Part 36
Se non che la fortuna delle armi francesi e la gloria del consolato e dell’impero attrassero e inebriaron ben presto le mobili fantasie del popolo mezzano d’Italia; e i pastori arcadi divennero deputati, senatori, prefetti. Il nome d’Italia restituito a tanta parte della penisola, un esercito italiano che combatteva e vincea su la Raab, erano pure una bella cosa; e la nuova letteratura, principe il Monti, si colorò di quelle stupende apparenze. Ma ecco, mentre i versi del Monti corrono per il regno d’Italia superbi d’èmpito e di fulgore come gli squadroni di cavalleria del re Murat, ecco un giovine, già tribuno e soldato ed erudito, già famoso per un romanzo che e un soliloquio ove lo scetticismo ferve di entusiasmo e la disperazione ribocca di vita e la passione per la patria non piú ideale si confonde alla passione per la donna non piú metastasiana; ecco questo giovine, dico, gittare in mezzo a quel tumulto e a quei bagliori un piccolo carme intitolato I Sepolcri. I Sepolcri? Ma chi osa parlar di morte nel 1807, quando la vittoria su i rottami del trono di Federico il grande incorona del quarto e piú superbo lauro germanico la fronte del Cesare latino, e l’imperatore e re d’Italia nel suo palazzo di Milano sequestra con un tratto di penna l’Inghilterra dal mondo? E pure qualche cosa moriva, o stava per morire. Moriva finalmente la vecchia Italia e la vecchia letteratura co ’l suo falso idealismo, con l’academica servilità. La gioventú s’avea rifatto il sangue e la fibra co ’l Parini e con l’Alfieri; e Ugo Foscolo, riprendendo del primo gl’insegnamenti civili, del secolo l’amore sdegnoso alla patria, continuava l’opposizione italiana alla Francia personificata nel suo Cesare. I nemici della rivoluzione eran divenuti imperiali, il poeta guelfo d’avanti il novantasei invocava con fede l’unità ghibellina con l’imperatore e re: il Foscolo in vece, il giacobino d’una volta, dove altri adorava lo splendore d’una gran mente e d’una gran volontà, non vedea che la forza e il despotismo; dove altri rendeva omaggio al potente che avea riconstituito in parte e dava speranza di riconstituire del tutto la patria, non vedea che direnamento servile; egli in fine, il gentiluomo veneziano, nobilitava l’odio istintivo della plebe contro i francesi, trasformandolo nel sentimento del diritto nazionale, della resistenza alle insolenze della vittoria, alla brutalità della conquista, alla falsità della prepotenza usurpatrice. L’Alfieri aveva finito bestemmiando la rivoluzione francese: il Foscolo, pur senza confessarselo, proseguiva le massime di quella in Italia contro chi, infrenatala in Francia, se l’era trascinata alla coda del suo cavallo per tutte le metropoli e le regge di Europa. E la gioventú, già insórta col furore repubblicano dell’Alfieri contro le vecchie signoríe e che per amore al nome d’Italia avea combattuto e combatteva co ’l Foscolo sotto le bandiere del regno, la gioventú era co ’l Foscolo. Al fine, mercé della letteratura e dell’arte, viveva in Italia una generazione italiana; e la prosa del Foscolo, nervosa e tesa, posta a rincontro della prosa intirizzita dell’Alfieri, la prosa del Foscolo, principio dello stile moderno, come quella dell’Alfieri fu termine dell’antico, quella prosa mostra il sangue refluente al fine nelle vene d’Italia.
Sí, la vita palpita in ogni scrittura del Foscolo, perché egli ebbe la conscienza del presente e del vero, quantunque torbida e dolorosa; ma la tristezza di lui era già piú umana che non quella dell’Alfieri. Il Foscolo sentí in sé e rappresentò in tutte le opere sue il dolore del dissidio, dello strappo, se questa parola mi sia concessa, che la rivoluzione avea fatto e andava facendo non pur nelle viscere della vecchia società, ma nei cuori e nelle menti d’ogni pensante. Di quel procedimento per cui nella società in generale e in ciascun uomo i germi dell’avvenire già fecondati van rompendo l’involucro, il Foscolo sentí l’istante dello strazio, quando l’anima nella convulsione del patimento non sa quel che in lei succede, se debba prevalere l’antico o il nuovo, se meglio sia la vecchia scorza resista o che il germe giovine rompa. E il poeta contorcendosi seguiva pure con gli occhi angosciosi i grandi ideali umani e ricercava le cime quiete della poesia; e con una lirica, fantastica insieme e sentimentale, intima e di molti tòni, rapida, colorata, senza esempi, trasportava nella serenità omerica e pindarica il dubbio e il dolore moderno, con un presentimento del risorgente ellenismo. Per tutto ciò il Foscolo è il primo scrittore moderno della nostra letteratura; e con quel suo contrasto tra l’azione e il pensiero, tra la negazione e la fede, tra l’antico e il nuovo, segna il piú notabile movimento di passaggio della vita italiana.
Intanto la dominazione francese giovava all’Italia in questo, che le apprese a sentir le sue piaghe e l’indolenzimento del giacere, e un tormentoso desiderio le apprese di quello che le mancava. Il concetto dell’indipendenza si formò e maturò durante il regno italico, e in confronto all’antica e nuova compattezza della nazione francese cominciò ad ombreggiarsi nelle emule voglie degl’italiani anche un’idea politica di unità. Quando sopravvenne la ruina del 1815 e le sollevate speranze furono dopo la vittoria represse e delusi i miseri vóti, il dolore italiano divenne cronico. E il Conciliatore, che aprì nel diciotto la terza fase della moderna letteratura, incominciava attestando: — gli avvenimenti solenni e i tanti insegnamenti della sventura avere al fine risvegliato gli uomini di questi tempi con la punta del dolore, e dal dolore avere essi di necessità imparato a pensare. — A tale condizione particolare dell’Italia aggiungevasi la universale delle altre genti d’Europa, la cui unità religiosa filosofica politica era stata scissa dalla rivoluzione e dalla scienza che quella aveva preparato ed accompagnato. Appresso il quindici gli animi si trovarono come in un deserto ingombro di ruine, dopo lo scroscio di un gran temporale che ha mutato faccia ai luoghi, soli con se stessi dinanzi a una natura a una vita a una società che non era piú quella antica e non era ancora la nuova. Gli spaventati dalle furie della rivoluzione, gli sbigottiti dalla rovina del quindici, si rifugiarono nei vecchi ideali, e vollero faticosamente coi rottami che avanzavano riconstruire gli antichi templi e gli antichi dèi: quelli che sentirono piú amara e cocente la delusione degli sforzi, che allora parvero invano, per la umana liberazione, quelli imprecarono il nulla sopra sé e le cose. Quindi il misticismo e lo scetticismo, tra i quali s’agitò la letteratura romantica nell’intermezzo dalla sosta della prima rivoluzione nel quindici al cominciamento della seconda nel quarantotto. Di quei due nuovi stati degli animi furono poeti in Italia Alessandro Manzoni e Giacomo Leopardi.
Il Manzoni dal filosofismo tornò per la via del sentimento alla fede cattolica, quando le menti sentivano già uno stanco turbamento dinanzi al napoleonico tumulto della forza e l’impero francese era per crollare: il Leopardi dalla devozione cattolica si convertí alla filosofia del dubbio, recenti ancora i lutti d’Europa e infuriante per tutta Italia la reazione politica e religiosa. Il lombardo con facoltà assai diverse fu nella fase del romanticismo ciò che furono il Metastasio su ’l declinare dell’arte antica e il Parini ed il Monti nelle due prime stagioni della moderna: spettatore tranquillo e scrutatore profondo, ei seguì, senza lasciarsi trasportare alla rapina, le varie parvenze del moto a cui acconsentiva; e le rispecchiò alte nel suo ideale in opere che si trasmutavano crescendo a mano a mano cosí di estensione come di significato e di valore: il marchigiano sentí riardersi nel vasto ingegno e nei deboli nervi la smania d’azione dell’Alfieri e la torbida inquietudine del Foscolo; anzi direste che ne’ suoi canti, e massime nei primi, la tragedia alfieriana si dibatta tra i pensieri del poeta sin che fino il rumore del contrasto interno si dilunga e perdesi in un lugubre coro; direste che in quegli idilli risorga la passione del Foscolo e rifletta per un tratto con mentita quiete la natura esterna per poi esplodere in un súbito e subissare. L’autore dei Promessi Sposi è romantico, in quanto la denominazione di romanticismo fu male adoperata a contrassegnare l’organica trasmutazione di una letteratura da attitudini già fiacche e da forme usate ad attitudini e forme nuove, nel quale intendimento fu fuor di Germania confusa la parziale reazione degli Schlegel e l’opera nebulosa del Novalis del Werner del Tieck con la rinnovazione letteraria del Goethe e dello Schiller; onde che il Manzoni, il quale partecipava in fondo al moto di reazione degli Schlegel e del Tieck, ma che aveva una piú serena conscienza dell’arte, ritornò piú tosto agli esempi del Goethe e dello Schiller, e alla critica educato dal dubbio indagatore del Fauriel portò l’instrumento del dubbio e il libero esame contro l’autorità in letteratura; conservatore del resto, fu rivoluzionario nell’arte. L’autore dei Canti rimase classico, ma non di quel classicismo tecnico che è quasi uno spogliatoio teatrale, sí di quel classicismo eterno che è l’armonia piú intima del concetto co ’l fantasma e della contenenza con la forma, che è il fior della perfezione degli ingegni ben temperati: onde che, classico, egli fu piú profondo e piú interior novatore e discopritore che non i romantici; romantizzò, per cosí dire, la purità del sentimento greco, esplorò con la quieta, elegante, razionale, sottile compostezza del Petrarca i misteri e i fondi procellosi del pensiero e dell’essere. E ambidue questi scrittori furono insigne esempio della attitudine e contemperanza artistica dell’ingegno italiano, in quanto il primo ridusse a mano a mano alla determinatezza classica e alla piú netta rappresentazione del reale il vaporoso e divagante romanticismo, e il secondo rinnovò il classicismo nei contrasti della conscienza moderna e rivelò quella sua fresca ed immortal giovinezza a cui niuno o pochissimi allora credevano. Ambidue, rappresentando due diversi stati psicologici che si riscontravano allora in tutta la società europea, riuscirono piú universali dei loro prossimi predecessori italiani, riuscirono quasi, come i nostri grandi poeti e scrittori antichi, europei; e forse il Manzoni è il migliore artista del romanticismo cattolico, e forse il Leopardi è il piú vero poeta di ciò che i tedeschi chiamano la doglia mondiale. Ambidue amarono la patria; ma, procedendo logicamente di conseguenza in conseguenza, il Manzoni, che pure avea cominciato con la canzone al Murat, passò alla querela elegiaca delle tragedie e finí con la rassegnazione dei Promessi Sposi, e il Leopardi, dimentico della canzone all’Italia, finí irridendo cruccioso tutto e tutti, anche i vinti. Ambidue per vie diverse convenivano a un termine: l’autore degl’Inni Sacri diceva alla patria — Se Dio vorrà, quando Dio vorrà, come Dio vorrà, — l’autore del Bruto minore — Dispera l’ultima volta, e maledici: tutto è vano. —
Ma la patria rispose all’uno e all’altro — Io voglio combattere e vivere —, tanto erasi essa, anche mercè loro, mutata. E il classicismo da una parte, se volle piacere, dovè, pure allargandosi a piú libere forme, farsi co ’l Niccolini banditore di politica unitaria e antipapale contro il nuovo guelfismo proceduto dalle teoriche manzoniane; e il romanticismo dall’altra, se volle essere tollerato, dovè lasciare gl’inni sacri e tramutare co ’l Berchet le romanze in canti di guerra e d’insurrezione, dovè co ’l Guerrazzi ritorcere il romanzo a strumento d’agitazione, ad arnese di battaglia; e il classicismo civile delle tragedie del Niccolini e il romanticismo borghese dei Promessi Sposi del Manzoni convennero ad accordarsi nella satira paesana di Giuseppe Giusti. I tempi augurati affrettavano: e dalle tradizioni letterarie e di opposizione del Foscolo procedevano per una parte il Mazzini, che affiatatosi co’l Lamennais imprimeva di un nuovo idealismo rivoluzionario la democrazia italiana, dall’altra il Cattaneo che quella informava a una nuova filosofia civile ricongiungendo su l’esempio del Romagnosi in una pratica sintesi arte e scienza, politica ed economia. E ben presto ogni letteratura in Italia fu politica: ogni studio o saggio era una schermaglia di preparazione; la ballata un’allegoria, l’ode un’allusione, il romanzo e il dramma un apologo; poi, anche quell’arte, inutile ormai, si esaurì: i filosofi e i critici (l’avrebbe mai pensato il Vico?) sfrenarono e armarono le insurrezioni, gli storici e gli eruditi (sarebbe mai caduto in mente al Muratori?) furono cospiratori e ministri, i poeti (chi l’avrebbe detto al Metastasio?) morivano in battaglia, essa l’Italia componeva da sé il suo grande poema. E l’Europa tra il dubbio e la meraviglia vide questa nazione, che ella credeva una compagnia di cantanti, questo che ella chiamava un popol di morti, questo brulicame di vermi sfarfallanti dalla gran carcassa di Roma, li vide riprendere due volte all’imperatore Milano e Venezia, due volte prendere al pontefice Roma.
III.
Con l’ultima liberazione di Roma, alla quale seguirono non lontane le morti del Manzoni e del Guerrazzi, finí la letteratura che mosse e accelerò tanta mutazione dell’Italia. E ora, chiuso quel primo stadio, bisogna pur confessare a noi stessi che il procedimento della rinnovazione letteraria in Italia, comparato a quello quasi contemporaneo della Germania e al francese d’intorno al 1830, non fu né cosí razionalmente animoso, universale e profondo come il primo, né cosí rapido e largo e simpaticamente propagantesi per tutte le fibre della vita nazionale come il secondo. Di che, tra altre ragioni, appaiono evidentissime queste: per una parte, che la Germania non contristata e compressa da due secoli di signoria straniera e di tirannia spirituale, non gravata da una solenne tradizione letteraria quale la nostra del Rinascimento, serbava dal medio evo in poi le forze integre ad un alacre e ben distribuito lavoro in campo vergine: per l’altra, che la nuova letteratura francese surse quando la nazione compatta, ricca e libera, ma ancor nel bollore di uno straordinario sconvolgimento, nella fusione ardente degli elementi d’una vita nuova, e recente di memorie stupende, e non contenta del suo stato, e intesa all’avvenire, era naturalmente disposta a sentire e con ardenza a comprendere, sollevata, riflessa ed echeggiata nella idealità estetica, la sua grande rivoluzione. Nulla di ciò in Italia: dove il moto letterario, o partendo dalla potenza solitaria e dall’azione a pena avvertita di sommi ingegni o determinato dall’ascendente or francese or germanico, procedè a ondate disuguali e intermittenti, e non trovò alveo non campi ove devolvere pienamente il suo corso. Veniamo agli esempi: Ugo Foscolo compié egli, come lo Schiller, tutto quello a che era idoneo? Giacomo Leopardi, anche non considerando le peculiari sue condizioni, potè adoperare, estendere e rinnovare tutte le facoltà sue come lo Shelley? Alessandro Manzoni svolse egli da vero tutta intiera e piena la sua manifestazione artistica, come piú largamente e con prodigiosa ricchezza avea fatto il Goethe? No: la Italia era in principio o non preparata o reluttante, fu poi troppo distratta e preoccupata: e i suoi piú insigni scrittori moderni, eccetto il Manzoni e il Leopardi, intesero, non so se piú o meno prudenti dei tedeschi, i quali vollero constituire e confermare l’arte e la filosofia germanica prima che la patria, certo molto meno avventurati dei francesi, i quali avevano una patria gloriosamente constituita, i nostri piú insigni scrittori moderni, dico, intesero servirsi del rinnovamento letterario come di mezzo a restituire la nazione.
Tanto è vero, che, raggiunto ora questo fine, l’Italia in letteratura è tornata, mutati gli oggetti, alle condizioni press’a poco del 1770. Con la ghiottornia svogliata d’una fanciulla in convalescenza, ella si getta su i rimasugli delle cene della letteratura di Luigi Filippo e del secondo impero, che finiscono di guastarle lo stomaco: ella rimastica i pasti tedeschi, che non può digerire. Vedete la maggior parte delle opere drammatiche odierne: elle vi han l’aria di cose già viste e a sazietà riviste: sono ombre della commedia francese, che si rispecchiano pretensiosamente in un quadro mobile e vago con isbiaditi contorni che non sono piú di nessuno. Leggete, se vi dà il cuore, certi romanzi che si moltiplicano piú noiosi e piú vani dei canzonieri del cinquecento: è vita italiana cotesta? è spirito, è ingegno, è lingua italiana? Nel resto la scapigliatura e la facile letteratura a uso di Francia sbizzarriscono innocentemente contro le vesciche di un classicismo academico che non è mai stato nazionale; e un’arcadia renana par che voglia dedurre nuove colonie a consolarci dello svaporato romanticismo. La critica, salvo alcuni nobili esempi, sdottoreggia e vive giorno per giorno di piccoli espedienti e piccoli furti, di grandi declamazioni e grandi formole, di ripetizioni de’ catechismi vecchi o nuovi, di chiacchiere, senza fondamenti razionali, senza metodo storico, senza dottrina. Vorremmo studiare e rappresentare quella poca di vita nuova che si prova a spuntare in noi; ma lo facciamo prendendo a ricopiare qua e là i descrittori stranieri. La vita della conscienza moderna né la sentiamo né la comprendiamo ancora del tutto.
L’Italia è indietreggiata al 1770: tanto è vero che si riagita, come già dal Cesarotti, la questione d’una lingua moderna. E sí che, se v’è stata questione che sia proceduta di pari passo e risoluta insieme con la nostra rigenerazione politica, ella è questa della lingua. Quando sotto la dominazione francese l’Italia cominciò a spasimare per la indipendenza, il Cesare, continuando nel territorio grammaticale la reazione alfieriana contro la Francia, rimise in onore gli esemplari del trecento e del cinquecento. Ma l’Italia dopo l’Alfieri e il Parini non intendeva di ritornare a restringersi tra gli ascetici del secolo decimoquarto e gli academici del decimosesto, e il Monti schiumò via bravamente tutto ciò che nel purismo v’era d’impuro. Lo aiutò il Perticari; e, facendo un passo piú avanti, affermò e mise in solido la unità politica della nazione nella unità letteraria della lingua. Il Manzoni e il Tommaseo, contraddicendo a quel che nel sistema del Perticari poteva essere troppo rigidamente e immobilmente letterario, e ingegnando con i precetti e gli esempi di riattingere alla fonte viva dell’uso popolare, conferirono pur essi a conchiudere la questione praticamente quando a punto la rivoluzione si risolveva nei plebisciti. Dopo ciò tutto, a una nazione che ha una letteratura classica da sette secoli, vorrebbesi rimettere in bocca non so quale altra lingua, co ’l pretesto che questa usata finora è solamente una lingua letteraria. E che altro sono la lingua tedesca e la inglese? che altro, in fondo, è la francese? Sarebbe il caso di rispondere come a colui che negava il moto: moversi. Ma l’Italia, pur troppo, non si move.
La questione della lingua, del resto, quale fu posta innanzi negli ultimi anni, è, come al tempo di Dante, questione, piú che d’altro, di stile, anzi di arte; e trascende ed è compresa in quest’altra: Perchè la letteratura italiana non sia popolare in Italia. Intorno a che un uomo dotto e di molteplice ingegno scrisse un libro che forse intende a provar troppo; come forse, riuscirei anch’io a provar troppo, se contrapponessi quest’altro quesito: Quando mai la letteratura italiana non fu popolare in Italia? Ogni scrittore che abbia raccolto gli spiriti del tempo suo e gli renda con immediata verità ed efficacia, riesce sempre, comparativamente all’argomento suo ed al tempo, popolare, perchè nel caldo scambio del suo senso intimo co ’l senso generale trova, senza cercarla, la genialità della forma. Ogni letteratura nella virilità è popolare per forza propria, per necessità delle cose: nella gioventú poi è opera piú o meno del popolo stesso. Ma, perchè tutto questo è vero, non è ragionevole, e sarebbe pericoloso, spingere agli ultimi termini la massima della popolarità nell’arte. Quando una coltura è stata lungamente interrotta, quando il popolo si segregò per esaurimento o fu segregato per violenza dalla cooperazione al lavoro letterario, allora è ben difficile che l’arte intenda alla popolarità immediata. Nelle età della critica il popolo, anche quello elegantemente vestito, è da per tutto superficie: tanto piú è tale in Italia dopo il secolo decimosesto. E quando in una età critica, e per giunta consuetudinaria, certe teoriche si vogliono portare nel fatto agli ultimi termini, gli effetti riescono cosí meschini e ridicoli, che primi a non contentarsene sono quelli che le promossero; e non è questo il luogo da parlarne.
Pur troppo l’Italia, non a pena risorta, si è impedita in un alessandrinismo barbogio che simula sforzatamente la libertà e la gioventú. Non importa far questioni di generi, di scuole, di estetica; ma è forza convenire che v’è un processo di trasformazione degenerante. Lo spirito della nostra letteratura va sempre piú raffreddandosi, e la produzione ogni giorno rimpiccolisce, rammeschinisce, raggricchiasi. Non abbiamo piú potenza a rappresentare in armonico insieme tutte le essenze, tutte le condizioni, tutte le forme, e smembriamo quel che è necessariamente organico, e dello smembramento ci applaudiamo come di un progresso dell’arte. Che significa il realismo con la pretensione sua ad essere cosa tutta recente, a regnare solo ed esclusivo? Significa che non sappiamo piú inventare, imaginare, raccogliere in uno le impressioni; e descriviamo minutamente a inventario, e scambiamo per cima dell’arte la fotografia. I grandi artisti delle grandi età sono tutt’insieme realisti e idealisti, popolari e classici, intimi analizzatori e formatori plastici, uomini del tempo loro e di tutti i tempi. Tale, per offerire un esempio non sospetto, fu Volfango Goethe.