Pagine di storia letteraria

Part 39

Chapter 393,803 wordsPublic domain

Il quale, prima anche del romanticismo francese, ed ai francesi, predicò con l’esempio e co ’l discorso la rivendicazione del dramma dalla servitú accademica imposta nel nome di Aristotele: e, dibattendo tale questione in modo che Germania e Francia vi presero parte, riscosse l’Italia un po’ addormita sopra i lauri classici che le fiorivano intorno da circa sessant’anni, e la fece un po’ agitarsi nell’aere vivo delle nuove letterature di Germania e di Francia. E le sue tragedie, massime l’Adelchi, furono e saranno degnissime di molta considerazione e di rispetto: certe scene di quest’ultima sono delle cose piú belle del teatro moderno dal 1820 in poi; e a me par vero ciò che il Panzacchi affermava nella sua lettura, che quello del Manzoni sia finora il miglior dialogo drammatico italiano. Ma operò egli, il Manzoni, una rivoluzione nel dramma? No. Egli rimase al dramma storico idealizzato; e quel che di falso ha cotesto genere, e quanto nocumento il preconcetto del vero storico possa recare allo svolgimento del vero artistico, lo dimostrò da pari suo, pur movendo dall’antica tradizione, Ugo Foscolo, nel saggio intitolato _Della nuova scuola drammatica in Italia_. A proposito del quale pare a me che il signor Rovani siasi un po’ troppo abbandonato a parlare della «bile ingegnosa», della «velenosa acrimonia», della «vendetta», della «passione» di Ugo Foscolo, «tutto preoccupato nell’abbattere, stando in Inghilterra, il suo lontano cittadino che osava sorgere cosí grande, vivente ancora lui». Questi non sono giudizi letterari, sono ingiurie. Ah, signor Rovani, in letteratura non vi sono multe per le ingiurie, specialmente quando gl’ingiuriati sono i morti e i grandi morti; ma anche in letteratura, ingiuriando, bisognerebbe venire alla prova dei fatti; altrimenti le ingiurie pigliano altra qualità e altro nome. Calunnie! Ma perché calunniare un morto, e a proposito di un altro morto? Oh via no, non sono calunnie: sono un resto di quelli amminicoli retorici di cattivo gusto de’ quali non sa ancora fare a meno certa critica, specialmente in Italia.

Tornando al Manzoni, egli rimase dunque al dramma storico idealizzato: da una parte il convenzionalismo sistematico di cotesto genere, dall’altra la natura del suo ingegno, l’assenza della passione e l’officio morale, che egli volle e s’impose conscio come qualità e oggetto della sua poesia, impedirono a lui di fare il dramma grande e vero. Il Carmagnola, Adelchi, Ermengarda, Svarto sono figure bellissime, che tendono un po’ al monumentale e allo statuario: ammiriamole, ma il contrasto della vita, delle passioni, dell’uomo, la tragedia psicologica, storica, eroica, reale, cerchiamola altrove, tutta intera. Non è però che nelle opere del Manzoni non ne rimangan sempre di bei pezzi.

I PROMESSI SPOSI

[Dal Saggio critico «A proposito di alcuni giudizi su A. Manzoni» — _Opere_, III, 205-219].

Intorno alla maggiore opera dello scrittor milanese, I Promessi Sposi, io preferirei tacermi, perché nulla ho da aggiungere o da innovare alle moltissime lodi che se ne fecero e se ne fanno, e ben poco di nuovo avrei da osservare circa gl’intendimenti morali e l’influenza di quell’opera su la nostra generazione e su quella dei nostri padri; a che fare né meno sarebbe questo il luogo od il tempo. Desidererei che Enrico Panzacchi svolgesse piú largamente quel che nella sua lettura notò con acutezza e verità circa il pessimismo di quel romanzo famoso, nel quale tutti i personaggi sono insigni ribaldi o ipocriti o codardi e furbi volgari e poveri di spirito, eccetto il cardinal Borromeo e il padre Cristoforo. Pare lo scetticismo della vecchia società che rifugiasi in chiesa: co ’l Byron erasi sviato alla vita selvaggia, tra pirati e briganti: co ’l Leopardi erasi, per disperato, capovolto nel nulla.

Ma io mi proposi di dire il parer mio non tanto su ’l Manzoni quanto su i pareri o le sentenze gittate intorno alle opere del Manzoni. E per ciò eccomi al signor Rovani. Chi fosse «l’illustre ma invidiosissimo ingegno», il quale, secondo afferma il signor Rovani, «tentò insinuare alla turba ciecamente seguace» che i Promessi Sposi non fossero stati che «un nuovo romanzo da aggiungersi alla lunga serie delle opere di Walter Scott», io non so; so che la leggera ingiustizia di quel giudizio è facilmente giudicabile. Ma tutti, credo, i giornali italiani hanno a questi ultimi giorni raccontato la conversazione tra lo Scott e il Manzoni. — Se i miei Promessi Sposi — rispondeva l’italiano alle lodi dello scozzese — hanno qualche pregio, è tutto opera vostra: sono il frutto del mio lungo studio sui vostri capolavori. — In tal caso — ripigliava lo scozzese — dichiaro che i Promessi Sposi sono il mio piú bel romanzo —. Gl’italiani, fini estimatori, nel resto, del peso delle belle parole, ed increduli, se altri mai, ai complimenti, come quelli che li adoperan troppo, sembra poi, quando trattasi di certe borie o interessi nazionali, che facciano fra loro una congiura di stupidità per darsi ad intendere di pigliare su ’l serio come verità, come espressione necessaria della conscienza del genere umano, certe metafore, certe frasi, certi complimenti o di sovrani o di diplomatici o di dotti stranieri: questi frasi o complimenti per un dato tempo fanno il corso di tutti i libri, di tutti i circoli, e vanno quindi a ingrossare il fardello della erudizione e della critica de’ maestri di scuola e degli appendicisti, sbattentisi gli uni agli altri su ’l viso, con abbaglio del senso comune, le qualificazioni di chiarissimo e illustre. Ma nell’affare del complimento scambiato tra lo Scott e il Manzoni gl’italiani hanno superato anche se stessi: ei si sono diportati con la piccinineria sufficente e con la zucconeria ridicola dei municipalisti di un piccol villaggio: hanno accettato, cioè, come verbo di fede tutto quel che fa per loro, rigettando con beffe e con ingiurie quel che farebbe per gli altri: han creduto tutto allo Scott, e nulla al Manzoni: va bene che i Promessi Sposi sieno piú belli di qualunque romanzo dello Scott, ma che poi il Manzoni abbia imitato o studiato lo Scott, o da lui preso il motivo all’opera sua, le sono baie: oh via!

È il vecchio autoctonismo degli aborigeni, per cui i nostri padri volevano essere sbucati fuora dai lecci e dai sugheri anziché provenuti da altra terra o da altra gente; è il mistico e metafisico primato di Vincenzo Gioberti; è il monarchico «l’Italia fa da sé» di Carlo Alberto. Coteste borie di povera gente, cacciate ormai dal regno dei fatti e della critica superiore, vorrebbero mantenere la loro ragion d’essere almeno in letteratura. E ora l’autoctonismo del tempo de’ Fauni, applicato alla questione del romanzo storico e del paragone tra lo Scott e il Manzoni, fa la sua grottesca comparsa nelle sentenze del signor Rovani. Non mai, credo, l’ignoranza e la vanità nostrale si vagheggiarono piú beate di sé seco stesse in una raggera di spropositi, di quello abbian fatto in due pagine del critico milanese; dove il disordine del ragionamento non è agguagliato se non dal cozzo cieco e furioso delle smilze e sbilenche ed orbe cognizioni di storia letteraria.

Il signor Rovani comincia dall’affermare: che lo Scott ha fatto molti romanzi, ma che a’ suoi romanzi ei non propose altro fine che il diletto: ora, per dilettare, bisogna che il diletto si rinnovi sotto forme molteplici: ed ecco la cagione della fecondità del romanziere scozzese. Lasciando stare la teorica rovaniana della fecondità, che per gli altri è un’essenza del genio, e per lui un amminicolo di esecuzione e di riuscita; parrebbe che, ammessa cotesta fecondità, ammesso cioè quel che la storia e la cronologia danno, che lo Scott fece di molti ma di molti romanzi e li fece innanzi al 1827, prima cioè che uscissero i Promessi Sposi; parrebbe, dico, che, posto tutto ciò, un critico avrebbe dovuto procedere a ricercare e a disaminare se nei molti romanzi dello scozzese anteriori al romanzo dell’italiano sieno i lineamenti le adombrature le forme le idee di questo. No: il signor Rovani con una serietà che mette paura procede in vece a tale conchiusione:

E qui sta la differenza capitale che intercede fra Manzoni e Scott: differenza che rende impossibile un confronto fra loro e ridicola l’opinione che l’uno sia imitatore dell’altro. Walter Scott ha scritto molti romanzi i quali hanno un riscontro nei poemi cavallereschi del secolo decimoquinto e, se vogliamo salire piú indietro, in alcune leggende storiche del medio evo potenti d’imaginazione e scabre di forma: essi non costituiscono un nuovo genere di letteratura; ma sibbene un genere già antico e celebre e già popolare, condotto a perfezione. Ognuno sa che Walter Scott in sua giovinezza aveva fatto suo studio prediletto dell’Ariosto; però le traccie del grande poeta italiano rimasero cosí indelebili nelle produzioni dello scozzese, che questi a buon diritto fu chiamato l’Ariosto inglese.

Ecco una metonimia, molto arbitraria, che scusa un ragionamento. L’Ariosto dunque, i poemi cavallereschi italiani del quattrocento, le leggende storiche del medio evo, sono gli esemplari del romanzo storico, cui lo Scott non ha fatto che rinnovare. Ammettiamo un momento per vera la rinnovazione imaginata dal signor Rovani: lo Scott, affermo io, non aveva bisogno di ricorrere all’Ariosto e a’ poemi italiani del quattrocento.

Ma che Ariosto! ma che poemi cavallereschi del quattrocento! ma che leggende storiche del medio evo! Il signor Rovani non conosce né meno la nomenclatura o le serie dell’epopea cavalleresca e romanzesca, e si accampa a derivarne le origini del romanzo storico. Ma non sa egli il signor Rovani che i cicli dei romanzi e le canzoni di gesta in tutto il paese celtico, celtico-romano, celtico-romano-sassone, celtico-romano-normanno, celtico-romano-franco, incominciano dal secolo undecimo e si continuano con una magnifica fioritura fin a tutto il decimoquarto? che cotesta è la propria patria dell’epopea romanzesca? che lo Scott nella vecchia letteratura inglese e francese aveva da leggere cento e cento poemi e romanzi d’avventura prima di arrivare alle tarde imitazioni italiane del quattrocento e ai rifacimenti classici dell’Ariosto? Ma non sa egli, l’autoctono, che questi poemi italiani del quattrocento e anche l’Orlando dell’Ariosto, i quali egli vorrebbe stabilire come prototipi italiani al romanzo storico scozzese, derivano essi stessi e nella materia e nella composizione, per una serie di varie redazioni, da prototipi gaelici, armoricani, bretoni, normanni, inglesi, francesi? Ma non sa egli che Walter Scott scrisse a punto un Saggio sul romanzo di cavalleria, nel quale fece, come doveva, larghissima parte alla sua patria e alla Francia, e pochissima all’Italia? Dice lo Scott:

L’Italia, per tanto tempo sede della classica letteratura e dove questa primamente risorse, non pare che abbia mai pigliato gusto ai romanzi. Bene accolsero gl’italiani le forme e le istituzioni cavalleresche, ma rimasero, a quanto sembra, stranieri allo spirito di cavalleria, né mai seppero farsi a questo genere di letteratura. Evvi un vecchio romanzo di cavalleria proprio all’Italia, che ha per titolo Guerino il Meschino, ma è a dubitarsi se sia indigeno o no.

Ma altra è la questione. Il romanzo storico di Gualtiero Scott non ha nulla che fare co ’l romanzo cavalleresco o co ’l poema romanzesco: questo di formazione collettiva; quello individuale: questo primitivo in certa guisa, e cantato o narrante, quello di composizione riflessa e secondaria, studiato, descrittivo, drammatico; questo proveniente dalla canzon militare o di gesta e dal canto popolare e nazionale: quello dal rinnovato amore degli studi storici e dei costumi e delle origini nazionali congiunto alla narrazione psicologica riformata pur essa nel secolo decimottavo; questo, il poema della feudalità: quello, la novella della borghesia che uccide il poema. Venendo agli esempi, che v’è, che può esservi di comune, per esempio, tra la Tavola rotonda e l’Ivanhoe, tra il Lancillotto del Lago e i Puritani di Scozia, tra la Rotta di Roncisvalle e la Lucia di Lammermoor?

Ma il signor Rovani séguita:

Non è dunque vero che il piú grande degli scrittori italiani contemporanei sia andato oltralpe in cerca del suo modello. Gli originali, quando veramente egli fosse stato in vena di riprodurre trasformando un genere altrui, gli avevamo già in casa nostra, e non conveniva far sí lungo viaggio in cerca di quello che avevamo sí presso: ché, anche mettendo da parte l’_Orlando_, in Italia, forse un secolo dopo, erasi pubblicato il _Caloandro_, libro dove ci sono le colpe non del difetto ma dell’eccesso, e in cui si ravvisano tutte le sembianze del romanzo storico di Walter Scott, perché piú legittimamente quantunque con tanto minore eccellenza, era figlio del nostro piú celebre poema cavalleresco: libro che lo Scott, abbastanza versato nell’italiana letteratura, aveva letto e non indarno.

Cosí che l’Italia, _magna parens frugum_, aveva, oltre che l’Orlando, anco il Calloandro fedele; aveva fin dal secolo decimosettimo questo altro bel prototipo del romanzo storico, figlio piú legittimo dell’Orlando che non il romanzo scottiano, e che per ciò offre tutte le sembianze del romanzo scottiano, perché il romanzo storico, chi non lo sapesse, ha da assomigliare all’Orlando furioso, e il romanzo scottiano gli assomiglia meno, e il Calloandro fedele un po’ piú. È un bel ragionamento. Ma, «Ahi sventura, sventura, sventura!», ma né pure il Calloandro è una rapa o un ravanello o un tubero qualunque italiota, nato e venuto su da questa «polve d’eroi», Ahi, ahi, Giovanni Ambrosio Marini genovese, scrivendolo, ormeggiava troppo da presso gli andamenti gl’intrecci e la prosa del d’Urfè autore dell’Astrea e del Di Gomberville autore della Citerea e di altri tali romanzatori francesi; sí che noi non possiamo esimerci dal triste obbligo di riconoscere che, in materia di romanzi, l’Italia, _magna parens frugum_, doveva, anche nel secolo decimosettimo, cercare i modelli oltre alpe ed in Francia. Me ne spiace di cuore: tanto è scipido e noioso e sconclusionato quel Calloandro, che sarebbe pure un bel titolo di gloria nazionale il dimostrare come

noi fervide ardite itale menti, D’ogni alta cosa insegnatori altrui,

ci abbassammo ed esinanimmo nello scadimento della nostra nazione di tanto, sol per poter dare magnanimamente ed impunemente i primi esempi delle grandi opere ai grandi scrittori stranieri. Bel tema! un qualche Instituto nazionale, o l’Arcadia, ci pensi, e proponga premio decente. Io son pronto di conferire al premio, recando in comune tutte le opere di Giovanni Ambrosio Marini e del Loredano suo contemporaneo ed emulo, precursori ambedue, secondo le teoriche rovaniane, del romanzo storico e sociale moderno, e molti altri libroni e libretti di storia letteraria e di critica, assai ignorante, assai pesante, assai petulante, assai declamante, assai pregiudicante al giudizio al gusto ed alla verità, ma autoctona pura.

Intanto, nel piú bello stile di cotesta critica, il signor Rovani séguita predicando:

Però a questi fatti pensino ora quei lividi ingegni che per odio dell’uomo si lasciano trascinare di conseguenza in conseguenza _ad accusare tutta la nazione_; e vogliano persuadersi che, anche rimanendo fedeli al loro sistema delle virtú derivate, lo scozzese è figlio dell’arte italiana piú evidentemente di quello che Manzoni sia una emanazione dello scozzese. Questi non è che l’incomparabile riproduttore di un genere già antico e già nostro, laddove Manzoni è l’autore di un libro che non ha riscontro né presso noi né presso altri, e dove sono consegnati i documenti di una nuova fioritura delle nostre lettere, di un nuovo atteggiarsi della lingua della nazione. E con ciò si spiega la ragione per cui il romanzo di Manzoni non ha potuto avere numerosi fratelli: cosa di cui fanno perpetuo lamento i lettori volgari. Un libro come i Promessi Sposi non solo è destinato a rimanere unica produzione della mente di un uomo, ma unica produzione eziandio di tutto un periodo letterario

eccetera, eccetera, eccetera: che da vero basta.

Ecco, io m’era proposto di studiare, non ora ma co ’l tempo e a mente riposata, fino a qual punto si può ritenere che il romanzo del Manzoni derivi da quel dello Scott, e quale e quanta parte abbia avuto lo studio messo dall’italiano, a sua confessione, nei libri del poeta scozzese a promuovere o svolgere, a maturare o colorare il concetto e l’opera dei Promessi Sposi: mi era proposto di esaminare freddamente se certe somiglianze tra questi e la Bella fanciulla di Perth e l’Abate sieno soltanto accidentali; di disaminare, a ogni caso, il procedimento con cui il Manzoni accettando dall’estero le forme le empié di materia nostrana, le avvivò di vita nostra innovandole e ampliandole, al contrario del Boiardo e dell’Ariosto che accettarono dall’estero la materia e le diedero forme nostrane; d’indagare qual parte avesse in tutto ciò il secolo differente e il differente ingegno degli scrittori: io, dico, mi era proposto di studiare tutto questo, o meglio, di esporre con umile desiderio quanto sarebbe utile che alcun de’ nostri, e specialmente tra i giovani seri, che in Italia non mancano, si désse a studiare cotesto. Ma, dopo la concione del signor Rovani, veggo bene che all’Italia non rimangono che due partiti: o dar nelle trombe, intonando gli inni nazionali savoiardi e garibaldini, e marciare contro chi «accusa tutta la nazione», contro chi ci nega il diritto dei «generi nostri»: o dar nelle campane, e intonare per tutte le nostre mille cattedrali il _Te deum laudamus_, ringraziando Nostro Signore del conservare ch’ei fa a questo «suo diletto almo paese» il primato, universale, primigenio, unico: «imperium sine fine dedit». Io per me consiglierei l’ultimo partito.

* * *

Ma, ora che sento di non aver altro da dire, mi sento anche brontolare dalla coscienza una di quelle domande a cui gli scrittori di rado rispondono, o rispondono in guisa da contentar sempre se stessi: A che tutto questo? importava egli spendere e fare spendere tanto tempo in discorsi né utili né nuovi e troppo acerbi? Vero: ma (la coscienza ha ragione, e io non debbo aver torto), ma non inopportuni.

L’Italia, cosí incuriosa per il solito della sua lingua e della sua coltura, cosí profondamente dimentica delle sue vere glorie e tradizioni letterarie e cosí sollecita raccattatrice e banditrice delle straniere; l’Italia, che per grandissima parte non legge e non gusta altri libri che forestieri; in certi casi, in certe ricorrenze, questa Italia è presa da furiosi accessi di patriottismo e si crede debito fare una gran consumazione di entusiasmo estetico nazionale. E, come spettacolo, è curiosamente bello vedere la grande piagnona e la grande baccante, o velata a bruno o vestita a festa superbamente, ululare su l’ultima tomba o saltare intorno l’ara piú recente, facendo a un tempo dell’una mano quel che Dante chiamava le _fiche_ alle altre tombe e alle altre are, e dell’altra mano le corna verso oltre monte e oltre mare. Gl’inglesi han troppo da fare e non badano a certe miserie, o al piú con una scrollatina di capo ripetono: È la nazione del carnevale. I tedeschi e i francesi ci badano; e, il piú delle volte, secondo gli umori, pigliano la cosa su ’l serio; e allora, apriti, cielo. Allora, rinfocolando gli orgogli del primato letterario con le stizze nazionali, con le bizze politiche, con i disprezzi di vecchi padroni, ci scaricano a dosso a tutti, antichi e moderni, morti e vivi, di quelle ingiurie e di quelle insolenze che naturalmente fanno pruder le mani. E noi di ripicco, grandi partite a pugillato retorico su pe’ giornali: salvo ad accorrere la sera alla rappresentazione di un vecchio dramma del Dumas della solita deplorata e abominata immoralità, e a divorare dimani mattina tutto il primo volume di un ultimo romanzo francese della cui leggerezza farem poi materia di conversazione a pranzo. Parlo de’ francesi; perchè co’ tedeschi ora siam pane e cacio; e poi, tanto le ingiurie che ci son dette nella lingua dei nipoti d’Arminio noi non le leggiamo.

Ma siamo giusti. Imaginiamoci un po’ che in Germania e in Francia siasi letto quel che il signor Ferrari e il signor Rovani scrissero per la morte del Manzoni, e sappiasi, come dal meno al piú si sa anche all’estero, che il signor Ferrari è considerato tra noi come il primo dei nostri commediografi viventi, e che il signor Rovani ha moltissima riputazione di romanziere e di critico. Che effetto, domando, dee aver prodotto su i cólti lettori francesi e tedeschi l’udire due scrittori di tal credito in Italia proclamare che il Manzoni è l’unico lirico d’Europa, che fu solo a rinnovare il dramma originalmente e dalle fondamenta, che ha fatto il piú bel romanzo del mondo, il piú bel romanzo che siasi mai fatto o si possa mai fare, che ha fatto una delle tre piú belle tragedie del mondo, la sola da poter mettere a fronte dell’Edipo re e dell’Amleto? che effetto, ripeto, dee aver prodotto su quelle brave persone l’udir proclamare tutto ciò con tanta improprietà, per lo meno, di linguaggio critico, con tanti errori di storia letteraria, con tanta inscienza delle letterature antiche e delle straniere e della stessa letteratura nazionale? Crediamo noi da vero che tedeschi e francesi debbano consolarsi e ringraziarci del vedere con quella fastidiosa sufficenza sacrificati al Manzoni il Goethe lo Schiller lo Scott, e né men tenuti degni di essere nominati sotto a lui il Byron e lo Shelley, l’Uhland e il Ruckert, il Platen e il Heine, e il Lamartine e l’Hugo?

Del resto io non ho, s’intende bene, la pretensione di pormi di mezzo come giudice e pacere internazionale. No. Ma mettendomi, un po’ arrischiatamente, a far questi discorsi, io avrei voluto avere l’autorità di domandare a’ miei concittadini: La vogliamo far finita, sí o no, con questi disorganici accozzamenti di sensazioni personali e di congegni di rimembranze ai quali molti in Italia concedono il nome di critica? Da parte le persone, che possono essere egrege in altri generi di lettere e di studi: ma questa critica che non prova ma afferma, che disprezza i fatti e impone le sentenze, che ad ogni passo grida _osanna_ da una parte e _crucifige_ dall’altra; questa critica che rammenda gli sdruci del discorso con le figure di sentimento, che salta le lacune delle cognizioni con gli slanci del _pathos_ o nazionale o religioso o civile; questa critica che gorgheggia come una prima donna e ha la mutria d’una marchesa del seicento, che è solleticosa come una cameriera, leggera come una ballerina e dogmatica da quanto il papa; questa critica che mi ricorda, non so perché, i bei tempi dell’Italia musicale, che è l’ultimo e il meno invidiabile avanzo di quella letteratura ch’ebbe ragion d’essere poco prima del quarantotto e s’incoronò con la _Introduzione_ e il _Primato_ del Gioberti; questa critica vogliamo noi averla ancora per buona e bella?

Non avendo autorità da movere tali domande, almeno, tanto per ridere, perché so a che valgono le proteste, io ho protestato.

IL DISCORSO DI LECCO

[Discorso tenuto in Lecco, l’11 ottobre 1891 inaugurandosi un monumento al Manzoni — _Opere_, XII, 306-309].

Ringrazio dell’onorifico invito la cortesia lombarda, tanto buona e graziosa nel bel paese dei Promessi Sposi.

Mi rallegro con l’arte lombarda di questa imagine del poeta della verità, tanto bene effigiata dallo scultore Confalonieri.

Sento ancora profondo l’insegnamento e il piacere della vera sana ed alta cultura lombarda nelle eloquenti parole onde il senatore Negri ha illuminato in tutti i suoi aspetti il genio e l’opera di Alessandro Manzoni.

E a questa festa del Manzoni in Lecco, festa non pur nobilmente provinciale ma gloriosamente italiana, io sono onorato di rappresentare la Università di Bologna; ma, anche senza rappresentanza, sarei accorso di gran cuore, come scrittore e come uomo.