Pagine di storia letteraria

Part 5

Chapter 53,730 wordsPublic domain

Il principio ecclesiastico dunque era comune a tutta la cristianità, comune a tutta la feudalità europea il principio cavalleresco; né abbiamo ancora trovato un che di speciale all’Italia. In fatti, fino a un certo punto dei nostri annali, del solo elemento straniero e della razza dominatrice è l’istoria; e che osi affrontarla con ardimento che talvolta veste sembianze di opposizione nazionale e democratica non v’è che il chiericato. Ma intanto, all’ombra della chiesa, un terzo elemento dalle gilde commerciali e dalle maestranze delle arti avanzava a poco a poco alla massa alla credenza al comune, e nelle contese tra pontefici e imperatori sórse, terzo e piú vero potere, fin allora sconosciuto ed oppresso; ma con lui e per lui stava il diritto e la forza e l’avvenire; e chiamavasi, con nome nella storia d’Italia eternamente memorando, il popolo. Quel popolo, che altrove rimasto terzo stato aiutò i monarchi a snervare ed abbattere il clero e la nobiltà, qui all’ardita opera procedé primo e solo. E, come egli era in effetto il risvegliato elemento romano, cosí l’opera sua di civiltà è essenzialmente pratica, e il movimento ideale è di restaurazione e continuazione delle tradizioni antiche. Né queste son fantasie indettate da un postumo classicismo. Interrogate le vecchie cronache delle nostre città; e udite come tutte amino fidare le loro origini alla protezione del gran nome di Roma, quali germogli novelli sotto la materna ombra dell’albero antico. Udite, nella canzone delle scólte modenesi che guardano la città dagli Unni, la ricordanza del vegliare di Ettore sopra Troia; udite il favoleggiare delle donne fiorentine su Fiesole e Roma, e i nomi di Catilina e di Cesare innestati alle origini della città guelfa: udite il rapsodo latino della vittoria pisana su i saracini affermare ch’ei rinnova la memoria degli antichi romani e della guerra cartaginese. Vedete Firenze serbare con gelosa cura il tronco del suo Marte, opporsi Milano che non si abbatta il suo Ercole, Padova mostrar la tomba di Antenore, Mantova stampar nel conio delle monete l’imagine di Virgilio e cantarne il nome nei sacri ufficii, i pescatori di Messina rinnovare a ogni anno la processione di Saturno e di Rea. Volevasi dimenticare la barbarie impiantatasi su le rovine italiche: in certi giorni, a certe rimembranze, torcevasi quasi la faccia dalla croce di Cristo per salutare ancora una volta gl’iddii dell’Italia vittoriosa: il paganesimo perdurava. Della qual devozione alle tradizioni antiche, come, per ciò che spetta a reggimento, fu insigne testimone nel secolo duodecimo Arnaldo, cosí fu nelle lettere il grammatico Vilgardo, che teneva scuola a Ravenna, nel secolo undecimo. Il quale di tanto amore s’era preso pei solenni scrittori dell’antichità, che insegnava doversi a tutti i loro dettati ed in tutto prestare credenza, ed altre cose molte contrarie alla fede; e credea vedere nella notte le ombre gloriose di Virgilio di Orazio e di Giovenale, che, ringraziatolo del culto onde in secolo infelice ei proseguiva le sacre e diredate lettere, gli promettevano di metterlo a parte della lor gloria. Delirii innocenti dell’infelice grammatico, se il chiericato desto sempre contro le lettere profane, che gli erano sospette quando non coltivate da lui, non avesse sentenziato le ombre degli antichi poeti esser demoni!, lui eretico e condannabile, perocché troppi, aggiungea notabilmente la sentenza, erano in Italia gl’ingegni macchiati dalla stessa labe.

Se non che, questa forza vitale che fermentò lunghi secoli occulta ne’ residui dell’antica Italia, che fu come il glutine della nuova Italia, che per ciò può direttamente considerarsi come l’elemento nazionale, non è del resto un proprio e puro elemento. Ma è anzi una forza complessa, che si spiega per due maniere di azione in effetti, se non opposti, diversi. Per una parte, in quanto ella mira alla ristorazione alla conservazione alla unità nelle forme delle instituzioni e dell’arte, in quanto ella torna a un ideale di nazione di letteratura di stile, il suo elemento è romano, e l’azione sua è dotta e aulica: per un’altra parte, in quanto ella tende al rinnovamento e alla varietà, e si produce nelle mille forme dialettali rapsodiche tradizionali della regione e del comune, il suo elemento è l’italico della guerra sociale, e l’azione sua è popolare o plebea.

VI.

Ora la storia di queste tre varie o forze o elementi, l’ecclesiastico, il cavalleresco, il nazionale, e dell’accordo e della discordia tra il misto elemento ecclesiastico e l’elemento nazionale complesso i quali a diversi fini incontraronsi in una azione medesima, e dell’opera loro di modificazione su l’elemento cavalleresco il quale in Italia fu soltanto e sempre soggetto e materia, e dell’ultimo e final dissidio, dopo un momento di armonia, tra que’ due primi elementi, e della scissione dell’elemento nazionale vittorioso ne’ suoi due principii, il romano e l’italico, il dotto e il popolare, e dell’ultima armonia di essi due principii signoreggianti oramai nell’ideal della forma tutta la materia soggetta del medio evo; questa storia, dico, è la storia della letteratura italiana. Da Arnaldo al Savonarola, da Francesco d’Assisi a Filippo Neri, da’ due Landolfi e da Falcando al Machiavelli e al Guicciardini, dalla traduzione della Tavola rotonda e dal Febusso e Breusso all’Ariosto, da Dante o meglio da Giacomino di Verona al Tasso, dal Novellino al Bandello e al Giraldi, da Folgore di San Gemignano al Berni, da Albertano al Castiglione, da Lorenzo vernense e da Arrigo settimellese al Fracastoro al Vida al Flaminio, da Nicolò pisano e da Cimabue a Michelangelo e a Tiziano, è perennità, è continuità, è processo e progresso di svolgimento e di moto.

DELLO SVOLGIMENTO DELLA LETTERATURA NAZIONALE

DISCORSO SECONDO

[_Opere_, I, 53-82].

Dei quattro periodi di contrasto e di formazione: periodo latino, lombardo, siculo, bolognese. Quando, come, tra quali circostanze e su quali soggetti cominci l’opera della letteratura nazionale.

I.

Quando contro la potenza di Federico secondo, che dal mezzogiorno riallargavasi ingrossando verso il settentrione solo a tempo abbandonato dal padre suo, si stringeva la seconda lega delle città lombarde, Tirteo della libera gesta fu Pier della Caravana, piemontese. Egli cantava: «Ecco il nostro imperadore che raccoglie gran gente. Lombardi, guardatevi bene, che non siate ridotti peggio che schiavi comprati, se non durate fermi.... Sovvengavi dei valenti baroni di Puglia, i quali nelle loro case non hanno oramai che dolore: guardate non avvenga altrettanto di voi. Non vogliate amare la gente di Lamagna, non vi piaccia usare la sua compagnia; lungi, lungi da voi questi cani arrabbiati. Dio salvi Lombardia, Bologna e Milano e loro consorti, e Brescia e ’l mantovano, e i buoni marchigiani, sí che niuno di loro sia servo». Cosí il nobile Piemonte dava all’Italia il primo poeta di libertà. Ma egli poetava in provenzale: oh perchè non suonò nella lingua della patria la fierezza di quei sensi, l’ardenza di quei versi, e il martellar feroce del ritornello finale,

Lombart, be us gardatz Que ia non siatz Peier que compratz Si ferm non estatz!

E già prima, circa il 1195, quando Lombardia erasi anche levata contro Arrigo sesto, all’espressione dell’odio popolare contro il tedesco avea dato violenti forme in provenzale Pier Vidal. All’incontro, la vittoria parmense del 1248 che dette il colpo mortale a Federico secondo, quando il plebeo Gambacorta predò la corona imperiale mostruosa di ricchezza e di peso, fu cantata in latino: in latino l’epinicio guelfo annunziava alle città confederate di Milano, di Bologna, di Venezia, d’Ancona, che «il Signore levossi a tutela della nostra libertà e già apparve alla città sua di Parma».

Ora questo fatto delle battaglie nazionali d’un popolo nuovo cantate in lingua straniera o antica a troppi altri consimili fatti succede; sí che non se ne vogliano sottilmente ricercare e discorrere le ragioni. Con che ci verrà fatto di rinvenire il perché s’indugiasse di tanto il volgare italiano a manifestarsi nell’opera letteraria, e di segnare i termini de’ periodi che a quella manifestazione furono innanzi e le ragioni varie dei fenomeni che vi si svolser per entro.

II.

Della vitalità tra noi del latino dobbiamo certo in gran parte riferir la cagione al principio religioso, il quale rappresentando allora una specie di gerarchica civiltà avea consacrato l’idioma dell’antico impero come lingua cattolica sí della chiesa sí della scienza d’occidente. E ciò poté piú efficacemente volere e piú largamente conseguire in Italia, dove la chiesa era in questo suo intendimento aiutata dallo stesso principio popolare. Il quale e nella scuola conservava la tradizione classica, e con le leggi e con le forme del reggimento mirava tuttavia a Roma; la cui grande imagine stié sempre dinanzi agli occhi degl’italiani, gli confortò schiavi, gl’inanimò ribelli, liberi gl’illustrò della sua gloria radiante di tra le ruine, come la fiammella della lampade mortuaria la quale raccontasi si serbasse viva a traverso i secoli nella tomba della fanciulla romana figliuola del grande oratore. Anche per gli altri popoli d’occidente era il latino la lingua officiale della chiesa e della scuola, dell’impero e delle leggi: ma fuor di chiesa e del chiostro, al di qua dei cancelli della corte di giustizia, essi sbrigliavano il volo delle fantasie e l’impeto degli affetti nei volgari nuovi. Per gli italiani il latino era la lingua dei padri loro, con la quale avevano imperato al mondo; la intendevano e la parlavano piú comunemente; la reputavano sola degna a cui commettere i pensamenti dei savi, le gesta delle città, il lavorío dell’arte; speravano per avventura di restituirle l’antico uso di dignità. Per ciò, mentre gli altri popoli cominciarono ben presto a intessere il racconto epico o a svolgere il sentimento lirico nei nuovi idiomi, i nostri l’una cosa e l’altra fecero latinamente. Ebbero anche essi le loro leggende su le barbariche signorie, su le dinastie che li opprimevano; ma gli avanzi informi d’una leggenda italica primitiva di Valtario d’Aquitania e di Carlo Magno e Adelchi giacciono trasfigurati nella cronaca del monastero della Novalesa. Tentarono di raccogliere le fila dei miti antichi ondeggianti ancora per l’aere di primavera nei crepuscoli tinti in rosa dagli ultimi raggi del sole su le vette favolose dei colli etruschi e latini; ma dei canti misteriosi, che le ninfe o le fate lasciavan sentire dagli spechi di Fiesole di Chiusi di Volterra, un’eco a pena è ripercossa nel Ninfale fiesolano e nell’Ameto del Boccaccio e nel Novelliere di Domenico da Prato. Di quel che le donne fiorentine nelle veglie severe favoleggiavano «dei troiani, di Fiesole e di Roma», una traccia rimane, leggera e interrotta, nelle croniche del Malespini e del Villani; si leggono nelle croniche del Cobelli le vicende dei discendenti da’ fondatori romani di Forlí mescolate alle gesta dei signori nuovi goti e longobardi: ma il Malespini attesta di aver còlto il leggiadro racconto da certe antiche scritture ch’ei vide in casa d’un gentiluomo vecchio romano, e il Cobelli da altri libri pur latini d’un cronicatore antico di Ravenna; Roma e Ravenna, le due città classiche ed imperiali. E da croniche latine antiche delle due città romane d’Aquileia e Concordia provenne il poema di Attila e de’ suoi italici antagonisti Giano e Foresto, romanzato poi nel secolo decimoquarto in versi francesi dal bolognese Nicolò Càsola e nel secolo decimoquinto in prosa popolare veneziana e nel decimosesto in elegante prosa italiana da Gian Maria Barbieri e da altri in ottave: documento non unico di tutte le trasformazioni per cui passò la materia primitiva della nazional letteratura nei primi quattro secoli originali. Cotesti libri latini del resto, che certamente esisterono e che potevano dimostrarci l’azione prossima esercitata dalle tradizioni della patria antichità su le fantasie degl’italiani del medio evo e darne a divedere l’opera loro di rifusione dell’ideale antico col nuovo soprannaturale e con la storia di tutti i giorni; cotesti libri, dico, dopo il fiorir vigoroso della letteratura nazionale e il rifiorire del classicismo, andarono spregiati e perduti. A ogni modo; e i vestigi sparsi che avanzano di cosí fatte leggende paesane nelle croniche latine e volgari fino al secolo decimoquinto; e i lineamenti che un po’ svaniti o ver caricati pur emergono di quei miti nelle imitazioni letterarie, nelle rapsodie e nelle fiorite dello stesso tempo; e i pochi canti lirici latini che sopravvivono interi, ultimo de’ quali l’epinicio parmense pur ora ricordato; tutto ciò dà fede di un periodo fossile, per cosí dire, e preistorico della letteratura nazionale: periodo che da’ Carolingi, se non da innanzi, estendesi a mezzo il secolo decimoterzo, e nel quale il principio popolare ebbe in lingua latina una letteratura sua, ma che pur sentí l’influsso degli altri due principii, l’ecclesiastico e il cavalleresco. E cotesta letteratura fu certamente il substrato della posteriore in lingua volgare. Cosí nulla va perduto nel mondo: non l’orma de’ misteriosi augelli primitivi su l’arena di tanti secoli che s’è fatta pietra, e né pure, quel ch’è piú mirabile, lo sfiorar dell’ala della fantasia umana su le brume del passato sfumanti in vetta alla montagna dei secoli. Ma l’uomo non bada.

III.

Se non che, quando il settentrione della penisola diventò primo campo alle battaglie del risvegliato elemento romano, o perché il movimento letterario della nuova lingua non si accompagnò alla vitale contesa dei comuni lombardi con l’impero e alla vittoria che la coronò? Perché non si manifestò egli da prima nella valle del Po e dell’Adige, tutta ancora fremente dell’ardore della riscossa? perché, in quella vece, i monumenti letterari di cotesta gloriosa regione in cotesta età gloriosissima sono eglino, tutti da prima, e quasi tutti anche di poi, in lingua provenzale?

Probabilmente anche tra noi il primo impulso a una poesia artifiziosa in lingua nuova mosse dal principio cavalleresco, che raggiunse il sommo dell’esser suo prima che fosse maturo il nazionale. Ora il principio cavalleresco si manifestò con le imitazioni delle corti di Provenza e con la importazione della poesia provenzale in Lombardia, o piú largamente nella Italia superiore, da mezzo l’imperare del Barbarossa a tutto il regno di Federico secondo. Perocchè i trovadori provenzali, gente di corte attratta dal barbaglio dell’acciaio e dell’oro, cominciarono a passare in Italia all’occasione delle varie calate del Barbarossa, e, seguitando il campo o la corte di lui e alle varie corti feudali accogliendosi che allora in Italia fiorivano, vi portarono con le piú belle costumanze e co’ piú fini riti di cavalleria tutto il corpo della poesia loro, la lirica meglio loro propria e i romanzi che per lo piú imitarono dalla Francia settentrionale. A questa prima immigrazione una piú stabile ne seguitò nei primi trent’anni del secolo decimoterzo, massimamente quando la spada di Simone di Montfort ebbe reciso nel proprio terreno quel lieto e gentil fiore della coltura occitanica. Allora i trovadori, e altri che della _gaia scienza_ si facevano un mestiero per vivere, ripararono in Italia, quando a punto la potenza ghibellina e con essa il principio cavalleresco pareva raffermarsi tra noi mediante il naturalizzarsi dell’impero con Federico secondo. A questo tempo la imitazione delle cortesie e delle fantasie cavalleresche risplende nelle feste, nelle costumanze, nei nomi; e non fu solamente dei signori e feudatarii, ma e dei cittadini de’ nuovi comuni che pure in ciò vollero venire in gara con quelli. Ne seguí la coltura anche tra noi della _gaia scienza_, la quale aveva raggiunto la perfezione artistica nella poesia provenzale. Ma questa poesia era tale un sistema artificioso d’idee complicate e riflesse, di sentimenti squisiti e affettati, di convenute sottigliezze e di forme consacrate e immutabili, che ricercava una lingua, se non doviziosa, raffinatissima e nata insieme con i concetti tutti speciali a cui doveva adattarsi. Ora i dialetti dell’Italia superiore, ispidi di per sé né politi dall’uso o al piú adoperati in un’arte di popolo semplicissima e primordiale, erano tutt’altro che acconci a ricevere la studiatissima forma trovadorica e a rendere le sottigliezze dell’amore cavalleresco. Il perché parve ai nostri piú agevol cosa l’usare a ciò la lingua stessa provenzale, che del resto era anche la lingua di moda, come piú tardi fu la francese, del piú bel fiore della cavalleria europea. Cosí pigliando le mosse da Nizza e giú per la riviera toccando Genova e spingendosi alle foci della Magra, risalendo poi Monferrato sino a Torino, sostando oltre Po e Pavia e a Milano e su ’l Mincio a Mantova, montando per il Friuli e discendendo a Venezia e ripassando in fine il Po da Ferrara a Bologna, in poco piú di mezzo secolo, da Alberto Malaspina marchese di Lunigiana che rimava circa il 1204 fino a mastro Ferrari che visse alla corte di Azzo settimo estense, possiamo contare un venticinque italiani i quali cantarono in provenzale: due soli, tra essi, toscani; feudatarii quasi tutti, e, salvo pochissimi, di parte imperiale, od uomini di corte. E tutt’insieme questi rimatori, provenzali nativi e italiani che provenzalmente componevano, agitarono la vita e le passioni entro la valle del Po nelle guerre de’ comuni con l’impero o de’ comuni co’ grandi feudatarii o de’ feudatari tra loro, constituendo un secondo periodo letterario, il periodo lombardo, che s’incastra in parte nel primo periodo latino e precede in parte e in parte accompagna lo svolgimento del volgare italiano. Certo, in niuna altra regione d’Italia fiorí la coltura cavalleresca meglio che in Lombardia e nella Marca trivigiana, ma fu coltura straniera; tanto che, mentre in Lombardia poetavasi in provenzale, alle corti del Friuli si parlava francese, e francese si scrisse anche piú tardi in Venezia e in Bologna da’ poeti cortigiani della cavalleresca casa d’Este. Onde ciò? Troppo era per avventura mista di sangui diversi la generazione lombarda, e troppo il sangue predominante era affine al celtico d’oltr’alpe, onde quella nuova letteratura procedeva. Che se cotesta mescolanza di sangui fu e allora e di poi argomento di vigore e cagione di lunga vitalità a quel forte popolo, le impedí anche di dare su quel súbito la propria impronta all’opera artistica. O forse anche il principio cavalleresco era tra noi troppo debole, sí che potesse domare e fecondare un dialetto ancor vergine. Su ’l finire del periodo, circa il 1250, l’ombra di un nuovo idioma italiano sembrò voler sorgere nelle parti settentrionali d’Italia e distinguersi dall’italiano del centro, parve prossima a farsi un’idealizzazione letteraria de’ dialetti circumpadani: e tentativi di poesia religiosa ci furono nelle cantilene di fra’ Giacomino da Verona e nelle altre d’ignoti, di poesia borghese in quelle di fra’ Bonvicino da Riva, e, un po’ piú dopo, d’imitazione delle rapsodie francesi nel Renardo. Ma era troppo tardi, rispetto alle condizioni politiche della Italia settentrionale; e quei dialetti troppo riuscivano all’opera poveri e rozzi, e troppo erano anche sottomesse le menti agl’influssi d’oltr’alpe, sí che la nazione se ne potesse giovare. Da altri anni adunque e da altri paesi dové l’Italia aspettarsi i primi e vigorosi esperimenti d’una propria letteratura in lingua sua.

IV.

Del resto, che del mancato svolgimento d’una letteratura nazionale in Lombardia, non debba recarsi la cagione a solo il dialetto, ma sí piú tosto al principio cavalleresco che informò quel periodo, anche da questo apparisce: quasi allo stesso tempo che in Lombardia, al mezzogiorno, secondo centro d’attrazione alla vita nuova d’Italia, si può determinare un terzo periodo letterario, che pur s’incastra per il tempo nel periodo lombardo, ed è il siculo; e questo in un dialetto che fu veramente idealizzato a idioma letterario, o che almeno molto influí e contribuí nella lingua letteraria, tanto che da Dante e dal Petrarca si dà a’ siciliani l’onor del primato di tempo, che par difficile contrastare, nella volgar poesia: e tuttavia anche il periodo siculo è nazionale solo nelle forme esterne, e non in tutte. E pure se il principio cavalleresco avesse mai potuto esser cagione efficace da per sé solo di propria e nazionale letteratura, qual migliore occasione, qual miglior tempo, qual miglior luogo di quello!

L’ideale cavalleresco, che oltre alpe cominciava già a illanguidire, pareva allora raccogliere i raggi piú puri intorno al biondo capo del giovine imperador di Soavia: con lui era da principio la chiesa, ed egli conducea le crociate; e quando la chiesa l’abbandonò, gli vennero fedeli a’ due lati la scienza e la forza: ricco e bello ed ameno il paese, se altro mai, e lungo i fiorenti e odorati seni del Ionio sonante ancora delle sacre armonie della musa greca: molle, colorito, profondamente soave l’accento sulle rosee labbra delle donne di Sicilia: potente e altamente intonato su la bocca della viril gioventú. Con tutto ciò quella misera poesia siciliana e pugliese fu tutt’altro, ripetiamolo, che nazionale.

Allor che il regno di Sicilia e Puglia passò per eredità negli svevi, spostatosi il centro della politica ghibellina, la coltura cavalleresca, aulica di sua natura e feudale non ostante qualche accenno in contrario, seguí dall’alta Italia a Palermo, ove i normanni le avean preparato la stanza, la corte degli imperatori. Ma le contrade meridionali trasformano e fanno simili a sé cosí gli uomini come le piante: bisogna o morirvi o prender l’abito del paese. A quel modo che gli svevi nel mezzogiorno divennero principi italiani, la poesia provenzale si fe’ siciliana. Ma, come sotto la simulazione italiana trasparisce piú d’una volta in Federico secondo la bestialità tedesca, cosí nella poesia siciliana, sol che guardiate oltre la prima pelle, vedrete scorrere, languido omai e scolorato, il sangue provenzale. Ragion vuole che si distinguano alcuni versi da cui spira fresco e odorato un alito di sensibile voluttà o da cui rompe alcun grido di passione degno d’un popolo misto di sangue greco e di arabo, che si avverta ad alcuni echi dell’idillio di Teocrito, ad alcune melodie che prenunziano il Mèli. E cotesta, qualunque siasi, è poesia che esce dall’ordine delle inspirazioni e forme cavalleresche: son frammenti di un’arte paesana e di popolo, anteriore alle imitazioni occitaniche: son faville di quella letteratura sensuale ed ardente che si addimostrerà poi nelle novelle del Boccaccio, nelle ballate del Poliziano, nelle pastorali del Tasso e del Guarino. Ma quelle rime auliche, quelle rime della cosí detta academia fondata da Federico secondo, quelle rime oh che misera cosa son esse! Né la miseria loro procede già dai difetti che son quasi necessari in arte nascente. Che anzi la pretensione v’è troppa: v’è arguzia, v’è sforzo, v’è erudizione accattata; v’è, innanzi alle academie propriamente dette, il colore academico: è il balbettare infantile della decrepitezza. E di fatti la poesia cavalleresca fu, dopo pochi anni di esistenza, ridotta al verde: lasciate pure che sotto il patrocinio di Manfredi la sua fiammolina si allarghi ancora tra i ghibellini di Toscana; lasciate queste illusioni di vitalità alla povera moribonda. Ella trascinerà la sua poca vita fino al 1266, poi cadrà anch’ella su ’l campo di Benevento; e il compianto che un trovator provenzale scioglierà su la morte del re tedesco nato in Italia sarà ad un tempo il canto di requie a una generazione di poeti defunti.