allegorie monacali, e suvvi tra le rappezzature qualche fiorellino vizzo dell’arte trovadorica; cammina in punta di piedi e barcollando su le sottigliezze della scolastica. La seconda parte, composta da Giovanni di Meung sotto Filippo il Bello, è un lungo, troppo lungo e troppo grossolano, scoppio di risa plebee contro tutto ciò che pochi anni innanzi era stato grande, gentile, ideale; contro l’amore e contro le donne, contro la cavalleria e contro la religione.
Né basta. Cosí in Francia come in Germania la bella poesia della prima età del medio evo divenne ben presto antica, tanto antica, che, dimenticata per piú secoli come cosa morta, ella fu solo a questi ultimi tempi dissotterrata dai dotti e rimessa su gli altari, nazionale reliquia. E non pur essa era morta, ma anche la lingua che le serví d’instrumento. La Canzone di Rolando in Francia e i Nibelunghi in Germania, perché sieno intesi dai francesi e dai tedeschi d’oggigiorno, convien tradurli nel francese e nel tedesco d’oggigiorno. Quelle lingue, germanica e francese d’allora, soggette a mutazioni continue, parevano non poter uscire dalla condizione tumultuosa di dialetti. E già in Alemagna il dialetto meridionale dei minnesingheri era succeduto a piú altri piú antichi, per cedere poi il luogo alla lingua di Lutero, che fu, solo fa ora a pena cent’anni, classicamente fermata dal Klopstock e dal Goethe. In Francia alla lingua cavalleresca dei secoli decimosecondo e decimoterzo si frappose un’anarchica invasione di dialetti, s’impose il pedantismo dei dotti di Carlo quinto e sesto, e su questo il grecismo e latinismo della pleiade in lotta con l’imitazione italiana e con lo spirito gallese puro al tempo di Francesco primo, e di poi la dittatura grammaticale del Malherbe sotto Enrico quarto, e in fine il purismo accademico del decimoquarto Luigi. Cosí cinque strati diversi di lingua s’accumularono aggravando su la primitiva letteratura francese.
Tutto al contrario in Italia. Qui la lingua nuova ascese tardi al ministero delle lettere: ma a pena si mostra, ed è già fermata, determinata: e con essa, le forme dell’arte nazionale. Che cosa v’è da aggiungere di essenziale, che cosa è stato mai aggiunto di veramente nuovo e bello e grande, che cosa d’inevitabilmente necessario, all’arte di Dante, del Petrarca, del Boccaccio? O abbiam noi per avventura bisogno di tradurre, perchè sia inteso dalla maggior parte della nazione, il canto di Ugolino?
Le letterature medievali di Francia e Germania, e come nazionali e come europee, furono per grandissima parte, lo abbiam detto piú volte, la espressione di una civiltà di convenzione di un ordine privilegiato. Ora, quando su lo scorcio del secolo decimoterzo la grande unità cristiana s’interruppe nell’occidente, causa in parte il venir meno delle crociate e in parte l’indebolimento dell’impero: quando le grandi guerre si ruppero tra francesi e fiamminghi, tra francesi e inglesi; quando cominciarono in Germania le rivolte dei borghesi, e in Francia il sollevamento del terzo stato; quelle letterature e divennero straniere l’una all’altra e perdettero la continuità e il filo della tradizione, e furono sopraffatte dall’elemento plebeo, che le ammaccò e infranse come il _godendac_ dei fiamminghi fiaccò la cavalleria francese a Coltrai. Vero è che né in Germania né in Francia l’elemento popolare era constituito politicamente o constituibile; onde là la lotta sociale non fu che una delle conseguenze anarchiche dello sfacimento dell’impero, e qua il terzo stato non fe’ che servire, credendosele collegato, alla monarchia, la quale, adoperato che l’ebbe a recidere i nervi del feudalismo e del clero, pose d’un sol cenno silenzio al canto fescennino, e ridusse l’ilota all’usata catena. Ma ad ogni modo, tra lo smembramento dell’unità cristiana del medio evo su ’l finire del secolo decimoterzo e il ricostruirsi delle unità monarchiche nel decimosesto, una gran lacuna per l’Europa ci fu: lacuna che è segnata dalle orme gravi della barbarie. In questo mezzo sta l’Italia, che di tra la luce crepuscolare del medio evo ha ripreso la fiaccola della civiltà nelle tombe del passato, ne ha illuminato un gran tratto di cielo, e la distende benigna e incurante ad accendere le lampadi delle sorelle che la percuotono.
Perocché in Italia il principio popolare era la forza dell’elemento romano connaturato al terreno e ritemperatosi alla vita novella. Educato nelle tradizioni della civiltà antica, raffermatosi nell’uso dei reggimenti e delle leggi, con gli attriti con le industrie co’ viaggi e i commerci s’era fatto pratico di tutta l’Europa. Scelse il tempo e il luogo opportuno, e poi guidato dal genio antico, e conscio dei nuovi fati, procedé grave, severo, all’opera letteraria. Già lo dissi: l’Italia avrà letteratura nuova e sua, quando il principio popolare, piú veramente qui nazionale, potrà equilibrarsi o sormontare agli altri, l’ecclesiastico e il cavalleresco. Ora siamo al punto.
VII.
Il termine della potenza imperiale tra noi fu segnato, lo ripeto, dalla battaglia di Benevento. In Benevento di fatti, meglio che l’infelice e valoroso Manfredi, cadeva ferita al cuore la parte imperiale con le sue tradizioni necessariamente germaniche e feudali. La battaglia di Benevento compiva quella di Legnano; e le spade dei guelfi fiorentini che seguivano, o, meglio, precedevano Carlo d’Angiò, rescindevan di fatto i vincoli onde i mal destri guelfi lombardi si erano volontariamente impedite le mani a Costanza. Che importa se un papa bandisce cotesta guerra, se la conduce un francese? Lasciate passare qualche anno; e se il papa, libero al fine dalla téma dell’imperatore presente, vorrà allungare li ugnòli, i comuni e i signori italiani non son piú ormai bestiuole da prendersi a inganno e farne strazio: parte guelfa si rinnoverà per modo da far rientrare pietosamente quelle granfie. Lasciate passare qualche anno; e la concordia tra i reali di Francia e la Chiesa finirà con lo schiaffo di cui Filippo il Bello, mediante la mano inguantata di ferro di Sciarra Colonna, lasciò l’impronta su la faccia senile di Bonifazio ottavo. Conseguitata allora all’abbiettazione del principio d’autorità feudale quella dell’ecclesiastico, e trasferita la sede alla cosí detta cattività babilonica d’Avignone, nell’ecclisse dei due luminari del medio evo, la luce della civiltà italiana empirà mirabilmente tutto il cielo d’Europa. La battaglia di Benevento [1266], e la caduta della repubblica di Firenze [1530], la nascita di Dante e la morte dell’Ariosto, sono dunque come l’oriente e l’occidente di questo glorioso giorno d’Italia; o, se volete comprendervi i crepuscoli dell’aurora e quelli del vespero, la pace di Costanza [1183] e il trattato di Castel Cambresis [1559] che sottometteva del tutto l’Italia alla casa austriaca di Spagna. Cosí, quando gli astri del ponteficato e dell’impero tramontano, nasce quello d’Italia: a pena i primi si rincrociano su l’orizzonte come sinistre comete, quel d’Italia ricade.
VIII.
Ma quando il principio popolare e nazionale si mise all’opera letteraria, quali monumenti trovò egli per la sua via, quali avanzi, quali parti incompiute o lasciate a mezzo o a pena delineate, del gran lavoro che avean fatto per addietro o stavan facendo i due principii emuli? Badò egli o disprezzò? riformò o distrusse? Distruggere è dei barbari; e l’elemento italiano troppo è di natura sua assimilatore. E di piú l’opera di quei due principii tanto era stata prossima e tanto influsso aveva esercitato su le idee, che sottrarsele ed evitarla diveniva, per allora almeno, impossibile.
Cominciamo dal principio cavalleresco, la cui arte si spande per due rivi: soggettiva, nella lirica amorosa dei trovadori e minnesingheri; oggettiva, nelle epopee romanzesche normanne bretoni e alemanne. Ma l’epopea romanzesca non divenne europea e popolare se non per la intromissione e la mezzanità del principio religioso. Ora nel primo ciclo di quelle epopee, intieramente germanico, anzi, della Germania pagana, nel cielo dei Nibelunghi e della Kudrun e del Libro degli eroi, la chiesa non ebbe che fare; né il cristianesimo era ancor giunto a incivilire con la cavalleria quegli eroi, che son veri germani della migrazione e si scannano ferocemente tra loro da veri burgundi e franchi veri. Questo ciclo adunque rimase interamente germanico, e non poteva entrare a parte della letteratura cavalleresca europea, e tanto meno della italiana. Delle quali in vece è universal vanto il ciclo carolingio probabilmente normannico, santificato dalla chiesa con la introduzione delle crociate e delle guerre per la fede, e per ciò, e per la memoria del ristorato impero, coltivato con amore speciale dai popoli di Europa. Romanzesco piú veramente nel senso moderno, pieno cioè di avventure ardite e di tenere elegie d’amore, era il terzo ciclo, celtica invenzione dei bretoni, piú intimo, piú moderno, piú veramente francese: e anche di quello s’impossessò la chiesa, e lo affidò a’ pii tedeschi che lo idealizzassero fino a simboleggiarvi il mistero dell’eucaristia. Tale era la materia epica, germanica e celtica, che l’Italia ebbe innanzi. Ma l’ordine feudale da cui moveva e a cui ritornava la poesia cavalleresca, in Italia, senza centro suo d’unità, fu bentosto sopraffatto dall’elemento indigeno e cittadino con cui si fuse: onde inspirazione d’arte puramente cavalleresca l’Italia non ebbe mai. Ebbe una materia cavalleresca, che fu spasso al popolo e soggetto di esperienze artistiche ai poeti. Le canzoni di gesta e i romanzi avevano da un pezzo passate le Alpi, e seguitavano probabilmente a passarle dopo l’avvenimento degli angioini. Ma gente che finiva allora d’avere messo insieme il corpo del diritto romano, gente che aveva da affrontare la realtà della vita negl’interessi dei comuni, nelle lotte dei partiti, negli ardimenti dell’industria, potevano per allora pensare a rifar su ’l serio quegl’intrecci di eroi dai lievi contorni che vanno sfumando in un turbine di avventure mal comprese? potevano pensarvi essi che ammiravano Virgilio ed Ovidio? Cavalieri e dame leggevano di Lancillotto e Ginevra in francese: il popolo ascoltava con diletto nelle piazze i cantastorie di Orlando e Carlo Magno, che potevano essere anche francesi o che cantavano un francese fatto a pena italiano nelle desinenze, come è quello del Renart veneto; ascoltava, e, dov’ei vedesse un masso di meravigliosa mole, diceva esser quello stesso che fu spezzato in due dalla spada del paladino d’Anglante; affermava rialzate o edificate dal santo imperatore quelle mura e quella basilica; poneva nell’Etna il fatale nascondiglio di Artú o nelle buche delle fate di Fiesole il misterioso sacrario dell’incantagione d’Orlando. Ma intanto il comune di Bologna, a cui certi oziosi circoli non garbavano, vietava con decreto del 1288, che i _cantores francigenarum_ si fermassero su le piazze. E i cavalieri attendevano alle loro possessioni allodiali, o con lor masnade andavano di terra in terra per capitani e podestà; e il popolo badava a snidar dai castelli quel che avanzava di feudatarii e costringerli a città e poi cacciarli anche di città come grandi. I romanzi d’avventura furon dunque riserbati per il rifacimento, pe ’l ricreamento, dirò anzi, artistico, a secoli piú oziosi o piú aristocraticamente foggiati, il decimoquinto e il decimosesto; per allora si tradussero alla meglio, tanto per servire alla richiesta dei disoccupati e delle donne, alla meglio, come sono stati tradotti a’ nostri tempi i romanzi del Dumas da mestieranti. Ci fu per avventura qualche tentativo poetico, ma di poco nome o di niuno: tutto finisce qui. Per adesso della poesia cavalleresca maggior vestigi lasciò e piú si apprese alle menti quella parte che di natura sua è piú universale e comune; la lirica individuale. E due effetti operò; buono l’uno e pessimo l’altro: inculcò, almeno per moda, quello speciale rispetto alla donna, considerata come sorgente di virtú e perfezione, che mantenne certa gentilezza nel costume e nelle idee de’ nostri popoli di un po’ rude naturalezza: esercitò con le sue forme una ben triste influenza su la lirica italiana, impigliandone piú d’una volta e costringendone il proprio e libero procedere, e avvezzandola talvolta, e assai di buon’ora, a un che di arguto e manierato.