Part 3
Giaufré Rudel, poeta per felice disposizione dello spirito, di suo stato principe feudale, fu dell’ordine piú alto dei trovadori, di quelli cioè che non pur cantavano solo per genio ed onore, ma nel sentimento nel costume nell’arte della cavalleria esercitavano un’azione d’eccitamento ed avanzamento. Tali erano stati pochi anni innanzi Ebles visconte di Ventadorn e Guglielmo nono conte di Poitiers e duca di Aquitania, tale era Rambaldo terzo conte di Orange, tale fu poco di poi Riccardo Cuor di leone conte di Poitiers e re d’Inghilterra. Rudel componeva a mezzo circa il secolo decimosecondo; e tra i nomi dei trovadori che rimangono è per età il quinto, se pur non il quarto. Gli fu coetaneo Marcabruno della stessa provincia, primo a ricercare nella sottigliezza nella peregrinità fin nella oscurità effetti e modi nuovi al verso: piú giovine di poco Bernardo di Ventadorn, limosino, il piú tenero elegante e imaginoso dei trovadori. Apparteneva Rudel alla scuola, mi sia lecita questa denominazione moderna, di Guascogna, scuola precoce, indipendente, che la finezza della espressione e della rima spinse poi al piú alto grado dell’arte o dell’artifizio con Arnaldo Daniello, il trovadore dotto, ammirato e imitato da Dante e dal Petrarca. Ma di Rudel nell’antica biografia è detto che «fece buoni versi con cari suoni e poveri motti»: il che nel linguaggio tecnico d’oggi significherebbe che nella poesia aveva il movimento dell’affetto, che la sua poesia vestiva egli stesso di bella musica, ma che nello stile e nella forma non aveva la ricercatezza, prevalsa dopo la morte di lui, della rima e della frase. Rudel era piú semplice perché piú antico, benché già cominciasse a giuocar qua e là di parole con quell’abilità che a noi par fredda e fu un bisogno e un carattere della lirica d’amore cavalleresca.
La lirica provenzale, dopo il dominio del cristianesimo e nel momento di coesione della nuova società uscita dai mescolamenti delle immigrazioni germaniche per mezzo le genti latine, apparí prima produzione di poesia soggettiva in una lingua volgare dell’occidente romano. Fu poesia d’una classe privilegiata e ristretta; e svolse il motivo piú astratto, piú astruso, piú complicato, piú arduo, l’amore, come principio di civiltà, al di fuori della famiglia e quasi della natura, in una società di cavalieri, sórta dalla forza e conservantesi con la gentilezza. E tale lirica, che doveva propagare nelle corti idee e sentimenti cosí stranieri alla coscienza popolare, erasi pur allora staccata dalla materia prima della poesia popolare d’un paese, che su ’l fondo gallico sostenne quindi un’antica e durevole stratificazione greca e quindi una forte e feconda stratificazione romana con sopra un’alluvione visigotica. Se non che nelle Gallie meridionali l’elemento germanico può aver conferito a informare l’ideale cavalleresco misto di feudale e religioso, ma nella lirica sí popolare sí cortigiana non ne traspirò fiato. Della poesia popolare anteriore la lirica dei trovadori serbò su le prime qualche sentore in certa freschezza di rappresentazione, in certi tócchi di passione, nel taglio del verso piú raccolto e andante con passo monotono per brevi coble o stanze. Rudel tiene ancora un poco dell’attaccamento al canto popolare; ma già è spuntata a’ suoi giorni e già cresce ne’ suoi versi l’arte della canzone aulica perfetta.
La canzone fu a’ trovadori la forma poetica per eccellenza, né altra materia accogliea che d’amore. E come l’amore era il sentimento piú alto della cavalleria e il piú produttivo di quell’entusiasmo che dovea rapire i nobili animi a ben pensare e ben fare, cosí la poesia e l’arte non potevano mai essere abondanti e ricche tanto che bastasse all’adornamento della canzone. Ma quest’abondanza era piú ch’altro di forme, perchè la condizione del sentimento d’amore nella convenuta idealità cavalleresca rimaneva sempre la stessa, escludendo altri modi di passione o d’entusiasmo diversi da quelli assegnati nel codice dell’uso. Qua e là irrompeva la natura buona e bella; e in certe coble di desiderio d’invocazione e di addio l’anima attratta vorrebbe credere ad un’eco dei canti della colonia greca su ’l bel mare di Massilia; e in altre tutte ferventi del godimento della vita rivive forse il calore della rumorosa espansione gallica. Ma ciò che piú proprio ebbero lo spirito gallico e il greco e il romano misti nello scadimento, cioè l’acutezza e lo sfoggio nei concetti e nei sensi, e il giuoco e lo sforzo del giuoco nell’uso e nell’abuso dei vocaboli e dei suoni, quell’abilità della parola che presto empiè di retori galli le scuole di Roma e trasse gli oratori a impallidire dinanzi l’ara di Lione e produsse gli ultimi panegiristi e gli ultimi poeti dell’impero, quell’abilità della parola rifiorisce di pien medio evo un tal poco nella canzone provenzale. Nella quale la rima piena, ricca, varia, difficile, rara, che si raddoppia, s’intreccia, si propaga per echi, con un calcolo di consonanze e desinenze verbali e nominali, maschili e femminili, mescolate, opposte, assortite, non pure incatena piú versi, non pur riapparisce in mezzo ai versi, ma domina e lega tutte le stanze riproducendosi dalla prima nelle altre, senza turbarne l’ordinamento, con disposizione varia, tanto che in fine la canzone resulta un solo sistema di rime in tanti mazzi di versi legati con eleganza in agile armonia.
Ora certe proprietà singolari di sí fatta lirica non possono nel concetto moderno della poesia aver piú valore, e i pregi di forme e di suoni in una traduzione si perdono. Giaufré Rudel, con tutta l’aureola, che lo irraggia, di confessore e martire dell’amore, rischia di passare innanzi alle signore per un povero poeta. E grande, oh!, non fu, ma fu dei primi dell’età nuova; e di quell’ippocrene cavalleresco non dispiacerà, spero, gustar qualche stilla.
La primavera, sfiorita oggi in troppi versi, era già mortificata in quelli de’ trovadori. Ma Rudel, dal chiuso inverno del castello feudale uscendo su le belle rive della Gironda, la sentí con freschezza. La sentí nella gioia dell’essere:
Quando il rusignolo entro le foglie dà amore e ne chiede e ne prende e move il suo canto allegro e giocondo e spesso riguarda la sua compagna, e i ruscelli son chiari e i prati son vaghi, allora, pe ’l novello piacere che regna nel mondo, gran gioia vienmisi a posare nel cuore.
La sente come ispiratrice di poesia:
Assai ho intorno a me insegnatori del canto, prati e verzieri, alberi e fiori, trilli e lai d’uccelli per mezzo a dolce stagione soave. Quando il ruscello scaturendo di fonte schiarisce, e apparisce il fiore della rosa selvatica, e il rusignuolo tra i rami modula e ripete e spiana e affina il dolce suo canto, è ragione che anch’io ripigli il cantar mio.
Dei fatti dell’amore, Rudel in alcun luogo rende con efficace novità l’impazienza del rivedere:
Di questo amore tanto io son cupido, che, quando piú corro verso lei, pare di tornarmene indietro e che ella vada fuggendomi; e il mio cavallo andando verso lei è sí lento che difficile sarà omai raggiungerla, se amore non la mi fa rimanere.
E con nativo accoramento esprime la gelosia:
Lungi è il castello e la torre ov’ella si posa e il suo marito.... E piú me ne cresce il dolore perché io odo lei essere in luoghi agiati; che tanti non faccio io sospiri e pianti, quanti ella per disposizione di destino dà baci.
* * *
Questo è dei pochissimi luoghi della lirica provenzale ove apparisca ingenuamente la gelosia pe ’l marito. Nella poesia cavalleresca l’amore è fuori del matrimonio e incurante del matrimonio.
Fu detto e ridetto che a formare il culto, come si convenne chiamarlo, della donna, quale apparisce nella società cavalleresca, concorsero per una parte lo spirito cristiano e per l’altra la tradizione germanica. Io credo che il motivo piú prossimo ed efficace fosse la barbarie del matrimonio nella società feudale. Le donne — primo osservò Claudio Fauriel — nel mezzogiorno della Francia erano abili a posseder feudi: per ciò le nozze servivan di mezzo ad afforzare i dominii e arrotondare i possedimenti, furono al piú considerate come trattati d’alleanza tra due case. Unioni cosí fondate sopra interessi e còmputi di convenienze si disfacevano innanzi ad altri interessi e còmputi che sopravvenissero maggiori e piú utili. Quindi nessuna considerazione alla donna come moglie e madre: quindi la scandalosa frequenza dei repudii, a cui la Chiesa troppo facilmente prestavasi: e quindi, essendo l’amore nel suo piú alto senso un bisogno degli animi quanto piú sono privilegiati di nobiltà da natura e per educazione, quindi la riazione, e non di sole le donne, a riporre il perfetto amore fuori del matrimonio. «Ciò che le donne soffrivano come mogli spiega fino a un certo punto ciò che esigevano e ottenevano come dame dai cavalieri»: sono parole del Fauriel. L’ammirazione ch’è in ogni anima ben fatta per la bellezza virtuosa e conoscente, il rispetto e la difensione ch’era nei doveri della cavalleria innanzi alla debolezza potentissima della donna, l’influenza della donna che non potendo dominare vuol essere adorata, esaltarono in quelle condizioni domestiche della società feudale le speranze i desiderii la devozione dell’amore fino a convertirli in un entusiasmo, che fu il principio movente d’idee e d’azioni per una parte magnanimamente disinteressate e per un’altra aliene assai dal nostro modo di vivere e di pensare.
Strano dee parere oggi ai piú l’innamoramento di Giaufré Rudel per udita. Ma nelle constituzioni, per cosí dire, dell’amore cavalleresco prevaleva la intenzione morale. Cosí cavalieri e poeti non amavano per incontro di súbite simpatie, ma nella elezione delle signore dei lor pensieri preferivano le dame che piú avessero nome di grazia, di cortesia, di virtú. Onde, a mezzo il secolo decimosecondo, in quella meravigliosa stagione che fu il fiore del medio evo, in tale esaltamento di animi che respiravano di generazione in generazione l’entusiasmo e l’avventura, Giaufré Rudel, gentiluomo di razza, poeta di natura e guascone, poté eleggere ed amare e cantare, senza conoscerla d’appresso, una dama della piú gloriosa nobiltà occitanica, trapiantata nelle mistiche plaghe d’oriente, la cui fama di bellezza e virtú, attraente dalla lontananza, piú grata, come vedremo, nella sventura, tornava a risplendere con mite fulgore su la madre patria. Attenuata cosí l’apparente stranezza dell’amore di Rudel, vien poi ridotta nei termini del naturale da questo, che il principe trovadore navigò ad ammirare e adorare in effetto e da presso la donna celebrata da lontano: che se morte lo colse, ciò non fu certo per piacer suo, ma la natura aggiunse la idealità che vien dalla morte in tali circostanze alla realità d’un fatto, che del resto era nel sentimento e nel genio del secolo.
Delle canzoni dedicate da Giaufré Rudel all’amore lontano una ve n’è che resiste, credo, al tempo e può anche oggi piacere. Niuna abilità di verseggiatura potrebbe affrontare la bellissima costruzione di quelle stanze a novenari, cosí ben variati e rispondentisi nelle cesure, con le stesse rime per tutta la canzone e con la iterazione, a indicare il pensiero dominante, della voce _lonh_ [lungi] in ogni stanza. Possa da una fedele versione in prosa spirare almen l’alito, come profumo di fior secco, della _rêverie_ del secolo decimosecondo.
Allorquando i giorni son lunghi in maggio, piacemi un dolce canto d’augelli di lungi, e quando indi mi parto ricordami d’un amore di lungi: vo chiuso nell’animo e chino, sí che né canto d’uccelli né fiore di biancospino mi piace piú che verno gelato.
Già mai d’amore non mi allegrerò se non mi allegro di quest’amore di lungi, che piú gentile e migliore io non ne conosco in veruna parte né presso né lungi: tanto è verace e fino il suo pregio, ch’io vorrei là nel regno dei saracini esser chiamato prigione per lei.
Triste e lieto mi partirò quando vedrò questo amore di lungi; ma non so l’ora che la vedrò, perché le nostre terre troppo son lungi; assai vi ha passi e cammini tra mezzo, e per ciò non sono indovino: ma tutto sia come a Dio piacerà.
Ben tengo per verace il Signore che formò quest’amore di lungi; ma per un bene che me n’avviene n’ho doppio male, ché tanto son lungi. Ah ch’io fossi là pellegrino, sí che il mio bordone ed il saio fossero da’ begli occhi di lei rimirati.
Ben mi parrà gioia quando io le chiederò per amor di Dio l’albergo là lungi, e, se a lei piace, albergherò presso di lei, se bene io mi sia di lungi: allora le parrà dolce conversazione, quando il lontano amatore le sarà tanto vicino che goderà sollievo di belle parole.
Dio, che fece quanto viene e va e formò questo amore di lungi, mi dia potere, ché il cuore io ne ho, di vedere in breve l’amore di lungi....
* * *
Questo _amore di lungi_ ebbe per oggetto, secondo la tradizione storica, una contessa di Tripoli.
Tripoli in Siria, presa dai cristiani crociati nel 1109, fu constituita contea in vassallaggio al regno di Gerusalemme e data a Bertrando figlio d’un dei condottieri della crociata, Raimondo di San Gilles conte di Tolosa: fin che, mancata la discendenza nel 1200, passò al principato di Antiochia. In vita di Rudel, conti di Tripoli furono: dal 1137 al 1152 Raimondo primo, ed ebbe in moglie Odierna nata di Baldovino re di Gerusalemme: dal 1152 al 1187 Raimondo secondo, ed ebbe in moglie Eschiva dama di Tarbia.
Tra i molti che scrissero di Rudel solo il signor Souchier vuole che la donna da lui invocata fosse Odierna, e l’amore e la morte fossero nel 1147; nel quale anno egli crociatosi sarebbe passato in Palestina non per terra con la spedizione del re di Francia nel giugno, ma per mare su la fine d’agosto con Alfonso Giordano conte di Tolosa e Bertrando suo figlio. In questa opinione il sign. Souchier fu indotto particolarmente da due versi d’una delle canzoni su l’amore lontano, nei quali sono ricordati il conte di Tolosa e ser Bertrando. Ma i due versi altro non dicono se non che la canzone sarà udita in Quercy da ser Bertrando e dal conte in Tolosa: da cosí poco a indurre che Rudel fosse della spedizion tolosana il passo è ardito. Fosse pure stato: non a pena sbarcò a Tripoli morí. Ma come allora il trovadore Marcabruno avrebbe potuto inviare la sua già ricordata canzone a sir Rudel «oltre mare, sí che l’avessero i francesi per rallegrarsene»? Nel 1147 Giaufré Rudel fece sí il passaggio in Terra santa crociato, ma con la spedizione francese, e ne tornò. Un secondo passaggio lo fece nel 1162, come afferma il biografo Nostradama che può avere attinto a pura fonte la notizia dell’anno, e lo fece per amore di Melisenda, come porta la leggenda e la storia può ammettere.
Melisenda, figliuola di Odierna e del primo Raimondo conte di Tripoli, ebbe il nome dalla sorella di sua madre, la Melisenda primogenita di Baldovino primo, famosa nella storia della Palestina feudale come quella che per trent’anni ebbe parte al governo nel regno di Folco d’Anjou suo marito e di Baldovino secondo suo figlio. Melisenda di Tripoli, «fanciulla di mirabile creanza», come la descrive il maggiore storico del regno cristiano in Siria, Guglielmo arcivescovo di Tiro, era nel 1161 dimandata a nozze da Manuele Comneno imperatore di Costantinopoli. Magnifico l’apprestamento e il corredo: grande la spesa: tutti i principi del regno di Gerusalemme eran convenuti alla corte di Tripoli: dodici navi aspettavano, pronte a trasportare la cugina del re di Gerusalemme nella reggia di Eudossia e Teodora: quando l’imperatore greco ruppe il trattato e ripudiò la sposata. Di che súbito andò la fama presso e lontano; e, in onta alla perfidia del Comneno, innalzò le grazie e la virtú della vergine latina. La sventura cresce lume alla bellezza, e la donna è perfetta quando ha pianto. Cosí avvenne che tutta Francia, e particolarmente il paese dei trovadori, di cui era splendore la famiglia dei conti di Tolosa, risuonasse del nome e delle lodi di Melisenda contessa di Tripoli, tanto che il signore di Blaia ne innamorò e messosi in mare per vederla morí.
LA TRAGEDIA E LA COMMEDIA PER IL MEDIO EVO
[È l’introduzione allo studio _Della Ecerinide di Albertino Mussato — Opere_, XX, 133-136].
Nessuna forma poetica ebbe a sofferire nel medio evo trasfigurazione o deturpamento maggiore che la tragedia. E già essa, ne’ piú bei tempi dell’impero bandita da’ teatri che eran solo pe’ mimi e ridotta con Seneca a esercitazione solitaria d’un potente ingegno, aveva perduto ogni ragione e configurazione letteraria nel secolo secondo, quando un Osidio Geta mise insieme una Medea in esametri di centoni virgiliani. Nel secolo quinto trovasi intitolato _Orestis tragoedia_ un carme di Draconzio cartaginese, il quale comincia con proporre _Gaudia moesta canam_ e chiamando Melpomene a discendere dai tragici coturni raccoglie in una narrazione di esametri tutta la leggenda di Oreste. Nel secolo decimosecondo v’è, d’un Bernardo monaco di Chartres, _De patricida tragoedia_, ed è una trasfigurazione cristiana in distici elegiaci del mito di Edipo. Tra questi due termini la tragedia di rappresentativa era divenuta narrativa, accomodandosi alla funzione assegnatale da Isidoro di Siviglia nel secolo quinto: «Tragedi sono quelli che antichi gesti e fatti di scellerati re cantavano con luttuoso carme in cospetto del popolo»[1].
L’idea di ciò che fosse veramente tragedia andò poi nel corso degli anni sempre piú annebbiandosi traverso l’etimologia. Un antico glossario dà queste due definizioni: «Tragedia sono carmi che constano di battaglie di morti e piangono le miserie degli uomini:»: «Tragedia si dice un carme fatto di capri, per due cagioni: o perchè gli antichi Greci tornando dalla guerra quanti uomini avevano ucciso tanti capri immolavano, o perchè a quelli che facevano il carme della battaglia si dava per mercede un capro»[2]. Il grosso annebbiamento s’allungò fino a Francesco da Buti, il quale, commentando su ’l finire del secolo decimoquarto la Divina Commedia dalla cattedra di Pisa, seguitava a dire: «Tragedia — canto di becco: ché, come il becco ha dinanzi aspetto di principe per le corna e la barba e dietro è sozzo mostrando le natiche nude e non avendo con che coprirle, cosí la tragedia comincia dal principio con felicità e poi termina in miseria; e poi tra li altri doni che si davano a’ recitanti si dava il becco»[3].
Dante stesso, pur non trascendendo in goffaggini, nella concezione delle forme drammatiche rimane del tempo suo: «Comedia si dice da _comos_ cioè _villa_ e _oda_ che è _canto_, quasi _canto villano_.... Tragedia nel principio è mirabile e quieta, su ’l fine è sozza e orribile; e per ciò è cosí chiamata da _tragos_ che è _becco_ e _oda_, quasi _canto del becco_, cioè schifevole a modo di becco. Comedia ha ne’ cominciamenti alcun che di aspro, ma la materia di lei termina prosperatamente»[4]. Dalla quale varietà della fine, lieta nella commedia, trista nella tragedia, come dallo stile, alto in quella, basso in questa, egli reputava distinguersi e denominarsi i poemi: onde Virgilio è introdotto a dir della sua Eneide,
.... e cosí ’l canta L’alta mia tragedía in alcun luogo, e Dante modestamente del poema suo,
... altro parlando Che la mia comedía cantar non cura.
Come poi quegli uomini s’imaginassero la rappresentazione drammatica nell’antichità, lo dice Pietro Allighieri commentando il titolo dato dal padre alla sua visione: «In antico, teatro era un’area semicircolare, nel cui mezzo era una casetta che chiamavasi scena, nella quale era un pulpito, e sopra quello ascendeva il poeta come cantatore e i suoi versi come canzoni recitava: al di fuori stavano mimi, cioè giullari, e quel che ne’ versi venía pronunziato effigiavano co ’l gesto del corpo, adattandolo a quale si fosse in cui persona il poeta parlasse: onde, quando parlava, poni, di Giunone querelantesi d’Ercole suo figliastro, i mimi come il poeta recitava cosí effigiavano Giunone a invocare le furie infernali che infestassero Ercole»[5]. Perduta in tal modo ogni idea della recitazione greca, rimaneva una qualche ombra di memoria della figurazione mimica romana.
DELLO SVOLGIMENTO DELLA LETTERATURA NAZIONALE
[Cinque «Discorsi, tenuti nell’Università di Bologna, MDCCCLXVIII-MDCCCLXXI»].
DISCORSO PRIMO
[_Opere_, I, 29-51].
Dei tre elementi formatori della letteratura italiana: l’elemento ecclesiastico, il cavalleresco, il nazionale.
I.
V’immaginate il levar del sole nel primo giorno dell’anno mille? Questo fatto di tutte le mattine ricordate che fu quasi miracolo, fu promessa di vita nuova, per le generazioni uscenti dal secolo decimo? Il termine dalle profezie etrusche segnato all’esser di Roma; la venuta del Signore a rapir seco i morti e i vivi nell’aere, annunziata già imminente da Paolo ai primi cristiani; i pochi secoli di vita che fin dal tempo di Lattanzio credevasi rimanere al mondo; il presentimento del giudizio finale prossimo attinto da Gregorio Magno nelle disperate ruine degli anni suoi; tutti insieme questi terrori, come nubi diverse che aggroppandosi fan temporale, confluirono su ’l finire del millennio cristiano in una sola e immane paura. — Mille, e non piú mille — aveva, secondo la tradizione, detto Gesú: dopo mille anni, leggevasi nell’Apocalipsi, Satana sarà disciolto. Di fatto nelle nefandezze del secolo decimo, in quello sfracellarsi della monarchia e della società dei conquistatori nelle infinite unità feudali, in quell’abiettarsi ineffabile del pontificato cristiano, in quelle scorrerie procellose di barbari nuovi ed orribili, non era egli lecito riconoscere i segni descritti dal veggente di Patmo? E già voci correvano tra la gente di nascite mostruose, di grandi battaglie combattute nel cielo da guerrieri ignoti a cavalcione di draghi. Per ciò tutto niun secolo al mondo fu torpido, sciaurato, codardo, siccome il decimo. Che doveva importare della patria e della società umana ai morituri, aspettanti di ora in ora la presenza di Cristo giudicatore? E poi, piuttosto che ricomperarsi una misera vita coll’argento rifrugato tra le ceneri della patria messa in fiamme dagli Ungari, come avean fatto i duecento sopravissuti di Pavia, non era meglio dormire tutti insieme sepolti sotto la ruina delle Alpi e degli Appennini? Battezzarsi e prepararsi alla morte, era tutta la vita. Alcuni, a dir vero, moveansi: cercavano peregrini la valle di Josafat, per ivi aspettar piú da presso il primo squillo della tromba suprema.
Fu cotesto l’ultimo grado della fievolezza e dell’avvilimento a cui le idee degli ascetici e la violenza dei barbari avevano condotta l’Italia romana. E che stupore di gioia e che grido salí al cielo dalle turbe raccolte in gruppi silenziosi intorno a’ manieri feudali, accosciate e singhiozzanti nelle chiese tenebrose e ne’ chiostri, sparse con pallidi volti e sommessi mormorii per le piazze e alla campagna, quando il sole, eterno fonte di luce e di vita, si levò trionfale la mattina dell’anno mille! Folgoravano ancora sotto i suoi raggi le nevi delle Alpi, ancora tremolavano commosse le onde del Tirreno e dell’Adriatico, superbi correvano dalle rocce alpestri per le pingui pianure i fiumi patrii, si tingevan di rosa al raggio mattutino cosí i ruderi neri del Campidoglio e del Fòro come le cupole azzurre delle basiliche di Maria. Il sole! Il sole! v’è dunque ancora una patria? v’è il mondo? E l’Italia distendeva le membra raggricciate dal gelo della notte, e toglieasi d’intorno al capo il velo dell’ascetismo per guardare all’oriente.
II.
Di fatti sin nei primi anni del secolo undecimo sentesi come un brulicare di vita ancor timida e occulta, che poi scoppierà in lampi e tuoni di pensieri e di opere: di qui veramente incomincia la storia del popolo italiano.