Part 2
Distrutto lo Studio in Roma, i libri legali furono trasportati a Ravenna, e da Ravenna a questa città di Bologna —; tale nelle parole di Odofredo è la leggenda insieme e la storia. Chi li trasportò? Il vento della libertà, lo spirito della vita, che nella superiore e mezzana Italia, area alla formazione della patria nuova, commoveva, agitava, sospingeva cosí dalle vecchie sedi come dalle antiche tradizioni a nuova azione, a spazi e termini piú ampi e lontani, ad altri accendentisi focolari d’idee la rinnovata gente italica. Nel «dolce piano Che da Vercelli a Marcabò dichina», come nel tempo che fu avanti la storia antica ondeggiava immensa una distesa di acque, cosí al secolo decimo primo, nel tempo che fu avanti la storia moderna, mareggiava dai diversi elementi della storia d’Italia un tumulto di vita, che movendo dalle Alpi rifrangevasi nell’Apennino: d’oltre Apennino e lungo il dorso al fremito della giovinezza di Lombardia rispondevano la vecchia Toscana, l’Umbria e il Piceno. Bologna, nel mezzo, a piè del monte, di faccia al regno lombardo, di costa all’Esarcato e alla Pentapoli, accolse i diversi spiriti che confluivano a una nuova animazione; e quindi da Ravenna, vedovata d’impero, su di mano in mano per le città di Romagna, che di Roma serbava col nome le costumanze e le leggi, ebbe la eredità imperiale; e quindi da Pavia, vedovata di regno, via via per le città d’Emilia, gli ultimi frutti della trasformazione longobarda. Bologna, dai primi italici che discesero l’Apennino posta come scólta alla vedetta d’una nuova Italia nella valle del Po, pervenne allora a compiere l’officio suo. E già la musica risonante con fresche note dal chiostro della Pomposa pareva salutare il risorgimento del popolo italiano; e le torri salienti negli antichi fòri delle città romane annunziavano calati al comune i signori feudali; e le nuove chiese levavansi con mista architettura come a benedire l’unione dei cittadini novelli; e Bologna, la città umbra, etrusca, celtica, romana, e da tre secoli longobarda, apriva le braccia ed il petto ad accogliere ed amicare i germi rifiorenti da tanta vita, a mostrare le forme civili alla nuova società nelle norme superstiti dell’antico diritto.
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La scuola giuridica bolognese procedé per isvolgimento da instituzione anteriore, fecondata, per cosí dire, dai pòllini della fioritura ravennate. Esisteva da tempo in Bologna, e non senza onore, una scuola di studi liberali; tra questi ammesso, secondo l’usanza italiana, il diritto. Vi lesse leggi un Pepo, ricordato tra il 1076 e il 1078 come dottore e avvocatore in presenza della contessa Matilde. V’insegnava arti, cioè grammatica e dialettica, Irnerio. Poi, quando furono trasportati a Bologna i libri legali di Ravenna, cioè, quando, oscurata la scuola ravennate (forse nel contrasto di Gregorio settimo con l’arcivescovo Guiberto antipapa?), la tradizione e il metodo passò a Bologna, Irnerio cominciò prima a studiare indi a insegnare su quei libri o vero con quel metodo; fin che rinnovò, come portan le croniche, i libri delle leggi e divenne esso lucerna del diritto. Rinnovò le leggi, dicon le croniche, per istanza di Matilde; e in presenza di Matilde apparisce la prima volta nell’anno 1113 il nome di Irnerio da Bologna causidico. Il passaggio della tradizione giuridica da Ravenna a Bologna fu egli forse nel movimento di rivoluzione e di resistenza all’impero? A ogni modo, súbito pacati o conversi i tempi, la tradizione e il suo continuatore bolognese tornarono al fonte dell’autorità, all’impero; e in pieno lume della sua gloria Irnerio giudice assiste nel 1116 all’atto col quale Enrico quinto accoglieva sotto sua protezione i cittadini di Bologna e concedeva privilegi amplissimi alla città, nel 1118 segue a Roma l’imperatore, per consigliare il popolo a eleggere un papa cesareo.
Tali i principii dello Studio bolognese. — Pepo cominciò a leggere per autorità sua: Irnerio cominciò a studiare per sé, e studiando cominciò a insegnare. — Cosí la voce della glossa: né v’è documento o argomento che cosí non fosse, anzi tutto induce a credere che cosí fu. Apparì un maestro, un altro maestro, e intorno ad essi la scuola; per forza civile delle cose, per un proprio svolgimento della tradizione e degli insegnamenti, in una temperie politica di sensi e bisogni nuovi. Surse e crebbe privata; ma presto cosí autorevole, che il suo maestro era come a lato dell’imperatore; ma presto cosí famosa, che nel 1118, vivente ancora il maestro, la poesia cantava la dotta Bologna pure in guerra menar seco le sue leggi, ahi nelle prime guerre tra città e città italiane, confederata contro Como a Milano; ma presto cosí frequente di alunni, che a favore di essi, peregrinanti per amore del diritto, l’imperatore Federico primo emanava la constituzione di Roncaglia del 1158. E a Roncaglia i dottori bolognesi stettero, come il loro maestro, per la consuetudine antica e per l’impero. Ma pochi anni prima in un monastero di Bologna Graziano avea compilato il Decreto; e l’anno appresso ascendeva pontefice Alessandro terzo, che pur nelle scuole di Bologna aveva insegnato filosofia. Cosí, quando nel 1158 Federico già affermava nella scuola bolognese la constituzione dell’università, in Bologna s’incontravano e s’avviavano le due correnti della scienza e della vita italiana: la illustrazione del diritto civile con Irnerio, l’ordinamento del diritto canonico con Graziano; l’autorità conservativa dell’impero, gli spiriti di libertà della lega lombarda.
La scuola di Bologna si compose per movimento proprio, crebbe e grandeggiò privata: e pure nella storia successiva dello Studio e un continuo intendimento a riannetter questo con la tradizione dell’impero, a considerarlo creato dall’autorità dell’impero. Il che e fu secondo i concetti del tempo e risponde a una verità ideale. Nella conscienza del medio evo lo studio del diritto va congiunto al concetto della maestà imperiale e la scuola seguita le sorti dell’impero, perché solo l’imperatore può fondare le scuole. Onde la leggenda che faceva risalire lo studio bolognese a Teodosio secondo, il disciplinatore dell’insegnamento pubblico e privato del diritto. Vero è, ad ogni modo, che l’officio, il metodo, i confini ideali della scuola bolognese ne’ suoi primordi appaiono quelli stessi che furono segnati e assegnati dalla constituzione onde Giustiniano emanò i digesti e da quella onde ordinò gli studi del diritto; e che procedé da quell’ordine la tripartizione, cosí finalmente fatta chiara, del testo nell’insegnamento bolognese. La scuola imperiale di diritto doveva essere, per la tradizione e per Teodosio e Giustiniano, in Roma; fu poi di fatto in Ravenna; da Ravenna, per evoluzione e rivoluzione, passò a Bologna. E in Bologna lo Studio dalle recenti origini popolari sollevasi alla maestà dell’impero; sia che ciò faccia o che ciò trovi la constituzione di Roncaglia, inspirata a Federico dai quattro dottori, e che rinnova la giustinianea circa i privilegi dei professori e degli scolari. Cosí lo spirito del popolo italiano, novatore a un tempo e conservativo, ogni nuovo acquisto di libertà, ogni avanzamento di civiltà, impronta col suggello della storia e della tradizione. Certamente dalla tradizione romana la scuola di Bologna ebbe la forza al nobilissimo officio che esercitò, ebbe l’indole, come direbbesi oggi, d’internazionalità, che nel medio evo era tuttavia romanità.
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Il privilegio di Roncaglia determina la Università dei giuristi, cioè la corporazione degli scolari di diritto, di soli i quali consisteva in principio lo Studio di Bologna. Ella crebbe con la libertà italiana, aristocratica fino alla pace di Costanza, democratica poi; e si direbbe che il constituirsi di essa séguita da presso il constituirsi del reggimento popolare: ogni passo che il popolo fa, e uno ne fa la scuola. Tra la pace di Costanza e la signoria dei Pepoli è il massimo svolgimento della libertà in Bologna, è la maggiore espansione e comprensione europea dello Studio.
La università in Parigi, teologica, fu dei maestri; in Bologna, giuridica, degli scolari. Veramente le università; però che gli scolari ben presto si divisero in due università o corporazioni, degli italiani e degli stranieri, citramontana ed ultramontana, distribuite per nazioni. Le nazioni eleggevano i consiglieri, uno o due per ciascuna, a mesi. Dal vóto dei consiglieri uscivano a volta di nazioni due rettori, uno per università, ad anno. I rettori, nell’esercizio delle lor funzioni, passavano innanzi a vescovi ed arcivescovi, non che ai cardinali scolari. Co ’l senato dei consiglieri nominavano i professori, determinavano i ruoli delle letture, esercitavano la giurisdizione su gli scolari e gli officiali inferiori dello Studio, trattavano coi rettori del comune, regolavano le relazioni delle università, specialmente per la compra e vendita e l’imprestito dei codici; amministravano, con due massari conservatori, le entrate; erano, all’uscir di seggio, giudicati da quattro sindaci. Tale nelle somme linee la constituzione delle Università nello Studio di Bologna; al cui esempio si formarono gli altri d’Italia e di Spagna, e anche di Francia i giuridici.
Era constituzione democratica. Il fervore di libertà che scaldava la città italiana aveva, pare, invaso anche gli ultramontani. Quei franchi, quegli alemanni, quei boemi e poloni, venuti dai lor castelli feudali, dalle abazie e dai capitoli signorili, imparavano soggettarsi agli ordini civili, sentivano i vantaggi del vivere in comune, volevano l’eguaglianza. Dopo strani viaggi, per il mare, dalle Alpi, gli studiosi di tutta Europa, qui convenendo, nelle nazioni ond’erano constituite le università ritrovavan le patrie, nella università avevan lo stato, nell’uso comune della lingua latina aspiravano quella unità superiore, quella fratellanza civile dei popoli al bene, cui Roma avviò con la legge, che l’evangelio bandí per lo spirito, che la civiltà odierna vuole con la ragione. O Italia, o patria; nei crucci del servaggio piacque ripensarti in atto di liberare dai sette colli il volo delle aquile vittoriose su tutte le genti; ma forse che tu fosti piú umanamente bella qui in Bologna, quando a quelle stesse genti che ti avevano oppressa tu rilevata aprivi con la lingua dell’antico imperio le fonti della civiltà nuova e liberandole dal giogo della barbarie persuadevi loro la gloria di rifarsi romane.
JAUFRÉ RUDEL
[_Opere_, X, 245-246; 252-271].
Gianfré Rudel ch’usò la vela e ’l remo A cercar la sua morte:
è tra i molti bellissimi del Petrarca un verso meraviglioso, e con la pura visione dell’imagine allontanatesi in un molle ondeggiamento di tenui suoni sveglia nei sentimenti come un desiderio di fantasie melanconicamente favoleggiate. Al qual desiderio nei lettori e nelle lettrici del secolo decimosesto soddisfacevano i commentatori ancora eleganti, narrando: come Rudel fu signore di Blaia, e per fama innamorato della contessa di Tripoli compose per lei molte canzoni, e in fine sospinto dal gran desio di vederla misesi in mare sotto abito di pellegrino: come nel passaggio infermò, e quei della nave, condottolo a Tripoli per morto, fecero sapere il caso alla contessa: la quale venuta e avendolo caramente preso nelle sue braccia, non a pena egli intese quella essere la contessa riacquistò il vedere insieme e lo spirito, e la ringraziò che gli avesse recuperato la vita; ma in breve spazio da poi pur nelle braccia della donna morí.
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.... Non che il morire, e anche il desiderio di morire, tra le braccia della donna amata, non sia per sé bello; ma non come fine a una vita stagnante, sí veramente quasi corona a una vita agitata in nobili contrasti e rapita dietro alte e leggiadre idealità.
Se Giacomo Leopardi nel _Consalvo_ — come io da un pezzo sospetto, e son contento sia anche l’opinione di recente pubblicata d’un valente scrittore critico, il signor Francesco Torraca —, se il Leopardi nel _Consalvo_ ripensò la morte di Giaufré Rudel come ce ne fu conservato il racconto per tradizione scritta, egli di quel racconto non mirò che alla fine, non ebbe la mente agli antecedenti, che insieme con la fine fanno un tutto del tutto differente al concetto del Leopardi e alla condizione e disposizione affettiva del suo _Consalvo_. Ecco la notizia piú antica dell’avventura di Rudello.
Giaufré Rudel fu molto gentile uomo e principe di Blaia. Innamorossi della contessa di Tripoli senza vederla, per lo gran bene e la gran cortesia ch’egli sentí dire di lei ai pellegrini che tornavano d’Antiochia. E per volontà di vederla si crociò, e misesi in mare per andare a vederla. E allora nella nave lo prese una grande malattia, sí che quelli che erano con lui si pensarono ch’ei sarebbe morto nella nave; ma tanto fecero ch’e’ lo condussero a Tripoli in un albergo per morto. E fu fatto assapere alla contessa; ed ella venne a lui al suo letto, e preselo entro le sue braccia. E quando egli seppe ch’era la contessa, sí ricovrò il vedere l’udire e lo spirare; e lodò Iddio e il ringraziò che gli aveva la vita sostenuta tanto ch’e’ l’avesse vista. E in questo morí tra le braccia della contessa. Ed ella lo fece onoratamente seppellire nella magione del Tempio di Tripoli; e poi in quel medesimo dí ella si rese monaca pe ’l dolore ch’ebbe di lui e della sua morte.
In questo racconto a pena delineato di semplicissima prosa, che ho tradotto dal provenzale antico, è poesia che avanza di valore intimo il _Consalvo_ e molte altre rime consuntive del romanticismo. E la poesia è, come notò già Federico Diez, non nel pellegrinaggio del trovadore, non nella dolorosa voluttà dell’ultimo respiro, non nella mesta risoluzione della contessa a prendere il velo, ma nel fantastico surgere d’un amore cosí seriamente intenzionato. L’amore per simpatie fisiche, discendente dalle lotte per la elezione sessuale, cede luogo all’amore per elezione d’affinità. La piú bella di persona e di costume è al piú valente di forze e d’idee: si amano, o, come diceva con bellissima metafora il linguaggio della cavalleria, s’intendono pur lontani e senza vedersi:
Se non come per fama uom s’innamora.
Cosí — certe età si rassomigliano — l’eroismo greco favoleggiò che Elena non fu mai in Troia alle mani del morbido adultero, ma si fu rapita in Egitto da Hermes; e stando ella in Egitto ed Achille in Troia, per sola udita s’innamorarono, e dalle Parche fu loro concessa congiunzione immortale. Congiunzione immortale all’eroe negli elisii; ma qui in terra il poeta, non a pena ei si sveglia dal sogno in una verità per un momento piú bella del sogno, non a pena il travaglioso peregrinar della sua idea dietro la visione del bello fu premiato dalla realità del bello co ’l suggel dell’amore, allora il poeta in quella perfezione dell’essere muore; salvo cosí, poi che amare non si può sempre, anzi l’amor vero è fugace e il forte amore infelice, salvo cosí dal crudel bacio dell’addio: egli è sepolto dalla sua donna con desiderio e memoria, anzi che debba egli in un amarissimo giorno seppellire nel cuor suo vivo l’amore, l’amore anche vivo ma che non dee vivere piú.
Tale nel racconto dell’avventura di Giaufré Rudel è il mito gentile e dolente dell’amore ideale diveniente reale.
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Ho detto che nel racconto è il mito. Sento una sorridente opposizione: Non forse è egli un mito tutto il racconto?
Vediamo.
La breve notizia dell’amore e della morte di Giaufré Rudel, che lessi pur ora, fu scritta nella metà prima del secolo decimoterzo; e per tutto quel secolo la memoria di lui e dell’avventura sua rimase viva nella società cavalleresca della Gallia meridionale. Delle poesie piú accette in quella società erano i cosí detti giuochi partiti, composti alternamente di stanza a stanza da due trovadori. Il primo sfidando proponeva una questione di due casi o dubbi d’amore, invitando lo sfidato a dichiararsi per l’uno o per l’altro; questi nella seconda stanza prendeva a sostenere l’uno de’ due con ragioni ed esempi; nella terza lo sfidatore usciva a provare che l’avversario non avesse scelto bene: e cosí la questione seguitava per le altre stanze fra i due, finché ciascuno con una _tornada_ (stanza minore finale) se ne rimetteva al giudizio d’una tal dama o d’un tal cavaliere o di piú dame o cavalieri: di che venne la tradizione, tarda, e poco oggimai salda, delle corti d’amore. Ora due giuochi partiti del secolo decimoterzo ricordano come vero il fatto di Rudel. Nell’uno un trovadore pon la questione: — Qual mantenga meglio l’amore in chi ama la donna sua lealmente, o gli occhi o il cuore. — Lo sfidato sta per gli occhi, per il cuore lo sfidatore, e invoca l’esempio di Giaufré Rudel cantando,
Tutti sanno che il cuore ha signoria sopra gli occhi, però che amore non si vale degli occhi se il cuore non sente, e il cuore può senza gli occhi francamente amare quella che non vide ancora presente, sí come fece dell’anima sua Giaufré Rudel.
Nell’altro un trovadore propone: — Qual prendereste meglio, o starvi in luogo riposto con lei che amate e morire appresso la gioia dell’amor suo, o amarla per tutto il tempo della vita e che ella non vi amasse né vi desse animo? — Lo sfidato risponde, volere anzi servire la sua donna senza guiderdone facendo per lei atti valenti; e lo sfidatore ripiglia.
Ah, se voi amaste lealmente, non direste di no a tale morte: non rassomigliate già voi al valente visconte Giaufré Rudel che morí nel passaggio.
Dai trovadori la bella istoria venne al Petrarca; e i suoi commentatori del secolo decimosesto, Alessandro Vellutello e Giovanni Andrea Gesualdo, ne discorsero compiutamente, senza pur ch’e’ conoscessero la notizia provenzale; e ne discorsero, come di fatto vero, i filosofi e gli estetici italiani di quel secolo, Mario Equicola nel Libro di natura d’amore e Agostino Nifo nei trattati Del bello e dell’amore. Su la fine del secolo, e proprio nel 1575, Giovanni di Nostradama, fratello dell’astrologo rimasto famoso nelle memorie del popolo francese, egli canzoniere e consigliere al parlamento di Arles, pubblicò le Vite dei piú celebri e antichi poeti provenzali; che non son tutte favola, dove non si tratti di esaltare i pregi della Provenza e di crescere onori alle famiglie nobili fiorenti in Provenza a que’ giorni. Nella vita di Rudel il Nostradama ormeggia la notizia provenzale antica; ma afferma il fatto esser raccontato pur da Ugo di San Cesario autore d’un catalogo di poeti provenzali, e mostra almeno in un luogo di avere attinto da qualche altra fonte a noi venuta meno.
Come storico han sempre considerato il fatto di Rudel gli storici e i critici della letteratura francese: come storico lo dichiarò il padre della filologia romanza, Federico Diez; e di recente, contro il dubbio d’un solo, il signor Stengel, inteso a riconoscervi una leggenda arieggiante il romanzo d’avventura di Durmart che s’innamora della regina d’Irlanda senza sapere né come si chiami né ove dimori, lo sostenevano due valenti cultori degli studi romanzi, i signori Stimming e Souchier.
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Giaufré Rudel è dunque della storia. Ma se ne sa ben poco, solo quel tanto che aiuta e conforta a mantenerlo nella luce poetica, in cui l’avventura sua e le memorie dei prossimi lo collocarono.
Usciva della casa dei conti d’Angoulême: contea cominciata nell’839 con Turpione, che finí nel 1305 con Ugo decimoterzo per esser riunita da Filippo il bello alla corona di Francia e dare il titolo a principi del sangue reale; al Valois che fu poi Francesco primo, all’ultima Delfina, la tragica figlia di Maria Antonietta. Nel 1048 Giaufré conte d’Angoulême morendo lasciava spartito tra cinque figliuoli il dominio: a Giaufré Rudel secondogenito toccava il principato di Blaye.
Da questo primo Rudel proveniva, non so in qual grado, nascendo poco avanti o poco dopo i primi venticinque anni del secolo decimosecondo, il principe trovadore. Visconte d’Angoulême, fu signore di Blaye, la Blavia dei romani, su la riva diritta della Gironda ove il fiume s’allarga quattro chilometri. Blaye era allora superba di serbare nell’abazia di San Romano la tomba di Cariberto figlio di Clotario, e piú quella di Rolando, che fu suo signore. Dopo la rotta di Roncisvalle, secondo la leggenda, Carlo Magno recò in nave su la Gironda il corpo di Rolando e degli eroici compagni Oliviero e Turpino, e li ripose in San Romano; quello del nipote, con la spada Durandal presso il capo e con a’ piedi il famoso corno d’avorio. La canzone di gesta canta:
In bianchi sarcofaghi fece mettere i signori a San Romano: là giacciono i baroni: i francesi li raccomandano a Dio e ai Santi.
Al nostro secolo Blaye fu ricordata per la prigionia che vi sostenne la duchessa di Berry nel 1832, quando il re borghese volle togliere forza alla pretendente pubblicando che in lei la donna avea vinto la regina. Piú leggiadre cose otto secoli a dietro si facevano nel luogo della cittadella di Blaye: Giaufré il signore vi componeva canzoni.
Sono sei, e tutte d’amore. Salvo che in una su ’l finire il poeta prende congedo dalla donna amata, cosí:
Amore, allegro mi parto da voi, perché vado cercando il mio meglio, e di tanto sono avventuroso che ne ho lieto il cuore, la mercé del signore mio buono che mi vuole e mi chiama.... Chi si rimane di qua e non segue Dio in Betlem, non so come sia mai prode e come possa venire a salvamento.
La canzone dalla prima stanza apparisce composta di primavera. Ora Ludovico settimo re di Francia la notte di natale del 1146 nell’assemblea di Bourges aveva annunziato l’intenzione sua di fare l’impresa di Terra santa: nel febbraio del ’47 Bernardo di Chiaravalle predicava per le terre francesi la croce: nel giugno partí dalla Francia l’esercito crociato; Giaufré Rudel, come doveva un buon successore di Rolando, era di quella spedizione. Marcabruno trovadore gli accompagnava una canzone di cortesia con questo invio:
Il verso e il suono voglio trasmettere a sir Giaufré Rudel oltre mare, e voglio che l’abbiano i francesi per lor coraggio allegrare.
Delle altre canzoni di Rudel due cantano ancora d’un amore gioito o penato da vicino; tre d’un amore lontano, non veduto, sognato co ’l cuore: e queste, a parer mio, si riferiscono tutte all’avventura con la contessa di Tripoli.
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