Pagine di storia letteraria

Part 4

Chapter 43,399 wordsPublic domain

Gl’imperatori sassoni, intendendo a frenare l’anarchia ribelle dei grandi feudatari, ne avevano spezzato i possedimenti, e, confinando essi nelle contee della campagna, avean trasmesso ai vescovi la signoria delle città. Vero è che la corruzione già grande della chiesa spirituale ne divenne maggiore; ma ne crebbe anche, anzi ne rinacque, la virtú dell’elemento romano; poiché i vescovi, o per essersi il clero mescolato ai nazionali conquistati e per essere in parte nazionale esso stesso, o per tener fronte ai feudatari della campagna, si aiutarono del popolo e soffiarono nelle ceneri ancor calde del municipio. Cresciuta intanto la corruzione ecclesiastica, i primi imperatori salici vollero avere la funesta gloria di purificare e riformare la Chiesa. Ora la chiesa purificata, vale a dire, risanata e rinsanguata, con quel suo romano organamento rafforzatosi nei secoli, era naturale che non volesse sopra di sé padroni. Non era ella successa nelle tradizioni unitarie all’antico impero, avendo suoi prefetti i vescovi per tutto l’occidente? non era ella che avea creato l’impero nuovo? Quindi la ruina della casa salica e del dominio tedesco. Gregorio settimo, toscano e di popolo, apparisce nella istoria come un muro ciclopico delle città etrusche presso cui era nato: nell’urto contro di lui, le labarde tedesche volano in ischegge; e come ai promontorii della sua nativa maremma l’onda del mediterraneo, schiuma impotente a’ suoi piedi la rabbia dell’imperator salico. Noi né compiangeremo quell’imperatore né oltraggeremo quel papa: lasciamo certi sfoghi all’arcadia ghibellina di coloro che odian Pietro per amore di Cesare, e ammiriamo il popolo; il popolo italiano che, in mezzo a quel fracasso di tutta Europa, fattosi avanti senza rumore, nelle città riprende ai vescovi diritti e regalie, nelle campagne batte i feudatari, e un bel giorno piantatosi in mezzo tra i due contendenti li squadra in aria di dire: Ci sono anch’io. I due contendenti allora si porsero in fretta la mano, perocché intesero troppo bene che cosa quel terzo venuto volesse. E indi a pochi anni Arnaldo da Brescia lo gridò alto — Né papa né imperatore. Risaliamo il Campidoglio, e ristoriam la repubblica —. L’Italia s’era rilevata appoggiandosi d’una mano alla croce di Cristo, ma ben presto aveva disteso l’altra a ricercare tra le rovine di Roma i fasci consolari.

Il moto politico necessariamente commosse gl’ingegni e le facoltà artistiche, indirizzando queste nel campo della vita effettiva, quelli alla coltura specialmente civile. E già sull’aprire del secolo decimoprimo il tedesco Vippone proponeva ad Arrigo secondo l’esempio degl’italiani, che tutti facevano ai figlioli sin dai primi anni imparare, non che lettere, la propria legge; e, su ’l fine del decimosecondo, Corrado abate uspegense gli ammirava «agguerriti, discreti, sobrii, parchi nelle spese non necessarie, e soli tra tutt’i popoli che reggansi a leggi scritte»: stoffa repubblicana in somma d’uomini pratici, dalla quale non v’è speranza di tagliare trovatori e menestrelli e perdigiorni poetici. E le città, ferventi di popolo nuovo, s’arricchivano d’officine e si munivano di costruzioni da guerra contro gl’imperatori ed i nobili del contado; poi, vinti questi e costrettili a farsi cittadini, elle spingevano al cielo altrettante torri quante eran le case, arnesi di battaglia sociale, necessaria e feconda, tra due ordini della nazione; poi, impetrando da Dio la confermazione della libertà che si andava conquistando, gl’inalzavano tempii eguali nella grandezza all’animo d’un popolo che solo nel cielo poteva accettare un re. Su ’l finire del secolo decimosecondo fu anche in Italia un gran fabbricare di basiliche e domi: era un festeggiare il risorgimento, un attestar la fidanza; «era, scrive con grottesca evidenza un cronista alemanno, come se il mondo, scossa da sé la vecchiezza, si rivestisse per tutto d’una candida veste di chiese». Né gli scrittori mancarono; latini, s’intende: incomincia allora ne’ due primi campi d’azione della penisola, il settentrione e il mezzogiorno, la storia secolare, comunale o monarchica; e compariscono alfine gli storici cittadini. E rilevanti sono le attinenze tra gli scrittori latini di questi due secoli e gli scrittori volgari dei susseguenti, e notevolissima ed evidente l’aria di famiglia. I cronisti democratici milanesi arieggiano assai i guelfi Villani, come il monarchista siciliano Falcando può in qualche parte esser paragonato al cittadino di parte bianca Compagni. Certamente Gherardo da Cremona, che per amore della scienza si esiglia e muore tra gli arabi di Spagna, è anticipata imagine degli eruditi del secolo decimoquinto. E gli Accursi e Cino da Pistoia e Bartolo non fanno che seguitare a svolgere l’opera d’Irnerio; e Tommaso d’Aquino riassume e compie Anselmo d’Aosta e Pietro Lombardo, i due institutori della scolastica nel secolo decimoprimo e decimosecondo, della scolastica che empie della sua prevalenza o della resistenza tutti i tre secoli della letteratura originale. In somma, uno è il fondo; la diversità è della lingua.

Ma con tutto questo non prima del trecento poté l’Italia comparir degnamente nel campo dell’arte. Chi ripensi la storia politica nostra dei secoli duodecimo e decimoterzo e riguardi poi alla letteratura di essi secoli, quegli anche crederà di leggero che a tanta mole di fatti non si agguagliasse di certo la gloria degli scritti. E già la lingua nuova piú tardi che altrove fu qui levata all’uso letterario: poi la nostra prosa e poesia per tutto quasi il duecento fu in gran parte eco di letterature straniere. Come? La Spagna ha già tessuto la leggenda del Cid campeggiatore, la Francia settentrionale ripete da molti anni le sue canzoni di gesta e svolge quasi a trastullo i lunghi cicli delle sue cento epopee, esulta in mille forme la lirica su la mandola del trovatore di Provenza e sul liuto del minnesinghero nei castelli della verde Soavia e della Turingia, la Germania ha già fermato in un’ultima composizione il suo poema nazionale; e l’Italia non fa che ricantare o rinarrare balbettando quel che fu già cantato in lingua d’_oc_ e in lingua d’_oil_? Sí, ma intanto ella ha constituito a repubblica i suoi comuni; ella ha fiaccato l’impero e fa già paura al papato. Non vale tutto ciò una epopea a stanze monoritme? Ella ha ristaurato il diritto romano, ed instaura i codici di commercio nell’Europa feudale; ella pe ’l commercio dominatrice d’Europa cuopre di legni il Mediterraneo, dispensiera delle ricchezze d’oriente spinge le sue peregrinazioni fino alla Cina ed al Malabar; ciò le scusa il difetto di canzoni originali. L’italiano non è popolo nuovo: altrove dalla mistura dei galloromani e degl’iberi coi burgundi coi vandali coi franchi coi goti escono i provenzali i francesi i catalani i castigliani: qui permane l’Italia, qui l’Italia delle confederazioni umbre latine samnitiche liguri etrusche, l’Italia della guerra sociale, risorge dalle ruine di Roma. L’Italia ha dunque un principio di civiltà proprio ed antico; e, quando sarà tempo che questo sormonti agli altri principii i quali dettero una prima e nuova civiltà al resto d’Europa, allora anche l’Italia avrà una letteratura.

Come due astri, riprendendo la solenne metafora, guidavano la società umana per la età di mezzo, il papa cioè e l’imperatore; cosí due erano i principii piú generali di quella civiltà letteraria comune a tutta l’Europa, l’ecclesiastico e il cavalleresco. L’Italia ebbe di proprio i comuni e l’elemento romano e popolare.

III.

Discorrere del principio ecclesiastico, e pur della parte che egli ebbe nel soggetto dell’arte e della letteratura, è cosa difficile e non senza odio; né io vorrei disconoscere quel bene che la morale evangelica penetrata nelle instituzioni e nei costumi possa avere operato. Se non che, la morale evangelica quando mai regnò ella, sola e pura, su la società del medio evo? e l’età dell’oro del cristianesimo non la vediamo noi, a mano a mano che risalgasi la storia, allontanarsi piú sempre e dileguarsi nel buio delle catacombe? e la comunione di Gesú dove fu ella, dopo la morte degli apostoli? La idea religiosa dunque, la chiamerò cosí però che nei tempi di mezzo religione e cristianesimo fu tutt’uno, la idea religiosa, chi la riguardi nel movimento letterario, si porge molto complessa; ma piú specialmente si manifesta per due guise d’azione e con due forme: ascetica ed ecclesiastica. Nella sua parte ascetica, il cristianesimo rimane orientale, e ritiene la immobilità, e impone l’annegamento del finito nell’infinito e dell’uomo in Dio: nella parte ecclesiastica, si fa romano, ed appropriandosi quale retaggio le tendenze universali e le tradizioni eclettiche dell’impero trasforma a sua foggia il paganesimo sensuale delle genti latine e il paganesimo naturale delle germaniche per servirsi dell’uno contro l’altro e vicendevolmente modificarli.

Tra spirito e materia, tra anima e corpo, tra cielo e terra non v’è mezzo: lo spirito l’anima il cielo è Gesú; la materia il corpo la terra, Satana. La natura il mondo la società è Satana; il vuoto il deserto la solitudine, Gesú. Felicità, dignità, libertà, è Satana; servitú, mortificazione, dolore, Gesú. E questo Gesú è soave tanto da scendere co ’l perdono e con l’amore fin tra i dannati; ma a patto che prima sia l’inferno nell’universo. Questa l’idea della perfezione cristiana, la cui piú alta astrazione non manifestasi già nei martiri e nei controversisti, nei quali il fervor della lotta manteneva ancora l’agitazione del sangue; ma il suo fior piú puro, le cui acute fragranze inebrian di morte, è l’asceticismo monastico. La stoltezza della croce, l’obbrobrio del mondo, la sete del dissolvimento, la rinnegazione della vita, questo è la legge e la filosofia: i Santi Padri del deserto sono la storia eroica plutarchiana. Nei funerali pagani le fiamme de’ roghi accompagnavano splendidamente l’ultimo addio dell’anima al corpo, e le belle urne cinerarie o negli atrii delle case o nelle vie popolose rammemoravano le virtú civili degli estinti o commovevano pietosamente gli affetti dei vivi: i miasmi della putrefazione nel santuario cristiano ammoniscono di continuo l’uomo della viltà sua, e gl’ispirano a un tempo il disgusto dell’essere e l’orrore del non essere. Tutto rappresenta la morte; e il dio crocefisso e gli ossami e gli scheletri esposti alla venerazione su gli altari han preso il luogo di Apollo e Diana, che lanciavansi, giovenili forme divine, dal marmo pario negli spazi della vita. E pure, no ’l negherò già io, quelle idee e quelle rappresentazioni furono storicamente necessarie ad abbattere per una volta la sozza materialità dell’impero e ad atterrire i Trimalcioni dell’aristocrazia romana, tiranni godenti del mondo; furono necessarie a contenere la materialità selvaggia de’ barbari, a infrenare la forza cieca e orgogliosa dei discendenti di Attila di Genserico di Clodoveo: con tanta carne e tanto sangue un po’ d’astinenza ci voleva. E Gesú consolò molte anime d’oppressi, asciugò molte lacrime di schiavi: nella servitú generale la chiesa del figliuol del legnaiuolo era pur sempre il ricovero della libertà e dell’eguaglianza. Ma con idee e con rappresentazioni sí fatte non vi può essere arte umana; anzi non vi può essere arte del tutto: non è ella in vero anche l’arte vanità terrena, distrazione dell’anima, peccato? L’anima cristiana può bene dinanzi a’ suoi fantasmi prorompere in un grido di terrore, di pietà, di adorazione; può co’ suoi fantasmi profondarsi in se stessa e sublimarsi negli spazi dell’infinito; può col pensiero sfrenato dalla solitudine nel vuoto rigirarsi sopra sé quasi con tanti molinelli fino alla vertigine: ecco il cantico, la visione, la meditazione; ecco la «Dies iræ» di Tommaso da Celano, lo «Stabat mater» di Jacopo da Todi, il «Pange lingua» di Tommaso d’Aquino, le tre piú grandi odi cristiane; ecco la «Imitazione di Cristo» il piú sublime libro religioso del medio evo e un de’ piú dannosi libri del mondo; ecco le mille visioni stupende e stupide. Ma tutto questo è arte? No. Tanto è vero, che, se i critici e i retori del rinascimento han disdegnato coteste scritture come monumenti letterari, i dogmatici e i fedeli si scandalizzano quando i critici e gli estetici odierni le discutono e le trattano come monumenti letterari. Tra l’aspirazione cristiana e l’arte v’è odio. Tuttavia quelle idee e quelle rappresentazioni, né pur questo io negherò, non furono senza utili effetti su l’arte moderna. Sembra, per esempio, che quel senso profondo della cosí detta letteratura interiore, da Dante e dal Petrarca al Rousseau e allo Chateaubriand e a’ piú recenti, siasi per grandissima parte educato nel raccoglimento cui il cristianesimo avvezzò le anime, nell’analisi della lotta de’ due Adami entro l’uomo, tanto paventata ed esecrata, ma pur riconosciuta e studiata dagli osservatori cristiani. Non che il sentimento del mondo interno mancasse agli antichi; ma per essi avea sempre del naturale, del materiato, carne e colore. La poesia intima cristiana invece sente l’estenuamento e ha dell’infermo: ricorda il febbricitante che si tocca il polso e guardasi l’unghie, e l’etico che si mira allo specchio e si palpa le braccia smunte e si tenta il petto. Sarà la malattia della conchiglia che produce la perla, ma è malattia.

Questo, l’ascetismo puro: veniamo ora al principio ecclesiastico misto. Perocché durar sempre cosí non potevasi: e la chiesa fattasi, dopo la distruzione dell’antico impero, romana ella, pur serbando fede teoricamente al suo ideale, riconobbe quel non so che di pagano, che, a confessione di Agostino, è pur sempre insito nell’uomo; e seppe giovarsene. Cosí, passati i primi furori, santificò il colosseo piantandovi la croce; raccolse nel panteon le ossa dei martiri; dedicò a Maria i tempii di Vesta; dei numi agresti e dei semòni delle campagne italiche, che si ostinavano a rimanere in vita, fe’ santi; di quelli delle selve germaniche, demòni e mostri; e cosí contentando l’un popolo e l’altro preparò materia al lavoro fantastico. Ancora: anatemizzò i mimi su le piazze, ma gli ribenedisse nei vestiboli delle chiese e gli accolse a mezzo la celebrazione della messa; proscrisse i poeti gentili, ma vestí delle loro spoglie i suoi santi. Quasi allo stesso modo si comportò con la scienza. Distruggere tutta la civiltà passata non era né possibile né utile: onde cominciò dal cercare un accordo tra la filosofia pagana e i suoi dogmi, traviando in principio nelle scuole alessandrine: sopravvenute poi l’età grosse della barbarie, come avea imposto il nome di Maria al tempio e al culto di Vesta, cosí indossò alla scienza la tonaca della teologia: indi all’ombra dei chiostri, con lento processo, nel quale alla larghezza dei primi filosofi preferí l’angusto metodo dei compilatori del decadimento e dei commentatori, ella pervenne a cristallizzare il sistema aristotelico nella scolastica.

Quanto alle forme, avversata in principio la chiesa dall’aristocrazia politica e letteraria di Roma e ogni forza riconoscendo dalla plebe, il suo processo, anche in letteratura, cominciò popolare. Dello scadere la lingua e letteratura romana non fu la chiesa cagione primissima, ma certo vi conferí potentemente aiutando co’ suoi scrittori lo scompaginarsi della sintesi grammaticale e della metrica, nobilitando nelle predicazioni e ne’ libri il sermone rustico e la locuzione volgare e il ritmo negl’inni. Per tanto ella fu da prima instrumento efficacissimo alla formazione delle lingue e letterature nuove, alle quali partecipò dell’inspirazione e dell’afflato orientale: ma come ogni forza, giunta che sia a condizione di potenza, diviene di natura sua conservatrice, cosí la chiesa, dinanzi ai barbari e anche dinanzi al prorompere d’un’altra forza, la popolare, nella manifestazione delle lingue nuove, si atteggiò a conservatrice, e gelosa, della lingua latina: con che, tenendo ella dello stile viziato dei tempi del decadimento romano, fu ragione principalissima di quel fare concettoso, artifizioso, scolastico, di quella servilità precoce, che regna nell’opera letteraria del medio evo. Del resto, conservando la lingua latina e spingendola anche oltre il termine delle antiche colonie romane, facendone per questa guisa il veicolo onde tutte le tradizioni e le cognizioni dell’Europa s’incontrarono e mescolarono tra loro, la chiesa compieva un alto officio: succedendo nell’opera dell’unificazione civile all’antico impero, ella manteneva a suo modo la romanità dell’occidente; romanità, glorioso vocabolo, trovato da uno de’ suoi, da Tertulliano.

Ma ciò tutto in fondo è poco artistico, bisogna pur confessarlo. O sia che il tipo letterario ecclesiastico è troppo complesso e resulta d’elementi troppo eterogenei, o sia che esso il cristianesimo puro è troppo fuor della natura, cotesta religione non ha inspirato che la lirica e la meditazione: un’epopea evangelica, un dramma cristiano, per intiero, non è mai riuscito. Ma parzialmente il principio religioso penetrò tutte quasi le forme artistiche: ma nel medio evo la chiesa cristiana, conservatrice unica d’una gran lingua, d’una letteratura e d’una scienza, si mescolò a tutto; a tutto attaccò quella febbre, quel mal essere, quella nervosa tensione di idee ascetiche e incivili ed egoistiche, che han fatto del mondo, del sano e luminoso mondo dei Greci, un ospitale, dalla cui mefite non riesce né pure oggi a noi di trarci fuora, o ce ne leviamo indolenziti. O come avrebber potuto trarsene gli uomini del medio evo? Perocché dove non è la chiesa nel medio evo? Ella restituisce l’impero, o lo combatte; ella benedice la cavalleria, o la scomunica; ella favoreggia i comuni, o gl’invade; ella canonizza i dotti, o gli brucia. Tanto meno poteva a questo predominio sottrarsi la letteratura in Italia; ove la chiesa aveva accettato e nobilitato la sensualità pagana; ove, mescolando i suoi spiriti invasori e ambiziosi negli odii nazionali contro lo straniero ed i nobili, erasi insinuata in tutte quasi le nuove istituzioni; ove asseriva a sé il vanto della conservata civiltà antica.

IV.

Di faccia alla chiesa sorge la barbarie, o, diciam meglio, la società di conquista, rappresentata nella civiltà e nella letteratura cavalleresca. Ma dell’elemento cavalleresco, per quanto diversamente si modificasse nelle sue molteplici congiunzioni al genio paesano, non dubitiamo asserire che fu straniero fra noi e importato. È esso l’espressione artistica di quella generazione che le conquiste longobarde franche sassoni alemanne lasciarono su ’l nostro suolo, di quella generazione che, per le origini sue germaniche tenendo all’individualismo, si ordinò nella feudalità, fiorí vigorosa da Carlomagno al Barbarossa, e prima ribellante si legò poi per la maggior parte agl’imperatori nelle guerre d’investitura e contro i comuni, sin che vinta da questi si assembrò entro un cerchio di mura coi vincitori, durando tuttavia la primitiva e necessaria discordia nelle parti e nei nomi di ghibellini o di grandi, di guelfi o di popolo. Ella ebbe le inspirazioni e le forme dell’arte fuori d’Italia: di qual maniera, vediamo. Fermatisi gl’invasori con obblighi da prima reciproci su le terre conquistate, da poi col mutar delle signorie e col mancar d’una supremazia legislativa certa raggiunsero quella indipendenza individuale, che è un istinto speciale delle razze germaniche. Ne vennero quelle forze personali dominanti la scomposta società del medio evo, rappresentante nei tipi dell’epopea romanzesca; la quale, vero mito della società feudale, ha tanti protagonisti quanti attori, tanti episodi quanti i fatti de’ singoli eroi. Allora accadde che la società barbarica si scompose in mille piccole unità; e un sol diritto parea presso ad emergere dall’anarchia europea, quel della forza. La chiesa accorse al riparo tentando di collegare e disciplinare sotto un vincolo religioso tanta baldanza di personalità vigorose. A tutelare la società dalla forza brutale con la forza disciplinata ne risultò la cavalleria: della quale non può negarsi essere stati ecclesiastici i cominciamenti, chi pensi alle forme religiose che ne consacravano i diversi gradi e al mito del _sangraal_, che altro non è se non simbolo dell’eucaristia. Cotesti uomini, o raccolti nella vita dei castelli solitari o agitati nei contrasti di quella cupa lor società, nutriron forti gli affetti, il culto delle tradizioni della famiglia e dell’ordine loro, il sentimento dell’onore, l’amore dagl’instituti germanici e dalle dottrine cristiane fatto piú severo e ideale. Ma i sentimenti, per forti che siano, hanno, a tradursi nell’arte, bisogno d’un attrito col mondo esteriore; e i baroni, sol quando riuniti su ’l campo delle crociate, trovarono al principio cavalleresco la forma estetica. Allora le tradizioni delle varie genti si fermarono in un’epopea nuova; e la chiesa, che prima le aveva riprovate e tentato distruggerle nella forma dei canti nazionali, le consacrò col suggello della religione; e religione, amore, onore, individualità, avventure informarono quelle mille epopee che non hanno né oggetto né termine. Il sentimento delle nuove razze del medio evo, cosí intenso per lo innanzi nella solitudine, evaporò a poco a poco in una folla di parvenze bizzarre, che si accavallavano le une alle altre tumultuando e sfumavano a un tratto. Termini di tempi, di luoghi, di genti scomparvero; e una metafora originava gli eroi e le geste. Ora tutto ciò non poteva convenire con gli spiriti romanamente pratici e sociali del popolo italiano: di piú l’ordine feudale da cui moveva e a cui ritornava la poesia cavalleresca, rimanendo tra noi senza un centro monarchico nazionale, fu ben presto sopraffatto dall’elemento indigeno e cittadino con cui per gran parte si fuse: il perché non ebbe mai l’Italia né cavalleria vera né vera poesia cavalleresca, della quale attinse le materie e le forme al di fuori, per trasmutarle e rimaneggiarle.

V.