Pagine di storia letteraria

Part 42

Chapter 423,683 wordsPublic domain

Ed esso Giuseppe Giusti. Il quale, «impudente turpe e fastidiosissima» reputando «la rosa di epigrammeggiare a sinistro o a traverso»[248], e protestatosi che non avrebbe mai date «per pubblica censura le private sue stizze».[249], non sapeva perdonare a se stesso una satira personale fatta in gioventú[250]; e solo di affetto fidente al bene e agli uomini, di amori e dolori segreti, nutrí poi la vampa dello sdegno e il sorriso. «Tu sai che io non sono corso mai a sperare ciecamente, ma sai altresí che io non ho disperato mai — scriveva a un amico nell’aprile del ’49[251] — neppure negli anni di sonno apparente corsi dal trentuno al quarantasette». E nel ’44[252]: «Credi tu che le alte ragioni dell’umanità taceranno a un tratto? Io credo che grideranno piú forte; e prego Iddio che mi faccia chiudere gli occhi prima d’aver perduto questa certezza. Compatisco chi freme; e anch’io fremo, ma non dispero; perché per ogni brigante ho un uomo onesto da contrapporre, e dico: ecco qui chi terrà in onore la stirpe che costoro tentano di conculcare». «Credi — diceva a un altro[253] — che le vittorie della canaglia saranno eterne? Se lo credessi, saresti un ateo, e so che sei tutt’altro. Io non ti dirò di credere precisamente in Caio e Tizio, sebbene anch’io abbia i miei idoli, ma credo nell’uomo; e per durare a crederci, cerco ogni giorno piú spogliarlo dell’ali dell’angelo e della zampa caprina del demonio e di farlo rientrare nella propria pelle, che po’ poi non è da mandarsi alla concia».

E la gentile alterezza dei sentimenti e la gioventú dell’animo, che ispirarono al poeta satirico i versi primi d’affetto e un amore tra il ’35 e il ’36, soggetto della canzone _All’amica lontana_ e causa di dolori «dei quali non osava parlare apertamente e desiderava che rimanessero sepolti con lui»[254], tanto gli duraron fedeli, che pur nel ’41 quando piú aguzzava la saetta satirica, gli dettarono i puri e candidissimi versi _A una giovinetta_, e nel torbido ’48 concetti e canti d’amore assai vaghi.

E noi, del par cangiati L’animo e il volto, c’incontrammo adesso Novellamente; e gli occhi agli occhi amati E desiose dell’antico amplesso Ci corsero le braccia, Ambo tremanti e scoloriti in faccia....

Di cari pargoletti La semplice dimora è consolata; E nella pace di piú santi affetti Corre senza dolor la tua giornata, Come di fonte vivo Un chiaro fresco e solitario rivo....

E sospiro la pace Che a questo colle solitario ride; E piú torno a gustarla, e piú mi spiace La garrula città che il cuor m’uccide, Ove null’altro imparo Che riarmar di dardi il verso amaro...[255]

Egli, che «d’aver amato non si vergognava, e credeva infelice chi non avesse mai saputo che cosa voglia dire amore da vero»[256], che si doleva «di esser riuscito a far tacere l’amore con molto scàpito del cuore o della mente»[257], che ripeteva spesso «Credo di non aver mai derisa la virtú né burlati gli affetti gentili»[258], l’amor suo al bello e al buono e alle care illusioni e la squisitezza del sentire svelò modestamente nelle Poesie varie[259]. Tanto che, dopo letti _Il sospiro dell’anima_ e i versi _All’amico, A una giovinetta, A Gino Capponi_, nei quali piú specialmente dichiara la ragione affettiva della sua satira, tu ti fermi a meditare piú dolorosamente quelle parole:

Restai di sasso: barattare il viso Volli celare i tratti di famiglia: Ma poi l’ira il dolor la maraviglia Si sciolse in riso;

Ah in riso che non passa alla midolla! E mi sento simile al saltimbanco, Che muor di fame e in vista ilare e franco Trattien la folla[260].

Di questi affetti e del loro contrasto co ’l mondo reale veniva ad erompere il sorriso e lo sdegno del poeta; sdegno e sorriso, la cui amara tristezza ei nota ai lettori nella prefazione alla edizione prima dei Versi[261]: «Se tagliato unicamente a spassarti, non andar piú in là di questa pagina, perché un riso nato di malinconia potrebbe farti nodo alla gola, e me ne dispiacerebbe per te e per me»; e la notomizza finamente in un luogo del Discorso su ’l Parini[262]. «Lo sdegno, che sulle prime scoppia in fiere invettive, quanto piú abbonda negli animi alteri, tanto piú si fa pieno, profondo, severo, e direi quasi tranquillo. Come l’uomo forte, straziato da acuti dolori, che dopo i duri lamenti e le grida disperate, per la soverchianza dello spasimo, s’atteggia all’impassibilità, e spesso finisce col sorridere e col crollare la testa amaramente; cosí l’animo del poeta, dalle fiere tempeste che lo sconvolgono tutto all’aspetto delle turpitudini, passa velocemente dallo sdegno allo sconforto, e dallo sconforto risorge mesto e pacato a meditare il doloroso spettacolo delle umane vergogne. In questo stato dell’animo, tra mite e addolorato, nasce spesso il sorriso che nasconde una lacrima, e quella ironia senza malignità che è la spada piú acuta e piú rovente che possa opporre la ragione e la dignità offesa. Ma guai se questa spada non è retta dall’amore! Ella deve essere come dicevano che fosse l’asta favolosa di Peleo, che feriva e sanava; deve percuotere ogni male senza mai offendere il bene, senza insanguinarsi mai in nulla di ciò che possa giovare o consolare la nostra natura. Cosí facendo, quand’anco ti siano ritorti contro taluni degli strali avventati, non ti negheranno il desiderio della virtú per ciò solo che l’avrai rispettata».

PRIMAVERA E FIORE DELLA LIRICA ITALIANA

[È la prefazione alla raccolta cosí intitolata; Firenze, Sansoni, 1903 — _Opere_, XVI, 445-452].

Il primo in tempo dei rimatori qui accolti è lo svevo Federigo, morto a Ferentino di Capitanata il 13 decembre 1250, dopo anni trentuno d’impero e cinquantadue di regno in Sicilia e Puglia, anzi in tutta Italia ghibellina: l’ultimo è Goffredo Mameli, genovese, morto all’ospitale _La trinità de’ pellegrini_ il 16 luglio 1849, entrando i francesi in Roma sotto le cui mura era caduto a ventidue anni. E dal corso di sei secoli sono qui riuniti, con lor pensieri ed affetti, memorie e speranze, impressioni della mente e dell’anima e de’ sensi, fantasie e capricci e giuochi, centoventi poeti e rimatori, grandissimi, grandi, mezzani e anche piccoli, di gran fama e oscuri o ignoti. Non palpito d’anima, non guizzo d’ingegno, non fosforescenza di vita doveva esser qui trascurata, che bastasse ad attestare la immanenza caratteristica della razza nei secoli.

Spensierata corte fu quella che esce dal secolo decimoterzo e pare dimentica delle battaglie di tutti i giorni nel lieto aere della accademia vuoi aulica, vuoi civile e religiosa: principi, baroni, giudici, notari, al séguito di Federico II, cantano «come a nessun toccasse altro la mente» le gioie e le pene dell’amore, con ardore talvolta sí acuto di passione che riarde fin oggi ne’ rispetti del popolo di Sicilia

(Oh Dio, chi lo mi intenza muoia di mala lanza e senza penitenza);

popolani in Umbria che sotto la tonaca di Iacopo da Todi annegano nell’asceticismo

(Povertade è nulla avere nulla cosa possedere, sé medesmo vil tenere e con Cristo poi regnare);

cittadini in Toscana e a Firenze che filosofano leggiadramente di gaia scienza con Dino Compagni,

Ché lo primo pensier che nel cuor suona non vi saria s’amor prima no ’l dona:

se non quanto Guittone d’Arezzo li richiama duramente a coscienza,

E poi che gli Alamanni in casa avete servítei ben, e fatevi mostrare le spade lor con che v’han fessi i visi e padri e figli uccisi.

Quattro forme, le essenziali, sono già acquistate alla poesia: la canzonetta, la stanza a ripresa della ballata, la stanza divisa della canzone, la ottava o quasi ottava.

* * *

Da Dante a Franco Sacchetti le forme già annunziate nell’età precedente fioriscono e producono con maturità rapida e prodigiosa, ma non con varietà, nel temperato aere della Toscana. Alle rime di Dante, improntate d’alta idealità nelle canzoni, volanti sú quasi senza forma nei sonetti, cantanti agili nelle ballate, si accompagnano quelle del Petrarca penetrate di sottile passione e stillanti una carezzata malinconia. Ha un sentore di tempo già passato Cino da Pistoia, e prenunzia un tempo prossimo grave di documenti e leggero di sentimenti Fazio degli Uberti. Errano in mezzo con intonazione tra allegra e mesta ballate d’ignoti, facendo pensare a strane cose:

Era tutta soletta in un prato d’amore quella che ferí il core di me con sua saetta.... . . . . . . . . . . . . . . . Cantando un giorno in voce umile e lieve vidi una gittar neve — a chi passava.

E con laudi che in fondo sono ballate e con proprie ballate, quasi a segnare le due correnti dello spirito, si apre il secolo decimoquinto

in tra Pisa e Cortona, nella città del giglio bianco e vermiglio e mantien signoria.

Di fatti Lorenzo de’ Medici e Angelo Poliziano cospirano a una prima ed ahimè ultima rifioritura del dolce stil nuovo nelle ballate. Mentre Leonello d’Este, il giovine principe del rinascimento, cantando anch’egli si fa araldo all’entrata del popolo emiliano nella poesia; entrata un po’ dubitosa e oscillante in principio, che poi si sfranchisce con Matteo Maria Boiardo e trionferà in breve con l’Ariosto. Vengon da Napoli a ripigliare il luogo rimasto vuoto dal secondo Federigo in poi, il Cariteo e il Sannazaro, impregnati di classicismo latino. Solo in disparte sur una collina del mesto e verde Piceno sta il Collenuccio, che su ’l chiudersi il tristo secolo dei tiranni

di magnanimi spiriti consorte a te _si volge_ generosa morte.

La canzone sua densa di stoicismo cristiano compensa il molto paganesimo de’ poeti napoletani e l’epicureismo dei toscani, e accenna nella desolata solitudine a una lontana somiglianza e parentela di regione con Giacomo Leopardi.

Il secolo che va dal Machiavelli al Tasso, ricco dell’epopea letteraria e della prosa classica, è scarso e magro di gloria lirica. L’insistere su i passi del Petrarca raffreddò gl’ingegni, e chi volle trar fuori nuove rime (Bernardo Tasso, le odi; altri le elegie) non fu né animoso né fortunato. La collaborazione del popolo, mancando di piú in piú il grande sfogo dell’epopea popolana, si fa sempre piú rara all’altra poesia, finché su lo scorcio del secolo scompare o rinnova modi. Con la grandigia e l’acutezza spagnola comincia a farsi scorgere la tumida sottigliezza, pur séguita fin da principio del secolo la magnificenza della canzone con l’Ariosto ed è già ben avviata co ’l Tasso una compostezza nuova di decoro aulico nella trattazione, sempre uguale e sostenuta di tono, dell’argomento. E cosí si procede fra le tensioni pindariche del Chiabrera, i sussieghi oraziani del Testi e le spavalderie fredde del Guidi, all’Arcadia. Ma è bene avvertire qualche indizio superstite e fuggitivo di vigore e di natività. Tra il fracasso del bombardamento di Genova, ordinato da Luigi decimoquarto nel 1686, il gesuita Pastorini canta

Anzi girar la libertà mirai, e baciar lieta ogni ruina, e dire: ruine sí, ma servitú giammai;

e un alito fresco di primavera tra un grigio aere come di risaie par muovere quasi saluto a un’età nuova da questi versi del Lemene,

Messaggera de’ fior, nunzia d’aprile, de’ bei giorni d’amor pallida aurora.

Come all’ombra dell’epopea nel secolo decimosesto si riparò la canzone, cosí all’ombra della drammatica nel decimottavo si svolse l’ode. Il Metastasio, lirico, è poca cosa, contento d’una felicità modesta di verseggiare la canzonetta; ma intorno a lui fan gruppo i canzonettisti minori; e dall’accoppiamento della canzonetta e della canzone, o meglio dal ritorno con piú adatte proporzioni ed accordi dell’una nell’altra, vien fuori, piú viva e piú consenziente che quella del cinquecento e del seicento, l’ode italiana del secolo decimottavo e decimonono. Ecco il Parini. E co ’l Parini la modernità e la varietà. Ecco l’Alfieri; e con lui il sonetto rugge e sospira di passione nuova in Italia; e accanto a lui il Vittorelli intona,

Guarda che bianca luna;

e tra lui e il Monti l’idillico Bertòla mormora un addio a Posilipo. Ecco il Monti, mirabile, che che si dica, rinnovatore di forme e di animazioni liriche, dalla canzonetta settenaria allo sciolto, dalla canzone petrarchesca ai canti corali; e tra lui e il Foscolo ecco la piemontese Saluzzo co ’l suo colorito di ossianismo feudale. Ed ecco lo stesso Foscolo, che domina e traesi dietro un secolo nervoso e ribelle con la potenza fieramente e soavemente fantastica di pochi sonetti e di non molti sciolti. Ed ecco infine il Manzoni e il Leopardi; e molti altri molto minori. Che è che risuona lontanamente e lungamente flebile come una memoria?

Pari al suono dell’onda che cade fra i silenzi d’un’isola ignota, pari al canto d’un vecchio pilota che rallegra la notte del mar.

È l’eco del romanticismo. E questo brontolio come di temporale che si avvicina?

Io vorrei che stendesser le nubi sull’Italia un mestissimo velo: perché tanto sorriso di cielo sulla terra del vile dolor? Qui natura si desta repente, lunghi sonni il mortale vi dorme: è qual fango mutato dall’orme sempre nuove d’un piè vincitor.

È l’accordo delle società segrete. Che è quel che squilla come una fanfara di gioventú?

Fratelli d’Italia, l’Italia s’è desta: dell’elmo di Scipio s’è cinta la testa: dov’è la Vittoria? le porga la chioma, ché schiava di Roma Iddio la creò.

Leviamoci in piedi: è il quarantotto.

GOFFREDO MAMELI

[_Opere_, III, 83-86; 94-97].

Il secondo dei piú noti canti di Goffredo fu composto l’8 settembre del ’47, all’occasione di un primo moto di Genova per le riforme e la guardia civica; e fu ben presto l’inno d’Italia, l’inno dell’unione e dell’indipendenza, che risonò per tutte le terre e su tutti i campi di battaglia della penisola nel 1848 e 49.

Fratelli d’Italia, L’Italia s’è desta: Dell’elmo di Scipio S’è cinta la testa.

Io ero ancora fanciullo; ma queste magiche parole, anche senza la musica, mi mettevano i brividi per tutte le ossa; e anche oggi, ripetendole mi si inumidiscono gli occhi. Se non che oggi l’età è scettica e positiva; e a piú d’uno darà per avventura molestia «quell’elmo di Scipio», mito da panche di scuola. Ma quegli dovrà ancora rifarsene con tutta la storia italiana, da Arnaldo al Garibaldi e al Mazzini, e anche al Gioberti. La colpa non è dei poeti e dei rètori moderni, se gl’italiani hanno avuto sempre per la testa di queste fisime liviane, che ebbero pur tanta forza da spingere i conservatori al Quirinale, e li spingeranno, per avventura, anche piú là. La sarà, se volete, retorica; perché oggi certa gente chiama retorica tutto quello che ha il torto di parlare al cuore e alla mente dei buoni e gentili un po’ piú presto e un po’ piú efficacemente che non le loro cifre e i resoconti, le quali e i quali han poi bisogno d’una retorica tutta speciale per apparire quello che non sono: ora io tra retorica e retorica scelgo la piú bella ed onesta. E l’elmo di Scipio, a dispetto del figurino delle guardie civiche del ’47, posto dal Mameli su ’l capo all’Italia, mi piace. Non v’è tempo, del resto, a tanta minuzia d’osservazioni, perocchè il poeta vi prende a mezza vita il cuore e la fantasia, se n’avete, con una mossa, grande, imperiosa, tutta e veramente romana, tale che né Virgilio né Orazio né Lucano né Claudiano nelle loro piú accese adorazioni per la dea Roma trovaron mai un accento cosí superbamente quirite:

Dov’è la vittoria? Le porga la chioma; Ché schiava di Roma Iddio la creò.

Vero è che tutto questo, per l’anno di grazia 1847, a mente fredda, parrebbe un po’ troppo anche a me; se non fosse il cupo entusiasmo del poeta che non mi lascia tempo, ripigliando con la solenne semplicità di chi ha devota l’anima alla patria, con la voce d’un cavaliere del «Drappel de la morte»,

Stringiamoci a coorte, Siam pronti alla morte: Italia chiamò!

E quando è l’Italia che chiama, e la chiamata della gran madre intendono anime come quella di Goffredo Mameli, si può anche pensare all’elmo di Scipio, e alla chioma sventolante dell’antica dea nostra, Vittoria. Tra le altre strofe troppo piene di formalismo politico, sorella degna alla prima riportiamo solamente la quarta: quella ricordava l’Italia romana, questa l’Italia dei Comuni:

Dall’Alpi a Sicilia Dovunque è Legnano: Ogni uom di Ferruccio Ha il cuor e la mano. I bimbi d’Italia Si chiaman Balilla: Il suon d’ogni squilla I vespri suonò.

Anche queste ai nostri giorni parranno vanterie inopportune: ma nel ’47 il popolo italiano era nel succhio della sua primavera; e il poeta, sentendo in sé l’anima della nazione, fiutava la battaglia nell’aria, come il cavallo di Giob. Oggi i giornali umoristici posson ripetere scherzando, «I bimbi d’Italia Son tutti Balilla»: allora ai versi del suo poeta l’Italia assentiva coi fatti; e Palermo, Milano, Messina, Bologna, Brescia, Roma, Venezia si levavano dalla storia raggianti di trionfo, o superbamente affocate e affumicate dalle bombe e dagl’incendi, o divinamente lacere, sanguinose, straziate, affamate, a rispondere: — È vero, è vero.

* * *

.... Cosí finiva Goffredo Mameli, la cui sorte fu tanto simile, e l’anima per lo meno pari, a quella di Teodoro Körner e di Alessandro Pétoefi, morti, il primo per la patria tedesca a Lipsia il 27 agosto 1813, il secondo per la patria magiara a Schaessbourg il 31 luglio 1849: eguali anche in questo, che, come il Mameli fu capitano di stato maggiore del generale Garibaldi, cosí il Körner fu aiutante del Lützow, cosí il Pétoefi dell’eroico Bem: nel resto, cotanto e di natura e di fortuna dissimili.

Il fiore della adolescenza del Körner, figlio al piú stretto amico di Federico Schiller, si allargò sotto il calore di quel sole della poesia germanica, che d’ogni parte lo circondava nella casa paterna, e il cui sguardo anche posò sopra lui fanciullo. Crebbe nel miglior tempo della letteratura tedesca: fu accomandato alle cure del grande Humboldt e del maggiore degli Schlegel. E ben presto divenne il prediletto del pubblico tedesco per certi mediocri drammi rappresentati nel teatro imperiale di Vienna: anche Wolfango Goethe incomodò la sua olimpica serenità per dargli una lode, che non fece già con ben altri. Alcuni tra i suoi canti di guerra, nei quali del resto sentesi troppo piú l’amore soldatesco della battaglia come battaglia e l’odio ai francesi che non l’amore della libertà e della redenzione, alcuni tra quei canti sostengono a galla su la palude dell’oblio un libro di poesie molto mezzane e insignificanti. Ma il suo nome è ormai un mito.

Piú vero poeta fu il Pétoefi. Nella sua poesia è tutto il sole della pusta selvaggia, è il fremere del cavallo ungherese, e il fuoco dell’ungherese vino fiammante, e la bellezza formosa delle fanciulle ungheresi. E come sente egli la sua grande natura serena! e come ama il vino e le fanciulle! Canta anche il dio dei magiari, perchè gli rappresenta la tradizione della patria: ma sopra tutto ama e canta la libertà, la libertà di tutti i popoli: egli in questo è l’uomo del quarantotto, come il Mameli. Peccato che anch’egli, come il Körner e forse per imitazione del Körner, vagheggi con gioia un po’ troppo selvaggia le «rose rosse» del campo di battaglia. E morì dopo votati molti bicchieri del patrio vino, dopo baciate molte patrie fanciulle, dopo sciabolati molti austriaci e cosacchi; morì lasciando un libro di poesie che vanno tra le piú belle liriche europee degli ultimi quarant’anni. Morí? no, sparì come un bel dio della Grecia. Non lo videro tornar piú, non rinvennero piú il suo corpo. E il contadino ungherese tien per fermo che il poeta degli honwed non sia veramente morto: egli può tornare di giorno in giorno; e, se tornasse, il contadino ungherese penserebbe ad altro che a fare ai pugni per i vóti del Deak. Anch’egli è un mito.

Il Mameli non ebbe né le brillanti fortune del Körner né la forza del Pétoefi; ma né pure ebbe un momento solo gli istinti del venturiere o la ferocia del soldato. Egli è il crociato dell’idea, gentile, mite, eroico, riguardante in vesta tutta bianca di argento al sole oriente, come il Rinaldo purificato; degno poeta e milite in quella difesa di Roma, che per il valore e la magnanimità, di cui fece prova il «latin sangue gentile», pare un grande episodio dei poemi di Virgilio e del Tasso. E cosí cavalleresco e poetico ei morì di cancrena, in uno spedale, tre giorni dopo che lo straniero era entrato nella patria del suo pensiero, nella sua Roma invitta e immortale. Come poeta abbiamo veduto che il Mazzini lo paragonava al fiore della flomide; e bene de’ suoi canti aggiungeva:

Getti di una ispirazione sorta dal popolo e destinati al popolo; facili, ineguali, non meditati e quasi fiori che cadano dalla testa inghirlandata d’una fanciulla senza ch’essa se ne avveda o ne curi; portano l’impronta d’una potenza ingenita di poesia, che gli anni e il pensiero avrebbero educato e le battaglie della patria fecondato piú sempre di profonde emozioni. Il popolo li ricorderà lungamente, né so chi possa leggerli senza dirsi: La morte ci ha rapito un poeta.

Se il popolo ricorderà lungamente o se abbia ricordati, quei canti, io non so; perocchè anche il popolo italiano, almeno come ora è, rispetta piú il buon successo che i propositi buoni, ammira piú la forza che la virtú, si lascia attrarre piú al bagliore che alla bellezza. Certo per gli animi gentili Goffredo resterà sempre quale lo salutava il Montanelli: «quel fiore d’eroismo romano, il martire santo Mameli».

F. D. GUERRAZZI

[Dallo studio sul «Buco nel Muro» di F. D. G. — _Opere_, II, 425-430].

Se alcuno, gettando gli occhi su tale argomento di appendice letteraria in un giornale stato sempre avverso ai procedimenti politici di Francesco Domenico Guerrazzi, se ne ripromettesse una fitta d’allusioni maligne o di volgarità invereconde, quegli s’ingannerebbe a partito. Di molte cose è ignorante chi scrive la presente appendice; ma questo non ignora, questo fermamente crede e liberamente professa: che lo scrittore, il quale pur essendo di pochissime facoltà rispetta in sé il ministero delle lettere, non ha da sottomettere il pensiero e la penna né al superbo giudizio della opinione creata dalle parti né alla variabile moda, e che a scrittor giovane massimamente si addice la osservanza verso chi formò con l’ingegno potente molta vita intellettuale della generazione a cui egli appartiene, a chi, atleta già provato nella lotta senza fine co ’l male, resta diritto nel campo aspettando e ricercando tuttavia la battaglia, mentre i sorvenienti si perdono dietro a farfalle ed a fiori o scioperano all’ombra de’ sacri boschi non da loro piantati.