Pagine di storia letteraria

Part 35

Chapter 353,741 wordsPublic domain

Togli dalle opere di letteratura scritte nella metà prima del settecento un luccicar rado qua e là di trita pulitezza, e qualche generosità di spiriti solitaria; tutto è uggia di boschetti parrasii il restante, e sente il riscaldato de’ serbatoi dell’Arcadia. Nella forma, barbarie; e non baliosa e rilevata come ne’ tempi di mezzo, ma per soverchio di delicature tisicuzza e calamistrata: nel concetto (se concetto s’ha a dire), vigliacchissima, schifosissima servilità. In prosa; libri critici di gravità pesante e pur vani, trattati di scienza imbellettati e co’ nei, dissertazioni di segretari e lezioni d’accademici sopra argomenti da accademie; di quaresimali e di predicatori, «Metastasi del pulpito», gran quantità, come d’elogi d’uomini grandi riadattati e scamozzati, e d’uomini celebri di cui niun sa che esistessero, e d’orazioni funebri in morte de’ padroni graziosissimi. In rima; canzoni e sonetti per un duca che muore o per un infante che arriva; poemetti per i funerali d’una duchessa o per un viaggio di arciduchi o per un ereditario pur mo’ nato; complimenti per gli onomastici e gli anniversari d’imperatori e imperatrici, dove interloquiscono l’arciduchessina prima e l’arciduchessina seconda; odi pindariche per principessine che vanno spose o si rendono monache. Tutta cotesta letteratura ti pare uno stupido inno a uno statu quo stupidissimo. Chi bene intenda, sola una voce ne esce; voce di greggi belanti a’ pastori — Battete, tosate, scorticate a baldanza; traete le bestie da vendere e da macellare; ma un po’ di stalla e di mangiatoia sicura alle superstiti —.

«Codesti modernacci maladetti scrivono come se tutta Italia fosse una galera e tutti i suoi abitatori tanti vilissimi schiavi», gridava, con intenzione speciale alla lingua e allo stile, Giuseppe Baretti[215]. E il prete Parini, scrivendo al conte di Firmian, osservava: l’oppressione della libertà fiorentina, lo scadimento della potenza veneta, la tirannia degli spagnoli, la ipocrisia introdottasi nella corte romana dopo la riforma, avere spento in Italia ogni sentimento di gloria nazionale, ogni libertà pubblica di pensare: quindi avviliti quasi tutti gli animi italiani; quindi servitú, mediocrità, barbarie nelle lettere e nelle arti italiane: a ciò conferire anche i frati pubblicamente insegnanti; non sapere i frati eloquenza che pur sia; sapendolo, trovare il loro conto a non insegnarla rettamente; pur volendolo, non potere, per i loro spiriti parziali che rompono la unità e la conformità dell’instituzione[216]. E non pure con l’insegnamento (tutto cosa loro), ma con intrudersi poco monasticamente nelle accademie nelle case nelle conversazioni, spegnevano i frati ogni buon gusto, ogni alto spirito comprimevano. Da coteste scuole ed instituzioni de’ frati usciva una gioventú, mézza: materia formata a levarne fuora cortigiani, impiegati, persone di qualità, accademici e professori e poetini d’Arcadia. A’ quali tutti instituto letterario era dissimular la natura, gli spontanei moti attutarne, pulire e ripulire l’esterno, all’anima imbiancare e verniciare il sepolcro, schiacciarsi al giogo e portarlo con garbata disinvoltura: onde piú ricercata la contorsione che non la grandezza, piú il giro della frase ambizioso che non la schiettezza vigorosamente nuda, piú la grazietta che non la forza, piú la punta dell’epigramma che non l’affetto: obliato il vocabolo paesano «ingegno», accattati di fuori i piú materiali o facilmente spendibili o indefiniti «talento» e «spirito» e «genio». Poi, queste «persone di qualità» e cortigiani e cavalieri, questi professori e maestri e persone di «talento» di «genio» di «spirito», questi non uomini in somma ma crisalidi ed entòmati d’uomini, venivano a sedere nelle accademie, messe sú due secoli in dietro da’ principi per istaccare la letteratura dalla nazione e farne un commercio di pochi a loro tutela. E nelle accademie proclamavano: essere molta parte di lode piacere a principi e grandi: gli Orazi e i Virgili, gli Ariosti e i Tassi, i Racine e i Molière non poter fiorire senza i Mecenati e gli Augusti, senza i Medici e gli Estensi, senza i Luigi: d’altra parte, soli i letterati fioriti in corte poter essere esemplari di stile, di gusto, di letteraria creanza; barbari essere e scapestrati e goffi gli Omeri e gli Eschili, i Lucrezi e i Danti, o tutto al piú grandi d’ingegno, rozzi d’arte: il burbero Tacito e il bisbetico Gian Giacomo chi può patire? adunque doversi cercare su tutto la protezione de’ principi, e comporre tal poesia tal filosofia tal eloquenza da piacere a’ principi, e le composizioni dedicare a’ principi.

Di fatto furioso fu per tre secoli il prosternarsi di filosofi e di scrittori, dal Tasso al Metastasio, dal Galileo al Vico, dinanzi a corone a tiare a mitre e a cappelli di cardinale. E che provenisse dal prosternarsi lo seppero ben essi il Tasso ed il Vico. Al quale ultimo il cardinale Lorenzo Corsini (poi Clemente XII), che gli «avea compartito il sommo onore di ricevere nell’alta sua protezione» la Scienza nuova, e «all’ombra della cui gloria assicurava il nome suo»[217] Giovanni Battista Vico, non si degnò pure risponder motto del pigliar egli le spese di stampa, come avrebbe desiderato il filosofo povero: onde di cinquecento fogli che era da prima il manoscritto della Scienza nuova fu con «aspra meditazione» ristretto ne’ dodici: per il cardinale non restò che la Scienza nuova non si stampasse. Pure i letterati seguitarono a dedicare. E raccolte e volgarizzamenti intitolava con le frasi d’uso alle Eccellenze veneziane quel Cesarotti, che poi scrisse i due libercoli della democrazia e del patriottismo, e poi sonetti a Napoleone massimo e poi la schifosa Pronèa. Né pure un Parini poté espedirsi dal far sonetti per le arciduchesse: e a nozze d’arciduchesse cantava quel Cerretti, che quindi a poco in un’ode imprecatoria ai monarchi d’Europa vantava «io solo forse tra i poeti, io libero, io franco, tonai ne’ gravi modi d’Alceo fra un popolo imbelle di schiavi»[218]. E Giovanni Fantoni; la cui musa verso il 90 «amava la plebe oppressa, odiava i tiranni», e nel 97 pregava che «la libertà con erculeo braccio riducesse in polvere i ferrei troni e calpestando i tiranni atterrasse i vizi»[219]; nell’85, scrivente Alfieri il Principe e le lettere, questo Giovanni Fantoni faceva una vera supplica in versi a Maria Carolina di Napoli, chiedendo «un fertile campo un picciol tetto ove Flacco ebbe la cuna», e promettendo di far sapere al mondo che la Maestà sua aveva «il core di Tito e la virtú e la mente di Augusto»[220]. Pur tuttavia nulla ebbe l’Orazio toscano (cosí lo chiamavano): e fu bene; ché il Fantoni, fatto poi amatore verace e incorrotto di libertà, fu, quando Europa tutta inginocchiavasi a Napoleone, de’ magnanimi pochi che si tenner ritti fremendo, degno almen nella fine che lo avesse lodato l’Alfieri. Ma supremo e impudentissimo rappresentatore di quel costume letterario del settecento fu il Casti; che prima si godé alla corte di Caterina di Russia, poi mise in canzone gli amorazzi dell’imperatrice e in caricatura il cavalleresco Gustavo di Svezia per compiacere a Giuseppe austriaco, su ’l quale morto sparse alla sua volta il ridicolo di un’ottava famosa; all’ultimo ridottosi nel 92 all’ombra della Convenzione diè segno d’animo libero con ammorbare delle Novelle galanti l’Europa.

A questi tempi, e fra tali uomini il conte Vittorio Alfieri, nel 1775, all’età sua di anni ventisette, meditava un tribunato letterario a rinnovar la nazione; tribuna il palco scenico, tromba di riscossa la poesia di Dante. Ma né l’Italia ha teatro, né il giovine conte ha pur l’uso della lingua materna. Che importa? Ecco: ei si lancia al suo fine con quella rapidità irresistibile con cui ha trascorso l’Europa dall’uno all’altro capo, da Stockholm a Cadice; l’aggiunge con quella impazienza di deviamenti con la quale nelle sue tragedie precipita alla catastrofe. E in quattro anni non solo il poeta tribuno è compiutamente formato, ma già s’apparecchia a discorrere nelle prose la ragione filosofica del suo rinnovamento; e in otto anni ha finito di preparare a sé la tribuna, all’Italia un teatro novissimo. Ora quale magia ha egli trovato il giovane conte pur ora ignorante e «asino quanto ce n’entra»?[221]. La magia l’ha trovata nel contemperamento de’ suoi affetti d’uomo, della sua fantasia di poeta, del suo raziocinio di pensatore.

DEL RINNOVAMENTO LETTERARIO IN ITALIA

[Discorso tenuto per la inaugurazione degli studi, nell’Università di Bologna, il dí XVI Novembre MDCCCLXXIV — _Opere_, I, 291-323].

I.

Questa solenne costumanza del riaprire le scuole quando la tristezza dell’anno già declinante sembra incorare agli uomini pensieri e memorie di morte, non parmi, o signori, senza un alto significato di speranza e di fiducia: quasi i popoli ammoniscano e confortin se stessi, che nel corso della civiltà non c’è inverni ma preparazioni, che pur nell’ordine degl’intelletti la morte è trasformazione soltanto. «Quale la generazione delle foglie, tale quella degli uomini: tante foglie il vento sparge alla terra, tante altre la selva germinando produce nella sopravveniente stagione di primavera»: cosí cantava la epopea greca. E anche questa selva italica, come a Dante piacque figurarla, questa selva superba di stirpi, di popoli, di instituzioni, di glorie, né mai perdé, nel lungo inverno che le fu sopra, tutte le foglie, e ora con un giocondo fremito di rigermogliamento estende i rami ai venti ed ai soli novelli.

Non però dimenticheremo, o italiani, i morti. Da poi che la patria tornò in sua potestà, i maestri, nel cui nome noi giovani ci esaltavamo ed accendevamo, gli eroi del pensiero e dell’arte, ne sono gli uni appresso gli altri mancati. Morí Giovanni Battista Niccolini, l’ultimo ghibellino, poco di poi che il discendente d’un vicario di Enrico settimo fu entrato co ’l titolo del regno d’Italia nella città di Dante e del Machiavelli. All’ultimo e al grande dei guelfi, per contro, ad Alessandro Manzoni, bastò tanto la vita, ch’ei poté vedere la Chiesa rifiutare co ’l verbo e con l’opera la Morale cattolica, e Roma aprir le porte non alla rassegnazione, non ai vóti scomunicati dei nuovi guelfi, ma al fiottare incalzante dei popoli e delle artiglierie. E disparvero, Giuseppe Mazzini infaticato ad eccitare il movimento dell’Italia intorno a Roma, come quel delle lettere intorno al concetto e al dovere di riconstituire la patria; Carlo Cattaneo, co ’l quale la civil filosofia risvegliata contro gli idealismi snervanti e infecondi passò, dalle speculazioni ai contrasti della vita e all’azione, e levò su gli asserragliamenti di Milano la fronte serena, organizzando per cinque eroiche giornate la vittoria del popolo contro l’impero; Francesco Domenico Guerrazzi, che nella selvaggia esuberanza delle sue forze e degli atteggiamenti gladiatorii dello stile e nei vulcanici sfoghi della passione tutti raccolse gl’istinti d’odio e le smanie di battaglia d’un popolo oppresso. Con la morte del fiero atleta si è chiuso il primo stadio della moderna letteratura italiana.

Ora qual fu e come si svolse cotesta letteratura del risorgimento? e noi che facciamo, o che dovremmo o potremo fare, per proseguire l’opera dei nostri padri? A tali dimande, che la generazione crescente ripete, io vorrei oggi, pure attingendo i sommi capi, rispondere, secondo mi consigliano l’amore all’arte e alla patria e la modesta esperienza che ho di questi studi. Dai quali non dispiacerà ai colleghi onorandi e a’ gentili uditori che io non mi dilunghi né meno in questa occasione del solenne e general convegno della Università bolognese: essi san troppo bene che l’arte e la letteratura sono l’emanazione morale della civiltà, la spirituale irradiazione dei popoli.

II.

Quando su ’l finire del 1748 il trattato di Aquisgrana incominciò all’Italia quarantaquattro anni di pace e di illuminati despotismi, il Metastasio e il Goldoni erano nel maturo vigor della vita, era nel suo diciannovesimo anno il Parini: l’Alfieri nacque dopo un anno, il Monti sei anni di poi. Questi nomi e questi numeri segnano nettamente il confine tra la vecchia arte e la nuova. Per vero su ’l confine tra l’antica Italia e la Italia rinnovantesi stanno anche e rimarranno eterne le due erme del Muratori e del Vico, come destinati, quegli a raccogliere e conchiudere nella sua descrizione tutto il passato, questi a dar le leggi storiche per l’avvenire; e certo nei campi della dottrina e del pensiero solitario ed astratto, fuor della vita e del sentimento, l’Italia era allora tuttavia grande. Ma nell’arte il Metastasio e il Goldoni ci rappresentano il passaggio dai contorcimenti dell’affannosa grandiosità spagnuola agli specchiamenti nel classicismo regolare di Luigi decimoquarto: perocché l’Italia, esaurita la fecondità originale a poco a poco nella compressione politica e religiosa e nel vuoto fattole intorno dopo la pace di Cateau Cambrésis e la chiusura del concilio di Trento, veniva ormai ricevendo e riprendendo dalle letterature delle altre genti latine, che ella aveva educate e cresciute del suo, non pur gl’impulsi ma la materia e le forme, e mutava gli esemplari insieme e i padroni. Il Metastasio di fatti, ove ascende alla tragedia, tiene dal Corneille e dal Racine; e il Goldoni, ove è commediografo perfetto, dal Molière e dal Regnard. Ma la sostanza e l’anima delle opere loro è pur sempre la vita italiana d’allora ne’ due suoi aspetti, ideale e reale. L’ideale di quel popolo degenerato, che dagli attriti e dagli urti del vero riparavasi tra le imbottiture di un falso mondo eroico e pastorale cullantesi nella gentil sensualità della musica, lo raccolse e ce lo rende il Metastasio, cresciuto in Roma papale, educatosi poeta in Napoli ancora spagnolesca, vissuto in Vienna a giocondare la corte dell’imperatore cui Dante e il Petrarca o invocando o consigliando o imprecando trattavan da pari. Egli discendeva dal Tasso dal Guarini dal Marino, ma con sí fervorosa compiacenza versava nell’opera l’affine consentimento suo alla società tra cui vivea, che ne risultò una poesia tutta secondo allora moderna e intimamente geniale, la quale per altro infiorava colorava ed armonizzava il nulla. Con lui il ciclo dell’idealismo arcadico è pieno: la plastica della parola si è lisa in modo che non regge piú e cede il luogo alla plastica dei suoni, e l’antica arte italiana muore cantando come gli eroi del suo poeta. Che se ad alcuno occorresse pur disilludersi del mondo eroico metastasiano, quegli ricorra al teatro del Goldoni; il quale con piena indifferenza per tutto che non fosse la commedia ritrasse la vita italiana come erasi ristretta nel cuor di Venezia. Che fecondità, e quanta ricchezza e fluidità di colori, ma che tristi disegni! Il Tartufo del Molière e il Misantropo prenunziano la rivoluzione: i Lelii del Goldoni non prenunziano altro che la sera in cui, crollando tutta intorno la longeva repubblica, il doge Manin si lamenterà del non poter essere piú sicuro né men nel suo letto.

Dopo la pace di Aquisgrana, gli Austriaci in Toscana e in Lombardia, i Borboni in Napoli e in Parma instaurarono il despotismo a uso Luigi decimoquarto, illuminantesi da quella letteratura che emancipata durante il regno di Luigi decimoquinto andava combattendo senza posa una guerra filosofica e sentimentale di principii e di epigrammi, di teoriche e di utopie, di trattati e di romanzi, di enciclopedie e di commedie, in corte, alla università, nei parlamenti, in teatro, per tutto, contro la chiesa, contro la feudalità, contro lo stato, da cui essa e il dispotismo del maggior Borbone erano usciti. Cotesta incantevole e strana letteratura empiè e rifoggiò di sé l’Europa, non pur l’Italia che quasi inconscia se ne imbebbe tutta e se ne colorò di una vita apparente. Dal movimento in fatti e dal pensiero francese mossero e ritrassero gli economisti i filosofi i politici di Toscana di Lombardia di Napoli: francesi si fecero in tutto i critici di Padova: fino i gesuiti adoravano il Voltaire, e rubacchiandogli le arguzie ne scimmieggiavano le licenze assalendo la tradizione letteraria nazionale con leziosaggini barbaresche. Ma da un’altra parte la opportunità e vivacità dei libri francesi, raffrontata alla vanità academica dei piú tra quelli che si componevano allora in Italia, avea pur risvegliato co ’l senso dell’orgoglio patrio la emulazione dei nostri migliori; e la emulazione s’era fatta nazionale: essi tornavano agli antichi esemplari, agli esemplari dell’Italia una volta maestra.

Due poeti uscirono tra quei contrasti, Giuseppe Parini e Vittorio Alfieri; rappresentando il primo quel graduale rinnovamento del popolo di mezzo che dagli scritti dei filosofi e degli economisti dovea passare nelle riforme dei principi, il secondo la insurrezione immediata. Se non che il fermento delle idee in Italia era solo nella superficie, o meglio in alcune menti di pensatori e scrittori: la maggior parte viveva la vita delle commedie goldoniane o sollazzavasi nell’idealismo metastasiano. Per questo, e anche perché ogni nuovo svolgimento è nel motivo suo primo reazione, il Parini e l’Alfieri, pur succedendo al Goldoni e al Metastasio nell’opera letteraria, furono tutto il contrario. Il Parini ritrasse anch’egli come il Goldoni la vita reale, ma con dolore e sdegno, co ’l pungolo della censura: l’Alfieri oppose a un beato idealismo un idealismo negativo: ambedue la reazione improntarono sin nelle forme, contrastando al lassismo gesuitico di lingua e stile de’ due antecessori e dei contemporanei e alle ariette e a’ recitativi con la purità del cinquecento, con la rigidità del trecento, con l’asprezza eccitante e la varietà faticosa del verso sciolto e dell’ode classica.

Ma l’efficacia del Parini fu di gran lunga inferiore a quella dell’Alfieri. Il milanese tra le riforme di Maria Teresa e di Giuseppe secondo si accomodava a quella specie di federazione monarchica che andava foggiandosi intorno al 1789 come già innanzi al 1494. Certo egli restaurò in sé l’uomo, rifece la conscienza del poeta, e non fu poco; intese anche a ristaurare gli animi, a rifare i nervi della sua cittadinanza lombarda; ma di rado o non mai egli allungò lo sguardo oltre i tigli di Porta orientale, non assurse mai al concetto d’un rinnovamento d’Italia, né mai il nome d’Italia patria e un fremito di libertà vibrò in quei versi squisitissimi, coi quali rinnovava il poema didascalico del secolo decimosesto trasportandolo alla satira borghese e i sensi della borghese filantropia acconciava nelle strofe di Bernardo Tasso e del Chiabrera. Ei lasciò un nobile esempio di stile e di vita, Vittorio Alfieri ci lasciò la passione; e per ritemprare cosí un popolo come una letteratura ci vuole a certi momenti la passione. Era tanto tempo che tra gli scrittori italiani mancava un uom vivo, a cui bollisse nelle vene il buon sangue antico; e quest’uomo ce lo mandò il nobile Piemonte. Il Piemonte, ancora nuovo alla letteratura, non avea sciupate le forze ne’ piccoli torneamenti letterari: avea lavorato e combattuto, era giovine: tant’è vero che il suo poeta, a pena rifattosi italiano, salta, senza badarsi intorno, oltre l’arcadia e le corti del cinquecento, e va a cercare i suoi coetanei, Dante e il Petrarca, dei quali riprende e rende nel secolo decimottavo la imagine. Fu detto che la tragedia alfieriana è la tragedia francese scarnificata; e, se guardisi per un solo aspetto, può parere giudizio vero. Ma il fatto è che né quello era il tempo né l’Italia il paese né l’Alfieri l’uomo da questioni teoriche. La tragedia era allora il poema per eccellenza: era universale la forma in cui l’aveano foggiata i poeti di Luigi decimoquarto; si credeva stabile, eterna, come la monarchia, come la chiesa, come la società partita in tre stati. E in quella tragedia legittima e regolare l’Alfieri con la forza nervosa di Dante ci mise dentro il contratto sociale, e con le unità di luogo e di tempo bandí la rivoluzione. Cotesta è la novità dell’Alfieri: il dramma è la rossa criniera e il ruggito del leone astigiano divincolantesi tra i cancelli academici di Luigi decimoquarto. La questione se l’Alfieri abbia o no creato la tragedia nazionale a me pare solamente scolastica: ei ricreò la poesia, egli creò la rivoluzione italiana.

Perocché l’Alfieri, e dal teatro, e in rima ed in prosa, andò sempre agitando su gli occhi dei suoi nazionali e dell’Europa la imagine, come improntata in un sudario, dell’Italia trista e dolente. Egli con l’intensa passione di Dante e del Petrarca se l’avea tratta dalle intime viscere del suo sentimento; una Italia viva non c’era. Potevan bene gli economisti e i filosofi proporre riforme, e i principi effettuarle: il popolo italiano giaceva, o, se svegliato, infuriava e stizzivasi contro chi l’aveva scrollato dal sonno. La sua conscienza politica era gravata dalla posatura delle antiche parti guelfa e ghibellina, che in due secoli di servaggio avea fermentato e ricoperto di muffe tutta la vegetazion del rinascimento. Tant’è vero, che la rivoluzione francese, salutata con erette speranze dai popoli e dai poeti di Germania e d’Inghilterra, in Italia, che pur doveva riceverne il primo e piú potente impulso a drizzarsi, fu instintivamente odiata dal popolo, e da’ poeti imprecata, dal Parini per quella accidia delle riforme, dall’Alfieri per passione nazionale, dal Monti per consentimento all’universale.

Vincenzo Monti fu di questa seconda fase letteraria che si stende tra il 1789 e il 1815 il Metastasio mutabile, in quanto ebbe come il romano la facoltà di consentire con creativa compiacenza alle impressioni degli avvenimenti e al genio della società tra cui passava: ei raccoglieva d’attorno attorno il suo ideale e poi lo fermava con effusione in versi magnifici. Ingegno piú vario che non il Metastasio, piú pronto e ricco che non il Parini, piú facile e vivo che non l’Alfieri, seppe rinnovare quel che d’usuale e di utile restava nelle consuetudini dell’arte italiana, seppe assimilarsi quel che a lui si affaceva dall’opera individuale del Parini e dell’Alfieri, seppe attingere con discernimento e con gusto alle letterature straniere, ciò che i suoi contemporanei facevano male: fu in somma il maggior poeta ecletticamente artistico che l’Italia da gran tempo avesse avuto, anzi raccolse in sé tutta l’abitudine poetica dell’Italia d’allora, e dié fin dalla gioventú il piú bel saggio di quel che sarebbe riuscita una nuova letteratura su ’l cadere del secolo decimottavo quando non fosse stata travolta dalle tempeste politiche. Con tutti cotesti doni ei non era il poeta di quell’ombra di rinascimento cattolico insieme e pagano, che su ’l finire della lunga pace del secolo mentiva la Roma di Leon decimo nella Roma di Pio sesto. E quando il pontefice si restrinse all’imperatore contro altri e piú terribili Luteri, i giacobini; quando il popolo italiano risentí un accesso medievale di ire guelfe e ghibelline contro i nemici della chiesa e dell’impero; quando il nome d’Italia e l’amore di patria parver risorgere in una specie di federazione cattolica monarchica proposta da Pio; allora Roma e l’Italia, il papato e l’impero, ebbero il loro poema, la Basvilliana: poema vero, sentito, storico, perocché al ringiovinito ternario del secolo decimoquarto i volghi di Roma di Verona di Lugo di Arezzo di Napoli di Calabria facevan bordone con lo scricchiar dei coltelli che scannavano i francesi sperduti o prigionieri ed infermi e co ’l crepitar dei roghi ove abbrustolavano insieme gli ebrei e i giacobini italiani.