Part 37
E pure, da poi che nelle condizioni della civiltà un popolo allora soltanto ha ragione di esistere quando reca nell’ordine ideale non solo una nobile operosità ma qualche cosa di proprio e di diverso e di continuo, e pure è necessario che l’Italia rinnovi e rialzi anche la letteratura e l’arte sua: al che i tempi le si porgono piú assai che prima opportuni. Germania e Francia, che finora sí gloriosamente e prepotentemente influirono nelle letterature della rimanente Europa, paiono accennare a un riposo dalla produzione. E insieme, mentre l’umanesimo pervade tutte le dottrine e le instituzioni, e la rivoluzione consolidata nella scienza e negl’instituti non teme piú reazioni mistiche e romantiche, un’aura fresca di ellenismo torna a spirare su le menti travagliate. Si direbbe che l’Europa, dopo tanti vertiginosi contrasti di sconforti e di eccitazioni, d’insurrezioni e di repressione, di distruzione e di riordinamento anche nella filosofia e nella letteratura, riguardi desiderosa ai tranquilli svolgimenti del pensiero, alle gioie serene di un piú libero, di un piú razionale, di un piú integro Rinascimento. La fatale interruzione, che cominciò con la Riforma, sarebbe dunque terminata; e l’Italia riprenderebbe finalmente il luogo e l’officio suo tra le nazioni che seggono a specchio del bacino mediterraneo, le quali dalle circostanze stesse della natura furono designate e informate al senso estetico dell’equilibrio tra lo spirito e la materia, tra il pensiero e la sensazione, tra il concetto e il fantasma. E questa nuova operosità dell’Italia come si manifesterebbe? Se vero quello che ho posto, non parrà audacia per avventura il congetturare che ella fosse per tenere dell’industre e sapiente eclettismo romano, della integrazione formatrice che la Toscana del secolo decimoquarto esercitò con l’Europa medievale, della contemperazione artistica che l’Italia tutta fece nel secolo decimoquinto e decimosesto tra l’antichità e il medio evo. Ella sarebbe chiamata a trovare la _sofrosine_ classica delle letterature surte o rinnovate alla rivoluzione.
Ma anzi tutto è necessario che l’ingegno italiano si ritempri vigorosamente, che l’arte e la letteratura riacquistino presso il popolo nostro il concetto e la dignità d’una potenza della nazione come hanno tra i popoli piú gloriosi piú forti e piú ricchi d’Europa, che si restaurino gli studi severi. Finiscano una volta e si chiudano per sempre tutte le arcadie, e prima quelle ove piú alti suonano i vanti della felicità e prontezza degl’ingegni italiani, e quelle di poi ove la sentimentalità e le morbose fantasticherie o le grandi parole di cuore e di natura e le declamazioni insorgono a scusare la ignoranza la impotenza la svogliatezza la trascuraggine e i viziosi abbandoni e i miseri orgogli di uno scadimento ruinoso. Non altre muse v’hanno oramai per gli animosi che la ragione e l’ingegno illuminato e scaldato dall’amore del vero e del bello, né altre ispirazioni v’hanno che dalla meditazione e dallo studio. Cessiamo d’essere un popolo di dilettanti e d’orecchianti, un volgo sensuale; e ritorniamo all’amore puro dell’arte e delle lettere, sani, laboriosi, schietti, modesti. Non dicasi che all’Italia, tutta oramai data ai facili godimenti ai súbiti guadagni alle materialità, incresce l’antica gloria, e non vuole essere culta e non intende esser gentile. E ci paia vergogna che qui, ove i banchieri e gli uomini di stato erano, come ora sono in Inghilterra, filologi e filosofi e scrittori, qui ove un popolo di mercanti fece il Rinascimento, qui oggi le famiglie lamentino l’insegnamento classico (ed è un ludibrio) quasi impedimento alla rapida e pratica instituzione dei figliuoli. Lavorare e industriarsi per arricchire è mezzo e non fine: perfezionarsi bisogna, cosí agli uomini come alle nazioni. Un popolo che tutto sapesse leggere e scrivere per suo consumo, e poi da leggere non avesse che le gazzette e scrivere non sapesse e non curasse che lettere e conti, sarebbe tutt’altro che un popolo grande, sensato, onesto. La operosità e la felicità sono nel lavoro del pensiero che dirige e rinnova, non già nella prontezza delle mani e degli occhi: la grandezza duratura e la forza feconda delle nazioni sono, e in Italia dovrebbero piú spesso ricordarlo cosí i cittadini come i legislatori e i reggitori, nello svolgimento indipendente delle alte idee umane e nella coltura superiore. Quanto alle lettere poi, solo una coltura filologica superiore può renderci il concetto e l’uso di esse in generale e il vero intendimento storico in particolare della nostra letteratura; può renderci il maneggio signorile dell’antica e immortale arte classica, co ’l cui istrumento i nostri avi, liberata l’Europa dalla mistica e dalla scolastica, la informarono e rinnovarono; può col raffronto razionale ed estetico delle letterature straniere francarci dal servaggio di esse, educarci ad emularle. Ci bisogna ricercare a qual punto i nostri avi si rimasero dall’opera della civiltà di cui furono autori e propagatori ardentissimi, e di quanto e come gli altri popoli seguitando ci abbiano preceduto, e misurarci con loro senza burbanza e senza sconforto.
No, non dobbiamo sconfortarci. Anche la filologia non venne mai del tutto meno in Italia; se non che pure ad essa nocque la disgregazione, e forse, piú che le iattanze de’ mediocri e la ciarlataneria de’ minimi, la modestia dei sommi. Della quale modestia e della prodigalità dei dotti italiani nel partecipare altrui le acquistate ricchezze nobile testimonianza rendeva l’alemanno Iusti, notando come i nostri e massime il Bianconi avessero educato il Winckelmann alla critica dell’arte antica. E ne fu solennissimo esempio Bartolomeo Borgesi, il cui nome, che vale esso solo un secolo di filologia, è venerato agli stranieri piú ancora che noto in Italia: dove, colpa e vergogna della trascuraggine nostra, non tutti sanno come dei tesori di dottrina, che egli con romana grandezza spandeva nel suo carteggio, crescessero tanti nomi e tante opere insigni in Francia ed in Germania; come, da lui movendo i primi passi alla fama, lo salutasse maestro Teodoro Mommsen, che poi, storico illustre di Roma, doveva conchiudere co ’l negare al popolo italiano altro genio che quel delle farse. Ma che importava delle ingratitudini al romito di San Marino? Egli, quando gli stranieri piú battevano e oltraggiavano l’Italia, egli, di cima al Titano, ricongiungendo con la sua gloria l’ultimo superstite comune italico alla maestà di Roma regina, passava in rassegna un popolo di consoli riconoscendo a ciascuno il suo stato di servizio, e salutava ognuna pe ’l suo numero e co ’l suo nome tutte le aquile delle legioni, che incoronate dalla nostra antica dea, la Vittoria, movevano per le vie consolari a portare la civiltà fino all’Eufrate e all’Atlante.
IV.
Queste cose volli ricordate a voi, giovani, acciò, acquistando con gli studi la cittadinanza del mondo, restiate nel cuore italiani e procuriate con debito amore di cittadini l’incremento della patria. Né già l’Italia ha ragione a sentir bassamente di sé. Anche qui tra i vostri maestri ne avete di quelli i cui trovati incontrarono il plauso ed i premi delle piú dotte academie straniere, ne avete che han fatto rispettare ed amare la patria nei convegni della scienza europea, e che possono riferirvi come questo nome di Ateneo bolognese suoni glorioso ai popoli piú culti di Europa, ai popoli che piú ci avversarono un tempo. Nell’Ateneo bolognese non è lecito dubitare della perennità della dottrina e dell’arte italiana. La imagine di Giovan Battista Morgagni, che, scolpita e allogata in queste pareti per iniziamento e cura speciale del professore Cesare Taruffi, discopresi oggi alla vostra venerazione e ad esempio, ricorda quanta parte di scienza qui s’innovasse e perfezionasse e come alla severità sperimentale si accompagnasse l’umanità delle lettere e la erudizione. Ma che imagini, dico? Tutto questo Ateneo è un monumento. Qui, per non uscire del proposito mio, quando la teologia e la scolastica tenevano il campo, quando il nuovo volgare italico non rendeva che gli echi di Provenza e di Francia, qui sorse la letteratura nazionale dall’amichevole consentimento, come oggi auguro io, della scienza e della poesia, delle classiche tradizioni e del senso acuto della vita presente, dell’arte nostra e di quella dei popoli fratelli.
O colleghi onorandi, o giovani egregi, la Italia politica è, come oggi dicono, fatta: certo, la nazione è tornata in potestà di sé per tutto quasi il suo natural territorio. Ora sta per gran parte a noi, o colleghi, e del tutto a voi, o giovani, di rifare la Italia morale, la Italia intellettiva, la Italia viva e vera, la bella la splendida la gloriosa Italia, quale con gli occhi inebriati d’ideale la contemplavano quegli uomini generosi che per lei affrontarono le carceri, li esigli, la morte su i patiboli e in guerra. O giovani italiani, i vostri padri e i fratelli diedero alla patria l’anima e il sangue; voi date l’ingegno. Triste favola suona, e bocche non cuori anche tra noi la ripetono, che narra lo scadimento e la oscurazione delle stirpi latine. Oh, noi non vogliamo né spegnerci né imputridire. Raccoglietevi, o giovani, in cuore la costanza e la gloria degli avi magnanimi che fecero la rivoluzione dei Comuni e il Rinascimento, che discoprirono nuovi continenti alla operosità umana, nuovi campi all’arte, nuovi metodi alla scienza. E l’arte e la scienza amatele di amore: amatele per sé, piú ancora che per i frutti che esse possono produrvi, piú ancora che per la lode che esse possono acquistarvi: amatele come l’esercizio e la manifestazione in cui la nobiltà dell’uomo piú appare in cui il valore delle nazioni si eterna. E siate buoni, e credete: credete all’amore, alla virtú, alla giustizia; credete agli alti destini del genere umano, che ascende glorioso per le vie della sua ideale trasformazione. Cosí avverrà che la scienza vi afforzi, che l’arte vi consoli, che la patria vi benedica.
VINCENZO MONTI
[_Opere_, V, 460-463].
La reazione contro il _principe de’ poeti_, i cui versi corsero una volta il «bello italo regno» abbaglianti d’èmpito e di splendore come gli squadroni di cavalleria del re Murat, era stata dal venti in poi, nella gran quaresima letteraria e filosofica, nella critica e poetica mortificazione della carne, veramente feroce. Oh _terror bianco_ de’ romantici vincitori! Ci furon giorni che una metafora di Piero Maroncelli, delle cui velleità critiche l’Italia ha stretto obbligo di non ridere per amore di quella gamba, era diventata per la gioventú un dogma: il Monti non doveva né poteva essere altro che un eunuco camuffato di un robone piú o meno splendido. E io mi ricorderò sempre d’un buon uomo di manzoniano, il quale sudava delle camice per dimostrarmi come l’autore del _Prometeo_ e della _Feroniade_ non fosse piú che un versificatore, al quale scappava alcuna volta qualche frase rigirata bene. Pochi anni di poi il brav’uomo mi mandò certi suoi versi, traduzione dall’inglese di canti per asili infantili. Io vi giuro, o lettori, per Apollo Sminteo protettore de’ sorci, essere stata gran ventura ch’e’ non finissero di garbare né pure a qualcuno di que’ signori di san Vincenzo di Paola che han tanto gusto per la ordinata e mortal poesia: a cotali suoni anche la pappa sciocca di que’ poveri bimbi degli Asili sarebbesi inacetita ne’ pentolini.
Oltre i romantici e cormentali procedevano avversi al Monti i foscoliani di buona lega ed in gran parte i leopardiani. Ripetevan quei primi su tutte le possibili intonazioni sepolcrali. _Odio il verso che suona e che non crea_: peccato che i valent’uomini si scordassero poi di creare, se pure non ne perdettero la facoltà a furia di sforzi per digrignar versi che non suonassero ed abbaiar periodi da allegare i denti alle persone. I secondi, i leopardiani purissimi, quelli per i quali _La ginestra_ è l’archetipo della poesia, trovano da diboscare per tutto; e a lasciarli fare ridurrebbero l’arte come altri ha ridotto le belle montagne d’Italia. Ma v’è chi dubita non cotesta scuola per odio al buon dio vada a finire in un ascetismo macerante: una Tebaide di bestemmiatori, e nel mezzo in luogo di Apollo un san Girolamo che invece di comunicarsi facesse l’atto di Vanni Fucci nel ventesimoquinto dell’Inferno, potrebbe essere cosa nuova e bella, per una mezz’ora.
Rimangono poi, nimicissimi della poesia e della prosa del Monti e avanti e dopo la sua morte e in sempiterno, i fedeli della purità virginale, della santa semplicità; quelli a cui Giotto non pare a bastanza spirituale e non par trecentista il Boccaccio. Costoro crederono di aver ritrovato nel bel Trecento delle leggende quella meravigliosa fonte di gioventú della quale favoleggiano tanto graziosamente i romanzi del medio evo; e per ringiovanire, non tanto sé, che non riputavano il caso, quanto la letteratura italiana, ne fecero delle grosse bevute, i poveretti. Se non che i maligni dicono intervenisse loro ciò che intervenne alla fantesca di quell’antica maliarda; la quale, avendo avvertito come la padrona con una sorsata di certa sua ampollina sapeva spianarsi le rughe e riapparir fresca come un bottoncino di rosa, un bel giorno che la strega era fuori si mise l’ampollina a bocca e trincò di santa ragione. Fu proprio il caso di dire, s’intende acqua ma non tempesta; ché la malaccorta tornò d’un tratto bambina, e col suo sennuccio di vecchierella viziata andava zampettando per la casa e balbettando che era un piacere.
Dei popolareschi, di quelli cioè che scrivon tuttavia stampate e prose in lingua di popolo, non ho voglia di parlare: costoro troppo hanno imitato il profeta Eliseo, il quale si rannicchiò e rintuzzò tutto su ’l corpicino del figliuolo della Sunamitide per risuscitarlo: a forza di ridursi alle proporzioni del buon popolo, che essi contano paternamente per fanciullo, han cosí rattrappite le membra e perduta l’abitudine del tenersi diritti, ch’e’ non possono misurarsi piú ad un uomo di statura ordinaria, non che a chi passa di qualche dito cotesta statura.
Ora queste scuole, come la reazione letteraria che seguitò al 1815, sono anch’esse antiche, giudicabili esse stesse, se non ancor giudicate; e i criteri parziali di questa e di quelle non possono adoperarsi a una sentenza terminativa. Nella storia letteraria del gran secolo che corse per l’Italia dal 1750 al 1850, quando sarà scritta con serenità e senza preoccupazioni di parte, Vincenzo Monti riprenderà il luogo che gli spetta, come a principe dell’arte d’un’intiera e ingegnosissima generazione, come a prosecutore ed allargatore dell’antica tradizione italiana, come a ravvivatore del sentimento classico nella sua migliore espressione. Solo qualche ragazzo scappato pur ora dalla scuola può credere di passare per rivoluzionario ripetendo certe declamazioni che fecero effetto a lor tempo, mentre scambia la casacca arlecchinesca del primo saltimbanco nel quale s’avvenga per la clamide ondeggiante dell’Apollo musagete.
I SONETTI E LE ODI DEL FOSCOLO
[È parte di una recensione alle _Poesie_ di U. F., raccolte da G. Chiarini: Vigo, 1881 — _Opere_, XIX, 267-280].
Il secondo periodo delle poesie del Foscolo è dalla venuta in Milano nel novembre del 1797 dopo la cessione di Venezia alla partenza pe ’l campo di Boulogne nel giugno del 1804: è la gioventú vera dell’animo e dell’ingegno non che della vita d’Ugo, travagliatesi fra le armi e i pericoli e le passioni nella repubblica cisalpina e nell’italiana. Ora, dopo le ricerche e le fatiche del nuovo editore, che, seguendo anno per anno, mese per mese, a passo a passo, i viaggi gli amori e gli studi del poeta, ha nei capitoli terzo e quarto della prefazione assegnato con quasi certezza o dato altrui gli argomenti per assegnare il tempo della composizione di ciascun sonetto e ode, sarebbe un piacere discorrere di quella gioventú del lirico greco-italiano e riconstituire la storia dello svolgimento passionale ed artistico di quella poesia. Ma io non posso che accennare.
Le poesie di questo secondo periodo, cioè dodici sonetti e due odi (nella parte prima della edizione chiariniana) si può anzi si deve, chi le voglia intendere bene, dividere in due serie, che rispondono a due fasi o momenti diversi o meglio a due diverse condizioni e parvenze dell’animo e dell’ingegno del poeta. La prima, se mi sia lecito usurpare ad appropriazione individuale la denominazione d’un periodo della letteratura tedesca, è dello _Sturm und Drang_: ha il motivo e la ragione nella perdita della patria e nell’amore senza speranza per l’Isabella Roncioni, ha per termine e sfogo _Le ultime lettere di Iacopo Ortis_ pubblicate nell’ottobre del 1802. La seconda, movendo dalla trasmutazione del sentimento a una piú larga se non piú chiara comprensione dell’essere, è della calma nel dolore e dell’amore per la plastica: è il regno delle forme dell’Antonietta Arese, e ha per contorno il commento alla _Chioma di Berenice_, pubblicato nell’agosto del 1803.
* * *
Come aveva chiusa la poetica adolescenza con l’imitazione della tragedia alfieriana nel _Tieste_ e delle canzoni alfieriane nell’ode al Bonaparte, cosí Ugo cominciò alfiereggiando anche nei sonetti. Il primo, per la sentenza capitale contro la lingua latina proposta nel gran Consiglio Cisalpino l’anno 1798, ha solo il valore di documento storico, e del resto è inferiore a quello dell’Alfieri su la soppressione dell’Academia della Crusca; anzi, a esser franchi, procede fra grandi avvolpacchiamenti di parole un po’ slombato. Alfieriano sempre, ma già con un tic d’originalità, il secondo _Non son chi fui_. Ma di lí a pochi mesi, forse a pochi giorni, ecco i tre, _E tu ne’ carmi, Perché taccia il rumor, Meritamente_, mirabili di novità, di purità, di movimento, vera lirica, alfine, dell’affetto superiore ed intenso trasformato ed idealizzato nel fantasma. Sono tutti e tre per la Roncioni, e scritti, come il Chiarini ha dimostrato, parmi, sicuramente, i primi due nel marzo o nell’aprile del ’99 quando i Francesi occuparono la prima volta Firenze, il terzo nella Liguria, lo stess’anno, probabilmente d’autunno. Sono i tre momenti dell’amore: l’ammirazione, il tremore, il dolore. Ma chi gli aveva dopo il Petrarca cantati mai cosí? E chi all’estasi e al gemito del Petrarca aveva mai saputo mescolare quel profumo e quel fremito di ionia primavera? chi nella toscana eleganza della forma petrarchesca aveva mai saputo condurre la purità della linea attica e la mollezza della voluta corintia con tanto pacata sveltezza? E quel zantiotto che era stato a scuola a Spalato, _italianizzatosi_ diceva il suo ammiratore Samueli nel ’97, _da quattro anni_, fra i ciaccoloni cesarottiani veneti, digrignante sotto il suo soprabito vérde versi apocalittici, come cosí d’un tratto era arrivato a tanta proprietà, eleganza ed efficacia di lingua, a tanta squisitezza, morbidezza, pastosità d’elocuzione, a tanta musica e volo di verso? Miracoli! Che un primo e vero amore, che l’apparizione soave d’una giovine bella e pura possa con un sentimento nuovo promuovere una nuova espansione della forza fantastica, s’intende. Ma la materia per esprimere ed imprimere i fantasmi, la parola, e l’istrumento e l’arte, chi glie li diede?
Al sonetto di lontananza (_Meritamente_) che tocca l’ultimo limite della passione (... _Amor fra l’ombre inferne Seguirammi immortale onnipotente_), succede, quasi intermezzo di riposo, l’ode, composta nel marzo 1800, per la Pallavicini caduta da cavallo. Procede questa, come anche notò il Chiarini, dalle odi pariniane, da quelle specialmente per donne; anzi il paragone di Pallade (_Tal nel lavacro immersa_) par suggerito da un simile nel _Pericolo_:
Parve a mirar nel volto E ne le membra Pallade, Quando, l’elmo a sé tolto, Fin sopra il fianco scorrere Si lascia il lungo crin.
Anche la combinazione dei versi, la strofe, è un misto di quelle del _Pericolo_ e dell’_Educazione_. Quel tronco finale del _Pericolo_ martellava un po’ troppo: piana troppo in vece, e quasi discorsiva la strofe dell’_Educazione_. E questa fu rialzata con gli sdruccioli al fin d’ogni coppia, e quella del _Pericolo_ ammollita con tôr via il tronco. È un metro che il Foscolo deve al Bertòla. Per l’invenzione fu già notato che move dall’ode _I Cocchi_ di Luigi Lamberti. Ma nell’eccellenza, almeno per gran parte, dell’esecuzione il giovine lirico si lascia addietro d’assai, non che il Lamberti, il Parini.
Liberata, come si diceva, l’Italia, e restaurata la repubblica, il Foscolo da Milano fu su ’l finire del 1800 a Firenze, e cantò il chiudersi dell’anno e del secolo con un sonetto novellamente alfieriano (_Che stai?_), di magnanima conclusione. E chiuse la storia del giovanile e infelice amore co ’l bellissimo _Cosí gl’interi giorni_.
Questi sette sonetti, con un ottavo _Il ritratto_ e con l’ode alla Pallavicini, pubblicati la prima volta nel _Nuovo giornale dei letterati_ in Pisa del 1802, sono come i bassorilievi puramente artistici che circondano e adornano la base della piramide funebre o del cono tronco, un tantino rococò, di Iacopo Ortis. Ma il ritratto non è mica gran cosa, che che ne pensino i facitori d’antologie e i maestri di scuola. Prima di tutto, la enumerazione, chiunque la faccia, non sarà mai poesia; e poi questa enumerazione foscoliana in quattordici versi non ha né meno il merito dell’originalità; è una scimiottata di quella dell’Alfieri, alla quale per concettosità e concisione rimane di molto inferiore. Già, a proposito di auto-ritratti mi torna sempre a mente quella mossa del Montesquieu: _Je vais faire une assez sotte chose, c’est mon portrait_. E mi dispiace che uomini come l’Alfieri e il Foscolo dandosi cosí in pascolo agli sciocchi abbiano lusingato le inclinazioni istrioniche del volgo dei lettori, abbiano pòrto esempio o pretesto o scusa a tante grullerie d’una letteratura vanesia. Un uomo come l’Alfieri fare la propria presentazione con simili versi, _Giusto naso, bel labro e denti eletti!_ e il Foscolo, _Capo chino, bel collo, largo petto!_ e fino il Manzoni, _Naso non grande e non soverchio umíle!_ Oh, i connotati per il passaporto in metafore e in rime!
Notammo la derivazione dell’ode alla Pallavicini dal Parini e dal Lamberti. Né qui finiscono le derivazioni o le imitazioni o le rimembranze foscoliane. _Luce degli occhi miei, chi mi t’asconde?_ chiude il sonetto _Cosí gl’interi giorni_: ma questo verso, e un pochetto anche la principal situazione di tutto il sonetto, è del Lamberti nel _Lamento di Dafni_:
Ecco già il mondo in preda al sonno giace, Ecco tacciono i venti e taccion l’onde, Sol nel mio petto il mio dolor non tace:
Quindi i poggi e le valli ime e profonde Fo egualmente sonar d’un mesto grido: — Luce degli occhi miei, chi mi t’asconde?
Proprio del Lamberti, di cui il Foscolo undici anni dopo dimandava: _Chi legge i versi del Priscian Lamberto?_ e pare non ricordasse piú che poteva rispondergli, Voi. — Un altro sonetto comincia con un’imitazione, che dico? con una traduzione di due versi del falso Cornelio Gallo o vero di Massimiano etrusco elegiografo del tempo di Teodorico, e finisce con altre imitazioni o traduzioni da Ovidio e da Seneca. Ma chi, anche erudito, ripeterebbe il distico di Massimiano,
Non sum qui fueram, periit pars maxima nostri; Hoc quoque quod superest languor et orror habet,
di faccia alla giovine bellezza di questi versi qui,
Non son chi fui: perí di noi gran parte: Questo che avanza è sol languore e pianto; È secco il mirto, e son le foglie sparte Del lauro, speme al giovanil mio canto?
L’altro principio,
Meritamente, però ch’io potei Abbandonarti, or grido alle frementi Onde che batton l’alpi, e i pianti miei Sperdono sordi del Tirreno i venti,
ricorda il principio d’un’elegia dell’Ariosto,
Meritamente ora punir mi veggio Del grave error ch’a dipartirmi feci Da la mia donna, e degno son di peggio;
e ambedue ricordano il properziano,