Part 34
giacque, Affamato, assetato, estenuato, Dal venenoso aere stagnante oppresso, Fra le inutili ciurme al suol languendo [Merig. 123]. Tumultuosa, ignuda, atroce folla Di tronche membra e di squallide facce E di bare e di grucce [Merig. 1046].
Finalmente l’allitterazione, uso cosí nuovo agli orecchianti italiani che la scambiano per ciò che nelle reverende scuole chiamavasi, con vocabolo non aborrito abbastanza mai dalle purgatissime orecchie, _cacofonia_, l’allitterazione, dico, nei versi del nuovo Virgilio lombardo trionfa come in quei dell’antico:
Lieve lieve per l’aere labendo [Merig. 277].
Altro mezzo a mutare il passo de’ versi, a fermare l’attenzione su l’imagine e su l’atto, ad eccitare il sentimento, sono le spezzature con le quali il Parini finisce un periodo logico e metrico, e anche una proposizione, e ne comincia un altro a mezzo il verso dopo la terza o la quinta, dopo la sesta o la ottava. Nei 1131 versi del Mattino le spezzature dopo la sesta sono 127, dopo la quinta 45, dopo la terza e l’ottava 9. Nei meno che quaranta versi della Vergine cuccia le spezzature sono venti. Pochi esempi.
la spada; Corta e lieve non già, ma, qual richiede La stagion bellicosa, al suol cadente, E di triplice taglio armata e d’elso Immane [Matt. 1145]: qualora, Pollo o fagian con la forcina in alto Sospeso, a un colpo il priverai dell’anca Mirabilmente [Matt. 994]: Pari a le stille tremule brillanti, Che a la nova stagion gemendo vanno Da i palmiti di Bacco entro commossi Al tiepido spirar de le prim’aure Fecondatrici [Merig. 660]: Ma che? Tu inorridisci e mostri in fronte, Qual istrice pungente, irti i capelli Al suon di mie parole? Ah il tuo mattino Questo, signor, non è [Matt. 53]: I convitati Vengan dopo di voi, quindi il marito Ultimo segua [Merig. 240]: Ciò che scioglie i desiri e ciò che nudre La libertà magnanima [Merig. 1000].
Alle spezzature, per simili effetti, il Parini accompagna le interruzioni, che sono esclamazioni interposte alla proposizione, in mezzo al verso, con voce proparossitona od ossitona:
il suol di lunga striscia Spettacol miserabile, segnaro [Matt. 1230], le molli Lingue lambenti flessuosamente La man che il loro fato, aimé, stringea [Merig. 654], con le proprie mani A sé le care luci da la testa, Con le man proprie, misero, strapposse [Merig. 810].
Ma gli effetti altamente estetici dell’arte di verseggiare, congiunta che sia, come nel Parini, alla sapienza del distribuire e disporre nella parola sensazioni imagini idee secondo l’intuito logico sensuale della fantasia, bisogna vederli nell’insieme. Nella favola del Piacere la comparazione del temporale estivo tiene otto versi in un periodo solo, poetico a un’ora e musicale, di due parti: maggiore la prima, crescendo di verso in verso nella raffigurazione che s’avvicina, con gli accenti, con la mista larghezza e cupezza nel suono delle vocali, co ’l súbito impeto delle consonanti stridenti, assorge al verso quinto nello scoppio del tuono: minore la seconda, decresce di grado in grado co’ tre ultimi versi all’allegro crepitare della pioggia in quella scoppiettatura finale di nomi e di verbi.
Come nell’arsa state il tuono s’ode Che di lontano mormorando viene, E col profondo suon di monte in monte Sorge; e la valle, e la foresta intorno Muggon del fragoroso alto rimbombo; Finché poi scroscia la feconda pioggia Che gli uomini e le fere e i fiori e l’erbe Ravviva, riconforta, allegra e abbella. [Merig. 295].
Né meno mirabile, per efficacia tutta diversa, è la visione tra comica e tragica delle ombre astinenti avare degli avi, quando un gran divoratore si accosta alle mense dei nepoti. È un periodo solo di tredici versi, in tre membri che rientrano incastrandosi co ’l sentimento e con l’espressione l’uno nell’altro, mediante suoni e termini rispondentisi. Primo, visione fantastica:
Qualor s’accosta al desco altrui, paventano Suo gusto inesorabile le smilze Ombre de gli avi che per l’aria lievi Aggiransi vegliando ancor d’intorno A i ceduti tesori:
secondo, rappresentazione viva e saliente nei particolari fino all’assordante impressione del verso nono:
e piangon lasse Le mal spese vigilie, i sobri pasti, Le in preda a l’aquilon case, le antique Digiune ròzze, gli scommessi cocchi Forte assordanti per stridente ferro Le piazze e i tetti:
terzo, lenta e pensosa impressione morale con solennità di costruzione e intonazione nell’ultimo:
e lamentando vanno Gl’invan nudati rustici, le fami Mal desïate e de le sacre toghe L’armata in vano autorità sul volgo. [Merig. 612].
Ma, per effetto poetico immediato, la descrizione della notte resta unica. È un vero presentimento del romanticismo: ha quel non so che, che non è proprio, come disse vagamente il Foscolo, un contrasto di chiaroscuri e colori, ma che, e qui disse bene, i tedeschi poi si appropriarono e furono per ciò tenuti creatori d’una nuova e nazionale scuola di finzione poetica[205]. Onde attinse tale presentimento il Parini? Non da letture, certo; ma dall’intuizione accesa del reale, da ricordi de’ primi anni in Brianza e nella medieval montagna di Como. Certo, la verità viva e palpitante di cotesta descrizione colpisce piú che non tutte le ballate romantiche: è indimenticabile. Cosí il romanticismo fu preannunziato nella classica terra d’Italia dal piú classico poeta del secolo meno imaginoso. Misteriose anella onde intrecciasi la poesia nella storia dello spirito umano.
Primo momento: impressione dalle linee generali, austera, concisa, desolante:
Già di tenebre involta e di perigli, Sola, squallida, mesta, alto sedevi Su la timida terra.
Secondo momento: dall’alto al basso. La quiete solitaria e muta, sentita e resa in due versi che han del divino, si va perdendo nell’avvicinare la terra:
Il debil raggio De le stelle remote e de’ pianeti Che nel silenzio camminando vanno Rompea gli orrori tuoi sol quando è d’uopo A sentirli vie piú.
Terzo momento: dal basso in alto. Passaggio e trasformazione del vero fantastico nel fantastico pauroso. Come lungo il verso ottavo con l’emistichio avanti! come determinato il nono! come pieno de’ germi della paura il decimo!
Terribil ombra Giganteggiando si vedea salire Su per la case e su per l’alte torri Di teschi antiqui seminate al piede.
Quarto momento: la paura; in tre particelle. Motivi della paura, all’udito; motivi della paura, alla vista; due versi rispondenti a due versi, incerti i primi, mobili i secondi; il tredicesimo e il sedicesimo di grand’estensione e comprensione sí di suoni sí di termini. La terza è degli effetti morali: versi di suoni incerti e interrotti, poi tardi e gravi:
E úpupe e gufi e mostri avversi al sole Svolazzavan per essa, e con ferali Stridi portavan miserandi augurii: E lievi dal terreno e smorte fiamme Di sú di giú vagavano per l’aere Orribilmente tacito ed opaco; E al sospettoso adultero, che lento Col cappel su le ciglia e tutto avvolto Nel mantel se ne gía con l’armi ascose, Colpieno il core e lo strignean d’affanno.
Quinto momento. Il fantastico pauroso piglia al fine nelle menti sbigottite parvenze soprannaturali, in versi d’armonia prima ondulante poi acuta e feriente:
E fama è ancor che pallide fantasime Lungo le mura dei deserti tetti Spargean lungo acutissimo lamento.
Si ritorna al naturale con la sensazione del buio e della lontananza.
Cui di lontan per entro al vasto buio I cani rispondevano ululando. [Not. 4].
La fine della visione risponde al principio, semplice, indeterminata, e concisa piú anche d’idee che di parole.
* * *
Dopo ciò tutto, non parrà superbo giudizio questo del Foscolo:
Se lo stile del Parini non può gareggiare con quello di Virgilio, è di qualche conforto per gl’italiani pensare che il loro poeta si è avvicinato a quel grande maestro piú che alcun altro de’ suoi seguaci. Gl’italiani hanno oltre ciò l’ardimento di credere che nell’invenzione, nell’aggruppamento, nella connessione delle parti con l’intero, le pitture del Giorno siano superiori alle Georgiche[206].
Del verso l’Ugoni disse cosí:
Alcuni conservarono a tal metro i miglioramenti recativi dal Parini; altri, spingendosi oltre nella via da lui aperta e temendo di dar nel leccato, aggiunsero al resto facilità e snellezza maggiore. Lunga e minuta riuscirebbe la storia de’ passi successivi dati in tale arringo, ma si ordisce pur sempre dal Parini, e il Parini si trova sempre il capo della riforma[207].
Chi è che temendo dar nel leccato aggiunse al resto facilità e snellezza maggiore? Non, credo, il Monti; che nell’arte dello sciolto non proviene dal Parini, e, se mai, su l’esempio di lui tornò a Virgilio nella Feroniade, ma nell’Iliade è solo eguale a se stesso. Il Mascheroni piacque anche al Parini, ma la poesia didascalica doveva in Italia finire con L’invito. Troppa ne fece fuor di stagione l’Arici, artefice poco piú che di frasi e di suoni.
Tre veri maestri furono dopo il Parini, che alla forma da lui fatta viva e moderna commisero la veramente poetica per varie guise anima loro: Ugo Foscolo, come lirico: Alessandro Manzoni, come drammatico: Giacomo Leopardi, come elegiaco: tre maestri co’ quali visse la nostra gioventú e a’ quali fu ne’ dolorosi anni disposata la passione del secolo. E per ciò piacquero su tutti. Ma nell’arte dello sciolto cotesti poeti avanzarono da vero il vecchio Parini?
Nessuno rese epico lo sciolto meglio del Monti. A dir vero, i romantici crederono d’averlo fatto nuovamente epico-lirico loro con varietà di mosse byroniane. Ma il verso sciolto, passando per la panna montata de’ romantici, non si è egli esausto o non è svaporato?
OPERA E INTENTI DI VITTORIO ALFIERI
[È la Prefazione alle _Satire e Poesie minori_ di V. A., Barbèra e Bianchi, 1858, e parte della Prefazione al trattato _Del principe e delle lettere e altre prose di V. A._, Barbèra e Bianchi, 1859 — _Opere_, II, 275-291].
I.
Al nome e agli scritti di Vittorio Alfieri, il piú italiano degli italiani dopo l’Alighieri e il Machiavelli, tre maniere di letterati fecero guerra, impotente negli sforzi, miserabile negli sdegni: i puristi e gli accademici che ogni bello ripongono nella regola e nella parola, i novatori che solo veggono grandezza nell’insolito, i nemici tristissimi d’ogni libertà e d’ogni progresso civile. Che se contro le tragedie fecero mala prova, non riuscí vano lo sforzo contro le poesie minori: le quali, benché generalmente si faccia professione di amare e volere nell’arte la dignità e civiltà sopra tutto, rimangono pure quasi obliate dagl’italiani. Di che, oltre il gridare che tanto han fatto gli avversari dell’Alfieri e l’inclinare dei piú tra i leggenti alla poesia molle e fumosa, è anche per gran parte cagione la mancanza di una stampa accurata e non indegna, dove le si possano leggere piú comunemente. Imperocché le edizioni originali e le piú autorevoli né danno tutte e acconciamente raccolte le Poesie minori del Tragico, né sono a ritrovare e comperare facilissime: brutte poi d’ogni scorrezione e turpi nell’opera tipografica sono le posteriori ristampe, non divulgate molto pur esse.
In questo volumetto, non inopportuno adesso che la poesia per tornare non affatto inutilissima dovrebbe ritemperare gli animi dei leggitori all’amore della forma parca e severa e a fortezza di pensieri e di sentimenti, escono ristampate quasi che tutte le poesie minori di Vittorio Alfieri: tutte ed intere le Satire, gli Epigrammi, la Etruria vendicata: scelte le Rime ed il Misogallo.
Nelle Satire, pensate fin nel 1777, distese dall’86 al 99, è tutto quello che l’Alfieri avea veduto e odiato e spregiato e deriso nella vecchia Europa de’ tempi suoi, dai re fino alle donne: «e questo letterario guerriero — scrive Silvestro Centofanti[208] — questo tribuno Alfieri, che, invincibile nel sentimento sublime della sua arte, vuole abbattere checchè si opponga al nascimento della vaticinata civiltà, sono la forza che imprime una forma caratteristica a tutte le satire». Le cause e gli effetti dei vizi vede acuto e profondo come filosofo della scuola del Machiavello: quelli talora fulmina con lo sdegno superbo del censore romano, talora perseguita co ’l sogghigno amaro della commedia antica ateniese. E il fine politico di questa nella satira alfieriana c’è tutto: satira la piú strettamente classica e la piú larga ad un’ora nel concetto sociale che abbia l’Italia. Che se ti piace considerarla per rispetto al tempo nel quale fu scritta, la satira politica di Vittorio Alfieri è compimento necessario e quasi ragione della satira cittadina del Gozzi e della aristocratica del Parini; perocché dei vizi dell’uomo dipinti comicamente ed epicamente dal veneziano e dal lombardo quella del nostro ti dà la ragionevol cagione nei vizi delle leggi e dei governi, della educazione e della filosofia; ed è insieme con le satire degli altri due documento per la parte dei costumi utilissimo alla storia del secolo decimottavo in Italia. La forma è tutta nuova e tutta propria: «paragonate (segue a dire il Centofanti) queste satire con quelle dell’Ariosto, del Bentivoglio, del Guidiccioni, del Nelli, dell’Adimari, del Soldani, del Menzini, di quanti tra mediocri e cattivi ne scrissero fino a noi; e le troverete dissimili da tutte, simili solo all’Alfieri».
Seguono pur nel concetto alle Satire gli Epigrammi: se non che, mostrando essi talvolta piú che l’aculeo il precetto politico, tu diresti che si piacciano allora a pigliare la forma della poesia gnomica greca. Lasciò scritto l’Alfieri stesso nella sua Vita[209]: «Io era intimamente persuaso, che, se degli epigrammi satirici, taglienti e mordenti, non avevamo nella nostra lingua, non era certo colpa sua; ch’ella ha ben denti ed ugne e saette e feroce brevità, quanto e piú ch’altra lingua mai l’abbia o le avesse». E lo mostrò ben egli l’Alfieri negli epigrammi suoi, non lepidi né graziosi, ma rabbiosamente incisivi se altri ve ne ha.
Dopo le Satire e gli Epigrammi, dove l’Alfieri o fremente o sogghignante ha ritratto il mondo esteriore del tempo suo, séguita la Etruria vendicata; nella quale egli portò e ritrasse il suo ideale, quell’ideale medesimo che informa tutte le tragedie
Incise co ’l terribile Odiator dei tiranni Pugnale, onde Melpomene Lui fra gl’itali spirti unico armò:[210]
nella quale Alessandro e Lorenzino sono i due caratteri del tiranno e del tirannicida che trovi poi moltiplicati nelle tragedie dell’astigiano. Il che è ragionevole. Imperocché, molto al di sopra delle partizioni scolastiche e delle teoriche sistematiche, hannovi due grandi maniere di poesia, e per ciò due grandi famiglie di poeti diverse. Avvi tal poesia che move tutta dal di fuori; per la quale il poeta collocatosi come in mezzo al creato si fa specchio d’ogni idea e di ogni forma, d’ogni intelligibile e di ogni sensibile; e sereno, imperturbato, ne riproduce fedelmente la imagine: havvi altra poesia che partesi affatto dall’interno, per la quale il poeta, in vece di lasciarsi modificare dalle impressioni esteriori, quelle si assoggetta, e dà loro l’interno abito dell’animo suo. I poeti della prima maniera sono oggettivi, ed espandono largamente la loro poesia; tale è il Monti: i secondi sono soggettivi e la ristringono intorno a sé; tale è l’Alfieri. Il quale nato con un amore immenso della libertà al modo antico, e vissuto in tempi in paesi e tra popoli dove non potea tradurre quell’amor suo nell’azione, egli che nato tra i greci e i romani avrebbe operato altissime cose, afferrò quel solo argomento che aveva a manifestarsi; l’arte. E nell’arte sempre riprodusse se stesso e il suo tipo; esagerato naturalmente, come quegli che non aveva potuto appurarlo operando; dolorosamente ammirabile (e se la pigli chi vuole con la «tirannofobia» alfieriana), come uomo che rappresenta immaginando ciò che dispera, e non per colpa sua, di poter conseguire in effetto. Tale è pure nell’Etruria vendicata; concepita e cominciata a distendere nel bollore degli studi primi e della gioventú matura, nel 1778; proseguita a pezzi tra gli amori furiosi e i non meno furiosi concetti tragici e l’errare inquieto di paese in paese. E questa Etruria presenta in piccolo l’imagine di quella epopea mista, che sola è possibile ai tempi moderni, e che fu tratteggiata fantasticamente dal Byron e allegoricamente dal Leopardi: vi è l’elegia e la satira, la tragedia e la commedia; il colloquio di Lorenzino con la madre e la sorella, e il consiglio del duca Alessandro; l’apparizione dell’ombra di frate Girolamo Savonarola, e il confessore del pio tiranno mediceo: mescolanza che il grand’uomo non volle portare nel dramma.
Vengono ultime le Rime, quasi commenti alla Vita, quasi confessioni del tragico: nelle quali Vittorio Alfieri mostra se stesso dinanzi a’ suoi tempi rappresentati nelle Satire e negli Epigrammi, dinanzi al suo ideale riportato nell’Etruria vendicata; e si mostra come scrittore, come uomo, come cittadino e filosofo. Per lo che, lasciata la partizione che se ne fece in altre edizioni, io credo ben dividerle in Rime varie dove mostrasi specialmente lo scrittore, in Rime di affetto ov’è l’uomo, in Rime filosofiche e politiche dove ragiona o si commove il pensator cittadino: e, quando potei con certezza o per induzione quasi sicura, segnai l’anno in che furono scritte, affinché e a cui si ricordi della Vita e a cui piaccia di rileggerle insieme con quella presentino esse gli studi gli affetti i pensamenti dell’Alfieri in uno svolgimento continuo ed ordinato. Sotto il titolo di Rime varie (che meglio sarebbesi detto di arte) raccolsi poche cose che l’Alfieri compose a prova d’esercizio e di stile nei vari generi, e nelle quali almeno per le materie egli non si diversifica molto dai poeti del tempo suo: poche cose ma osservabili, come esperimenti di Vittorio Alfieri. Le Rime di affetto si compongono di una canzone e di molti sonetti, scelti i piú tra gli amorosi. E a chi le vorrà leggere con intenzione non corrotta da giudizio anteriore piaceranno, anche dopo quelle del Petrarca; e osserverà il modo del sentire e dell’esprimere diverso ne’ due poeti, anche dove il moderno vuol parere imitator dell’antico. Tuttavia tanta è in alcuni la preoccupazione contro l’Alfieri come poeta di sentimento, che parlando io con persona, pur gentile e intinta di lettere, del pregio grande delle rime d’affetto di lui, mi rispose non averle mai lette; d’altra parte saper bene che gli affetti dell’Alfieri non potevano essere se non di testa. E sí che Cesare Cantú, non alfieriano punto, credo io, diceva le cose dell’Alfieri piacer sempre perché scritte con passione[211]: e Nicolò Tommaseo, non molto amico pur egli al conte scrittore, consigliava una volta: «Delle liriche potete scegliere dall’Alfieri (tra i sonetti amorosi ce n’è di belli)»[212], e giudicava: «Delle sue liriche parecchie vivranno perchè in esse è l’affetto e il linguaggio poetico»[213], che detto dal Tommaseo non è poco. Sebbene assai prima Ugo Foscolo aveva scritto: «Parecchi de’ suoi molti sonetti, benché abbiano poca musica e certa trivialità di voci qua e là, possono ad ogni modo andare del pari co’ piú lodati in Italia. Ma il mondo non vuol dare la palma ad uno scrittore se non in un solo genere[214]». E parmi sarebbe stato da desiderare che la scuola degl’imitatori del Petrarca, a cui è gran lode essere stata chiusa da un Alfieri, si fosse incominciata da un ingegno cosí nuovo e robusto; il quale altro avviamento avrebbe dato a quella imitazione, che pure è parte elettissima della nostra poesia melica. Le Rime filosofiche e politiche si lodano di per sé a chi ami conoscere certi pensieri e giudizi dell’Alfieri sopra se stesso e i suoi tempi. Nella scelta di queste ho piú che molto allargata la mano: solo le veramente mediocri rigettai: le accennanti a fatti ed avvenimenti accolsi tutte, anche dal Misogallo: nel quale hannovi pure assai cose rettamente pensate, e fortemente, per ciò bellamente, espresse.
Si chiudono i sonetti da me accolti tra queste ultime rime con un vóto santissimo e degnamente altero all’Italia.
Giorno verrà, tornerà il giorno, in cui Redivivi omai gl’itali staranno In campo audaci, e non co ’l ferro altrui In vil difesa, ma dei Galli a danno.
Al forte fianco sproni ardenti dui, Lor virtú prisca ed i miei carmi, avranno: Onde, in membrar ch’essi già fur, ch’io fui, D’irresistibil fiamma avvamperanno.
E armati allor di quel furor celeste Spirato in me dall’opre dei lor avi, Faran mie rime a Gallia esser funeste.
Gli odo già dirmi: O vate nostro, in pravi Secoli nato, e pur create hai queste Sublimi età che profetando andavi.
Cosí Vittorio Alfieri, ripigliando in poesia il concetto ragionato in vano dal Machiavelli ad una età, potente di armi, bandiva primo l’impresa fatale a questa nuova generazione d’Italia, che, piú debole dell’antica, pur doveva propugnarla fino a tre volte in meno di cinquant’anni.
II.
Ricreare letteratura degna alla nazione e la nazione a quella ritemperare, fu a Vittorio Alfieri termine fisso di tutte le facoltà, opera continua di tutta la vita. A questo indirizzò gli affetti che ebbe da natura súbiti e veementi, educò la fantasia che volle mostrare virilmente severa, ordinò i pensieri che nutrí generosi nella splendida ira; e degli affetti, della fantasia, de’ pensieri fe’ tale contemperamento, che ne riuscí uomo, scrittore, pensatore novo ed eguale. Onde, tra le figure levigate e le cammuffate d’avanti e dopo la rivoluzione, questo conte repubblicano ti spicca dinanzi monumentale, come statua d’arte greca lavorata a’ bei tempi di Roma; e su l’austera imagine sua, che imparammo fanciulli a venerare ed amare, torna volentieri a posarsi l’animo, quando, giunti a quel punto della gioventú dove comincia a conoscersi utilmente la vita, meglio ch’uom vero lo crederemmo un fantasma della nostra adolescenza; fantasma di tribuno o d’antico savio trascorrente alto e con isplendore all’intorno per i tempi scuri e su’ mortali rimpiccoliti. Lo crederemo; se a chiarirci ch’egli è vissuto non sussistesse l’eredità ch’e’ volle lasciare all’Italia negli esempi della sua vita e negli scritti di rima e di prosa. Ai quali ultimi ristampati in questo libretto dovendo io come introdurre i leggitori prima dirò un motto del tempo e degli uomini che quelli videro uscire. Cosí i geografi a meglio determinare nelle loro carte la postura d’una regione segnano intorno con tócchi lesti i paesi a’ quali confina. E veramente, come quei tócchi de’ geografi, i miei cenni saranno piú propriamente lineati che non coloriti.