Pagine di storia letteraria

Part 1

Chapter 13,739 wordsPublic domain

GIOSUE CARDUCCI

PAGINE DI STORIA LETTERARIA

SCELTE E ORDINATE

DA GIUSEPPE LIPPARINI

BOLOGNA NICOLA ZANICHELLI EDITORE

L’EDITORE ADEMPIUTI I DOVERI ESERCITERÀ I DIRITTI SANCITI DALLE LEGGI

Bologna — Tip. Paolo Neri — VIII-1920

AVVERTENZA

_Questo volume di pagine carducciane differisce dalle altre_ prose scelte _del Carducci, anch’esse di nostra edizione, in quanto gli scritti qui raccolti appartengono tutti allo studio della nostra letteratura e ne seguono dall’alto lo svolgimento e la storia. Naturalmente, pur non essendone escluso nessuno dei piú importanti, non tutti gli scritti critici del Maestro sono in questo volume; giacché anzitutto ne avremmo troppo ingrossata la mole e, secondariamente, non avremmo potuto raggiungere quella armonia delle parti che ci sembrava necessaria al carattere particolarissimo del libro._

_Il quale, comunque, sarà prezioso per le persone colte e per i giovani studenti. Quelle potranno agevolmente, e senza dovere far ricerche nei venti volumi delle Opere, trovar qui il miglior succo del pensiero letterario carducciano; questi avranno in queste pagine un prezioso sussidio per lo studio della storia letteraria. Talché noi non sapremmo consigliarne abbastanza vivamente ai signori professori l’adozione._

_Per quanto ad altri sia piaciuto affermare diversamente, è certo che nessuno, dal 1860 in poi, ha veduto cosí chiaramente e cosí precisamente come il Carducci nei fatti e nei fenomeni della nostra letteratura. Dai grandi discorsi sullo svolgimento della letteratura nazionale a quelli sull’opera di Dante, del Petrarca, del Boccaccio; dagli studi sui trovatori a quelli sul Magnifico, sul Poliziano, sull’Ariosto, sul Tasso; dagli scritti polemici e critici sul Tassoni, sul Muratori, sul Monti a quelli sui lirici settecenteschi, sul Metastasio, sul Foscolo, sul Leopardi, sul Manzoni, sul Prati, sul Guerrazzi, sul Panzacchi: tutta la_ storia critica ed estetica _della letteratura italiana si svolge ai nostri occhi con una serietà, con una precisione, con una ricchezza e una finezza di osservazioni e di impressioni veramente meravigliosa. E poi, quale mal critico o storico del nostro tempo ha potuto avere — con bellezza sua e vantaggio straordinario dei lettori — il sussidio di una prosa come quella del Carducci, che pare scolpire le idee e svelare i concetti piú oscuri, che si giova di una cosí toscana dovizia e varietà di lingua, e di uno stil nervoso e robusto che ricorda a tratti quello del Machiavelli?_

_Non abbiamo creduto opportuno di ingombrare il volume di note: salvo, s’intende, quelle che il Carducci stesso appose qua e là ai suoi scritti. Poichè errare è umano e poichè ogni giorno gli studi fanno progressi, vi sono, anche in queste pagine del Carducci alcuni pochi e poco notabili errori. Il lettore, se mai, li rileverà da sé. Non era necessario, per esempio, far sapere che i terrori del Mille sono ritenuti oggi una leggenda, o che Guido Reni non è contemporaneo di Tiziano. Le persone anche mediocremente colte lo sanno, ormai, senza che vi sia necessità di una apposita nota._

_Crediamo fermamente che se il Carducci fosse ancora in vita, si compiacerebbe altamente di questo volume in cui uno dei suoi discepoli migliori ha raccolto e amorosamente curato il fiore delle prose critiche del Maestro. Il tenue prezzo gioverà poi a far conoscere vie piú questi scritti in cui splende una cosí grande luce di bellezza e di Verità._

_GLI EDITORI_

PAGINE

DI

STORIA LETTERARIA

L’OPERA DI VIRGILIO

[È il discorso _Per la inaugurazione d’un monumento a Virgilio in Piétole_, tenuto in Piétole il 30 novembre 1884 — _Opere_, I, 191-202].

I.

Primus ego in patriam mecum, modo vita supersit, Aonio rediens deducam vertice Musas; Primus idumaeas referam tibi, Mantua, palmas; Et viridi in campo templum de marmore ponam Propter aquam, tardis ingens ubi flexibus errat Mincius et tenera praetexit arundine ripas.

Nessuna parola in questo luogo e in questo giorno poteva essere pronunziata innanzi a quella di Virgilio; nessuna, prima dei solenni versi con i quali egli offeriva alla patria la corona sua di poeta, con i quali poneva su i dolci campi nativi l’imaginato tempio della sua gloria.

Dopo adombrate nelle ecloghe le agitazioni e perturbazioni della sua gioventú e del suo popolo tra il tumulto delle guerre civili; su ’l terminare il poema della pacificazione d’Italia, le Georgiche; fermo già il pensiero alla epopea della nazione e dell’Impero d’Italia e di Roma, la Eneide; Publio Virgilio Marone, nel florido vigor della vita, a quarant’anni, dagli ozi felici di Partenope chiedeva con i voti gli auspicii non alle glorie antiche della Grecia, non alla presente fortuna di Roma, sí alla sua Mantova, alla veneta umbra etrusca città «gens illi triplex», verso la quale e carità del luogo natio e le fatidiche memorie del vecchio popolo italiano lo richiamavano. — Io primo — cantava —, cosí la vita mi basti, ritornando dalla vetta aonia condurrò meco in patria le Muse: io primo porterò a te, o Mantova, le palme idumee; e ne’ campi tuoi verdi alzerò un tempio di marmo presso dove il Mincio erra largo in lente curve di avvolgimenti e veste le rive d’una molle cintura di canne. — In mezzo il tempio ei vuol porre la effigie di Cesare: a onore di Cesare cento quadriughi saranno agitati in corso lungo il fiume ocneo e celebrati su la pianura di Bianore i giuochi di Grecia; ai quali indirà le prove e assegnerà i premi egli il poeta, nello splendor della porpora, coronato d’oliva. Nelle porte del tempio saranno effigiate le battaglie di Cesare e le armi di Quirino vittorioso: staranno attorno in marmo di Paro i discendenti di Assaraco e di Giove, gli eroi troiani, e Apollo in mezzo di essi.

Il monumento sórse, ma non in picciolo campo, sí nella estensione dei secoli: il monumento sórse, ben altro che di marmo pario: voi lo sapete, è la Eneide. Ma in cotesta affettuosa fantasia di cittadino è l’imagine vera della poesia virgiliana: dalla tranquilla verdura di questo piano lombardo, su ’l nitido specchio del largo fiume, ella sorge, nel candido splendore del marmo pario, serena, pura, solenne; e intorno a lei si agitano in basso i rumori gloriosi dei popoli e dei condottieri de’ popoli.

Non dunque un monumento a Virgilio: troppo solenne se ne levò uno da sé. Non l’encomio: il nostro eloquio, tutto ancora mortificato dalle bassezze della servitú e già chiazzato dalle macchie della licenza, troppo suona inferiore e discorde a quella perfetta armonia d’arte che è la poesia virgiliana. Io, se il mio proposito, signor Prefetto e signor Sindaco e voi tutti spettabili uomini del Comitato e di Pietole, non paiavi ardito, io mi proverò d’interpretare e dimostrare, come voi, con devozione di posteri e con reverenza d’italiani intitolando dal nome di Virgilio il vostro comune e la effigie di lui, quasi nume presente, collocandovi in mezzo, faceste cosa degna in tutto dell’antica Italia. Io toglierò il poeta dalle scuole degli eruditi, dalle academie dei letterati, dalle aule dei potenti, e lo restituirò a te, o popolo di agricoltori e di lavoratori, o popolo vero d’Italia. Egli è sangue vostro e vostra anima: egli è un antico fratello, un paesano, un agricoltore, un lavoratore italico, che dalle rive del Mincio salì al Campidoglio e dal Campidoglio all’Olimpo.

II.

In questa dolcezza profonda di paesaggio corcato nel verde, egli aveva il podere paterno, tra la collina e la palude giuncosa, oltre la quale tremolava la distesa del Mincio: qui aveva un vigneto, un verziere e grasse terre da pascolo: anche avea nel podere sorgenti vive, e i suoi stagni popolati di cigni, e fresche ombre di alberi: alle quali seduto nella splendida primavera poteva sentire il ronzio delle sue api dalla siepe vicina, e il gemito dei colombi, suo amore, dalla casa tra gli olmi, e mesto nella lontananza il canto del potatore. Temperato e modesto crebbe in abitudini di silenzio e meditazione; e dal consentimento del quieto paesaggio alla placida vita, dalla monotonia della natura con l’anima, aspirò una tristezza serena, che è il fondo, su cui ondeggiano le fantasie, sorridenti tra le lacrime, della sua gioventú, il fondo da cui si leva il pensiero malinconico e alto della sua virilità. — Qui fresche acque, qui teneri prati, o Licori: qui vorrei tutta passare la vita con te. — Ma no — gridò il veterano invadente, rompendo a mezzo con l’aspra voce il sogno del poeta: — via di qua, vecchi coloni. E nelle ecloghe quel Melibeo che migra, quel Titiro che rimane spettatore della rovina del paese, quei compianti di servi e di giornalieri, sono la voce della vecchia Italia; la voce di tutti i lavoratori mal compressa dal gladio dei veterani di Cesare; l’ultima querela delle tribú rase di su ’l suolo della patria dalla accentratrice restaurazione di Silla. La vecchia Italia avea fermato co ’l diritto e con la religione la proprietà del suolo, e con ciò assicurata la produzione, la ricchezza, la libertà. L’aristocrazia romana e la rivoluzione militare strapparono il dio Termine. La Repubblica è finita. «Barbarus has segetes?» diventa nei secoli il grido della misera Italia.

Virgilio ebbe poi dalla prudenza dei nuovi dominatori ristoro ai danni: cangiò le nebbie mantovane e il piccolo podere agli splendori di Pausilipo e Baia e al predio di Nola. Ma da quella iniqua mutazione delle paterne fortune, da quella violenta perturbazione dei sogni suoi giovanili, l’animo buono di lui, osservante del diritto e amante della quiete, fu impresso per modo che ne contrasse un abito di naturale malinconia; ma, anche pervenuto alla matura potenza dell’arte sua, egli dipingerà pur sempre con la memore fantasia i grandi riposati paesaggi della pianura natia sotto un velo di caligine candida che non è ombra.

III.

E pure quest’anima sí presto offesa dal dissidio della vita si direbbe che per la stessa ferita assorbisse la gran freschezza della speranza, anzi della fede, in una felicità promessa al genere umano, in una età d’oro che esso, quando che sia, pur deva percorrere su questo pianeta. Onde il poeta, o persuaso delle tradizioni etrusche del millenario, o inspirato da un’eco di sentimenti messianici che venia dall’oriente, tra il tumulto ancora delle armi civili esclamava,

Aspice venturo laetentur ut omnia saeclo.

E il primo passo verso quella letizia avvenire gli parve dover essere la pacificazione dell’Italia nella ristorazione dell’agricoltura: indi il poema sí civile delle Georgiche.

I vincitori, partita che ebbero l’Italia tra i veterani, si accorsero aver fatto il deserto: e Mecenate poté ben consigliare al colono di Mantova, volesse con la poesia risvegliar l’amore dell’agricoltura, forza già di Roma e d’Italia, nei popoli dalle guerre venturose disaffezionati alle campagne omai guaste, volesse conciliare i veterani, nuovi possidenti, ai vecchi coloni nell’amor del lavoro. Ma l’inspirazione del poema è piú lontana, piú alto il pensiero. È il pensiero dei repubblicani di parte plebea. I Gracchi volevano con la legge agraria richiamare il popolo dagli ozi turbolenti del fòro alla operosità buona dei campi, volevano con le rusticane virtú premunirlo dal guasto delle mollezze orientali, volevano in fine rendere italiana Roma per salvar la repubblica. Virgilio volle lo stesso per rialzar l’Italia e conciliarla a Roma che andava impersonandosi nell’impero. Il vecchiarello Coricio, lavoratore contento di un picciol pezzo di terra, è la condanna dei latifondi che perderon l’Italia. E se nel motivo politico il poeta di Cesare accompagnasi ai Gracchi, nell’idea morale ed umana che si fa dell’agricoltura di quanto non avanza l’aristocratico agricoltore Catone! «Divini gloria ruris» è un sentimento ignoto ai signori dei grandi predii, è un’espressione nuova nell’antica poesia. Per Catone la terra era l’instrumento del guadagno: per Virgilio è la madre pia degli uomini eguali:

Fundit humo facilem victum iustissima tellus.

E il lavoro dei campi è santificato dalla religione della patria, come opera sociale.

Mirabile poesia! e piú quando, in sí grande altezza d’intendimenti e perfezione di forme l’ingenua bontà del paesano prorompe nella tenerezza onde il poeta canta le bellezze e i patimenti dei bruti. Nella descrizione della epizoozia, su quei vitelli che muoiono a torme per le praterie liete

Et dulces animas plena ad praesepia reddunt,

in quell’aratore che se ne va triste a capo chino

Moerentem abiungens fraterna morte iuvencum,

scorrono le lacrime del gran poeta campestre. Egli è il pastore delle sue ecloghe che si reca in braccio per la dura via dell’esiglio la capretta fresca di parto, come Giuseppe Garibaldi riportava, scaldandoselo al seno, alla gloriosa capanna di Caprera l’agnellino smarrito. Oh bontà semplice, ornamento e compimento supremo della grandezza!

IV.

Dai campi al Capitolio, dall’Italia all’Impero.

Il vóto del mondo romano all’uscire delle guerre civili, la pace nella grandezza, prese forma epica nel piú bel poema letterario delle genti latine. Quando la forza ha spezzato le tavole della legge e infuria la licenza delle spade, alla salute della patria i piú son costretti invocare o accettare un «messo di Dio» o un «uomo provvidenziale», ciò è, non un dittatore, un dèspota. Cosí, mentre Ottaviano diviene Augusto, Virgilio rivede in lui con la fantasia dell’amore il bel giovine che gli aveva restituito il suo campicello, e prega agli dèi:

Hunc saltem everso iuvenem succurrere saeclo Ne prohibete.

Il poeta di Augusto ingloria la monarchia nella consecrazione della volontà degli dèi; ma il poeta d’Italia canta il reame degli antichi tempi civilmente innovato dal consenso dei popoli, e alle leggende dinastiche intrecciando le tradizioni e le storie italiche e romane concilia, nel supremo periodo della civiltà antica, la repubblica all’impero, la madre Italia a Roma sovrana del mondo. Nel che rifulge un’altra virtú, meravigliosa in questo spirito solitario e campestre, l’intelletto politico, che d’ora innanzi contrassegnerà la poesia latina dalla greca: egli intende e rende l’incremento e la constituzione della patria romana e il genio della gente togata con una piena e piú che storica intuizione, avanzando da poeta, e da gran poeta, il Machiavelli e il Montesquieu.

E, ciò che i moderni non sanno oramai piú fare, egli anima di poesia fantastica e appassionata la storia; la storia e l’antichità. Niun epico e forse nessuno storico antico fu piú archeologo di Virgilio: nella poesia di lui risorgono su i monti, su i colli, dai fiumi gli antichi dèi della patria; risorgono su le ruine delle città disparite i popoli spenti a cantare le origini divine e gl’instituti civili e i culti dei padri e la forza delle armi: Arcadi, Etruschi, Latini, Sabelli, si mescolano nel miluogo piú glorioso del mondo, su’ colli e ne’ campi ove poi crebbe Roma. Con tutto ciò egli è il grande epico patriota: alla morte di Eurialo e Niso, dimentico i due giovini eroi essere creature del suo nobile spirito, il poeta irrompe nella epopea con foga di cittadino; e glorificando il sacrifizio e dal sacrifizio degli individui affermando la eternità delle instituzioni, esclama — Fortunati ambedue! se alcun valore hanno i miei carmi, niun giorno rapirà voi dalle memorie dei tempi, fino a che la discendenza di Enea abiterà la incrollabile rupe del Campidoglio e il padre della patria romana terrà l’impero. —

In tanta gloria, interprete al mondo dei destini dell’impero, Virgilio fu sempre qual era stato giovine agricoltore su le rive del Mincio: avea serbato della prima vita e della abitudine dei campi il colorito bruno e abbronzato e una cert’aria al primo incontro disadatta e impacciata. E pure una delle rare volte che dal segreto recesso di Campania o di Sicilia venne a Roma, entrando in un teatro, co’ suoi capelli lunghi di campagnolo, col suo rossore di vergine, tutto il popolo levato in piedi salutò con lunghe acclamazioni il poeta. Inconscio il popolo romano rendeva giustizia a un superstite di quelle gentili razze agricole italiane che la tirannide del senato e la rivoluzione militare avevano consumate e distrutte, quando a punto questo vindice paesano raccoglieva nell’anima sua di poeta Roma, l’impero, il mondo.

Imperocché la poesia di Virgilio andò a grado a grado acquistando d’ampiezza: di nazionale divenne, come l’impero, universale; trascese i limiti dell’impero. Già le donne del poema sono d’un altro mondo: Lavinia, la vergine; Andromaca, la madre; Didone, l’amante; Camilla, la venturosa e pudica battagliera; non hanno sorelle nella poesia antica, se non forse di Sofocle. Il pensiero del poeta ascende sempre piú alto e malinconico nella visione del bene: la sua parola sonante dagl’intimi recessi dell’anima ha un tócco profondo su le anime; ha un tenero senso di pietà per tutti i dolori, per tutte le sventure, per tutte le miserie; «mentem mortalia tangunt»: egli, il poeta romano, ha fino l’orror della guerra, «scelerata insania belli». Un senso superiore della vita, una conscienza purissima del buono e del bello, una umanità delicata e commossa, anima quella divina poesia, che pare affretti nella realtà i sogni giovanili cantati in riva di Mincio:

Magnus ab integro saeclorum nascitur ordo.

E pure all’impero del mondo si seguirono, biechi e sanguinosi, Tiberio e Caligola. Ma anche nacque Gesú Cristo. Da allora i secoli ammirano il poeta mantovano, a guisa del suo Cycno, abbandonar la terra e seguir le stelle col canto:

Linquentem terras et sidera voce sequentem.

Mediatore tra due mondi, egli passa, quale Hermete tra le ombre d’inferno, rompendo le tenebre del medio evo con l’aurea verga del suo carme: passa, e Dante, non a pena lo scorge su ’l limite della selva selvaggia, gli tende le braccia e si prostra; ed egli terge in Dante l’Italia e l’Europa dalla fuligine della barbarie, e manda il suo spirito, per le genti diverse, a Camoens, a Racine, a Schiller.

Tale è nella storia del pensiero umano il vostro conterraneo, o Mantovani di Pietole.

V.

Ma oggi il poeta, a cui le paurose anime del medio evo chiedevano le sorti dell’avvenire, non avrà oggi una sorte, un consiglio o un ammonimento da dare all’Italia?

Or son parecchi anni io percorreva in un vespro di giugno questa pianura mantovana. Lussureggiava la mèsse nell’allegrezza della estate; tra la verdura ondeggiante come un mare, per le strade polverose, affollate dei tornanti da’ mercati, risonavano i rumori della vita è del lavoro; biancheggiavano le casette giulive tra i grandi e diritti alberi; e il tramonto involgeva tutto d’un rosso vaporoso tepore. Giunsi a Castel d’Ario; e in iscuole ariose e pulite vidi facce serene di fanciulli e fanciulline fiorenti, e udii da quelle bocche salir canti di gioia ammonenti a virtú. Le madri sorridevano su gli usci, gli uomini slegavano i bovi dai carri, e i giovenchi mugolavano da le stalle. Una ròcca del medio evo, di cui l’ellera corroditrice velava i crepacci, arrossita dai fuochi del tramonto parea vergognarsi della sua inutile e crudel leggiadria in mezzo a’ trionfi della pacifica industria e del lavoro umano. Tra quei canti di fanciulli, tra que’ muggiti di giovenchi, in quelli aspetti di bellezza, di forza, di tranquillità, io sentii nel mio cuore lo spirito di Virgilio. E diceva: — O italiani, sollevate e liberate l’agricoltura, pacificate le campagne! Cacciate la fame dai solchi, la pellagra dai corpi, la torva ignoranza dagli animi. Pacificate le campagne e i lavoratori. E l’aquila romana rimetterà anche una volta le penne, e guiderà su i monti e su i mari il nostro diritto e le vittoriose armi d’Italia. «Victorisque arma Quirini». —

IL DIRITTO DI ROMA

[Dal discorso _Lo Studio di Bologna_, «tenuto nell’Archiginnasio di Bologna il dí XII Giugno MDCCCLXXXVIII alla presenza di Umberto I, re d’Italia» — _Opere_, I, 4-14].

I nostri maggiori del secolo decimoprimo, quando l’Europa accennava a pena d’uscire da un’età di ferro, furono degni di ritrovare nella conciliazione del sangue antico e del nuovo la vigoria italica ed il senso romano. La romanità per vero non era venuta mai meno: ultimo splendore dell’occaso italico, il diritto sembra ritardare, resistendo in faccia ai goti, l’oscurità barbarica, sembra interromperla balenando nella legislazione de’ longobardi. In Roma avea durato la scuola imperiale di arti e di giurisprudenza: nell’Italia greca la scuola ravennate serbava i libri di Giustiniano e raccettava la coltura giuridica d’oriente: nell’Italia longobarda la scuola regia di Pavia dal gius romano moveva a ordinare il germanico. E quando la romanità, come dittatura civile su le nazioni cristiane, fu consecrata dalla Chiesa con la ristorazione dell’impero nella gente conquistatrice, la legge romana parve risorgere nella venerazione dei popoli come a tutti generale. Nei primi anni di quel secolo che al finire vide composta la scuola di Bologna il terzo Ottone imperatore consegnando al giudice suo in Roma il codice di Giustiniano diceva: Giudica secondo questo Roma, la Leonina ed il mondo.

Nella contesa tra il sacerdozio e l’impero, nella discordia tra le due supremazie per le quali si rifranse su ’l mondo barbaro la potestà romana, è ancora di quella un’idea e uno splendore. E la vittoria del pontefice italiano, inerme, prigioniero, morente, par vittoria dello spirito su la materia, della volontà su la forza, e a momenti la voce di lui risonante nella favella del dominio antico dai sette colli sembra rinnovare il tuono del romano editto sopra i re della terra; e quella dell’imperatore germanico, risorgente pur sempre da’ suoi tragici abbattimenti, pare ed è costanza romana a difendere e guardare la constituzione dello stato dalla ingerenza sacerdotale: là il cristianesimo che fatto romano aspira al dominio politico, qua la romanità che resiste con arme germanica. Nel contrasto tra le due potenze, ch’erano anche due idee, risorse il popolo italiano, e tenne dall’una e dall’altra; dalla chiesa la popolarità e la rivoluzione, dall’impero l’autorità e la tradizione. E l’impero trovò i sostenitori delle sue ragioni non nella scuola di Roma, venuta meno sotto la teocrazia, e né anche in quella di Pavia, ma in Ravenna. La scuola ravennate, pur diffondendo la coltura giuridica per il paese lombardo a Pavia, seguitava a fiorire di piú vigore ne’ suoi dintorni romani. E in Ravenna Pietro Crasso difendeva le ragioni dell’imperatore Enrico quarto, sollevando il _jus_ alla ragione politica e discutendo le origini e i titoli del potere supremo. Ciò che nel despotismo del vecchio impero non fu udito mai, in quella prima libertà italica avvenne. Era l’anno 1080: in quel torno i libri della legge passavano, secondo il detto di Odofredo, da Ravenna trasportati a Bologna.

* * *

Dopo, che la forza del popolo italiano, cresciuto dal consorzio dei cittadini romani con gli arimanni germanici nelle corporazioni, ebbe attratto al comune la nobiltà feudale dei contadi, le città romane recaronsi alle mani la giurisdizione per mezzo di magistrati liberamente eletti. Come e in che anni ai conti ed ai vescovi successero i consoli, non si sa: come e in che anno proprio cominciò in Bologna l’insegnamento popolare del diritto romano, non si sa. Questi due avvenimenti, rispondentisi nel tempo e nelle ragioni, non furono per opera o volontà determinata di questi o quelli uomini, né dietro un fatto piú tosto che un altro: furono il portato complesso a poco a poco evidente di un continuo svolgimento, onde il popolo italiano procedé al rinnovamento politico e sociale di se stesso, riprendendo e liberamente esercitando nella terra de’ padri suoi il diritto di tutta la manifestazione dell’operosità sua civile.