Pagine di storia letteraria

Part 32

Chapter 323,762 wordsPublic domain

Que’ cinque anni furono per l’Italia fecondi delle opere che meglio ritemprarono il gusto e indirizzarono gli spiriti per vie nuove. Dal 61 al 62 usciva l’Osservatore, primo tentativo di rinfrescare in moderne moralità la prosa piú usuale de’ classici: usciva dal 63 al 65 la Frusta letteraria, sfogo d’uom nuovo che nell’uso di piú sane e pratiche letterature avea perduto pazienza delle vanità e grullerie paesane, feroce sfogo che cominciò a purgar l’aria. In poesia, del 63 uscivano i Sermoni del Gozzi, graziosissimi or vivi or tristi bozzetti della vita piccina d’allora, che fan riscontro al Giorno in un ordine di società e d’arte inferiore; e l’Ossian del Cesarotti.

Cotesta impostura epica d’un maestro di scuola, a cui pure furono presi Goethe e Napoleone e che influí nella formazione poetica di Byron e di Lamartine, ora è quasi dileguata dalle memorie: e anche della versione del Cesarotti, tanto superiore all’anfanata prosa dello scozzese, e che lasciò degli sprazzi nel concepire e nel verseggiare dell’Alfieri del Monti e del Foscolo, chi può sopportare oggi la lettura alla distesa? Mentre il Giorno divenuto classico entra nell’educazione letteraria d’ogni italiano. Perché?

Perché da una parte il falso non resiste a lungo, e il Giorno dall’altra è qualcosa di piú che un’opera d’arte. Nel 1763 Pietro Verri scriveva le _Considerazioni sul commercio dello stato di Milano_ e compilava il primo _Bilancio del commercio di Lombardia_: indi le riforme finanziarie ed economiche che rinsanguarono il paese. Nel 1764 Cesare Beccaria pubblicava il trattato _Dei delitti e delle pene_: indi le riforme giudiziarie che confortarono l’umanità. Nel mezzo stanno i poemi di Giuseppe Parini, che furono nella poesia culta la prima manifestazione del popolo rifacentesi, e operavano nel costume ciò che l’immortal libretto del Beccaria nella giustizia. «Grandissimo — ben disse con quella sua concettosità elegante il Giordani[177] — ed utilissimo dopo Dante tra tutti i poeti mi pare il Parini; che si creò la materia, si creò lo stile; fece in poche pagine la piú bella gesta che far si possa in poesia, vendicando la virtú dalla fortuna, trasportando il ridicolo dalla povertà alla ricchezza». E Luigi Settembrini, con intuizione storica che piú volte altrove si desidera da lui ma qui gli abonda: «La poesia del Parini ci annunzia il piú grande avvenimento della rivoluzione latina, il cadere dell’aristocrazia.... La satira del Parini ha tanta importanza quanta ne ha quell’avvenimento sociale: ed io non conosco tra gli antichi e i moderni una satira cosí tutta d’un pezzo che rappresenti una grande idea, una satira poema. Tutti gli altri satirici rappresentano come a pezzi il loro tempo, e quale piú quale meno riescono efficaci e terribili nelle loro rappresentazioni; ma nessuno ha dato al mondo il quadro d’una grande corruzione di un ordine civile che indi a poco muore»[178].

IV.

Quel quadro era quasi naturale lo desse un plebeo. Plebeo dico romanamente, con senso tutt’altro che di spregio; in quanto la plebe è, considerata nel processo storico, il vivaio delle forze d’una nazione, onde vengono e han da venire nei mutamenti ideali non che sociali le attività nuove del pensiero. I piú e meglio degli scrittori italiani, specialmente poeti, erano fin allora usciti dalla nobiltà: sino il Frugoni, l’Anacreonte parassita de’ prosciutti farnesiani e l’Orazio delle cioccolate borboniche, sino il Frugoni aveva nelle vene sangue di dogi. Co ’l Metastasio, co ’l Casti, co ’l Parini è l’avvenimento della plebe nella poesia italiana.

La plebe versò in contatti di mano in mano piú intimi con l’alto mercé la Chiesa. Cosí gli abati furono nel secolo decimottavo quello stesso che nella e dopo la rivoluzione gli avvocati. Venivano onde potevano, andavano ove volevano: tutte le vie eran loro. Dubois corruttore dell’adolescenza di Filippo d’Orléans, e poi cardinale ministro della Reggenza: Bernis la _bouquetière_ della marchesa di Pompadour, poi arcivescovo, cardinale e ambasciatore àrbitro di conclavi in Roma: ecco in quella Francia, che fu il miluogo spirituale di quel secolo, ecco il tipo e l’elevamento supremo dell’abate mondano, precettore e letterato. In Italia gli abati non assursero a tanto (l’Alberoni espatriò), ma nell’attività intellettuale e nella manifestazione morale espressero la genialità e potenzialità della provenienza.

Il Metastasio dalla purezza del paesaggio umbro e dalla placidezza di quel popolo, onde venne fuori la poesia delle laudi e la pittura delle sacre famiglie, sembra recare un senso dell’arte eguale riposato tranquillo, che al secolo decimottavo, non potendo altro, diventa l’idillio anche eroico nel melodramma, e finisce con un accontentamento, che, non potendo piú essere mistico, è virtuosamente epicureo. Ma il Metastasio ebbe di abate non piú che il titolo. Prete, maestro di seminario, canonico, provenne tutto intero dalla disciplina romana, Giovan Battista Casti: disciplina, dissi, per qualificare una maniera di educazione, e dovevo dir corruttela. Costui fu il menestrello nomade della marcia e fetida arte del servaggio italiano. Giullare di tutto e di tutti, di favoriti e di favorite, che, mutati i tempi, metteva in maschera bestiale, di principi riformatori e di autocratrici filosofesse, che poi non pagato a bastanza metteva in burla ma prudentemente alla larga o dopo morte, di monarchie che tradiva e di rivoluzioni che beffava cotesto prete guasto diè segno finale del come intendesse la libertà ammorbando delle Novelle galanti l’Europa all’ombra della Repubblica francese. Costui, come il truffatore e spia Casanova, che vestí anch’egli per alcun tempo da abate, portò a spasso pe ’l mondo lo spettacolo della vergogna italiana, attestando che la vecchia Italia irrideva vendeva e prostituiva tutto, gli eroi antichi e i santi nuovi, i monumenti e le ville, le sue donne, i suoi ragazzi acconciati per la musica, la gloria, l’arte, l’ingegno. Cotesta vecchia Italia è sepolta da un pezzo; e sarebbe non so qual piú tra vigliaccheria e scempiaggine rimpiangerne o, come dicono, riabilitarne qualche rea memoria.

A farla disparire e obliare, educando altri animi ed altri ingegni, lavorò Giuseppe Parini: di cui l’Italia ha fin dimenticato che fosse prete, solo riconoscendo in lui il primo ideal rappresentante di quel popolo del nostro settentrione, forte, austero, ideale, disposto a fare: tanto è vero che rifece l’Italia.

V.

Quando pubblicò il Mattino, Giuseppe Parini, nato il 23 maggio del 1729, aveva trentaquattr’anni, era da undici anni poeta, da nove prete e accademico dei Trasformati.

A quell’accademia, allora unica e illustre in Milano, la quale adunavasi in casa il conte Giuseppe Imbonati, appartenevano signori dai nomi storici; e anche il conte di Firmian ministro plenipotenziario dell’imperatrice Maria Teresa in Lombardia, e fino amatore di libri; anche il cardinale arcivescovo Pozzobonelli, che aveva a’ suoi be’ giorni toccato la cetra latina; e monsignori e predicatori e teologi, e abati grandi e abatini di primo canto; e dame, come la padrona di casa, che avean composto fin canzoni pindariche, e damine, come le figliuole, spiritosissime nel lor _meneghino_; e anche Pietro Verri, Cesare Beccaria e Giuseppe Parini. Convenivano in dati giorni e si divertivano a declamarsi in faccia l’uno all’altro di molte prose e poesie, anche greche e latine, magari ebraiche, come pure milanesi e veneziane, o cruschevoli, su argomenti assegnati, di carnevale le maschere, nella settimana santa la passione, e poi gli studi, l’impostura e Sant’Ambrogio. Ma anche si divertivano in pranzi e villeggiature co ’l buon conte Imbonati; e, meglio, accoglievano i forestieri letterati di passaggio in Milano; e, meglio ancora, prendevan notizia delle novità scientifiche e letterarie che uscissero alla giornata e ne discutevano tra loro.

Fu detto che i Trasformati avessero in principio stentato ad ammettere nella lor compagnia il Parini: chi sa se per la rusticità sua troppo recente o per la causticità de’ primi suoi versi soverchia? Ma presto fu ben veduto e de’ piú operosi; lesse di argomenti serii e da burla: combatté le battaglie della parte giovane e cittadinesca, un po’ turbolenta. La polemica ch’egli ebbe nel 56 col padre Alessandro Bandiera fu un’avvisaglia del buon giudizio contro la prosa sesquipedale agghindata e spropositata de’ conventuali (ahimé) boccaccevoli: l’altra col padre Onofrio Branda, nel 60, fu un combattimento per il genio paesano e popolare, libero, vivo, brioso, contro la burbanza pedantesca imponentesi con un falso toscanesimo di maniera: riazione ambedue contro la letteratura e l’istruzione fratesca, che troppo omai pesava ai lombardi liberatisi dall’etichetta spagnola.

E già l’abate brianzolo s’era sfranchito da vero anche tra quelle eccellenze e quei monsignori. Tre certamente delle odi furono composte prima del Mattino: _La libertà campestre_, nel 58: _La salubrità dell’aria_, nel 59: _La impostura_, nel 61. Ora quei titolati si possono imaginare, quanto si voglia, alla mano: ma per un abatino sbircio, che dimani se non oggi avrà bisogno di pane, era anche un bel declamare:

Me non nato a percotere Le dure illustri porte Nudo accorrà ma libero Il regno de la morte. No, ricchezza né onore Con frode o con viltà Il secol venditore Mercar non mi vedrà.

E su quelle facce piú o meno rubiconde passò, è da credere, qualche smorfia a sentire tra le altre strofe alla _venerabile impostura_ anche questa:

Mente pronta e ognor ferace D’opportune utili fole Have il tuo degno seguace; Ha pieghevoli parole, Ma tenace e quasi monte Incrollabile la fronte.

Gli accademici rimatori poi, che credeano far novità col Frugoni e col Bettinelli, come doverono rimanere udendo lo stesso abate mettere in un’ode le marcite i letamai e peggio, e conchiudere,

Va per negletta via Ognor l’util cercando La calda fantasia, Che sol felice è quando L’utile unir può al vanto Di lusinghevol canto.

VI.

Cosí in accademie e in palazzi ben presto il Parini visse e conversò francamente tra patrizi grandi ed eleganti. Il primo biografo, ed anche il piú autorevole, come quegli che conobbe da presso il poeta, Francesco Reina, esce fuori tutt’a un tratto cosí:

Da molt’anni il Parini disprezzava le maniere de’ grandi; e la vita che conduceva nelle case loro gliele aveva rendute ancor piú odiose. La colta spiritosissima duchessa Serbelloni-Ottoboni, della cui conversazione usava egli famigliarmente, aveva numerosa brigata di costoro. Fra’ quali spiccava Pietro Verri, in quella stagione vaghissimo di primeggiare per certo suo talento mirabile; ma, toltine pochi, il convegno era pieno di scioperati ed ignoranti. Quivi stuzzicavasi sovente la splendida bile del Parini, e gli era forza di sofferire que’ vizi e difetti che odiava cotanto. Parvegli la vita loro un eccellente soggetto di satira, e vi si cimentò.

Tutto vero; ma il riserbo, del resto scusabile, di cotesta prosa, che solleva a pena il velo per tosto abbassarlo, non ci lascia scorgerle o almeno sorprendere le fisionomie, i casi vivi, le circostanze morali tra cui si svolse lo spirito e germogliò la forma del poema.

Il Parini entrò in casa Serbelloni a pena prete, nel 54[179], poco piú d’un anno dopo che mons. Fabrizio Serbelloni nunzio apostolico allora presso l’Imperatore era stato promosso al cardinalato, per la quale promozione il giovane chierico tra altre rime di Trasformati aveva dato un sonetto, vaticinando, secondo il consueto del tempo, al nuovo cardinale il papato, con versi, a dir vero, men sonori e lusingatori d’altrettanti di Pietro Verri[180]. Ci entrò un po’ precettore un po’ abate domestico, un uso e una cosa del secolo passato: una cosa un po’ piú forse del lacchè, ma assai meno della cagnetta maltese e bolognese: basti ricordare _La nomina del cappellano_ del gran poeta Porta. Se non che il Parini non era da vero don Ventura; ed anche la duchessa Vittoria Serbelloni, de’ cui figliuoli egli venía precettore, era tutt’altro che una marchesa Paola Travasa.

Della famiglia Serbelloni, d’origine borgognona, derivatasi in Milano nel secolo decimoquarto, fu massimo splendore nel decimosesto quel Gabriele Serbelloni che Giovanni d’Austria chiamava padre e maestro a Lepanto, un de’ piú valorosi e gloriosi generali tra i tanti che onorarono il nome italiano combattendo per l’impero contro i Turchi in Ungheria e per tutto. Gabrio, un de’ nepoti, tuttavia per meriti di servigi militari, fu del 1684 da Carlo II di Spagna titolato duca di San Gabrio nel regno di Sicilia e nel 1710 grande di Spagna[181]. Terzo duca era il secondo Gabrio, nella cui casa entrava il Parini, ripeto, nel 1734. Tre anni dopo, l’altro cadetto, conte Giovanni Battista, generale di Maria Teresa, rimanea ferito alla battaglia di Kollin; e già alla battaglia di Parma nel 1746 caricando con rapida bravura la cavalleria francese avea deciso della vittoria. Tócco questi particolari, per accennare che la casa, ove il Parini poté studiare da presso la scioperata ignavia de’ signori decadenti, era per sé tutt’altro che d’oziosi e d’ignavi. Il conte Giovan Battista fu poi maresciallo di campo, ed ebbe il comando generale della Lombardia; e di lui morto nel 78 Pietro Verri scriveva: «Per il nostro paese è una perdita. Non è sperabile che il suo successore abbia tanto amore e tanta cura da tenere castigata ogni prepotenza militare. Egli era il solo italiano collocato in un posto distinto nella milizia europea, e forse passeranno molti anni prima che un altro italiano sia feldmaresciallo»[182]. Nessun italiano fu piú feldmaresciallo, per questo, che indi a pochi anni un italiano fu qualche cosa di piú. De’ fratelli Serbelloni, il primogenito, duca Gabrio, fu quegli che fece meno o non fece nulla, e per ciò naturalmente fu il piú burbero e strano, anche con la moglie.

Donna Maria Vittoria, nata Ottoboni Boncompagni duchessa di Fiano, moglie al Serbelloni nel 1741, meritò, quando morí nel 90, questo ricordo da Pietro Verri, testimonianza anche osservabile di ciò che tenevasi allora per coltura in una dama.

Si fece trasportare alla Tramezzina sul lago di Como, poiché vide inevitabile il suo fato per un cancro al seno. Ella cosí volle sottrarsi ai mali che la sciocchezza e insensibilità ha moltiplicato, in corredo della morte; onde non ebbe a tollerare che i mali della natura, e non furono né lunghi né violenti. Fu donna di animo fermo e buono, e aveva lo spirito corredato da una assai vasta lettura. La storia sacra, la romana, la mitologia, queste tre classi, le possedeva. Aveva una memoria eccellente, e rendeva buon conto di tutte le produzioni teatrali e di romanzi. Era capace d’amicizia, d’animo disinteressato e benefico. Se non fosse stata d’una vivacità di sentimento che talvolta la rendeva imprudente nel parlare, se non avesse aderito con facilità a tutti i consigli di qualche persona incautamente prescelta, sarebbe stata donna senza difetti. Io Pietro Verri, che scrivo questa nota, vissi frequentandola quattro anni; e fu la prima signora che frequentai, e le debbo d’aver conosciuta la bella letteratura francese e d’aver conservato genio ai libri[183].

Ella avea tradotto il Teatro di Destouches: e nel 54 pubblicò il suo lavoro ma senza nome, indótta dal Verri; il quale, proemiando, trovava la traduzione pregevolissima per buona lingua, per vivezza di stile, per l’allontanamento delle frasi francesi; ma di ciò non potea essere il miglior giudice Pietro Verri. A lei dedicò il Goldoni la _Sposa persiana_, e Giovanni Gamerra, livornese, tenente allora al servigio austriaco in Milano e poi _poeta de’ teatri imperiali_ a Vienna, _I solitari_ «parto nato e cresciuto sotto i di lei occhi». Lo stesso Gamerra, che scrivea drammi lacrimosi e poemi ch’egli credeva piacevoli, in un di quei poemi trovò modo di lodare donna Vittoria che facesse

Di virtú pompa e non di nobiltà[184].

E in nota (quintessenza di quella detestabile prosa del settecento, ma è testimonio del tempo) anche diceva:

La società degli uomini colti che la circondano bastar puote a caratterizzare questa donna incomparabile, che vanta un ottimo cuore ed un’anima solo intenta a beneficare e ad interessarsi pel merito e la virtú. La di lei affabile umiltà le fa riguardare non senza compassione la grandezza ignorante ed orgogliosa, la quale sdegna sovente di respirare quell’aure che respirano l’onestà ed il sapere, da cui non si posseggono né beni né illustri natali.

La duchessa era dunque, come ho a dire?, una signora d’idee liberali, quasi democratica, salvo ciò ch’è da salvare: tale in fine sotto i cui auspicii piú e meglio che non l’enfasi cachetica del drammaturgo lacrimante potea svolgersi simpaticamente la facoltà forte e l’arte sana di Giuseppe Parini. Certo fu vantaggio al Parini, uscendo dalla penuria che pur troppo taglia le penne ad ogni idea gentile e dall’oscurità delle sagrestie e dalle baroccaggini delle accademie, trovare agio agli studi classici e opportunità all’osservazione umana sotto lo spirito incoraggiante e avanzante della duchessa Vittoria. E il poeta, pur distaccato dalla domesticità di lei, ne serbò alta la stima. Notevoli questi versi:

E la virtude istessa il tuo mal fea A te gustar piú lento, E dell’ermo tormento Nessuno a parte col tuo cor volea: Però che le tue pene e i danni tui Le parean minor mal che l’onta altrui[185].

Accennano, credo, alle diversità che la duchessa ebbe col marito, massime per interessi, diversità che finirono con transazione imposta nel 1772 da Vienna, per la quale il duca pagò i debiti della moglie in 40 mila fiorini e le crebbe l’annuo assegnamento da 20 mila a 22 mila lire e la duchessa rinunziò in favore di lui e de’ figli alla dote[186]. Ma il duca vedea di mal occhio, o non voleva affatto vedere, il Parini. «Il giorno di pasqua — scriveva donna Vittoria al figlio Giovan Galeazzo il 4 aprile del 62 — è stato a vedermi tuo padre: s’è fermato su la scala per mandarmi a dire di fare allontanare Cicognini (il medico) e Parini, caso che si trovassero presso di me». E a’ 18 maggio, andata in villeggiatura a Gorgonzola: «Cicognini e Parini gli ho lasciati a Milano, _ut adimpleantur scripturae_»[187]. Probabilmente il duca non perdonò mai al Parini un epigramma che questi si era permesso quando Sua Eccellenza per un capriccio si divise di stanza dalla moglie:

Cari figli, non piangete, Che, se nati ancor non siete, Non potendo vostro padre, Vostra madre vi farà[188].

VII.

Precettore dei figli Serbelloni il Parini fu sette anni: nel 60 passarono al collegio imperiale. Erano Giovan Galeazzo, Alessandro, Fabrizio, Marc’Antonio. E al primo e all’ultimo rimangono poche lettere della madre, notevoli.

Al primogenito Galeazzo, in collegio nel 1761, che aveva diciassette anni, la duchessa scriveva francese per impratichirlo in quella lingua; e scriveva assai franca, ma non certo come madama di Sevigné; ond’io leggo in italiano. —

(4 novembre)

Ti bisogna divenire piú avaro del tuo tempo e piú laborioso che mai, e che il lavoro e il raccoglimento non ti pesino: bisogna acquistare tutte le possibili conoscenze..... Infine, caro figlio, la tua patria, la tua famiglia, aspettano da te grandi cose: vorrai tu smentirle? vorrai tu fare arrossire una tenera madre, che ha mirato sempre e mira a renderti perfetto? No, i miei dubbi ti dànno anzi una forza: sarai, son sicura, tale; tu sarai la mia gloria, la mia consolazione e la delizia della tua famiglia come l’amor della tua patria[189].

(21 novembre)

Poniti bene in mente di non lasciarti mai prendere dall’orgoglio. È una péste che s’attacca e cagiona i piú gran mali, tanto piú difficile a sradicare quanto è nutrito dall’amor proprio. Guarda il nostro grazioso Plenipotenziario [_Firmian_]; è un dotto, tutt’i dotti d’Europa ne sono d’accordo: e pure tu hai potuto notare la sua modestia, le accoglienze amorevoli e i modi cortesi che ha con tutti. Fa’ dunque, caro figlio, di formarti una buona testa e un buon core: l’un senza l’altro non val nulla.

Chi avesse detto alla duchessa, nella nobile espansione de’ suoi vóti materni, che all’amico suo Verri, cotesto suo figliuolo e pur alunno ricordevole del Parini, sedente il giugno del 96 nella Municipalità repubblicana, saría parso _uomo assolutamente nullo_? Ma il duca giacobino gettò in piazza la chiave di ciambellano, e partendo deputato al Direttorio francese giurava al popolo: — Cittadini, o io lascerò le mie ossa a Parigi o vi porterò la libertà —. Accompagnò in vece madama Bonaparte; e la ospitò e regalò, a dir vero, ducalmente, nel suo palazzo di grande di Spagna[190].

Nel 64 sua madre seguitava a scrivergli (22 febbraio)

Vorrei sapere se hai conoscenza del famoso Gian Giacomo Rousseau, scrittore stravagantissimo, ma ingegno senza pari, il piú cinico di tutt’i filosofi di questa setta.

(21 marzo)

Mi sono d’un grande aiuto i miei libri, ché non ne leggo piú se non di serissimi, avendo abbandonato i romanzi e altri sí fatti trastulli..... Mi dispiace che tu trovi da leggere cosí pochi libri francesi: ti continuerebbero la conoscenza d’una lingua sí necessaria al presente. Fin che tu rimarrai in collegio, è impossibile che tu possa aver buoni libri: almeno tienti alla storia..... Sarà tanto di risparmiato per quando tu sarai nel mondo, e potrai metterti allora ad altre letture, delle quali t’è quasi sconosciuto il nome. Veggo bene che certi nomi non osano penetrare la nebbia d’un collegio. Il Gian Giacomo Rousseau che t’indicai non è quello del quale ti feci leggere le odi e che viveva al principio di questo secolo, ma è un cittadino di Ginevra, filosofo cinico, nemico del genere umano, conosciutissimo per molte opere, ove sparse tutto il fiele del suo cuore, ma sopra tutto pe ’l romanzo della _Nuova Eloisa_ e per un altro libro intitolato l’_Emilio_, che è stato proibito da tutt’i governi, e ove sono di molte sciocchezze ma anche delle bonissime cose. Poiché tu sei ora alla filosofia, devi almeno cercare de’ libri che v’abbiano attinenza, particolarmente di storia naturale. Tali sarebbero _La storia degli insetti_ del sign. Reaumur e le opere del sign. di Buffon.

Consigli cotesti e giudizi, con tutta la freschezza d’impressione di secolo decimottavo, che sotto la penna d’una dama d’origine romana significano assai. Notevolissimo anche, per una dama a cui cinque anni prima Maria Teresa avea conferito l’ordine della croce stellata, questo passo d’altra lettera, nel 24 marzo 1764:

Poiché tu sei nato in un secolo che sciaguratamente porta il titolo di secol d’oro e di fatto si trova essere il secolo di ferro, bisogna che di buon’ora ti avvezzi a piegare sotto il giogo e a persuaderti che col despotismo in vigore il debole deve piegare sotto il piú forte. Tu trovi ciò insopportabile in un collegio: peggio sarà, quando, rischiarandosi pur sempre la tua ragione a’ pensieri ed a’ lumi che l’età e le cognizioni ti forniranno, ti vedrai obbligato a seguire costumanze e leggi contrarissime al buon senso e alla sana ragione. Vieni, vieni nel tuo paese, e vedrai in che schiavitú si vive. Ragioneremo nella mia camera, ma a porte ben chiuse, perché al presente non si sa piú di chi doversi fidare.

Venti e piú anni dopo, quando governatore di Milano era l’arciduca Ferdinando, marito di Maria Beatrice ultima di casa d’Este, la duchessa scriveva, allora in italiano, all’altro figliuolo mons. Marc’Antonio (6 dec. 1788):

Voi avete messo in gran movimento la mia curiosità. Se a Corte si recita _Il Glorioso_, so ancor io che l’avrà scelto l’arciduchessa, la quale facendo la parte di _soubrette_ eseguisce due caratteri: ma la mia curiosità è di sapere chi eseguisce la parte del protagonista.

E saputolo, (11 dec.):