Pagine di storia letteraria

Part 33

Chapter 333,723 wordsPublic domain

Oh che baggianate! l’arciduca far la parte del _Glorioso_, parte difficilissima a eseguirsi anche dagli attori francesi! Non vi dico altro che io, avendo presente tutto, né solo per averla scritta, ma per averla intesa recitare in italiano ed in francese, ho riso da per me sola una buona mezz’ora. Per l’amor di Dio, brucia subito questa lettera[191].

Siamo in vera fine di secolo decimottavo.

IX.

Sotto gli auspicii di tale dama, in una casa di duchi di cardinali e feldmarescialli, ove confluiva tutta la nobiltà e la letteratura milanese, il Parini nel fior dell’età e dell’ingegno, verso il 1760, in posizion comoda per l’osservazione, alta per l’animo suo, potè studiar da presso, come da un palchetto al teatro, lo spettacolo dell’aristocrazia decadente.

Circa un secolo prima il La Bruyère a Parigi, precettore in casa dei Condé, aveva allo stesso modo studiato dal vero gli originali de’ suoi _Caratteri_. Ma quella dello scrittore francese rimase una calma osservazione di verità particolari, su la ridicolezza di qualche moda, su l’ingiustizia di qualche opinione, su l’odiosità di qualche vizio. La poesia del lombardo procede, appassionata e appassionando tuttavia piú di passo in passo, ad una procellosa ricognizione morale. Questo plebeo, venutosene dalla sua aria montanina con quella rigida nutrizion fisica che dispensa l’energia alle fibre per fin nell’aspetto esteriore, quell’energia che fa la forza dell’intelligenza e l’ardire dell’immaginazione, cresciuto tra le angustie le irritazioni i contrasti, con un ingegno superbo e talora dispettoso, con una facoltà artistica tra d’animo ardente e di temperamento sensuale, con sicura coscienza del bene e del retto, con inflessibile antipatia del brutto e del falso, con isquisito senso di proporzioni eleganti, con la estetica in somma etica, ora, in quella sua condizione tra il precettore e il domestico, tra il pretino di casa e il poetino di sala, a fronte di gente che o non lo considerava o lo tollerava o l’aizzava, sentendosi, nel pieno possesso delle sue forze, di tanto superiore, divenne uno scrutatore sarcastico, un ribelle morale, un inquirente e giudice inesorabile. Spiriti come quello del Parini l’educazione classica intimamente operando gli raddirizza, gli solleva, gli agguaglia a tutti ed a tutto. Orazio non era il figliuolo d’un riscotitor delle tasse? e un nipote di lucumoni si onorava di trattarlo da pari. Virgilio non era un contadino? e il nipote di Cesare gli confidava le affermazioni e le idee dell’impero. La dirittura dell’animo sostenuta dall’idealità della coltura induceva il Parini a non pur rigettare nell’arte le falsità del Frugoni e del Bettinelli, ma a odiare, ed aborrire le iniquità nella vita, i torti nel consorzio sociale, la corruzione e il vizio. E poi, che aria spirava allora? Ricordiamo la duchessa Serbelloni che legge e dà a conoscere al figliuolo il Rousseau.

Il Parini non era allora, qual poi lo dipinse il Torti, tardo discepolo,

quel vecchio che i dorati scanni Premea de’ grandi taciturno, e intanto Notava i riti e gli ozïosi affanni,

E gli orgogli e le noie, e i gaudi e il pianto Dei par mentiti; indi ne fea precetto In quel sublime suo ridevol canto.

Tal poté parere l’autore della Notte. Ma dal 60 al 65 il poeta del Mezzogiorno era sí fatto:

Statura alta, fronte bella e spaziosa, vivacissimo grand’occhio nero, aperti lineamenti rilevati e grandeggianti, muscoli del volto mobilissimi e fortemente scolpiti, mano maestra di bei moti, labbra modificate ed ogni effetto speziale, voce gagliarda pieghevole e sonora, discorso energico e risoluto, ed austerità di aspetto raddolcita spesso da un grazioso sorriso, indicavano in lui l’uomo di animo straordinariamente elevato e conciliavagli una riverenza singolare[192].

La riverenza un po’ piú tardi; per allora il Parini non poteva mica essere in gran buona vista a quei _giovani signori_; i due Verri, per esempio, allora non lo potevan soffrire.

Con la duchessa Serbelloni il Parini anche passava i bei mesi a Gorgonzola, e su ’l lago di Como, nella ridente Tremezzina, alla _Quiete_, o nell’altra villa, già Sfondrati, che splendidamente incorona il magico promontorio di Bellagio. Nei giardini di cotesta villa dicono ch’ei componesse gran parte del Mattino. E anche ricordano (perché non lo ridirei? È il poeta a cui il genio cantò,

Ma di natura i liberi Doni ed affetti e il grato De la beltà spettacolo Ti renderan beato),

e anche ricordano di padre in figlio come sovente ei lasciasse i nobili convegni dei Serbelloni per ire ad ammirare le bellezze d’una locandiera, Caterina Magatti. Certo in casa Serbelloni, se proprio non faceva, come fu detto[193], il comodo suo, il Parini viveva con quella libertà che una dama quale la Serbelloni poteva concedere ad un uomo quale il Parini. Ma come non per nulla una è duchessa, cosí né anche per nulla uno è poeta: poeta, s’intende, i cui versi non risentano, come diceva quel francese, della bassezza del cuore. Nell’autunno del 62 intervenne un caso che, se fa un po’ torto alla duchessa, fa per converso molto onore al poeta. Il Parini aveva seguitato donna Vittoria a Gorgonzola. Era nella compagnia una giovane, figliuola d’un maestro di cappella, il cui nome vive _all’ombra di fama oscura e bruna_ nella storia dell’arte, Giovan Battista Sammartini. Di cotesto fecondissimo compositore di musica strumentale, un primo lavoro eseguito a grand’orchestra in Vienna l’anno 1734 svegliò l’entusiasmo e sparse i germi della classica sinfonia tedesca: il Boemo [Mysliweczech], udendo a Milano le vecchie sinfonie del Sammartini, disse — Ho ritrovato il padre dello stile di Haydn — [194]. La giovine Sammartini voleva tornare a Milano: la duchessa non voleva: per ciò, o per altro, le diè due schiaffi. Il poeta prese le parti della ragazza: lasciò in asso la duchessa, e accompagnò a Milano la Sammartini. Vi fu un certo scandalo, e donna Vittoria scriveva indi a poco al figliuolo Galeazzo: «Non ho altra consolazione che nei libri. Ho dovuto disfarmi dell’abate Parini, a cagione d’una scenata che mi fece a Gorgonzola». Bello quel _disfarmi_ (me défaire), come si trattasse d’uno staffiere o d’un can barbone o d’un arnese! Ma l’arnese questa volta era il poeta del Giorno; il quale, sentendosi ribollire il sangue suo plebeo dinanzi a quel sopruso feudale, lasciava gli utili e i comodi di casa Serbelloni, e se ne andava con la sola soddisfazione di esser lui questa volta il cavaliere; se ne andava a Milano ad affrontare la miseria, la madre ammalata e la stampa del Mattino[195].

X.

Tra l’uscita da casa Serbelloni e la pubblicazione del Mattino corsero al poeta mesi difficili; e a punto in quel mezzo fu scritto il capitolo al canonico Agudio, del quale va famosa nelle citazioni una terzina. Non è un bel lavoro, è un tristo documento. Leggiamone.

Canonico, voi siete il padre mio: Voi siete quegli in cui unicamente Mi resta a confidare dopo Dio: Voi siete quegli che pietosamente M’avete fino adesso mantenuto E non m’avete mai negato niente.

L’Agudio era canonico del domo, letterato e uom da bene; de’ Trasformati; scriveva, s’intende, in versi, anche latini, anche dialettali. Aveva sempre ben visto il Parini, sin da quando lo scelse, ancora scolaro, a ripetitore de’ suoi nepoti. e gli fece, quando fu promosso prete, garanzia non so per che benefizio.

Io mi rimasi ieri sera muto Per la vergogna del dovervi dire Il tristo stato in cui sono caduto. Dicolvi adesso: ch’io possa morire Se ora trovomi avere al mio comando Un par di soldi sol non che due lire. Limosina di mésse Dio sa quando Io ne potrò toccare, e non c’è un cane Che mi tolga al mio stato miserando. La mia povera madre non ha pane Se non da me, ed io non ho danaro Da mantenerla almeno per domane. Se voi non move il mio tormento amaro, Non so dove mi volga; onde costretto Sarò dimani a vendere un caldaro.

Qui l’accenno al provento della messa col termine già evangelico e ora sol di sagrestia e insieme al caldaro da vendere, la frase accademica, anzi melodrammatica, del _tormento amaro_, insieme alla mossa volgare _non c’è un cane_, e, in mezzo, la verità straziante della pietà materna, sono testimonianze che sanguinano.

Mai la mia bocca non sarà piú ardita Di nulla domandarvi da qui avanti, Se andar me ne dovesse anco la vita; Ma per ora movetevi a’ miei pianti. Abbiate or sol di me compassione, Dieci zecchini datemi in contanti. La casa vi darò per cauzione: Io ve l’obbligherò per istromento E ve ne cederò ogni ragione....

(la casetta rimastagli a Bosisio, nella quale era nato; un’altra avea dovuto venderla tre anni a dietro dopo mortogli il padre). Séguita, dopo, con addolorata verecondia, che fa sentire quanto dovea scottargli il chiedere.

Voi me li fate avere in casa Riso Prima di questa sera, se potete, Ch’io non oso venirvi innanzi al viso; Entro ad un libro voi li riponete Perché nessuno se n’avvegga, e quello In una carta poi lo ravvolgete; Anzi lo assicurate col suggello O pur con un spago, e dite poi Che consegnino a me questo fardello. Se voi mi fate questa grazia ancoi, Non me la fate in altro modo, ch’io Non oso presentarmi innanzi a voi. S’io gli abbia di bisogno lo sa Dio; Ma ho vergogna di venir l’eccesso A predicarvi del bisogno mio.

Tra le carte pariniane conservate in Milano dal dottor Cristoforo Bellotti in eredità dal traduttore illustre dei tragici greci, all’autografo di questo capitolo v’è un poscritto in prosa, e dice cosí: «Canonico carissimo, non lasciate di farmi oggi questa grazia per amor di Dio, perché sono senza un quattrino e ho mille cose da pagare. Verso le 20 e mezzo io andrò in casa Riso, e spero che m’avrete consolato. Non mostrate a nessuno la mia miseria descritta in questo foglio. Il vostro P. che vi è debitore di quanto ha»[196]. Povero poeta, non voleva che la sua miseria fosse mostrata; e ora, mercé gli editori, tutto il mondo la sa, e divenne tema da sfruttare agli estetici declamatori. Fa pena a pensare che per impietosire un amico si avesse a scrivere in versi, si avesse a sciorinare le proprie miserie nelle terzine di un capitolo; ma vien fatto di domandarsi se il vecchio capitolo famigliare e giocoso, per il quale eran passate tante bugie e vanità, il quale avea patito e recato attorno tante sozzurre e infamie, non fosse fatale che ricevesse al fine un’onda di dolore purificatrice. _Ahi dal dolor comincia e nasce L’italo canto_, esclamò delle querele amorose di Francesco Petrarca il Leopardi, piú forse con vaghezza di poeta che altro. Ma è vero che dal dolore si fece il risorgimento italiano. Nel suo capitolo il Parini prosegue dicendo al suo canonico avergli chiesto altra volta diciotto zecchini, e averne ottenuti otto, per la stampa del poema, che certo era il Mattino: gli dia ora i dieci, ché il bisogno è maggiore.

Bisogna bene che non abbia pari La mia necessità ch’oggi m’inspira Questi versi che sono singolari, Poi che nessun poeta mai fu in ira Talmente a la fortuna che cantasse I casi suoi con sí dolente lira. I’ ho tutte le membra e stanche e lasse Poi che stanotte non dormii per fare Che al fin questo capitolo arrivasse.

Versi veramente singolari, e strano contrasto. Nel contrasto a punto tra i versi cosí tristamente miserevoli di questo capitolo e i versi sarcasticamente sí splendidi e sí ferocemente eleganti del Mattino è lo spirito e la ragione del poema. Del poema, le cui imagini furono còlte e i fili raccolti su i tappeti e tra i doppieri delle sale Serbelloni e la verseggiatura fu distesa fresco e limpido riso del bel lago lombardo, lo spirito, dopo lo schiaffo ducale alla ragazza Sammartini, vampeggia, e la ragione s’illumina mestamente al bagliore della lucerna, sotto i cui ultimi guizzi questo giovine prete senza vocazione, questo figliuolo d’un sensale di seta e già classico, scrive i dolorosi versi presso il letto della madre per chiedere dieci zecchini a un canonico del domo. È uno spirito nuovo, che, prima di rivoluzionario, fu cristiano, uno spirito, anzi che di vendetta, di rivendicazione sociale.

IL VERSO DEL «GIORNO»

[_Opere_, XIV, 278-294].

Nella dedicatoria del Mattino alla Moda il Parini scriveva:

Per esserti piú caro egli ha scosso il giogo della servile rima e se ne va libero in versi sciolti, sapendo che tu di questi specialmente ora godi e ti compiaci.

E il suo biografo confermava:

Ogni sorta di poesia scrivevasi allora per moda in versi sciolti; e tutti gli sfaccendati facevansela da verseggiatori per la soverchia facilità di accozzare pessimi versi liberi di rima e metro obbligato[197].

Quando uscí il Mattino, tenevano il campo i _Versi sciolti di tre celebri autori_ pubblicati in Venezia nel 1758. I tre celebri erano, come tutti sanno, l’ab. Carlo Frugoni che incominciò a scrivere su l’innanzi del Chiabrera in quel metro epistole e poemetti lirici poco prima del 1720; il conte Francesco Algarotti, che seguitò intarsiando epistole d’oraziano colore circa il 1740; il gesuita Saverio Bettinelli, procedente dall’uno e dall’altro nel 1750. Dai quali anche per la verseggiatura si diversificò in tutto e per tutto Giuseppe Parini; e d’un dei modi di quella diversità toccò bene l’Ugoni:

Per meglio servire alla imitazione poetica e alla varietà, ridendosi del giudizio del volgo, il quale reputa fatto a stento ogni verso che non tuoni, ardí spargerne per entro al suo poema alcuni apparentemente negletti, imitando in ciò l’accorgimento de’ latini, i quali e piú specie di cesure usavano e frapponevano alla scorrevole facilità dall’esametro il grave spondaico. Questa felice innovazione fece deserta in breve la scuola romorosa del Frugoni e degli altri due pessimi eccellenti[198].

Altrove piú breve e meglio disse che il Parini tornò e rimandò alla scuola di Virgilio, sovrano esempio a’ versi sciolti italiani[199].

Il cosí detto verso sciolto era già vecchio, e il Parini prese a ringiovanirlo. Avevalo introdotto ospite muto e non badato tra gli allegri cori delle canzoni e ballate sicule e toscane, poco dopo il 1230, il primo retore fiorentino, traduttore di Cicerone, Brunetto Latini, se è sua un’epistola d’amore infarcita di comparazioni scolastiche e cavalleresche[200]. Un secolo di poi, epistole pur d’amore, e pur infarcite, ma di rimembranze mitologiche ed ovidiane, componeva in endecasillabi sciolti un veneziano, autore d’un _Vago Filogeo_, epigono del Petrarca e del Boccaccio in ciò che ebbero di piú latino[201], chiedendo a madonna se ella dall’eterno padre fosse mandata a mostrar meraviglia

O vero per indurmi a novi metri.

Il nuovo metro cosí nacque classico, e i suoi primi passi furono a secoli. Endecasillabi senza rima introdusse Galeotto del Carretto nei cori della sua _Sofonisba_ dedicata del 1502 a Isabella Gonzaga: ma il verso sciolto fu levato agli onori dell’arte nel colmo del rinascimento, in un’altra _Sofonisba_ e nella _Rosmonda_ in fraterna gara composte dal Trissino e dal Rucellai del 1515. Da prima dunque serví alla drammatica, per cui parea meglio adatto, rappresentando il giambico: ma inanimato dalla prova il Rucellai lo distese alla ventura molto piú graziosamente, del 1524, nella didascalica virgiliana delle _Api_: a cui seguí poi, del 46, con piú larghezza e meno ingenua freschezza e disinvoltura la _Coltivazione_ di Luigi Alamanni. L’Alamanni stesso ed il Trissino, e il Firenzuola e il Grazzini, e Bernardo Tasso e il Dolce e il Muzio e il Baldi, sciolsero via piú sempre il nuovo metro lungo il cinquecento a piú o meno lirica andatura, nell’elegia, nell’ecloga, nell’idillio, nell’epistola, nel sermone, nella selva descrittiva. Il Trissino, audace perché alla sua dottrina mancava la conscienza dell’arte, credé averlo fatto epico nell’_Italia liberata_ [1547-48]; ma non mandò persuaso veruno del fatto suo. Di rado epico, non mai virgiliano, lo fece nell’Eneide il Caro; in elegante snellezza toscana, veloce, nervoso, drammatico.

Un po’ prima che il Caro verseggiasse in toscano l’Eneide, un accademico fiorentino, Carlo Lenzoni, mostrò aver sentito il valore e presentito il vigore del nuovo metro, interpretandone le esigenze e fermandone le qualità cosí:

Non si potendo ricoprire questo verso con la dolcezza delle rime o scusarsi con la legge de’ periodi terminati, come sono i terzetti e le stanze; per essere sciolto da le servitú predette e non poter piú godersi il privilegio di quelle licenzie che sono in sé vere licenzie; non patisce errori, né di parole né di costruzioni; non accetta durezza di contesto né debolezza di piedi; non sopporta concetti o deboli o ventosi: et in somma non gli basta satisfar solamente al necessario, ma non vuole pure cosa alcuna che non abbia in sé del grande o che non si possa aggrandire da l’arte per forza de gli ornamenti e del decoro[202].

Alle esigenze cosí nettamente segnate dal Lenzoni non so come e quanto soddisfacessero i verseggiatori del tempo suo, pur fiorentini, a’ quali l’accademico vorrebbe recare il vanto anche dello sciolto. Salvo il Rucellai in tutto e piú luoghi del Firenzuola e dell’Alamanni, l’endecasillabo non rimato di que’ rimatori dà malinconia. Qualche volta può contraffare il giambico, ma in vano il poveretto è messo per le vie dell’esametro. Annibal Caro, che non si diè pensiero di ciò, riuscí a qualcosa di vivacemente nuovo: Virgilio in farsetto.

L’accademico intanto séguita, quasi profeta delle future glorie:

Anzi, come capacissimo d’ogni gravità e grandezza, e se dir si può, desiderosissimo d’apparire maraviglioso a chiunque t’ascolta, e con quella differenzia da gli altri versi che si dice essere da l’uomo dotto a lo eloquente; ricerca quello appunto e quella perfezione di eccellenzia che ha in sé la idea della poesia eroica e perfetta. La maravigliosa bellezza della quale, benché da l’animo piú tosto che da l’orecchio possa essere intieramente compresa, per il vero non abbiamo noi alcuna maniera di versi che ce la possa mostrare, colorata, come si dice, non di liscio artifiziato ma del suo natural sangue, né piú né meglio di questa.

Per allora no. E né anche nel seicento. Nel quale, troppo insaldato per tal verseggiatura, solo in principio il Chiabrera dié allo sciolto lirico piú accese tinte e modi nuovi al famigliare; su la fine, lo trattò con varietà e spontaneità degnamente lodate dagl’intelligenti nella versione di Lucrezio il Marchetti, prenunzio, in piú parti, de’ moderni buoni.

L’età del Parini ebbe lo sciolto drammatico nella _Merope_ del Maffei [1714], epico nella _Tebaide_ tradotta dal Bentivoglio [1729], didascalico nel _Riso_ dello Spolverini [1758]; ma la moda era al Frugoni. Né di questi né d’altri tiene il Parini: che, fermatosi già con gli studi su l’Alamanni e su ’l Caro e probabilmente anche su ’l Marchetti, dietro accenni, che già vedemmo, del Martelli, risalí diritto a Virgilio.

Fu disgrazia, non colpa del Parini, ch’egli non poté valersi del verso esametro; e, parte per difetto della lingua, parte forse per reale inferiorità, non seppe adornare ogni figura di quelle imagini né prestare ad ogni parola quell’armonia che costituiscono l’eccellenza di Virgilio[203].

Cosí il Foscolo: vero fino a un certo punto. Altri, ben diverso dal Foscolo, un arcade frugoneggiante che leggeva con miglior gusto di quello scrivesse, il marchese Gargallo, disse in brutto stile benissimo:

Nel Giorno, come nel suo miglior seggio, l’italiano endecasillabo tutte sue bellezze dispiega, or fluido e soave, or aspro e stridente, languido o vibrato, celere o tardo; per la sola magia dell’accento, che su questa o quella sillaba, ove arte il richiegga, preme pesantemente o sdrucciola rapido e vola.

Proprio cosí: all’endecasillabo sciolto il Parini seppe far prendere tutte quasi le pose dell’esametro, seppe farlo nella tenuità sua limitata allungare, allargare, snodare, fargli simulare, direi, il passo del gran verso antico: ciò che il Caro, stilista meglio che artista, non aveva, non che osato, ma né anche pensato. Tanto ottenne il Parini, alternando, mischiando, variando di continuo i sei modi dell’endecasillabo. Nell’intiero Meriggio, credo, non si dà caso che otto versi di séguito abbiano l’accento su la medesima sillaba; salvo la comparazione del mago Atlante, dove otto con l’accento su la quarta l’un dopo l’altro paion messi lí a posta per ricordare l’ottava de’ poemi romanzeschi da cui proviene la favola, e la preghiera dell’amante a Mercurio nel tric-trac, dove sei o sette portan di séguito l’accento su la sesta per ricordare la monotonia solenne della preghiera. Poco usò il Parini versi con finale sdrucciola (proparossitona), trentasei ne’ quattro poemetti; e quando, a mo’ del Caro, ne fa nella descrizione della notte signorile un gruppo di continui, non sono de’ piú insigni: ma le parole proparossitone alloga in fine e distribuisce in mezzo al verso con abilità meravigliosa a movere co ’l suono l’imagine. Il lettore rammenta, credo, le borghesi al corso; oda anche, di grazia, i giovinetti conte e marchese,

come insieme Passeggino elevando il molle mento E volgendolo in guisa di colomba E palpinsi e sorridansi e rispondansi Con un vezzoso _tu_ [Vesp. 98].

Altrove due voci sdrucciole seguite da una parossitona rendono effetti d’armonia imitativa reali e, direi, elegantissimi. Lo strascico:

su la via l’estrema veste Per la polvere sibila strisciando [Not. 201].

Il sú e giú delle secchie:

Con tenore ostinato al pari di sécchj Che scendano e ritornino piangenti [Not. 649].

Parole e versi alternandosi ne’ due toni danno figurazioni mobili:

Ecco le snelle E le gravi per molto adipe dame, Che a passi velocissimi s’affrettano Nel gran consesso [Not. 266], intorno A la sedia maggior vortice fatto Di sé medesme, con sommessa voce Brevi note bisbigliano e dileguansi Dissimulando fra le sedie umíli [Not. 270], Giá Como e Dïonisio al desco intorno Rapidissimamente in danza girano Con la libera gioia [Merig. 814].

Simulano comicamente una quasi solennità morale:

da l’alto La lamentabil favola comincia [Merig. 798].

Solo un verso tronco è nel Giorno; novissimo per due proparossitone innanzi la ossitona finale, che segnano mutamento d’intensità:

Al súbito spettacolo risté [Merig. 806].

Talvolta parrebbe che il poeta, quasi per fuggire l’unisono disaggradevole dei versi anche temperati con la piú abile varietà, cercasse di farne dei trascurati e cascanti che poi i frugoniani gli andassero appuntando. Versi come questi — _Ma già il ben pettinato entrar di nuovo — Gridar tentasse e non però potesse_, — tolti ciascun per sé, paiono deboli. Ma che? — fu bene osservato — vedeteli fiancheggiati, e sentirete mutazione[204].

Ma già il ben pettinato entrar di nuovo Tuo damigel vegg’io. Sommesso ei chiede, Quale oggi piú de le bevande usate Sorbir ti piaccia in prezïosa tazza [Matt. 125], Onde agitata in ansïoso affanno Gridar tentasse e non però potesse Aprire ai gridi tra le fauci il varco [Matt. 449].

In altri versi la tardezza degli accenti gravi fra gli iati dipinge co ’l suono:

Va col bue lento innanzi al campo e scuote [Matt. 42].

In altri la prosodia congiura amicamente con la elocuzione a nervosa novità: