Pagine di storia letteraria

Part 41

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Cosí pensando e sentendo Giacomo Leopardi procedeva nell’anno 1821 al rinnovamento della lirica italiana. In quelli stessi anni, poco prima poco dopo, il Lamartine in Francia e l’Hugo rinnovavano anch’essi, come già accennai, l’elegia e l’ode, procedendo almen da prima piú strettamente dai lor predecessori, che non facesse in Italia il Leopardi, quel primo dal Parny e dal Millevoye, il secondo da G. B. Rousseau e da La Franc de Pompignan. Arrigo Heine in Germania ebbe esempii dai _lieder_ (non mi par bene tradurre _canzonette_ o _canzoncine_) del Goethe, e piú fresca e genuina l’ispirazione dal vecchio _lied_ popolare, che forse è ciò che la Germania ha di piú suo in poesia. Augusto Platen, un po’ inferiore in questa compagnia ma per certe opinioni piú che forme vicinante al Leopardi, derivava dalla scuola di Gottinga e da Hölderlin. Dei quali tutti il Leopardi conobbe sol di persona il Platen: degli altri non seppe, forse non li curò, certo non li ricorda mai. Me ne sa male per quelli italiani che non cercano e non vogliono se non l’imitazione dagli stranieri: bisogna si rassegnino: niente di straniero nella poesia di Giacomo: tutto da sé, dall’animo suo latino, dall’ingegno suo di greco valore.

GIUDIZIO SU GIACOMO LEOPARDI

[Dal Saggio «Degli spiriti e delle forme nella poesia di G. L.» — _Opere_, XVI, 355-360].

Conchiudiamo.

Giacomo Leopardi, venuto a pena in adolescenza, aspirò a pieni polmoni, senza rendersene ragione, il _mal del secolo_, che era nell’aria: febbre periodica dell’uomo civile, riaccesa allora da due correnti, la filosofia che troppo astraeva in Germania, la rivoluzione che troppo concretava in Francia. A imbevere la malattia e, per cosí dire, fomentarla e nutrirla in sé, egli era fatalmente disposto dalla sensitività sua, dai malanni fisici e morali, dall’educazione, dal contorno domestico, dal contorno sociale. E influirono da prima a dare alla malattia un color vivo ardente gli strazii dell’età discordante e dell’Italia avvilita. Procedendo il poeta co ’l fervido ingegno nella vita trista e negli studi ponderosi, si confermò qual fu da natura, idealista; e tale giunse a rappresentarsi e rappresentare altrui la doglia umana e mondiale, onde apprese il male come ragione e condizione dell’essere. A lui, come a tutti i presi dal _mal del secolo_, il pessimismo procedé originalmente dalla credenza fondamentale del cristianesimo, la vita esser pena e l’uomo passare per una valle di lacrime: ma, dove la fede addita al cristiano la fine delle pene e delle lacrime in una trasfigurazione superiore di là dalla tomba, la ragione non poteva concedere tanta consolazione al Leopardi. E qui diventa metafisico, anche per abito di artista. A lungo restano nell’opera sua poetica, pur dopo la cosí detta conversion filosofica, i vocaboli di Dio e di Provvidenza; questa, a dir vero, o vana o strana assai: il primo, nebbioso e interminato, e talvolta svaria dal bene al male, da Cristo ad Arimane, tal altra considerato insieme con l’opera sua e la sua provvidenza in una specie di panteismo è la Natura; non il Fato né il Destino, piú volte introdotti nella poesia leopardiana, i quali paiono anzi simboleggiare poeticamente l’ostilità della Natura o di Dio all’uomo. Nel che tutto v’è, difficile mi pare negarlo, un po’ di confusione metafisica e di contraddizione logica. Non dissimile in ciò il Leopardi da Arturo Schopenhauer, il quale, dopo limitata la conoscenza umana ai fenomeni, intronizzò nel di là una volontà onnipossente che essendo essa la origine delle esistenze individue è la ragion prima della miseria regnante nel mondo: non dissimile da Augusto Comte, che, negato da prima ogni intervento di forze non materiali su la realità, finí con ammettere che lo spirito non possa fare a meno di credere alla intervenzione di volontà indipendenti nei fatti umani. Forse il Leopardi, non rado contraddicendosi nei particolari, si contraddice meno degli altri nel generale, quando nell’ultimo canto si appella e appella tutti contro quella ascosa potenza nemica che determina al fine co ’l nome di Natura. Qui il poeta ritorna soltanto poeta, ma grandioso: pare si ricordi della rivoluzione e della coscienza nuova che ella diede all’uomo[240], quando pur dinanzi all’immensità paurosa della Natura sente ed afferma la superiorità del pensiero. Dunque cotesta Natura è indifferente a ogni nostro mal personale, ad ogni strazio sociale? Dunque ella ci schiaccia tuttavia come branchi di formiche? noi che fummo secoli a dietro Alessandro e Cesare, e che pur ieri siamo stati Napoleone? Avanti, avanti, fratelli! Serriamo le nostre legioni co ’l pensiero e con l’amore contro la Natura!

Cosí magnanimamente s’incorona nella _Ginestra_ la raccolta dei Canti di Giacomo Leopardi, a cui io ho tentato mandar dietro questo umile commentario storico; ma egli solo fece degnissimo il proemio con le nobili parole che si leggono nei _Pensieri_ (ott. 1820)[241].

Hanno questo di proprio le opere di genio, che, quando anche rappresentino al vivo la nullità delle cose, quando anche dimostrino evidentemente e facciano sentire l’inevitabile infelicità della vita, quando anche esprimano le piú terribili disperazioni, tuttavia ad un animo grande, che si trovi anche in uno stato di estremo abbattimento, disinganno, nullità, noia e scoraggiamento della vita o nelle piú acerbe e _mortifere_ disgrazie (sia che appartengano alle alte e forti passioni, sia a qualunque altra cosa), servono sempre di consolazione, raccendono l’entusiasmo; e non trattando né rappresentando altro che la morte, le rendono, almeno momentaneamente, quella vita che aveva perduta. E cosí quello che veduto nella realtà delle cose accora e uccide l’anima, veduto nell’imitazione o in qualunque altro modo nelle opere di genio, come per esempio nella lirica, che non è propriamente imitazione, apre il cuore e ravviva. Tant’è, siccome l’autore che descriveva e sentiva cosí fortemente il vano delle illusioni, pur conservava un gran fondo d’illusione e ne dava una gran prova col descrivere cosí studiosamente la loro vanità, nello stesso modo il lettore, quantunque disingannato e per se stesso e per la lettura, pur è tratto dall’autore in quello stesso inganno e illusione nascosta ne’ piú intimi recessi dell’animo, ch’egli provava. E lo stesso conoscere l’irreparabile vanità e falsità di ogni bello e di ogni grande è una certa bellezza e grandezza che riempie l’anima, quando questa conoscenza si trova nelle opere di genio. E lo stesso spettacolo della nullità è una cosa in queste opere, che par che ingrandisca l’anima del lettore, la innalzi e la soddisfaccia di se stessa e della propria disperazione (gran cosa e certa madre di piacere e di entusiasmo e magistrale effetto della poesia, quando giunge a fare che il lettore acquisti maggior concetto di sé e delle sue disgrazie e del suo stesso abbattimento e annichilimento di spirito). Oltrecciò il sentimento del nulla è il sentimento di una cosa morta e mortifera. Ma, se questo sentimento è vivo, come nel caso ch’io dico, la sua vivacità prevale nell’animo del lettore alla nullità della cosa che fa sentire, e l’anima riceve vita, se non altro passeggera, dalla stessa forza con cui sente la morte perpetua delle cose e sua propria. Giacché non è piccolo effetto della cognizione del gran nulla, né poco pensoso, l’indifferenza e insensibilità che inspira ordinarissimamente, e deve naturalmente ispirare, sopra lo stesso nulla. Questa indifferenza e insensibilità è rimossa dalla detta lettura o contemplazione di una tal opera di genio: ella ci rende sensibili alla nullità delle cose, e questa è la principal cagione del fenomeno che ho detto.

Dopo sí austera eloquenza, ancora una contraddizione del poeta. Nel settembre del 1823, venticinquenne, tre o quattr’anni dopo la cosí detta conversione filosofica, egli cantava alla ignota sua donna cosí (rado o non mai l’idealismo ebbe accento piú commovente o profondo):

Viva mirarti omai Nulla spene m’avanza; S’allor non fosse, allor che ignudo e solo Per novo calle a peregrina stanza Verrà lo spirto mio.

E a’ 22 dec. 1836, poco piú che sei mesi prima di morire [14 giugno 1837], scriveva a Luigi de Sinner:

Addio, mio eccellente amico. Io provo un intenso e vivissimo desiderio di riabbracciarvi, ma questo come e dove sarà soddisfatto? Temo assai che solamente κατ’ ὰσφοδελὸν λειμῶνα.

«Cosí — pietosamente commenta il Sainte-Beuve[242], ed io conchiudo con lui — questa volta all’amico ch’egli avrebbe voluto rivedere e che disperava abbracciare mai piú non dice ancor del tutto no, e con un sorriso intenerito e quasi con un _forse_ di speranza gli dà il ritrovo fra le antiche ombre omeriche della prateria dell’asfodelo».

LA SATIRA DI GIUSEPPE GIUSTI

[Dalla «Prefazione alle _Poesie_ di G. G.», Barbèra, 1859 — _Opere_, II, 333-348].

A questi tempi e in questo paese Giuseppe Giusti, vedendo che, rotta omai la diga, i popoli, or lenti, proromperebbero prima o poi alla distruzione del vecchio, per istimolarli avviarli e dirigerli, diè mano alla sua satira pratica e popolare. E tutta rappresentò l’Italia dei tempi suoi, e di scorcio il passato, e nello sfondo l’avvenire, in un’epopea satirica di vari e molteplici suoni, ma moventi e ritornanti a un medesimo tono.

Incominciasi questa da un grido d’ira e di scherno (_Dies irae_) su la tomba di Francesco I, imperatore d’Austria; dura personificazione della politica della Sant’Alleanza, che a Praga e a Verona disse parole da Attila contro ogni progresso e libertà; ragion vivente del servaggio d’Italia, e carnefice e carceriere degl’italiani; che confortava un padre pregante per la vita del figliuolo a ritornarsene, se volea giungere in tempo a rivederlo prima della esecuzion capitale; e tra le molli ombre e le belle acque di Schoenbrunn, studiava l’orario dei patimenti del carcere duro, e al Villa mandava una parrucca di pelo di cane, e un barbiere a tagliar la gamba al Maroncelli. Maledetta cosí la cagion prima d’ogni sventura nostra, la politica austriaca, in Francesco I; delle nostre sciagure e delle glorie e delle aspirazioni continue simboleggia la storia nell’allegoria dello _Stivale_; dove (singolare nella indeterminazione dei fatti e dei pensieri d’allora e fors’anche d’altre poesie del nostro autore) s’invoca la ricostituzione d’Italia nell’indipendenza, nell’unità, nella monarchia. E all’indipendenza grida piú alto e piú forte in quel portento dell’_Incoronazione_; dove dell’odio e disprezzo degl’italiani pe’ lor dominanti mostra la cagione in quel sudicio inginocchiarsi di questi, men che vassalli, all’austriaco re dei re. E questi, cause seconde del nostro servaggio, son qui aggruppati intorno all’imperator d’Austria, e con vivissima fedeltà delineati: Ferdinando II di Napoli sfoggiante fermezza d’animo e forze proprie all’oppressione; Leopoldo di Toscana, gingillante sé e il popolo con le interne migliorie; le turpi vanità della duchessa di Parma e del duca di Lucca; Francesco IV di Modena, tipo non volgare di profonda pervicacia nel regresso e nella reazione; e l’abiettazion necessaria del pontificato temporale, a cui, senza le illusioni dannose de’ nuovi guelfi, si volge il solo vero e nobil consiglio che possa darsi ai papi da un concittadino dell’Alighieri e del Machiavelli e da un cristiano. Dei principi d’Italia ritocca altrove, specialmente nella canzone pe ’l ritratto di Dante: insiste su ’l granduca, e quella lenta incertezza del governo di lui tra il despotismo al quale stavasi attaccato con tutte le forze e la popolarità cui pure ambiva (incertezza, poi quasi tiberiesca simulazione), rappresenta lepidamente nel _Re Travicello_, e su ’l mecenate de’ gesuiti ed alleato dei sanfedisti, il duca di Modena, della cui politica son parodia i versi _Per il primo congresso_ e l’_Avviso per un settimo congresso_.

Fin qui degli oppressori: degli oppressi e agli oppressi parlò nella _Terra de’ morti_, ben meritata risposta al mal detto d’un poeta straniero: non piagnistei né risibili superbie qui, ma dimostrazione di vita potente per quanto nascosa e repressa, ma speranza santissima e minaccia di risorgimento vicino. Ostacolo a questo e puntello della tirannia esterna e interna era la parte guasta del paese. Ricordate la incoronazione di Ferdinando austriaco vergognosamente splendida di pompe e adulazioni lombarde? Or bene: cotesti festeggiatori del signore straniero erano patrizi, che inetti rimpiangevano la facile preminenza dei privilegi e la boria delle pompe servili e la sicurtà degli ozi delle libidini e dei misfatti: erano vecchie dame galanti, già onnipotenti per lascivie e per aderenze di drudi, che a riportare il secol d’oro dileguatosi al brusco suono del «ça ira» repubblicano avvolgevano fili d’intrighi segreti, e a distruzione degli spiriti nuovi diffondevano dalle congreghe gesuitiche la mefite d’un egoistico ascetismo: erano que’ nobili, che trascinando la vita godente in bruta indifferenza vegetavano nell’ignoranza, corrompere ed esser corrotti chiamando civiltà; e gli altri, che, fusa ignobilmente la facoltà paterna, pitoccavano la vita di mensa in mensa, e pronti ruffiani di chi meglio li pagasse a pranzi e sollazzi davano da calcare agli stranieri la dignità del patriziato italiano. Mirò a’ primi il poeta nel _Preterito piú che perfetto del Verbo pensare_, ai secondi e a’ terzi nel _Ballo_ e ne’ _Brindisi_. Tra la nobiltà smunta e il popolo corrotto, s’accampa la borghesia mercatante; la quale, potente dei súbiti guadagni, salta dalla banca al casino, e, repudiando e calcando il popolo da cui pure ella esce, minaccia formare una nuova aristocrazia, dannosa non meno dell’antica all’incremento delle libertà popolane. Questa negli stati liberi invade le tribune e i ministeri, e dirige la politica secondo il corso de’ valori, e l’onore della patria e la libertà sottopone al sacchetto; questa tenne alto in Francia Luigi Filippo e il sistema di corruzione; questa minacciava l’Italia: e il Giusti avventa anche a lei gli strali dell’arco satirico, e le origini gl’incrementi le arti abiette ne svela al popolo nella _Vestizione_ e nella _Scritta_; come l’inchinare del secolo agl’interessi e a’ godimenti materiali maledice nell’ode _A San Giovanni_. Altra pèste nostra erano gl’impiegati regi; specialmente in Toscana, dove il governo (e lo sapeva il Fossombroni) serviasi degl’impieghi a guastare la facil natura del popolo. Palio agl’ignoranti, mèta di stipendiato ozio a quelli che pur valendo non osavano affrontare la vita con le proprie forze, sogno di onori e di glorie alle famiglie del popolo che volevano rincivilirsi, erano in Toscana gl’impiegati. A ciò mettevansi i ragazzi agli studi, dove non si cercava nutrimento agl’ingegni e fortificazioni a’ cuori per il meglio della vita umana e della patria, ma tanto solo che bastasse a sostener bene o male un esame. Quindi un tradurre la schifosa degradazione dell’anima nelle laide frasi delle suppliche, e un faticoso arrantolarsi di babbi e mamme, di sorelle e mogli, e sconce lamentazioni, e prostrazioni a’ piè dei potenti e degli imi che a’ potenti comandano, e peggio ancora. In fine, ecco trovato il ceppo per lo schiavo novello: ecco sotto l’ombra d’un rescritto, nell’aria rinserrata d’un uffizio, come servi alle glebe, come cavatori dentro le miniere, incatenati alla realtà della paga, intisichire e svaporare molti ingegni bellissimi, che prometteano alla patria meccanici e artisti, pensatori e scrittori di vaglia. Per sola fede pigliando lo scetticismo morale, pronti a servire chiunque potesse o volesse impor loro un servizio pur che pagato, si acconciavano a strumenti di tirannia; stupidi o indifferenti quando non vili, vili quando non infami. Cosí estendevasi la corruzione nel popolo, che avvezzava i suoi figliuoli a voler vivere a spese del governo qualunque fosse e con ciò a farglisi complici. Contro questa piaga del paese e contro il governo che la fomentava scrisse il Giusti la _Legge penale per gli impiegati_ e il Gingillino, personificazione e tipo oramai popolare della corruzione toscana d’avanti il ’47. Tra queste diverse pèsti, resisteva al continuo mutare dei tempi, riflettendo ogni colore, il camaleonte politico, sempre vario e sempre nuovo, che di tutte le opinioni s’informa, che serve a tutte le fazioni, e che giostrando con la lancia di Giuda si fa via d’ogni ostacolo a’ suoi vantaggi: e il poeta, còlta cotesta figura, con tanta precisa vivezza la delineò e colorí, che il nome e il _Brindisi di Girella_ è rimasto nelle memorie e su le bocche di tutti.

In fine, quel che sopravviveva del mondo vecchio, quello che di limaccioso portava nella sua rapina il torrente del nuovo, quello che nella nostra natura era dalla servitú lunga viziato e abbiosciato, tutto Giuseppe Giusti frantumò e decompose con la forza dissolutrice del suo sorriso, o rinnovellò e ricreò con la virtú vivificante dell’ira e della tristezza. Né gli eccessi e le utopie delle opinioni nuove risparmiò, e _Gli immobili e i semoventi_ e _Gli umanitari_ sepper d’amaro a chi non tenea la parte pratica del progresso: né tanto gli parver chiare ed effettuabili le teoriche degli scrittori politici d’intorno al ’45, ch’ei non gli volesse mordere co’ _Grilli_ con gli _Eroi da poltrona_ e co ’l _Papato di prete Pero_, parodia d’un libro e d’un concetto famoso. E in ogni sua scrittura mirò al popolo; al popolo, del quale egli studiò e amò le semplici virtú, il sentimento forte e vivace; e piú che non facesse mai alcun tribuno l’onorò, mostrando quanto di vita vera e paesana mantenesse egli, solo rimasto italiano nell’inforestierarsi degli altri ordini, benchè da preti indegni e dalle polizie abiettato, co ’l rapirgli di bocca e trarre per le stampe in conspetto d’Europa quella lingua stupenda, a cui non so quale altra per efficacia sia da paragonare. Ma anche studiò e compianse i costumi non buoni del «basso bestiame»; e su i governi che inoculavano la corruttela in questo braccio della nazione fulminò tremendo piú che altrove mai nell’_Apologia del giuoco del lotto_ e nel _Sortilegio_.

E ben presto queste poesie, comprese e cercate dal popolo, corsero, ancor manoscritte, la ridente valle dell’Arno, le selve de’ monti pistoiesi e le pianure del litorale pisano. Gli amici se le passavano con geloso amore tra loro, s’infingevano i padri di non vederle in mano ai figliuoli: si leggevano a veglia nelle serate del verno, si leggevano all’ombre dei castagni nelle belle giornate di primavera. Chi scrive, si ricorda che poco piú che fanciullo era strappato a furia per botteghe di sarti e di legnaiuoli a commentarle e trascriverle, in un paesetto assai lungi dalle nostre città. Or donde tanto impeto di amor popolare per queste poesie, che né adulavano il popolo né affettavano per piacergli volgarità triviale di concetti e di modi? Tal popolarità era della letteratura de’ tempi, o incontrò solamente al poeta nostro? Vediamo.

Al cominciare del Giusti, la superba letteratura dell’età napoleonica invecchiava in Italia co ’l Monti, o fra tenebre di sconfortante dubbio e vampe di ira e disprezzo mandava a quando a quando alcun raggio di luce dalla lontana Inghilterra nelle scritture del Foscolo: il Leopardi ne’ canti suoi, gloriosamente antichi di forme, ma d’intimità e profondezza nuova, accoglieva i dolori tutti della misera Italia: tragediava il Niccolini per diversi modi l’idea dantesca e alfieriana: unico avea pensato al popolo nel romanzo degnamente famoso Alessandro Manzoni. Anche tra noi, la scuola del Byron e le anticaglie d’un’arte che chiamavano nuova avean trovato seguaci; e arcadi rinfantocciati da romantici belavano in coro egoistiche salvatichezze e rimembranze feudali e monastiche: poi gli uomini delle sètte, fatti scrittori, avvolsero le loro astrazioni in uno stile tra profetico ed ossianesco; poi venne il cristianesimo annacquato di Chateaubriand, rimesso nell’uso come materia d’imagini piú o meno belle delle invecchiate; poi la poesia panteistica e indefinita di altri famosi; poi l’illuvie degli improvvisi su pe’ giornali a mo’ di Francia: e quindi filologia venduta al ritaglio, e trattati di bello stile, commentariucci, prefazioncelle, discorsetti e notarelle e postille, e il sonetto e l’elegia e la canzonetta, e la cantica e la visione, e le frasi del trecento rimpastate con le ciance accademiche: imitazioni d’imitazioni. Alla satira restavano le sole forme del Parini e del Gozzi, dimenticate non utilmente le variatissime e indigene dell’antica poesia toscana. Il Zanoia lombardo e il Pezzoli veneto furono ultimi a marchiare i vizi con bollo tra oraziano e giovenalesco; non tutti però né i peggiori; colpa forse il tempo e il paese in cui vissero e il vezzo accademico. Il Pananti, il Guadagnoli, e un piú vecchio toscano autore di novelle famose, pur con facilità d’invenzione e brio di loquela, non fecer satira vera; e furono strumenti di corruttela, o almeno avvezzarono gli animi all’indifferenza, facendo ridere quando correvan tempi da pianto e da fremiti.

Ora il Giusti, disdegnando «i poeti che s’eran’ dati al bacchettone»[243], e «prete Apollo in maschera predicante sull’arpa idumea»[244], e «i Geremia malinconicamente pasciuti, sbadiglianti in elegia gli affanni che non sentivano», e «le caricature che anelavano al martirio vendendo i lor delirii in freddure bibliche»[245], tutta in somma quella falsa scuola che pigliava l’intonazione or dallo Chateaubriand or dal Lamartine ora dal Manzoni e di cui descrisse vivamente i civili effetti nel _Giovinetto_; non però si rimase contento a starsene tra quelli che «tappati in casa spolverano scaffali». E mentre la vecchia scuola rifiutava «al vero il torbido occhio» e la nuova mutava «l’abito letterario come il panciotto», con «furia indigesta» per una parte «d’uscire del guscio e d’ingollare la vita», con un Apollo spelato dall’altra e «trottante co’ frasconi sull’arrembato Pegaso», egli vide che solo degno di «bere le native aure vitali», è

. . . quei cui non fann’ombra all’intelletto La paga il boia e gli altri spauracchi, Che si misura senza alzare i tacchi Col suo subietto;

Che benedice alla nativa zolla, Né baratta sapore e si tien basso Se, Dio volendo, invece d’ananasso Nacque cipolla.

Onde, «pagato nel bollore degli anni il noviziato al Petrarca», diè retta a una «voce segreta che nei fondacci della coscienza gli gridava»

Lascia la tromba e il flauto al polmone Di chi c’è nato o se l’è fitto in testa: Tu de’ pagliacci all’odierna festa Fischia il trescone[246].

E lungi a un tempo dal modello della satira latina, di cui l’ultimo rappresentante, il Pezzoli, moriva nel ’34 quando a punto cominciò a scrivere il Giusti, come dalla poesia piacevolesca dei tempi di servitú, sempre viva e verde ai suoi dí; egli, a quel modo che della prima fe’ la caricatura nei terzetti _Ad uno scrittore di satire in gala_, e della seconda, ch’e’ tentò nei primi anni, diede l’ultimo esemplare e la critica nei _Brindisi_, determinò della satira veramente sua il concetto nell’_Origine degli scherzi_. Né il critico del Parini discorda dal poeta del _Sospiro dell’anima_ e dei versi a Gino Capponi, scrivendo che la satira, «se muove dal desiderio del bene e dallo sdegno di non poterlo appagare, è una nobilissima manifestazione dell’animo; e la direi sorella minore della lirica. Questa applaude alla virtú, quella svitupera il suo contrario: ambedue partono dalla stessa sorgente, e per via diversa s’avviano a uno scopo medesimo. Di qui deriva, che non è raro veder riuniti in uno i pregi di lirico e di satirico: testimoni, tra gli altri, Orazio e il Parini»[247].