Part 30
Certamente, per poeta del secolo XVIII, A. De Giorgi Bertòla ebbe stile e vita assai nuovi[153]. Nato in Rimini il 4 agosto 1753, di 16 anni dové proferire i voti religiosi nella congregazione olivetana: suo padre aveva la vocazione per lui. Scappò di convento a farsi soldato in Ungheria: ma gracile com’era non resse alla vita militare; e un officiale milanese che lo assisté infermo lo persuase anche a rendersi tra’ suoi monaci. I quali non gli fecero carico del passato; tanto la mollezza del secolo XVIII si accostava alla tolleranza: e lo mandarono lettore, credo di belle lettere, a Siena. Ivi corresse e compí una traduzione poetica delle odi di Orazio lasciata imperfetta e inedita dal Corsetti, e la diè a stampa insieme con le satire e l’epistole già finite dal senese; senza indicare, con riserbo grazioso in principiante, le cose da lui o rifatte o tradotte di pianta: il Vanetti giudice acuto se ne spicciava riconoscendo il Bertòla nelle versioni piú felici[154]. Pur traducendo Orazio, trovava tempo a imitare il Young, in sestine e per l’occasione della morte d’un papa, piangendo, egli monaco, nelle _Notti clementine_ (1775) l’abolitore dei monaci della compagnia di Gesú. Allora venne invitato a insegnare geografia e storia nella r. academia di marina a Napoli; e vi stette fino all’83: frutto dell’insegnamento furono le _Lezioni di storia_ (Napoli, 1782); del soggiorno in riva a quel mare, _Sacro per ogni età All’aurea Voluttà Sacro alle muse_, le _Poesie campestri e marittime_ (Genova, 1779: Cremona, 1782). Nel 79 aveva anche pubblicato l’_Idea della poesia alemanna_, saggio storico e critico con versioni fatte da lui. Ora cotesta opera gli dové essere come occasione e commendatizia per ire nell’83 a Vienna, ove mantenevasi quasi una piccola colonia di lettere italiane. Ed ivi, ottenuta facoltà di vivere fuori del chiostro e spogliar l’abito, stette co ’l nunzio Garampi suo concittadino e accompagnò in Ungheria il cardinale arcivescovo Migazzi. Tornò in patria con maggior conoscenza della Germania letteraria (n’è prova il nuovo saggio _sulla bella letteratura alemanna_, Lucca, 1784) e con la nomina di professore di storia all’università di Pavia. Nel nuovo ufficio compose i tre libri _Della filosofia della storia_; e l’insegnamento alternò con pubblicazioni di altre prose e poesie, delle quali rimasero in fama le Favole, con viaggi su ’l Reno e in Svizzera. Descrisse con novità amena quello su ’l Reno (Rimini, 1795): in Svizzera andò per inchinare da presso il suo idolo, Gessner; del quale compose un elogio (Pavia, 1789). Malato, nel 93 riducevasi in patria, e vi morí di consunzione il 30 giugno del 98.
Tutt’insieme il Bertòla fra’ poeti del 700 è dei piú notevoli per certa larghezza di studi e varietà d’attitudini; ed anche per certo non so che di cachettico e spasmodico nell’animo e nell’ingegno che si riflette nello stile, prenunziando la scuola che fu nuova circa il 1820. Del resto, autore del primo libro che in Italia portasse titolo di filosofia della storia; autore del primo viaggio romantico e da _touriste_; primo introduttore fra noi della letteratura alemanna; critico non degli ordinari, con un po’ di miglior garbo francese, massime nei saggi su l’idillio e su la favola, nell’elogio del Gessner e nelle Osservazioni su ’l Metastasio; per un poeta erotico è assai. Vero è che, quando il Bertòla cominciò a tradurre dal tedesco, la Germania non avea cose da giovarsene e rafforzarsene gran fatto il poeta riminese e la poesia nostra in generale; che il dedurre di nuovo in Italia la colonietta pastorale di Zurigo, il dar cittadinanza alle Filli dell’Hagedorn e alle Belinde del Jacobi ed onore ai poemi descrittivi del Zaccaria, era proprio un portar, non dirò nottole ad Atene, ma cavoli a Legnaia, e cavoli riscaldati. Né l’odor di pipa della caserma prussiana poteva aggiungere novità o grazia alle anacreonticuzze del Kleist; e anche l’autore della Messiade, quando fa versi su ’l tenore del Dorat alla sua futura amante, non isfugge (me lo perdonino tutti i serafini e gli dèi della Scandinavia) a un po’ di ridicolo. Che cosa poi avesse da imparare l’Italia dalla _canzone di un moro_ del Gerstenberg lo giudichi il lettore: «Negra è la mia amante al par dell’uva... Io sto qui attendendo che la sabbia consumi le piante de’ miei piedi; e i miei sospiri sveglian le tigri di questa selva. Misero me! le tigri accese di rabbia, leccan da lungi il mio sangue. Oh sole! la morte minaccia anche Daracna dalle caverne o da’ boschi: può un serpente avvolgersi intorno a lei; può un coccodrillo afferrarla, pungerla uno scorpione. Oh mostri, il fulmine vi colpisca! Non ardite di offenderla. Ma se l’offendeste! mio cuore vola, vola, mio cuore, incontro a lei. Io vo’ posar su ’l suo seno, spiare il menomo de’ suoi sospiri, sentir come palpiti il suo cuore, esaminare in qual parte di lei si muova la morte. Io vo’ beverti, morte, a lunghi sorsi dalle sue vene, siccome odor d’ambra; vo’ cader su ’l suo languido seno e morir con lei; morte soave!». Fra noi, almeno allora, cosí parlava Truffaldino in certe fiabe del Gozzi. Né era, parmi, affatto pedante il Vannetti[155], se trovava da ridere su queste fantasie del Gleim circa le gote delle ragazze:
Oh! se possibil fosse Schierar mille di queste Sí amabilmente rosse Gote là a mezzo cielo, In bell’ordin curvandole Sotto l’arco celeste! Ratto ei dovria per l’aere Le strisce sue disperdere D’ogni bellezza vuote, Ei ratto dovria cedere All’arco delle gote, Siccome appunto suole Ceder la luna al sole.
In tutto ciò, e specialmente nelle poesie del Gessner che con piú amore tradusse, portava il Bertòla il fanatismo d’uno iniziatore; tutto trovava sublime, nota il Cantú[156], fin _le descrizioncelle e gl’idilli piú piani e famigliari_; ciò non ostante _tradusse talvolta con invidiabile felicità_. Ma il Vannetti[157], tra il Gessner italianizzato dal nostro e quel del Soave aggiudica la palma al secondo, _almeno per la leggiadria_: che è tutto dire.
Il traduttore dei tedeschi dinanzi il 1770, di quei tedeschi il cui gusto poetico era personificato dal Vannetti[158], in un _giovine d’idea alquanto mesta, d’occhio grave, cogli abiti assettati e colla parrucca, che misura il passo e fa ogni cosa a battuta_, aiuta nelle opere del Bertòla ad intendere il poeta originale. Al che tuttavia ci bisogna aggiungere che il padre Aurelio ammirava il Young insieme e il Frugoni, traduceva il Gerstenberg e Orazio, adorava il Gessner e il Metastasio; e che si imaginava di riuscire a fare una coltivazion nuova, innaffiando il verde dell’idillio zurighese con l’acqua salsa delle egloghe pescatorie del Sannazaro. Con tutto ciò nei versi erotici c’è per quei tempi del nuovo; egli è un poeta sentimentale come in Francia dopo il Rousseau ne venne su parecchi; e, come il Rousseau e la sua scuola, amava la campagna, e la dipinse non senza affettazione; come il Rousseau e la sua scuola, dal sentimento andò a sdrucciolare nell’oscenità, velata od aperta, ma sempre sazievole; cosí che delle _Prose e Rime_ amorose (stampate prima con la data di _Citera_ in Milano e poi a Genova nel 97) solo un sonetto potei eleggere per questa raccolta. Del suo stile, anche in poesia, senza ricorrere a’ luoghi comuni de’ puristi, torna vero quel che di lui prosatore scriveva il Vannetti a C. Rosmini[159]: «Nel medesimo tempo è raffinato e scorretto. Io gli ho scritto che v’ha _del magico_, accennando copertamente a quel falso che voi notate sí bene; da che le magie contraffanno la verità, ma non sono essa».
Né co ’l Bertòla, né co ’l Savioli ha che fare Giovan Gherardo De’ Rossi romano (1754-1827)[160]; si accosta in vece per certa arguta gentilezza al Vittorelli. Cominciò improvvisatore e finí censore dell’Arcadia: e pur da giovane dové provvedere alla casa lasciata a mal partito dal padre; e sí ben seppe farlo, che crebbe di molto la roba e tenne una ragion bancaria a suo conto. Allora poté soddisfare a’ suoi gusti pe ’l bello; e i modi che tenne dimostrano il gentile e largo animo suo. Mise insieme libri e stampe di ogni maniera; anche adornò la casa delle piú preziose reliquie etrusche e d’ogni sorta bronzi, medaglie, intagli antichi; e d’antichità scrisse dottamente e dissertò con il Fea. Ma non per questo disprezzò il moderno; volle anzi avere una raccolta di quadri della scuola fiamminga, che nelle gallerie di Roma mancava; e con gli artisti viventi non si tenne a’ consigli, ma dava lavori; e descrisse con nettezza e proprietà le opere del Canova del Camuccini del Landi; e raccolse con amore le memorie della Kauffmann e del Pickler. Nominato direttore dell’Academia di Portogallo in Roma, rinnovò o meglio fondò di pianta, quella instituzione: fu, per quel che si attenesse a studio di belle arti, provveditore delle corti di Napoli e di Lucca. E n’ebbe onori. Ma, per onori di corti straniere e per gusti di artista, non mancò al debito di cittadino: conoscitore e giudice intelligente dei sistemi economici, fu gran parte delle riforme operate in Roma ne’ primi anni del secolo e fondò la cassa di sconto. Con tutto ciò ebbe tempo di comporre, oltre le menzionate scritture artistiche e archeologiche, quattro volumi di commedie, una storia del teatro italiano, un volume di favole, e non poche poesie; delle quali crediamo aver colto il miglior fiore in questo volumetto.
De’ poeti quivi compresi il De’ Rossi è quello per avventura a cui meglio conviene per una parte la denominazione d’anacreontico. La sua canzonetta, non divisa a strofe, ma svolgentesi in serie di ottonari rimati a coppia o tal rara volta alternatamente, ritorna alle tradizioni metriche del Chiabrera, e rappresenta piú da vicino l’ode d’Anacreonte. Del quale, o almeno dell’Anacreonte alessandrino, tiene il De’ Rossi anche la breve e arguta invenzione: ogni ode è un quadretto a puri tratti, un piccolo bassorilievo. Ciò si vede meglio negli _Scherzi pittorici, e poetici_, bel libro nel quale _riuní_ (dice un suo elogista) _il fiore piú delicato e piú bello delle due arti_, decorando le poesie con altrettante vignette da se stesso imaginate e delineate a contorni. Sembrò tuttavia al Sismondi[161] che nei versi del De’ Rossi sentasi piú l’intenzione che l’ispirazione del poeta; e agli Arcadi romani di dopo il 15 parve che la finezza sia a scapito della natura. È troppo; sebbene sia vero che l’autore degli epigrammi (e ne fece d’acutissimi e delicatissimi) si riconosce talora in certe anacreontiche. Ad ogni modo, fra quei timidi e fangosi torrenti della fine del settecento cotesto rivoletto ristora l’occhio e l’orecchio. E credo che anche ai lettori di questo libretto, dopo il fasto del Savioli e le squisitezze sentimentali del Bertòla, parrà come di riposarsi nei facili e pacati ottonari del poeta romano.
Come nella soavità metrica del Rolli e del Metastasio puoi credere talvolta di raccogliere un’eco della molle parlata umbra e di riconoscere nella placida serie delle strofette un’imagine della vita oscura e sicura tra quelle pure linee di monti, come l’abbandono e anche la sciattezza del Crudeli e del Casti ti ricorda il _lasciar andare_ della Toscana medicea e lorenese, e la versificazione lussuriosa del Frugoni la grassezza del ducato lombardo dove il poeta scriveva; come l’elegia settenaria del Savioli s’attaglia alla gravità attillata dell’aristocratica Bologna, e la inegual lestezza del Bertòla alla vivacità de’ romagnoli, e la purità ambiziosa del De’ Rossi risponde all’archeologia artistica di Roma; cosí, letto che tu abbi il Vittorelli, intendi com’egli dovesse fiorire nell’ultima generazione rappiccinita e infiacchita, ma solazzevole e buona e spiritosa, della repubblica di Venezia. Nato di nobil gente in Bassano a’ 10 novembre del 1749, educato nel collegio de’ nobili in Brescia da’ gesuiti, Giacomo Vittorelli[162] visse la gioventú in Venezia. Cessò con la repubblica da un officio che ne teneva, e passò a Padova. Spero non gli reggesse il cuore a veder la piazza di san Marco violata la prima volta da soldati stranieri; sebbene egli trovasse poi modo di fare entrare gli austriaci anche ne’ sonetti nuziali:
Salva è l’Ausonia intanto, è salvo il dritto, Salve le patrie torri e i sacri marmi, E Imene è un nume ancor, non è un delitto:
Anzi ei move dal ciel fra i plausi e i carmi, Ond’abbia nuovi eroi Francesco invitto, Se nuova Gallia lo sfidasse all’armi.
Ma pe’ nuovi repubblicanti e gl’imperanti nuovi non ebbe versi, salvo un complimento alla principessa Amalia bagnante a Recoaro. Pure nel regno italico fu ispettore degli studi. Dopo il 14 si ritirò in Bassano; e nominatovi dall’Austria censore su le stampe vi morì il 12 luglio 1835.
«Fu, scrive il Carrer, l’ultimo de’ poeti che rappresentassero l’indole letteraria del secolo scorso.... Immutabile tra i cangiamenti del gusto, le ultime poesie ch’ei compose hanno la stessa fisonomia e il colorito medesimo delle prime. Per questo conto fu piú tenace nel suo proposito, che non sieno stati il Monti il Foscolo ed il Pindemonte; i quali, tenendosi pure, qual piú qual meno, abbracciati alle vecchie dottrine, non mancarono di piegarle o contemperarle alle tendenze dell’età propria.... Il Vittorelli non avrebbe forse alterati i suoi principii, anche dopo esaminati attentamente i principii opposti; ma crediamo non gli venisse mai voglia di porsi a siffatto esame. Che che ne sia, visse e morì poeta d’Irene e di Dori». Né sí fatta ostinazione pregiudicò alla sua fama. Poteva prima di morire annoverare oltre le trenta ristampe delle sue anacreontiche, e ben sei di tutte le rime; ed era tuttavia sollecitato da nuovi editori. Modestissimo fra’ poeti nostri, ebbe lodi insigni dal Pindemonte, versioni in latino fatte dai migliori del Seminario di Padova, il Trivellato e il Filippi, e l’onore di veder tradotto in inglese dal Byron un de’ suoi sonetti. Ne’ quali, sempre ingegnoso, arguto spesso, egli il _testore degli amorosi detti_ cercava a posta le difficoltà delle _rime aspre e chiocce_, e alle volte pur fra la trivialità de’ soggetti trovava modo a esprimere novamente gli affetti della famiglia, della religione, del bello; in alcun de’ sonetti forse piú che nelle anacreontiche. Pur queste rimasero il suo maggior titolo alla fama: ed egli vecchio potea vantare le
.... dolci note Ai fili non ignote Del cembalo vocal,
mentre le fresche giovinette gli ricantavano su ’l pianoforte i versi che avevano già lusingato la galanteria delle madri. Quella strofetta
Ah, guarda, che se il core Al labbro non risponde, L’aria, la terra e l’onde Vendicheranno Amor; e l’altra
A che d’inutil pianto Assordi la foresta? Rispetta un’ombra mesta, E lasciala dormir;
intonate da una voce ben nota o nelle sale lucenti o sotto il balcone oscuro, chi sa come fecero palpitare o impallidire una volta le belle novizie! Oggigiorno una leggitrice della _Madama Bovary_ o dell’_Affar Clémenceau_ degnerebbe a pena sorridere a fior di labbra d’un poeta il quale usava _protestare che tutti i versi di argomento amoroso da lui composti erano semplice giuoco di fantasia e non aver avuto alcuna realtà la passione con tanta industria cantata_, il quale confessava tre verbi _essergli costati tre anni di fatica_ e voleva disgiunte nella stampa due anacreontiche per ragion della voce _core_ ripetutavi tre volte distintamente. Figuratevi poi se sapesse che quel medesimo poeta facea versi, specialmente brindisi briosi, per parrochi nuovi, e che era devoto. Benché la devozione, segnatamente a Maria, leghi bene nei popoli cattolici con l’amore; che anzi da San Bonaventura in poi, il teologo innamorato della Vergine, ella ne è un condimento piccante. Ma il Cavalcanti e Dante nobilitavano la natura umana deducendo su le fronti delle loro madonne l’aureola della vergine jessea, e il Petrarca confondeva in un sospiro di stupenda elegia l’ardore e il tremore del cuore amante e pentito. Il Vittorelli, educato al lassismo de’ Gesuiti, trovava modo e tempo a intrattenere insieme Maria Vergine e Irene; a questa le strofette con le rose di Anacreonte, a quella i sonetti co’ profumi inebrianti della Cantica. E glie ne faceva, a dir vero, di belli:
Io t’amo; e il giuro per que’ tuoi sí begli Di tortora idumea purissim’occhi, I quai mi stan dinanzi o che si svegli O che nell’onda esperia il sol trabocchi. Oh, fossi un angel tuo, fossi un di quegli Che coll’ondoso manto inombri e tocchi O destini a velare i tuoi capegli Lucidi piú che della lana i fiocchi!
La _dolce Maria_ di Dante, il _bel fiore_ che il superbo ghibellino _invocava sempre e mane e sera_, s’è fatta anche piú accostevole: questi versi paiono come ispirati da una madonna della pittura veneziana in una chiesa del Sacro Cuore, e vi si sente scorrer per entro il fremito dei sensi dell’amante molto piú che in tutte le anacreontiche a Irene. Nelle quali il poeta aveva un bel ricordare le _rose che gli diede Anacreonte in dono_: non v’era pericolo che la fronte infiammata facesse apparire, ardere quasi, le corone di quelle rose, come avveniva al vecchio di Teo ne’ conviti. Il Vittorelli scambiava per rose di Anacreonte quelle _ordite di propria mano dalla sua dolce amica_, fiori finti insomma; e Amore in casa il Vittorelli ci campava, non del vino di Chio o di Lesbo, ma a chicche:
La saporita pasta, Che di gustar fui degno, È un infallibil pegno Di cortesia, di fè.
Il Carrer osservò già non potersi dire che le poesie vittorelliane «siano propriamente voluttuose od appassionate.... Sono spiritose, ornate, eleganti: hanno tutte, o presso che tutte, la dolcezze del mele, e nella chiusa non mancano del pungiglione. Grande sceltezza di frasi congiunta con somma evidenza; la brevità stessa dei componimenti, e particolarmente una rara spontaneità da competere colla metastasiana, contribuirono a quella grande popolarità di cui abbiamo parlato. Chi poi persistesse a crederle ispirate dal genio di Anacreonte, non ha che confrontarle con quelle del Chiabrera; e chi volesse trovarvi l’affetto tibulliano, le metta a riscontro con le brevi odi del Rolli. Ma il Chiabrera rimase vinto dal bassanese nella metrica tessitura e nella fluidità del verso; e il Rolli vi perde, quanto a continuata perfezione di stile».
Conchiudendo: quelle fra le canzonette del Vittorelli che non han _pungiglione_ o lo san nascondere tra i fiori, quelle dove non entrano rose finte o paste saporite, quelle in somma nelle quali la convenienza mirabile delle parole e de’ suoni risponde alla elezione delle imagini alla gentilezza naturale dei concetti lungi dallo stil tradizionale del settecento, quelle, lette e rilette sempre piú volentieri, lasciano nell’anima un sentimento di mitezza e di quiete, ben diverso dagli effetti disgustosi di certe poesie amatorie recenti, che fa dir con esso poeta:
Tergimi il seno, Amore, Col tuo celeste mèle: Disdice esser crudele A un fanciullin qual tu.
E allora s’intende perchè il Tommaseo fosse specialmente benigno a questo ultimo cultore della _maniera anacreontica_. «Finisce (scriveva egli)[163] in un uomo che l’ha con la gentilezza dell’animo suo ringentilita e condotta alquanto sulle orme dell’antica castità: Iacopo Vittorelli. E siccome (notiamo anche questo riscontro alla maniera che poneva nella sonorità la poesia) l’ultimo suo cultore, Labindo, fu riformatore sagace; cosí la maniera che il pregio dell’arte pone nella dolcezza, trovò chi la mandasse al sepolcro con tutte le funerarie onoranze. Qualche anacreontica del Vittorelli e qualche ode di Labindo sopravviverà al Cesarotti e allo Zappi; e dimostrerà come l’impulso del secolo fosse tanto potente da assegnare anche alle speciali maniere poetiche una via diversa dall’antica, la quale tendesse un poco al perfezionamento dell’arte».
IV.
Se non che temo non alcuno mormori, scorrendo questo volumetto: Perchè rivestire a nuovo cotesta poesia smascolinata, che non ricorda nulla, o, se pure, ricorda le miserie della patria e le piccinerie de’ nostri avi?
Badisi tuttavia a non recare a colpa della sola Italia, a non spacciare come un segno specialissimo del suo scadimento, i troppi erotici del secolo XVIII, quando l’idillio e l’anacreontica erano la poesia prediletta di tutta l’Europa. Che se noi avemmo il Frugoni, la Francia ebbe il Dorat il Bernard e mille altri, la Germania l’Hagedorn e la scuola degli anacreontici; e se in Roma in Venezia in Firenze giuocavasi alle pastorellerie, che altro facevasi a Schönbrun a Trianon e nella Prussia guerriera e nella libera Elvezia? Né l’Italia conta forse in tutti i secoli della sua letteratura tante versioni e imitazioni dell’Arte di amare quante ne produsse allora la Francia. Si potea dire co ’l poeta:
Et l’univers n’est qu’ un bocage Peuplé de fortunés amans.
E pure la canzonetta _Grazie agli sdegni tuoi_ era composta fra i rumori della guerra per la successione austriaca, l’anno stesso che Genova faceva la gloriosa cacciata; e le poesie del Parny e del Bertin in Francia, quelle del Bertòla e del Vittorelli in Italia uscivano negli anni che intercessero fra la guerra dell’indipendenza americana e la gran rivoluzione. La vecchia società europea tornava ella al tenerume per decrepitezza o voleva far la fine di Sibari e affogare tra le rose?
Parrebbe quasi che la poesia erotica del secolo XVIII, fiorendo tra la libera disamina della filosofia naturale e il lassismo della Chiesa, segni l’avvenimento del terzo stato al viver godereccio, bandita sin allora de’ nobili, e che precesse l’entrata ne’ diritti politici. Un’imagine non è una ragione: ma pure la bella Théroigne di Méricourt, che, dopo aver dispensato facili gioie a’ beati della monarchia, il 5 ottobre dell’89 co ’l portamento di dea e il folgorare degli occhi rapisce al re i reggimenti fedeli e uccide nel 10 agosto 92 a colpi di pistola i devoti del re, mi pare che renda imagine della poesia erotica o libertina di quel secolo. E anche nella tempesta caotica della rivoluzione, osservate: il velite della Gironda assalitore di Robespierre, il nobile e generoso Louvet non è altri che l’autore delle _Liaisons dangereuses_; ma anche il bello e freddo Ippolito della _Montagna_, Saint-Just che doveva abbandonare di venticinqu’anni la sua bionda e marmorea testa alla guigliottina già tante volte messa in moto dal fioccar lento e grave de’ suoi periodi, aveva composto a vent’anni l’_Organton_, poema di _volupté sombre_ (è la parola di un sommo critico[164]), variato d’assai leggiadre pitture. E Massimiliano Robespierre, che non mancava mai di mettere una rosa alla bottoniera dell’elegante abito turchino, non aveva composto delle quartine vezzose per madamigella di Sainte-Amaranthe che indi a poco il tribunale rivoluzionario mandava al patibolo? E Bertrando Barère, relatore del Comitato di sicurezza pubblica, non era salutato l’_Anacreonte della guigliottina_? egli che, difendendo le _misure rivoluzionarie_ dell’orribil proconsole di Lione, era capace di dire: La libertà è una vergine a cui non è lecito sollevare il velo.