Part 31
La letteratura galante e _petit-maître_ fu adunque di tutta l’Europa e di tutto il secolo. In Italia ebbe questo di speciale; ch’ella apparisce come un compromesso fra il platonismo petrarchesco de’ monsignori del 500 e il sensualismo classico de’ cavalieri plebei del 600. E poi v’eran di mezzo troppi abati: onde gli amorini del Frugoni mostrano l’aria paffutella e le rotondità grassoccine di quegli angioletti di stucco che si vedevano e vedonsi nelle _glorie_ di certe chiese de’ gesuiti. E le laudi sacre di quel tempo fatte nello stile e ne’ metri del Metastasio mi conducono a un profano paragone tra le Filli e le madonne di legno di fico, dalla faccia candidissima di gesso, in guardinfante e in tuppè, con la corona in capo e in mano il fazzoletto di tela battista a merletti. Questo il male: il bene l’abbiamo detto. Pure all’Italia mancò quel che la Francia ebbe nel Parny, chi su ’l finire del secolo portasse in cotesta poesia un po’ piú di verità e di natura. Il Monti, che pur nel _Consiglio_ fece prova del miglior garbo francese e nella _Violetta_ del miglior gusto sentimentale, tentò negli _Sciolti_ al principe Chigi e ne’ _Pensieri d’amore_ la gran passione; ma v’è troppo del Werther. Perocchè il Goethe, aggregato agli arcadi quando fu in Roma, pare che lasciasse all’Italia gli spogli del suo romantismo ossianico. E se ne giovò Jacopo Ortis, co ’l quale e per il quale trasformossi fra noi la letteratura dell’amore.
Ma la vecchia poesia aveva lasciato le sue tradizioni. Nice non pur diè l’intonazione all’_epinicio_ napolitano del 1820, ma ha fatto le spese di metri e di frasi ad altri inni nazionali parecchi. E con lei e con Fille principiò il Rossetti, che né pur da _veggente_ dimenticò a fatto il pastorello. Il direttore della prima _Antologia_, Montani, altro non era in letteratura che un canzonettista di terzo ordine; su ’l cui _mazzetto di fiorellini_ Vincenzo Monti stuzzicato sorrideva di compassione. Un de’ piú bei versi della romanza di _Antonio Foscarini_ è del Metastasio. E quei pietosissimi delle _Ricordanze_:
.... Se a feste anco talvolta, Se a radunanze io movo, in fra me stesso Dico: o Nerina, a radunanze, a feste Tu non ti acconci piú, tu piú non muovi,
ricordano questi altri meno gloriosi del Rolli:
Bei conviti, dolci canti Che mi val cercar talor? Tu non vieni, tu non canti; Non han forza sul mio cor.
E Angelo Brofferio si presentò principiante all’Italia con una raccolta di anacreontiche a imitazione del Vittorelli; imitazione che si ravvisa talvolta anche in alcuna di quelle canzoni piemontesi per le quali il tribuno subalpino è forse il piú naturale e il piú vero poeta erotico del nostro secolo:
Guarda che bianca luna, Guarda che ciel seren: Duna, mia cara, duna; Ven, Carolina, ven. Una tranquilla arietta, Sent, a consoula ’l coeur: Ven, ven su la barchetta Dl’amour e del boneur. I genii da le sponde, Al mar a fan la strà: La terra, i vent e j’ onde Per noui a smio creà. Nossgnour am’ lo permetta, Me cel a l’è to coeur: A voga la barchetta Dl’amour e del boneur.
Per tutte queste ragioni ho creduto che i _Poeti erotici del settecento_ dovessero far parte della _Biblioteca diamante_.
LA LIRICA CLASSICA NELLA SECONDA METÀ DEL SECOLO XVIII.
[È la prima parte della Prefazione al volume _Poeti lirici del sec. XVIII_, Barbèra, 1891 — _Opere_, XIX, 97-104 ].
Certi nomi di questo volumetto e di quel degli _Erotici_ dubito non paiano a piú d’uno morticini dissepolti; ma so che N. Tommasèo a un italiano il quale voleva nel Belgio dar raccolte le migliori cose degl’italiani moderni, quanto alle liriche, suggeriva, che, fatta larga parte all’Alfieri al Metastasio al Pindemonte al Monti al Parini al Manzoni, scegliesse poi dal Bondi dal Cassiani dal Cerretti dal Cotta dal Crudeli dal Fantoni dal Frugoni dal Minzoni dal Mazza dal Savioli dal Vittorelli dallo Zappi.... Ciò feci; e se qualcun altro accolsi e accoglierò, per meglio rappresentare le varietà e le sfumature, le caricature anche, della famiglia poetica del secolo andato, mi giova ricordare ch’io non propongo esempi di stile, sí documenti della vita morale e intellettuale degli italiani di un dato tempo nell’arte.
Ma nel secolo XVIII, e segnatamente prima del 1770, vi fu egli, o poteva esservi, poesia lirica? Secolo a cui diè l’intonazione la Francia, dove il buon Lafontaine si faceva dell’ode questo concetto «l’ode qui baisse un peu Veut de la patience, et nos gens ont du feu» e quest’altro il Voltaire «L’ode est un genre facile et médiocre», non dovea certamente abondare di lirismo. E poi quelle guerre d’ingordigia o di rapina senza furore; quei dispotismi piú o meno paterni, illuminati e pettegoli, corrotti e corruttori, materiali; quella tolleranza religiosa non per convincimento ma per lassezza; quegli scontri a mezz’aria degli ardimenti filosofici con le riforme che venivano dall’alto; quella leggerezza onde credeasi poter crollare il vecchio edifizio a passi di minuetto senza pur levare il polverío; quella società, quella conversazione, quella vita; che aveva a far con la lirica? Né il profeta che in piedi fra la notte del passato e l’aurora d’una legge nuova si sente rizzare i capelli e raccapricciare le carni dinanzi alle visioni dell’infinito e al mostruoso carro dell’Emmanuele; né il poeta piú umano, che, nel circo d’Olimpia illuminato dal sole e affollato di popoli elleni, sorge, tra i vincitori giovani e belli, tutti figliuoli d’eroi e nipoti di dèi, e di quegli eroi e di quegli dèi canta le lodi e le lodi dei fondatori di città, e ne invoca la custodia su le città e le famiglie; né Ezechiele né Pindaro erano, o sono, frutti di stagione. Qualcuno poté avere _divinae particulam aurae_; ma in generale i Pindari del settecento m’hanno l’aria dello struzzo in quella favola del Lessing, che grida — Voglio volare — e ripete — Adesso poi volo — e gli uccelli lo accerchiano in grande aspettazione, ed egli non fa che allargare le ali pesanti radendo la terra. E il canzoniere del medio evo che prosegue per mezzo il suo mondo rozzo e brutto un ideale di trasumanata bellezza, e passa fra i tumulti della forza macerandosi solitario in quella contemplazione, e canta fra l’odio selvaggio e i grossolani appetiti il leggiadro il profondo il gentile amore, e tra le discordie civili schiera nelle lunghe stanze le battaglie dell’anima e della passione, i dissidii tra il vecchio e il nuovo Adamo, tra il senso e lo spirito, tra il mondo e Dio? Di sí fatte cose nel settecento discorrono a crocchio gli abati co’ filosofi, attingendo l’uno dalla tabacchiera dell’altro: il settecento incipriato non è né bello né brutto, né vecchio né giovane; e nasce o sta per nascere il romanzo moderno. In su lo scorcio verranno que’ poeti che sapran cogliere, come dice il Sainte-Beuve, in mezzo alle tempeste civili, per qualche lato, il senso profondo del turbamento, la legge sublime del rinnovamento e rispondere con un’eco intellettiva e sonora al fatto cieco; quegli altri che in cotesti giorni di rivoluzione si raccoglieranno in se stessi, farannosi entro se stessi un mondo, sia poi anarchico o armonioso, torbido o sereno, cielo, inferno o caos.
Che cosa fece dunque ne’ suoi momenti migliori il secolo XVIII? quel che l’ape matina cui paragonavasi Orazio, _Grata carpentis thyma per laborem Plurimum_. Se non che il sentor del timo manca nel miele del settecento, tesoreggiato piú presto tra la polvere che ne’ boschetti e in riva di belle acque correnti; e que’ lirici possono aggreggiarsi ad Orazio solo per certe ragioni estrinseche; che da lui specialmente ritraggono per la forma esterna, e che riuscirono singolarmente nell’ode di tono mezzano, nell’ode, quasi direi, discorsiva. Al secolo XVI erano tutte insieme rifiorite, con la esuberanza del fogliame intralciandosi, le liriche di Pindaro e d’Anacreonte, di Callimaco e Orazio; al secolo XVII l’esuberanza in Italia crebbe a mal’erba, in Francia la fioritura inaridí; al secolo XVIII, l’Inghilterra co ’l Pope e la Francia con G. B. Rousseau tornarono alle forme oraziane; le seguí la Germania co ’l Ramler e con lo stesso Klopstock, e con parecchi l’Italia. Il secolo del dispotismo temperato e del filosofismo repubblicante doveva trovare il suo lirico ideale nel colonnello di Bruto che cantava Ottaviano senza dimenticare la prisca libertà: ma a molti, o a tutti, può estendersi quel che il Platen ha detto del Klopstock: «Tentò, limitato come Orazio nell’inno e nell’ode, di esser sempre sublime, ma gli mancò la cagione: perocché Orazio non viveva come un _magister_ tedesco d’Amburgo, ma nella Roma di Cesare quando comandava la terra. Tu (séguita ammonendo) tu cerca di supplire con lo spirito alla mancanza della materia, e il difetto del tempo ricuopri co ’l molteplice stile». Cotesto, a dir vero, cercarono di fare anche quei valent’uomini; e in Germania e in Italia, dove piú potente e piú colorita è la lingua e per le abitudini sociali piú risentite le personalità, meglio che in Francia. Ma a dovere sempre ricoprire i difetti della materia e del tempo con lo stile, sia pur molteplice, si corre piú d’un risico. Nella lirica del settecento, anche dov’è piú fina, piú spesso che lo sbatter dell’ala senti il battere del martello. «Et male tornatos incudi reddere versus». Il Le Brun, pubblicando l’ode su ’l caso del _Vengeur_, credeva dover avvertire i lettori, per sua discolpa, ch’ei l’avea composta in pochissimi giorni e _quasi di getto_: sono un settanta versi, e dei suoi migliori.
Alla scuola che ho tentato delineare appartengono tutte quasi le liriche di questo volumetto; o, piú largamente, alla scuola dell’imitazione latino-greca con qualche spruzzo di peregrinità. Ciò non pertanto lo intitolo _Lirici del secolo XVIII_; perocché questi poeti, come furono a lor tempo piú veramente moderni, cosí del lor tempo danno oggigiorno meglio d’altri il rilievo. «Il Metastasio (osservava fin d’allora l’Algarotti) disse un tratto, confrontando col secento questo nostro secolo, che noi appena fuggiti di mano alla peste siamo incappati nella carestia»: nell’etisia, diceva il Cerretti. E l’uno e l’altro alludevano, credo, ai due espedienti di riforma dell’Arcadia messi in opera, con la scuola propriamente arcadica che scambiava le bambolaggini e la meschinità per naturalezza, con la scuola neo-petrarchesca che scambiava per correzione la freddezza e lo stento. «Con un pensieruzzo o due (séguita, e bene, l’Algarotti nelle _Lettere varie_) ne riempiono parecchi fogli, come la povera gente ha con tre seggiole e un tavolino ammobigliato una stanza». In tali condizioni una poesia d’altri numeri, di tono piú alto, di color piú montato, d’animi latini, era un passo innanzi; e fu, con qualche modificazione, poco di poi, l’alto là del buon gusto nazionale contro le imitazioncelluccie del Colardeau, del Young, del Gessner.
Uno che si teneva della brigata, il Rezzonico, scriveva nel ’95 a un altro poetino di Parma: «Non posso a Napoli recitare che a due o tre privilegiati uomini i miei versi.... Lo stile qui chiamato _di Lombardia_ si rigetta come troppo studiato e difficile; non si conosce la lingua, non l’artificio e il meccanismo del verso, non l’atteggiamento greco e latino; e non si lodano che i versi da colascione, le frasi plebee, le immagini piú triviali, e la fluidità e la snervatezza piú nauseosa si toglie a cielo come dono inapprezzabile delle muse. A Roma si gusta l’intonazione lombarda, e siamo riguardati a buon titolo come i soli veri poeti che adornin l’Italia; ma Napoli non pensa cosí. Un solo giovane siciliano, il cav. Gargallo, segue le nostre tracce, e si argomenta di poggiare a quell’altezza di cui Parma fu sempre l’esemplare a’ dí nostri». Ridiamo pure del _noi_ del conte Gastone e de’ _veri poeti_ di Parma; ma cerchiamo in coteste parole un punto d’appoggio a delineare una quasi geografia poetica, una etnografia stilistica dell’Italia nel secolo passato. Al centro, Roma, capitale dell’Arcadia e dell’Italia, giudica e non fa; al mezzogiorno, Napoli si sdraia nel facilismo mariniano e metastasiano; al settentrione, in Piemonte, per allora nulla, ma se ne spiccano, rondine che non fa primavera, il Baretti, e, aquila che porta tempesta, l’Alfieri. Lombardia per contro è il paese della poesia _dall’atteggiamento greco e latino_. Questa, in Bologna, ove predomina il petrarchismo temperato del Manfredi e dello Zanotti, ha sol un cultore, il Savioli; trova, proseguendo, una fiorita colonia negli stati estensi; fra Modena e Parma fa un saluto alla Toscana, che oramai spossata le manda dal suo estremo lembo un corteggiatore solo, ma giovine e animoso, il Fantoni; fermasi in Parma, ma il fogliame frugoniano le dà uggia, e ripara a Milano; ove compiacesi all’ombra del lauro che il Parini _con lungo amore le educò_. Quando Milano sarà capitale dell’Italia; dal veneto, diviso tra il francesismo cattedratico di Padova e sociale di Venezia e il toscanesimo cinquecentistico ed erudito del Seghezzi dello Schiavo del Gozzi, dal veneto ove se ne sta come in disparte Verona con le sue tradizioni catulliane e dantesche, verrà Ugo Foscolo; e dalla Romagna, che _Fra tirannia si vive e stato franco_ anche in lettere, verrà il Monti; e appenderanno ambedue al lauro del Parini le loro corone.
L’ARCADIA E IL PARINI
[Dallo studio _Il Parini principiante — Opere_, XIII, 25-28].
Novantatre sono le poesie di Ripano Eupilino, spartite in gravi e in piacevoli: le gravi, cinquantatre sonetti e tre ecloghe: le piacevoli, trentatre sonetti, tre capitoli e un’epistola in endecasillabi sdruccioli. Le piú, specialmente delle gravi, rimangono per gli argomenti nel cerchio dell’Arcadia: quasi tutte nella esecuzione si scostano dalle forme arcadiche prevalenti nel 1750.
Nel 1750 l’Arcadia aveva passato oramai la sua gioventú. Instituita in Roma nel 1690 col fine di combattere il cattivo gusto che aveva fino allora signoreggiato in poesia e di ridurre i verseggianti alla naturalezza e all’eleganza delle età migliori, ella tese ad allargarsi ben presto per tutta Italia, «fin nelle ville — scriveva il Crescimbeni — e nelle castella piú ignote ed impensate»[165]. E a quel modo che la repubblica romana (per gonfiar le cose come a quegli arcadi piaceva), sterminando per l’Italia i popoli stranieri e sottomettendo gl’indigeni, segnava ogni suo passo avanti con una colonia; cosí l’Arcadia, repubblica letteraria di forma democratica, seminò colonie per tutta la penisola e oltre, sino in Lubiana di Carniola; colonie di pastori e pastorelle, cioè della prima nobiltà del luogo, e di ecclesiastici, di militari, di dottori, che sotto nomi greci recitavano a certi giorni ecloghe, sonetti, canzoni. Queste le forme: ma in sostanza l’Arcadia che fece? come reagí? che ristaurò o conservò o rinnovò?
La riazione necessariamente comincia su i limiti e con le forze dell’azione stessa contro la quale si volge. Quindi il primo elemento dell’Arcadia è l’arte del seicento nelle due forme: la raffinata e arguta, epigrammatica e madrigalesca: la solenne e concitata e pomposa, lirica e pindareggiante: cosí al Maggi e al Lemene succede lo Zappi: cosí i continuatori del Chiabrera e del Testi, cioè il Filicaia il Menzini ed il Guidi, figurano tra i primi arcadi. Questa è come la destra della repubblica arcade. Se non che la riazione importa anche, in gran parte, ristaurazione. E la ristaurazione fu delle forme del cinquecento, in due maniere: con un po’ di concessione al seicentismo, mediante la instaurazione a modelli dei sonetti del Costanzo e simili, e fu rappresentata dal Leers e dal Lorenzini, scuola romana e toscana: con piú inclinazione al Petrarca e al classicismo stretto, e fu rappresentata dal Ghedini e dal Manfredi, scuola bolognese. Sono come i due centri, destro e sinistro. La destra pura, capeggiata da Vincenzo Gravina e da Domenico Lazzarini, aborre la favola pastorale, aborre il melodramma, aborre la tragedia francese; rigetta il Tasso e il Guarini; vuol tornare alla Grecia; fa le tragedie greche, le liriche greche, le estetiche greche; d’italiano non ammette che Dante, il Petrarca, l’Ariosto.
Tutto questo lavorío di riazione e ristaurazione, di conservazione e trasformazione, fu utile e fecondo. La poesia del secolo decimosettimo era essa stessa un trasformamento della poesia del Tasso e del Guarini sotto la influenza spagnola e con la intromissione della musica, che dalla fine del cinquecento divenne l’arte italiana per eccellenza: passata per quel processo diè la miglior gloria d’Arcadia, il melodramma, e, solo vero poeta, il Metastasio. La ristaurazione delle forme cinquecentistiche e petrarchesche serví a correggere e appianare quel che rimaneva dall’uso del seicento d’eterogeneo, di sproporzionato, di goffo. Anche giovò la ristaurazione e conservazione del classicismo puro, in quanto la sua estetica, ordinata dal Gravina, fu come una gran corte di cassazione su le sentenze della moda, e il Gravina, pur senza volerlo, creò il Metastasio. E dal lavoro di quelle due idee o di quelle due forze sul materiale artistico quale piú o meno l’aveva lasciato il seicento emersero modificate le quattro forme, che, al di fuori del dramma, prevalevano a mezzo il secolo decimottavo: il sonetto descrittivo o narrativo, spuntato nel cinquecento, coltivato dal Marini, innestato ora in due specie dal Zappi e dal Frugoni: la canzonetta, rinata col dramma musicale del Rinuccini, rallevata ora dal Rolli dal Metastasio dal Frugoni: la canzone-ode, provenuta anch’essa dal secolo decimosesto con le imitazioni classiche dell’Alamanni e di Bernardo Tasso, francamente maneggiata nel decimosettimo dal Chiabrera e dal Testi, trattata ora alla meglio dal Frugoni: l’endecasillabo sciolto, pur germogliato nel secolo decimosesto, mantenuto in fiore dal Chiabrera nel decimosettimo, coltivato ora e messo alla moda dal Frugoni.
Cosí a mezzo il secolo decimottavo Carlo Innocenzo Frugoni sta non come un precursore, che sarebbe troppo, ma come un meccanico a provare gl’instrumenti dell’arte. Il sonetto languí: la canzonetta, perdendo dell’elemento musicale, ereditò quello che la canzone-ode aveva di meglio, e si svolse fino a raggiungere la perfezione nelle forme liriche del Monti, del Foscolo, del Manzoni: l’endecasillabo sciolto divenne il metro per eccellenza della nuova età letteraria, come del cinquecento era stato l’ottava e del trecento la terzina.
Perfezionatore e maestro di queste ultime due forme fu piú tardi il Parini: per ora non un vestigio di esse nelle poesie di Ripano Eupilino, non una stilla del miele metastasiano, non un’eco del frastuono frugoniano, non una smorfia dello spirito franco-gesuitico: egli è un arcade, se vuolsi, ma arretrato al cinquecento; è un conservatore italiano.
LA STORIA DEL «GIORNO»
[_Opere_, XIV, 5-37].
I.
Il secolo che noi vediamo finire ascenderà nelle storie d’Italia alto senza pari per la gloria del pensiero e dell’azione civile. Sarà lo stesso per l’arte, in specie della poesia? A castigo di certi orgogli e di certi spregi, riguardiamo un poco, spregiudicatamente e sopra tutto con informata coscienza, nel secolo passato, al Goldoni, al Parini, all’Alfieri. Quanta, in tanta bassezza di condizioni politiche, in tanta miseria d’idee d’opinioni di costumi, quanta, nelle opere di quei tre, larghezza, continuità, intensità, efficacia immediata e rinnovante! Il Goldoni, borghese, fotografa, artisticamente indifferente, la borghesia qual era: il Parini, popolano, incide con bulino arroventato la nobiltà quale non doveva essere: l’Alfieri, gentiluomo, sogna fremendo il popolo e la nazione quale sarà. Realità, moralità, idealità: tre modi e tre termini che congiunti fanno l’arte sovrana. La realità nelle quindici o venti commedie migliori del Goldoni è sorpresa e resa e con vero e caldo intuito di vita; ma come è abbietta e spregevole! Perché di quegli Ottavi possano uscire i màrtiri dello Spielberg e di Mantova, perchè di quei Lelii e di quei Fiorindi possano prorompere i volontari di Giuseppe Garibaldi e i legionari di Vittorio Emanuele, perché di quegli Arlecchini e Brighelli, di quei Tita e Nane, possano insorgere i combattenti di Milano e di Brescia, i difensori di Roma e di Venezia; perchè quelle Beatrici, quelle Livie, quelle Rosaure possano trasumanarsi ai sacrifizi di Teresa Confalonieri, della madre de’ Cairoli, della Colomba Antonietti; che ci voleva? La moralità irritata del popolano lombardo, la idealità sdegnosa del gentiluomo piemontese.
II.
A pochissimi de’ poeti italiani, a niuno forse, tranne Dante, avvenne ciò che a Giuseppe Parini, essere súbito dopo morte idealizzato. Era il triste anno 1799, e l’invasione austriaca e russa contristava Milano e l’Italia: pur súbito una parola oscura, ma testimone del giudizio pubblico, con le forme della mitologia decorativa di quei giorni, ma col sentimento dei gradi storici della poesia nazionale, dialogizzava dello spirito del Parini accolto negli Elisii dal Metastasio e da questo presentato al Tasso e all’Ariosto, al Petrarca e all’Allighieri[166]. Venne il primo anno del secolo nuovo; e in quell’aurora di libertà che parve spuntare dal campo di Marengo il nome del Parini si rilevò dalla bruma dell’invasione straniera co ’l nome d’Italia rinnovellato. A Bonaparte console era intitolato il primo volume delle opere di lui[167]: lui in versi e prose ardenti della vita nuova esaltavano a gara i due principi della nuova letteratura, Vincenzo Monti e Ugo Foscolo. Lo poneva il Monti trasfigurato nella Mascheroniana su le platoniche cime del suo paradiso teistico a ragionare di patria e libertà con le grandi ombre contemporanee[168]: lo risuscitava il Foscolo sotto i tigli di Porta orientale, fremente «e per le antichi tirannidi e per la nuova licenza»[169]; lo celebrava poi ne’ Sepolcri[170] con purissima figurazione cultore dell’arte civile in sua modestia animosa; alla gioventú affollata nelle aule di Pavia incuorava quella sua sentenza memorabile in ogni tempo ad ogni scrittore onesto, «A me par d’essere liberissimo perchè non sono né avido né ambizioso»[171].
Né passò men venerato nelle ricordanze de’ due maggiori poeti che succederono alla generazione di poi: il Manzoni lo salutava «scuola e palestra di virtú»[172]; il Leopardi, «uno dei pochissimi italiani che alla eccellenza nelle lettere congiunsero la profondità dei pensieri e molta notizia ed uso della filosofia presente», e il Giorno poneva tra le opere dei sommi, tra quelle che «a voler conoscere la poesia nostra è necessario si leggano tutte intiere, e il dire _Questo è il meglio che hanno_ è un profanarle»[173]. E gli storici glorificarono l’azione di lui nelle mutazioni della civiltà. «Grande e robusto fu costui — scriveva magnifico il Botta[174] —; piú che poeta, piú che sacerdote d’Apolline, maestro di virtú; ed i molli costumi ad una virile robustezza ridusse, l’eunuca età a piú maschi spiriti eresse». E con verità meglio particolareggiata il Cantú[175]: «Fu forse il primo da Dante in poi, che non per incidenza, ma di proposito, assumesse di toglier la poesia dalle corruttrici futilità, per renderla coadiutrice all’incivilimento, espressione della società, banditrice degli oracoli del tempo».
Le citazioni abondano: ma io non potevo rinunziare ad accogliere prima da sí eloquenti testimonianze la caratteristica ideale che del Parini rimase ai nostri padri, per poi ricercare la personalità sua viva e moventesi nell’andamento de’ concetti e dei fatti dell’arte.
III.
Il Mattino fu licenziato alla stampa a’ 24 marzo del 1763 in Milano, e a’ 21 luglio il poeta chiedeva per tre anni la privativa[176] dell’edizione uscente senza nome dai tipi di Antonio Agnelli. A’ 24 luglio del 65 fu permessa la stampa del Mezzogiorno, che usciva pure senza nome indi a poco dai tipi di Giuseppe Galeazzi.