Part 29
Avrebbe dovuto contentarsi dell’attendere in pace alle sue letture e traduzioni, alle ristampe delle sue rime: invece desiderava un impiego di segretario in qualche corte. In Todi trovava solo ottimo il _semovente_, come egli diceva, e il _vegetabile_: disprezzava quei cittadini che pur lo avevano onorato, li chiamava _automati di stupidità e vipere nella malignità_: ed essi per ripicco lo tormentavano con le pretensioni e i pettegolezzi delle città piccole. Gran questione fecero perchè su la lapide del fratel suo morto a Roma s’inscrisse il titolo di patrizio tudertino, fino a voler ripigliare anche a lui il conferito onore. Morí al fine, indebolito delle facoltà intellettuali forse dallo studio non geniale, il 20 marzo del 1765; lasciando nel testamento per sole tre messe di suffragio, per poche candele al funerale e le parole _Pauli Rolli Pulvis_ per tutto epitafio: cagione a’ bigotti di sempre piú mormorare che il favorito degli inglesi non sentisse troppo puramente nelle cose di fede. Parrebbe piú tosto che l’autore di tante leggiadre cosettine fosse uom duro, avido, ingrato, fantastico, orgoglioso. I facili contemporanei lo paragonarono ad Anacreonte a Catullo a Tibullo; ma l’amabile saggezza del cittadino di Teo, il sentimento profondo dell’avversario di Cesare, la tenerezza e dignità del cavaliere romano e la serenità dell’arte antica non erano né di quell’uomo né di quei tempi.
Pure egli si acquistò il suffragio de’ poeti, di due poeti almeno che in due diverse e vicine età della nostra letteratura si rassomigliano assai, sentimentali e critici a un tempo ambidue, ambidue introduttori di nuovi modi nella poesia nazionale; il Bertòla e il Carrer. L’amico del Gessner scriveva: «Rolli è cosí appassionato, cosí naturale, cosí delicato che non so chi de’ lirici di questo secolo possa in siffatti pregi mettersegli a fronte, e guai in materia di linguaggio di cuore a chi non l’ha per tale! Ciò intendasi di una ventina di componimenti fra elegie endecasillabi e canzonette, che per onore del Rolli e della nazione che lo ha prodotto dovrebbono unirsi in un volumetto, da cui bandire il resto che si ostinò egli a scrivere fuori del suo carattere originale, le cantate principalmente e i drammi ed anche le odi ed i sonetti». E l’autore delle ballate e imitatore del Byron dando luogo in una _scelta di poesie liriche_ a vent’una delle odicine del Rolli, _facile, elegante ed appassionato poeta_, aggiungeva: «Confessiamo di non aver saputo resistere alla magia de’ suoi versi. Confessiamo che, in un secolo nel quale si ha quasi in orrore la semplicità e la chiarezza, quella tanta soavità e scorrentezza delle canzonette e degli endecasillabi del Rolli ci sedussero. E chi, stanco dalla lettura di certe odi affettatamente tenebrose, ama ricrear la fantasia, getti l’occhio su queste alcune pagine che racchiudono canzonette ed endecasillabi che si direbbero usciti dalla penna del Metastasio, se il Rolli, che cede nella copia al Metastasio, non l’avanzasse nell’eleganza. _Solitario bosco ombroso_ è canzonetta che si canta dalle donne artigiane sulla chitarra egualmente che dalle dame sul pianoforte[137]». Noi, che raccogliamo, piú che altro, in servizio della storia dell’arte, con l’ammettere anche l’elegie e le rime convivali abbiamo passato il numero venti del Bertòla e il vent’uno del Carrer. Ma sospiri e bicchieri non si contano.
Le canzonette del Rolli e del Metastasio sono il fior fiore della delicatezza arcadica, rendono come chi dicesse l’affetto interiore: quelle dei due preti Frugoni e Casti ritraggono piú tosto il sensualismo spolpato e i visi impiastricciati e le testine cirrate e incipriate dei cavalieri e delle dame del settecento; ed anche nella trascuraggine della versificazione, nella cascaggine dello stile e nell’affettata semibarbarie della lingua, senti l’eco di quelle cittadinesche conversazioni. Non che manchi al Frugoni (1692-1768) pur nelle canzonette quel po’ di fantasia coloritrice per la quale apparve a’ settecentisti come il novatore della tradizione arcadica; ma in fondo, ove meglio riesce, altro non è se non un continuatore del Metastasio e del Rolli che fa una svoltata. Ha tuttavia di nuovo l’ottonario famigliare, adoperato sveltamente e alla brava, e l’elemento allegorico; se pur nuova può dirsi cotesta merce già solita a riapparire di tratto in tratto dai fondacci del Romanzo della rosa, quando gli altri generi eran bassi, su ’l mercato di Francia, o con le ballate di Carlo d’Orléans, o coi romanzi del secolo XVII, ed ora gabellata da un falso anacreontismo nella corte francese di Parma. Si può dire che la _carte du pays du Tendre_ di madamigella Scudery servisse alle tante _navigazioni d’amore_ del Frugoni. Nelle cui poesie tuttavia, e segnatamente ne’ sonetti, qualche vestigio di fiamma, non certo virgiliana, si scorge. E anche per questi versi gli poteva bene il Baretti mandare la famosa ambasciata:
Dite un poco a quel vostro pretacchione, Che, quando vuole far versi per nozze, Non istomachi tanto le persone. Non dico che non usi frasi sozze: Ma non vorrei neppur ch’egli adoprasse Certe lubriche immagini mal mozze: Vorrei che con ritegno egli parlasse; Vorrei che il molle seno e il casto letto E i casti baci da un canto lasciasse. Cosí procaccerebbe piú rispetto Alla sua toga, e un certo soprannome Non gli saria cosí sovente detto[138].
Piú continente, piú da bene uomo, e cantore, meglio che d’altro, delle signore eleganti e della vita allegra, delle conversazioni o delle passeggiate, delle villeggiature o delle veglie, ci si presenta il _fauno procace_, tanto spiacente al Parini, il
.... prete brutto vecchio e puzzolente, Dal mal franzese tutto quanto guasto, E che per bizzarria dell’accidente Dal nome del casato è detto casto[139].
Sono, queste del Casti (1721-1803) che entrano nel libretto, poesie la maggior parte di gioventú, scritte in Toscana sotto la reggenza lorenese; e danno un’idea di quel vivere scolorito e spensierato, in cui il nulla bisognava fosse per forza qualche cosa. E il lezzo delle corti straniere non aveva ancor fatto l’ultimo guasto in quello sciaurato, che pur da natura sortí ingegno largo e quieto all’osservazione dei difetti umani e vena non impari. Della facilità sua fu ben detto ch’è acquosa: ma nella lirica mezzana aggiunge talvolta a certa pulitezza, che a petto al Frugoni può parer purità; e l’ottonario e il quinario, che pur tolse dal Frugoni, li maneggia con tanta agevolezza e padronanza quanta non ne ebbe mai il genovese e di rado altri; l’ottonario famigliare specialmente, nel quale è a mala pena vinto dal Guadagnoli.
III.
Il Rolli e il Metastasio appartengono alla seconda generazione dell’Arcadia; il Frugoni e il Casti, per lo stile, alla terza. Ora a mezzo il secolo, pur ne’ serbatoi ci furono le riforme: e, come ne’ principati, mossero dall’alto. Parevano all’aura de’ tempi nuovi voler rinverzicare le piante ingiallite del Parrasio e le ninfe palliducce riprender colore. Anche la poesia melica se ne risentí; e il Savioli le infuse dell’animo e del fasto romano, le insegnò il Bertòla un po’ dell’andamento transalpino, e il De Rossi e il Vittorelli con un piè nell’archeologia e l’altro nella moda l’addestrarono a certa arguta decenza tra grecanica e francese.
Se il Voltaire avesse potuto gustare gli _Amori_ di Ludovico Savioli e voluto darne giudizio piú equo che non facesse del Rolli (il quale per avergli contraddetto su ’l Milton se ne buscò titolo di _poetastro_), il dittatore del gusto, a quel modo che salutava per _Abbé Virgile_ il Delille e per _Chevalier Tibulle_ il Parny, avrebbe detto addio al senator bolognese con un _comte Properce_ o _comte Ovide_. Che V. Monti nella Mascheroniana lo chiamasse _felsineo Anacreonte_, passi per la rima; e passi che i contemporanei chiamassero anacreontiche coteste sue poesie, perchè composte di brevi strofette, e che in quella denominazione si ostinino certi facitori di storie letterarie, a cui tante altre cose bisogna permettere. Ma è strano che il Sismondi, il quale del resto giudicò bene il Savioli, cominci dall’instaurare un paragone fra lui e Anacreonte in questa forma: «Aucun poète de notre âge ne rappelle plus complètement Anacréon; c’est la même grâce dans les images, la même mollesse dans la versification, la même ivresse d’un amour qui semble toujours heureux.... Il ne semble pas fait pour éprouver jamais ou les tourments de la jalousie, ou l’impétuosité de la colère, ou la souffrance sous aucune de ses formes»[140].
Nulla, al contrario, di meno anacreontico delle canzonette del Savioli: n’è una prova anche l’origine loro. Il contino Savioli (n. in Bologna a 22 agosto 1729) aveva maestro in casa il dottor Angelo Rota, medico e poeta. Or avvenne che questi componesse nel 46 certi versi per nozze, i quali furono applauditissimi. Piacque in essi il metro, la strofetta di 4 versi settenari con desinenza alternata di due sdruccioli e due rime; piacque, e in quel metro agli avvezzi alle lungaggini della canzone parve novità, la imitazione della poesia latina. Sembrò che con quelle strofe e con quei modi si potesse fare miglior prova a tradurre gli elegiaci romani. E súbito esso Rota e i giovanetti Casali e Savioli si misero all’opera, eleggendo gli Amori di Ovidio. Delle traduzioni del Casali e del Rota rimangono saggi; nulla di quelle del Savioli, il quale tuttavia (lo attesta il Rota[141]) fece italiane gran parte delle elegie amorose d’Ovidio ed anche dell’Arte d’amare; e da queste traduzioni _trasse il primo eccitamento a comporre nel metro stesso quelle sue eccellenti ed originali canzonette che fanno tanto onore all’italiana poesia_: cosí il conte Casali[142] coetaneo ed amico del Savioli. Un nobile giovanetto di 17 anni, di fresco uscito dal collegio de’ gesuiti, che traduce gli Amori a concorrenza co ’l maestro; e un libro di galanteria che esce fuora da una gara di versi e versioni; ecco un fattarello che rende bene in piccolo l’imagine del secolo passato.
Pubblicate da prima nel numero di dodici in una stampa senza data, ma probabilmente del 63 o 64, cresciute a ventiquattro nella stampa lucchese del 65, le canzonette del Savioli ebbero fino al 1830 una quarantina di edizioni; ebbero piú versioni in lingue straniere, quattro traduttori latini, il Laghi arciprete e il Giovannardi abate, faentini, l’abate Filippi veneto, e il padre di Antonio Guadagnoli. Tutti si ammiravano di _quella moderna galanteria sparsa di fiori mitologici e condita di sapore antico_ (come diceva il primo editore degli _Amori_, Gius. Ant. Taruffi, altro abate). Si dettero ad imitarle i poeti già in fama; cominciarono dall’imitarle i giovani che dovevano essere splendore d’una nuova generazione, il Monti il Mazza il Foscolo; sino l’Alfieri deponeva _il terribile odiator di tiranni pugnale_, per invocare su l’innanzi del Savioli il sonno, che finisse di chiuder gli occhi, gravi dalla crapula, a quel povero Stuardo, il quale fu pure ai suoi be’ giorni il valoroso e romanzesco principe Odoardo, mentre esso conte amoreggiava la bella tedesca, _regina de’ cuori_ se non delle isole del regno unito. «Negli anni addietro (attesta uno storico letterario de’ primi del secolo) sono state anche troppo idolatrate, perchè la moda corrente cosí voleva; e sarebbe stato tacciato di pedanteria e di stupidità di gusto chi avesse ardito di censurarle»[143]. Gli Amori, saputi a mente dagli uomini alla moda, somministravano testi di citazioni galanti; amavano _inter sericos jacere pulvillos_, e _le belle gli leggevano_ (dice un imitatore del Savioli[144]) _con trasporto_. E appunto per le belle fu fatto quel dizionarietto mitologico, che dalla seconda edizione in poi accompagnò le canzonette: autentica e ingenua censura. Ma né pure il dizionarietto par che bastasse. Il medesimo imitatore séguita a raccontare com’egli _fece il piú delle volte arrossire le signore domandandole d’una o d’altra strofa mitologica_. Arrossire per cosí poco! _Mutatis mutandis_ avrebbero potuto rispondere quel che un critico maligno suggeriva all’Eucharis e alla Catilia del Bertin: «Mon ami, nous sommes de Paris et non de Rome; faites nous l’amour en français»[145].
E pure la mitologia è nelle poesie del Savioli bella e necessaria. «On dirait (nota al proposito nostro il Sismondi) que Savioli est un poète païen; il ne sort jamais de la mythologie classique: elle semble, pour lui, faire partie du culte de l’amour; elle est si bien en harmonie avec ses sentiments habituels, elle lui est devenue si naturelle, qu’on le juge comme un latin ou un grec, et qu’on n’est point refroidi par ce qui, chez lui, est un culte, et, chez d’autres, une allégorie». Provatevi di fatti a spogliar gli Amori delle dotte allusioni e delle digressioni mitologiche: rimarrà in fondo al cratere sbocconcellato un liquido viscoso e dolciastro, che non sarà piú né pur la feccia del falerno di prima. E la prova fu fatta da un concittadino del Savioli, l’imitatore nominato piú sopra: ma, da’ cercatori di stampe bodoniane in fuori, chi sa che esistano le _Odi all’amica_ del cav. G. B. Giusti? Che il Savioli _ponesse a sacco il volume della mitologia_ è una frase che può piacere a certi giudicatori all’ingrosso, come piacque a un raffazzonator di libri[146]. Il fatto sta che il Savioli, come lirico, aveva (lo chiameremo cosí) un ideale suo, il quale non era e non poteva né doveva essere quello del tale o del tale altro critico; che a cotesto ideale doveva trovare una forma determinata bene, nella quale prendesse persona e si movesse; che cotesta forma doveva attagliarsi a tutte le complicazioni di quell’ideale in modo da suggellare, altrimenti l’ideale zoppica come chi calzi una scarpa non fatta al suo piede. Ora il Savioli si era provato a petrarcheggiare, ma quella forma troppo usata slabbrava; avea cominciato anch’egli dalle pastorellerie, ma quelle non erano né pure una forma, come una forma non è né il romanticismo medioevale né il realismo per se stesso, ma sono o convenzioni o teoriche. Alfine lavorando sopra Ovidio trovò la forma a cui poter dire con l’autor suo: _Tu mihi sola places_. E tanto si affaceva al suo peculiar modo di sentire ed ai tempi, che riuscendo nel senso artistico della parola il piú vero elegiaco italiano, il Savioli non imitò mai di proposito né pure un passo de’ tre elegiaci di Roma.
Il Savioli è poeta originale, perché ha trovato una forma. Sapete chi ve lo dice? Nientemeno che P. Maroncelli, colui dal _cormentalismo_[147]: «Savioli profilista (ma ottimo profilista), è l’ultimo cigno di Grecia. Si sa che i cigni morivano cantando, per risorgere, come la fenice, di secolo in secolo; e in una di queste beate apparizioni Savioli toccò in sorte a Italia. Tutta la voluttà, tutti i profumi della scuola ellenica, conservano appo lui la freschezza delle rose di primavera; e sono rose originali». E, salvo l’enfasi e la menzione della Grecia, dice vero. Per veder chiara l’originalità del Savioli bisognerebbe avere spazio e tempo di paragonare gli _Amori_ alle poesie erotiche del Bertin, suo coetaneo e quel dei lirici francesi che ha piú saccheggiato il campo rivale degli elegiaci romani, con un po’ di _gaillardise_ soldatesca, ma anche co ’l gusto d’un capitano di cavalleria prediletto a Maria Antonietta. Un altro curioso raffronto rimarrebbe da fare, co ’l Goethe, che vent’anni circa dopo il Savioli componeva in Italia le _elegie romane_; nelle quali Properzio resuscitato barcollerà talvolta per una tale ebrietà nuvolosa dei sensi, come gli accadeva da vivo per vino, ma non mette mai cipria.
Gli Amori, tutti _idee pagane_, possono bene dispiacere a certa scuola: ma che vuol dire il Cantú, quando afferma che il Savioli _non è di veruna età_?[148]. Anzi tutto l’illustre storiografo sa benissimo che il Savioli è proprio di quella età nella quale il Winckelmann resuscitava la teorica dell’arte pagana; di quella età che lo Schiller scriveva gli Dei della Grecia e la Cassandra, e il Goethe la Sposa di Corinto e l’Ifigenia, che lo Chénier ricomponeva in una poesia squisitissima tutt’i frammenti della lirica antica, che fiorivano già o crescevano l’autore del Prometeo e della Feroniade e quel delle Grazie. Era l’età che il popolo francese moriva uccideva e leggificava in nome delle memorie d’Atene e di Roma, perocché la rinascenza avesse preso la sua rivincita contro la gran reazione cattolica degli ultimi duecento anni e si assommasse nella rivoluzione francese. Era dunque proprio l’età delle idee pagane. E non fosse stata: un gendarme può forse persuadere venti filosofi d’andare alla messa; ma tutt’insieme i critici del mondo non potrebbero costringere un lirico a cantare il Pange lingua invece del Pervigilium Veneris. Come si spinge nell’avvenire, cosí può il lirico rigettarsi nel passato: e può, se vuole, essere anche di nessuna età, purché trovi a’ suoi concetti forme palpabili e materiate.
Ma il Cantú non perdona né pure al metro degli Amori; il Savioli _belò in metro monotono come i pensieri_[149]. Passeremo su la metafora, che torna bene all’arcadia e ad ovili piú santi, e non opporremo noi allo storico degli italiani lo storico delle repubbliche italiane, il quale pensa tutto il contrario: «Le mouvement de ces petits vers est singulièrement musical et agréable à l’oreille; il fait partager à l’auditeur l’espèce d’ivresse à laquelle Savioli s’abandonne». Ma il poeta d’Adalgiso e degli inni sacri comporterà che ricordiamo il Parini il Mazza ed il Monti, i quali di versi s’intesero, spero, se altri mai, e che a punto tolsero in prestito dal Savioli quel suo metro per alcune loro odi che vanno fra le piú belle e piú rapidamente liriche dei loro canzonieri e della poesia italiana. Quel metro del resto divenne alla moda nel secolo passato: taluno potrebbe credere, perché rassomigliasse all’alessandrino dei francesi, la cui letteratura signoreggiava allora l’Europa. Ma il fatto sta che esso è de’ metri piú antichi della poesia italiana, come quello che si rinviene nel sirventese di Ciullo e in altre tenzoni popolari siciliane e bolognesi del secolo XIII[150]; è insomma, con poche imitazioni, il metro _politico_ che fu di tutta l’Europa latina nei secoli XII e XIII. E per ciò forse suona gradito all’orecchio italiano.
Se non che a farlo piacere conferí molto lo stile del Savioli, il quale per colorito ed efficacia è certo il miglior lirico di questa raccolta. Egli appartiene alla scuola latina di buona lega; e per la sobrietà e la concisione elegante, pe ’l rigore onde condensa le imagini, per la eguaglianza (salvo qualche improprietà e qualche erroruzzo di lingua) lo collocherei con assai d’intervallo ma pur súbito dopo il Parini; né so quale fra i lirici dinanzi al 1780 potrebbe contendergli cotesto posto. Se n’era accorto anche il Sismondi (amo citare dal repubblicano di Ginevra non molto condiscendente a’ poeti erotici): «Sa poésie est hautement pittoresque; chaque petit couplet fait un tableau gracieux, qu’on se plait à voir passer, mais qui vous échappe aussitôt qu’ il a été formé. On ne peut rendre, par des traductions en prose, les grâces d’un poète dont le charme est tout entier dans le style; celles en vers seraient difficiles sans doute, mais c’est un exercice que je conseillerais volontiers à celui qui voudrait se former dans l’art poètique. Les odes à Vénus, au Destin, à la Félicité donneraient l’idée de cette richesse de poèsie, de cette peinture animée des vrais lyriques, qui est trop étrangère à la langue française».
Dopo tanta poesia passiamo a un po’ di prosa, alla _vil prosa_ della vita. Due lettere ho veduto indirizzate al Savioli, e che si riferiscono agli amori di lui già vecchio[151]. L’una è di un marchese, amico suo ed uom grave; e parrebbe volesse moverlo a raccomodarsi con l’amata, una _pudica d’altrui sposa a lui cara_, con la quale si era rotto, ed erasi, per isfuggire le tentazioni, allontanato da Bologna: fra le altre cose gli rappresenta come la donna sia disperata, pensando a che dirà o farà il marito quando non vegga piú per la casa il conte Savioli. L’altra lettera è della moglie e della figliuola del conte: e si consolano e si rallegrano co ’l marito e padre che abbia rotto quella pratica, e gli dicono che tutta la città non fa che discorrerne in bene, che i servitori di casa ne han fatto festa e baldoria, che esse, le donne, han fatto celebrare non so che funzioni alla madonna perché lo mantenga perseverante. E la moglie gli parla presso a poco cosí: — Bravo Quaranta! (era in Bologna la denominazione piú usuale de’ senatori; e la contessa l’usa con avvedimento femminile, quasi a ricordare che ella gli ha portato cotesta dignità in casa insieme con l’eredità Bolognetti) non ci mancava che questa a tutte le altre vostre virtú. Ma bisogna perseverare, e di ciò si teme. — E la figliuola mette in un poscritto come anch’ella altro non fa che pregare per la _santa perseveranza_ del padre. Uscendo dalla poesia degli _Amori_, queste povere donne che scrivono alla buona, molto alla buona, dirimpetto a tanto fasto di frasi latine, questa moglie e questa figliuola che soffrono e pregano a canto a quelle imagini seduttrici, questa madonna dopo quella Venere, danno un po’ da pensare. Ma in altre lettere il Savioli parla con affetto della malattia della sua _povera moglie_; e fu buon fratello e buon padre e uom caritativo e soccorrevole. Le canzonette furono come uno sfogo della gioventú: attempato, compose, con pazienza d’indagini diplomatiche incredibile in poeta e con critica molta, gli Annali di Bologna, e serví onestamente la patria in tempi difficili. Morí il 1º di settembre 1804.
«Leggendo le poesie del Savioli ne pare di leggere quasi altrettante traduzioni dal latino: leggendo le poesie del Bertòla, ci sembra ch’egli, anziché inventare col proprio cervello, traducesse i versi di qualche poeta alemanno od olandese. Questa stessa straordinarietà di maniere, di passaggi, di entrate, di conchiusioni, e fin anco di soggetti, rendono la lettura de’ suoi versi assai dilettevole. Ma chi vuole trovare ad ogni passo in un libro la massima esattezza nell’uso de’ vocaboli, la massima diligenza nella struttura dei versi; chi non sa perdonare un pensiero un po’ comunale, una strofa troppo scorrevole; chiuda il libro, e dimentichi per sempre il nome e le poesie di Aurelio Bertòla». Cosí il Carrer[152].